Ricordati che devi morire

Il mostro di oggi si chiama tumore, un signore che se na va in giro indisturbato da secoli a fare vittime tra uomini e simili. Un mostro che ha una predilezione per gli ambienti inquinati e fumosi, ma che non disdegna anche ambienti sani.
Il mostro è arrivato in prima pagina sull’Espresso con un articolo agghiacciante che, numeri alla mano, ha parlato di epidemia italiana. Va da sè che i numeri presentati sono corretti, ma va anche da sè che, qualora una persona metta l’aggettivo italiano ad un’epidemia, allora varrebbe la pena di farsi un giro nei paesi con uno standard di vita simile.
Per scoprire che, dati dell’organizzazione mondiale della sanità alla mano, di tumore muore una persona su 4 praticamente dappertutto nel mondo industrializzato: il 26,5% in Italia, il 26,6% in Germania, il 24,5% in Gran Bretagna, il 28,3% in Francia, il 23,2% negli Stati Uniti, e il 31,3% in Giappone.
Il problema fondamentale è che leggere l’aumento da 122,6 casi per milione alla fine degli anni Sessanta a 195,2 alla fine degli anni Novanta è dal punto di vista statistico molto complesso. Che un impatto dello stile di vita complessivo sui tumori sia notevole è stato già provato. Ma da lì a parlare di epidemia, e per di più di epidemia italiana, ce ne passa.
Senza per questo nulla togliere ai casi locali o regionali evidenziati nell’articolo, per i quali i disastri provocati situazioni ambientali eccessivamente inquinate sono sicuramente una causa primaria di sviluppo del mostro in questione.

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16 Comments

  1. Solo che negli anni ’60 l’aspettativa di vita di un maschio italiano era 67 anni, ora sono 75.
    Il fatto è che di qualcosa bisogna morire. La probabilità (cumulativa) di beccarsi un cancro cresce con l’età; quindi in mancanza d’altro si finisce per morire di cancro, invece che di infezioni a 50 anni prima della scoperta della penicillina.

  2. Caro carletto, grazie della segnalazione. Da qui non posso leggere l’articolo ma non credo mi dica molto di nuovo.
    In commento al merito della notizia, concordo perfettamente sulla ‘complessità statistica’ che sta sotto all’interpretazione delle stime: il numero di tumori aumenta anche perchè li diagnostichiamo di più! e perchè come popolazione stiamo invecchiando, e poi ci sono chiaramente le ‘cause’ vere, ma com’è difficile separare le ragioni ambientali dal rumore e gli errori di fondo (ti parla un’epidemiologa dei tumori). E di epidemia certo che si parla, perchè in ‘medichese’ si parla di epidemia quando i tassi di malattia sono più alti di quanto ci si aspetta (e qui, dipende tutto da quando ci si aspetta, hai ragione, ma in genere se i tassi aumentano molto nel tempo allora sono ‘più dell’atteso’, no?). Questo, indipendentemente da quanto sia veramente diffusa la malattia, perchè se anche è diffusissima, ma costante e prevedibile (vedi malaria in certe zone africane), allora è endemia. Tutto qui!
    In commento al titolo, quindi, non penso sia così sbagliato attirare l’attenzione del pubblico che legge Espresso (l’Italia) sul fatto che l’importanta del fenomeno in Italia è proprio elevata, senza nulla togliere o aggiungere ai confronti europei/mondiali, ma questo non ci toglie i casi nostrani! Prendi l’obesità… che è decisamente più un problema in US o UK – non ci piove – ma che COMUNQUE rimane anche una preoccupazione da noi, proprio a causa del trend in crescita! Quindi non penso che una pacca sulla spalla, malcomunemezzogaudio-style, possa aiutare.

  3. Vincenzo, hai ragione. Ma di solito le statistiche presentate tengono conto dell’età a cui si muore di tumore (sono medie pesate, per così dire), quindi questo non dovrebbe c’entrare. Eccerto, di qualcosa bisogna morire, e se non guidiamo ubriachi, se non c’è la tubercolosi o altre malattie infettive che falcidiano da gggiovani (l’AIDS per ora ha un impatto limitato rispetto alle malattie croniche in Italia), beh allora moriamo da vecchi di infarto/ictus/tumore. Ovvio

  4. In effetti io l’età media nella quale si muore di cancro ce l’avrei messa. Mi sembra un dato che potrebbe essere interessante.

  5. Luisaz: spiegami come puoi pesare delle percentuali di mortalità. Lo dico senza ironia: secondo me è semplice incidenza, ma se esiste un altro modo di calcolarle sarei contento di saperlo.

  6. vincenzo: le percentuali di mortalità per causa, tipo 1 su 4 muore di tumore, quelle sono in globale, e quindi vale il tuo discorso che piu’ vecchi siamo in media, piu’ le cause di cui moriamo sono i tumori. Io però mi riferivo ai confronti dei tassi (“da 122,6 casi per milione alla fine degli anni Sessanta a 195,2 alla fine degli anni Novanta…”). Perchè il confronto di un dato del 1960 e uno del 1990 sia valido, bisogna ‘standardizzarlo per età’, ovvero tenere conto della frequenza con cui si muore di tumore a varie età, e riferirlo ad una stessa popolazione standard. Chiedo scusa per l’alto contenuto tecnico e sbadiglioso di questo commento.
    :)

  7. Ah, ok, in quel senso mi va bene, per il puro confronto; però al massimo l’effetto invecchiamento viene smorzato. C’è da dire che nell’articolo Tomatis parla anche di aumenti nei tumori infantili (e questo è un dato che con l’invecchiamento c’entra niente).

  8. Trovo sorprendente il risultato del confronto tra percentuali OMS di Italia e Stati Uniti. Gli americani crescono a schifezze e inquinamento, vuoi mettere il Bel Paese con la dieta mediterranea… e poi si scopre che quelli muoiono di disturbi cardiovascolari e cancro in percentuali inferiori alle nostre. O ci troviamo di fronte a un paradosso americano (simil paradosso francese), o la sanità americana è migliore di quel che si racconta (si ammalano ma guariscono più degli italiani).

  9. Fanny, o forse non vengono diagnosticati proprio, perche’ fare le diagnosi (prima) e le autopsie (poi) ai poveri costa, e nessuno vuole pagare quelle diagnosi…

  10. Cannonball, l’autopsia la lascerei da parte: la si fa nel caso si sospetti un crimine, o di donazione del proprio cadavere alla scienza. Un tempo venivano usati per scopi scientifici anche i cadaveri non reclamati dai familiari, non so ora.
    Comunque, si tratta di dati relativi a tutte le principali cause di morte (comprese le ferite mortali di origine varia). Insomma, quelli “non meritevoli di diagnosi” da qualche parte devono averli fatti rientrare. Facciamo l’ipotesi limite che siano stati distributi, in modo più o meno eguale, fra i vari tipi di morte per malattia: il risultato non cambierebbe di molto.

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