“Voglio che si rida”

Parlavo di Enzo Baldoni non molto tempo fa, su queste stesse pagine. Ricordavo il giorno in cui, in vacanza, lessi sul telefonino il lancio di agenzia che annunciava la sua morte. Ne venne fuori un post rabbioso tutto dedicato alle cose idiote che avevano scritto pochi giorni prima quelli di Libero e il suo direttore Vittorio Feltri.

Quel giorno era tre anni fa.

Ogni volta che ricordo Baldoni non posso fare a meno di riportare parte di uno dei suoi ultimi interventi nella mailing list che gestiva: uno dei testi più emozionanti, poetici, suggestivi, commoventi e comici – sì, comici, diciamolo tranquillamente: ché è davvero difficile si parli di un funerale con una tale soavità – che mi sia mai capitato di leggere.

Enzo Baldoni - Zonker, 8 ottobre 1948 - 26 agosto 2004“Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.
Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.
Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.
Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.
Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski”.
(Enzo Baldoni, 8 ottobre 1948 – 26 agosto 2004)
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4 Comments

  1. Mah, queste cose le scrivevano ià i Greci più di 2000 anni fa (con molta meno retorica ovviamente) e ancora le praticano molte culture.
    Leggetevi un buon trattato di antropologia culturale (che se Il ramo d’oro) e vi renderete conto che la morte, la sua celebrazione nonchè il lutto e la sua elaborazione non è che abbiano lo stesso significato a tutte le latitudini. Anzi

  2. Purtroppo questo “funerale” non hanno ancora potuto farlo perché il corpo non è stato restituito alla famiglia

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