Lo scrivo a malincuore e mi farò un sacco di nemici politicamente correttissimi: ma credo che le metropoli come Milano non siano fatte per le biciclette, punto e basta. Credo che non siano fatte, dunque, per i ciclisti: tribù in parte comporta da gente diligente che potrebbe cambiare il mondo e in parte composta da persone che ostentano il loro status da inferiori/superiori con ciò rappresentando un pericolo generale.


Alcune associazioni hanno lamentato che dall’inizio dell’anno ci sono stati quattro ciclisti morti a Milano: beh, credo che sia andata ancora bene. Non siamo l’Olanda: è inutile vagheggiare riconversioni improbabili, non serve invocare piste ciclabili laddove mancano marciapiedi e parcheggi. E’ folle chiedere limiti di 30 all’ora in città tipo Milano, come vorrebbero alcune associazioni bohémien. Nella nostra giungla metropolitana la bicicletta non è una soluzione, spesso è un’insidia per chi la conduce e così pure per i mezzi motorizzati che devono conviverci. A un figlio, perlomeno io, comprerei più volentieri un motorino col casco obbligatorio, anzichè certe biciclette che caracollano tra pavè e rotaie, tra incroci e precedenze. Oppure andrei a vivere in campagna. O in Olanda.

(Filippo Facci, Il Giornale, 28 aprile)

Ps: io ho l’auto, lo scooter, la bicicletta e i pattini.
Il Giornale, 28 aprile.

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La provocatoria verità di Filippo Facci di una Milano impossibile per la bici ha scatenato il popolo di internet. Nel blog di Ciclistica, www.ciclistica.it, associazione che si batte per una città ciclisticamente vivibile, viene riportato il corsivo sulla prima pagina del Giornale di due giorni fa e i commenti sono subito fioccati come multe nel centro storico: 39.

Facci scrive che «dall’inizio dell’anno ci sono stati quattro ciclisti morti a Milano: beh, credo che sia andata ancora bene». e Mork (in internet è il trionfo degli pseudonimi) chiosa: «Ecco, rispetto le tue opinioni ma frasi come queste non sono opinioni, sono sciocchezze. E se tuo figlio fosse tra quei 1000 che ogni anno perdono la vita in sella alle loro due ruote a motore o che peggio subiscono gravi lesioni tanto da renderli disabili. Sarebbe andata bene se fossero stati solo 4 tra cui il tuo? Scusa lo sfogo ma un morto è un morto, e i morti anche se non sono della tua famiglia sono comunque un lutto. Rispettali».

A seguire lo stressato di turno che vede poco e tutto nero. Il nomignolo scelto non lascia dubbi in proposito: Non ce la faccio più. «L’Italia non è fatta per le persone oneste. È fatta per truffatori, ladri e prepotenti, quindi o imparate a rubare ed uccidere oppure emigrate in un paese civile!». Deve avere sbagliato post. Pure Ermagister è contro: «È un articolo assolutamente antiliberale, visto che ridicolizza il diritto alla salute, alla sicurezza e alla libertà di scegliere come spostarsi di una minoranza». Lo stesso si scorda però che se si tratta di una minoranza, la stessa dovrebbe chinarsi alla maggioranza.

Caracollo, nomignolo perfetto per un ciclista, imbraccia l’arma dell’ironia: «chi ha scritto l’articolo non fa solo critiche fine a se stesse; tra le righe si legge anche una proposta concreta per risistemare un pochino il traffico: trasformare in parcheggi le piste ciclabili! Insomma, le bici ingombrano arrogantemente le strade, così meravigliosamente arredate da automobili colorate». Fulvio, caspita un nome normale, sospira sconsolato: «Questo articolo è la prova di quello che, purtroppo, pensano in molti: la bici è vista come intralcio, ostacolo, impedimento, come accidente macchinoso che imbriglia le persone e le espone al pericolo».
Trovare in rete uno che difenda Facci è una impresona, ha più iscritti il partito della Franzoni. Unto dal Pignone gli tende la mano (al giornalista): «Ha scritto una provocazione, non per dar la colpa del mondo ai ciclisti ma solo per dire che così stando le cose quella dei ciclisti è una battaglia persa. Ed è proprio da ciclista che devo dargli ragione. Io mi ostino ad andare in bici perché non sopporto le auto e i tempi di spostamento (la miglior invenzione per me sarebbe il teletrasporto…) nelle ore di lavoro e perché adoro sentir pompare il sangue mentre frullo le gambe nel tempo libero. Resta il fatto che da casa mia a San Siro è un Camel Trophy giungere in centro con una bici tra rotaie, buche, gradini». Poi l’affondo: «Pur comprendendo la rassegnazione di Facci, non posso tollerare che ci si dichiari sconfitti: se via Ariosto invece di quelle trincee dentro le quali scorrono i binari del tram, avesse quel delicato pavimento in granito che in Corso Garibaldi permette ai ristoratori di aumentare i coperti, arriverei in centro in un attimo, senza rischi e in giacca e cravatta, senza ginocchiere e casco da astronauta». Verissimo.

Simona ricorda «il diritto alla mobilità ecologica, economica e divertente (perchè in bici è molto più divertente che non stare in fila in macchina!). Ci sono un sacco di persone che la macchina non la vogliono guidare, o non la possono guidare! Sono stufa di vedere persone che utilizzano la macchina tutti i giorni per andare in ufficio in centro raggiungibilissimo dai mezzi pubblici, persone che se ne fregano dell’aria che si respira in città, tanto poi il weekend fuggono in montagna coi loro suv! Io questa città la vivo tutti i giorni in bici e la rispetto, chi ha più senso civico?». Stessa lunghezza d’onda per Kranebet: «L’Olanda (evocata da Facci, ndr) non è la terra della bici per condizioni oggettive, lo è perché la gente è civile e non è un paese come il nostro».

Greenkey invita invece a trasferirsi sul suo blog, http://loman.it/greenkey, quello di un cicloblogger: «Se io vado in giro in automobile sono un pericolo per gli altri (se investo una persona la faccio secca), mentre se vado in giro in bici sono un pericolo per me stesso e in misura minore per gli altri».

(Il Giornale, 29 aprile)

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«Le metropoli come Milano non sono fatte per le biciclette», ci ha ricordato venerdì Filippo Facci e ha ragione perché ai milanesi della bici è sempre importante poco o niente, nonostante sia una città piatta come l’Olanda. Perché dovrebbero modellare Milano su un qualcosa che non sta loro a cuore? Meglio spostarsi in auto, anche perché una vettura la esibisci e magari qualcuno schiatta per l’invidia. Meglio rombare la sera e parcheggiare in seconda fila davanti ai luoghi della notte tanto nessuno ti multerà, quelle sono zone franche.

La bici, tapina, sarà anche politicamente corretta, che per alcuni è sinonimo di «mezzo di trasporto per utopisti», anche un po’ fastidiosi aggiungo io perché bisogna sempre diffidare di chi fa scelte secondo ideologia e non secondo logica, ma a chi importa se non a chi la produce e la vende? Tutto le congiura contro: a livello agonistico è come evocare il doping, a livello pubblicità non ha budget paragonabili alle case automobilistiche, a livello casse comunali non interessano perché non puoi multarle in sosta vietata, a cosa serve allora una due ruote a propulsione umana? Semplice: a girare nella giungla cittadina a costo zero.

Pensateci bene: niente benzina (e quindi niente polveri sottili), niente rumoracci (e dunque niente inquinamento acustico), parcheggi ridotti al minimo e gratuiti (e questo forse non fa piacere al Comune), libertà di movimenti (i marciapiedi con noi diventano dei marciabici) e poi quel piacere estremo, da Butch Cassidy alias Paul Newman, di portare il proprio amore in canna sussurrandole parole dolci. Vogliamo ridurre auto e smog in città? Esatto? Allora si cominci a pensare anche alle bici perché quando, tempo due o tre secoli, i parcheggi sotterranei saranno pronti e molte aiuto spariranno, ci sarà tanto spazio libero da modellare. Fateci caso: perché ad agosto nessuno sostiene che Milano non è una città fatta per essere girata in bici?

(Paolo Marchi, Il Giornale, 29 aprile)

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Non ho dubbi: Milano è a misura di motorino. Usare la bici è un evidente sintomo di masochismo e anche di sadismo.

I due, come si sa, viaggiano sempre insieme. Rotaie, pavé e un parco macchine ecostrafottente, tubi di scappamento che sparano particolato come i cannoni la neve. Le insidie sono dappertutto e se si sale sul marciapiede ecco la trasformazione da vittima designata in carnefice di incolpevoli pedoni. Per non dire dei sali e scendi con salti e rimbalzi che non aiutano né l’equilibrio né le articolazioni. Sarebbe bello avere piste ciclabili nel verde e fare sport mentre si va in giro tra un appuntamento e l’altro. Oh sì, un sogno.

La realtà è il motorino, giusto compromesso tra la follia urbana e il delirio bucolico, tra il Suv e il monopattino. E se è vero che lo scooter è più inquinante della bici, basta sceglierlo euro4 per sentirti definitivamente a posto con la coscienza e scorrazzare felici con le ali sotto i piedi. Per le anime davvero sensibili alle grida dell’ambiente scatta l’opzione bici elettrica (ma dove si ricarica?) che però, non prendiamoci in giro, è più parente del vecchio Sì che di una city bike. È solo un po’ più lenta.

I vantaggi delle due ruote a cinquanta l’ora sono infiniti. Indifferenza (quasi) totale al traffico.

Tempo di percorrenza medio dieci minuti, che si impennano a mezz’ora in presenza di tratte particolarmente lunghe e fuorimano (tabelle di marcia comprensive di su il cavalletto, giù il bloccasterzo). Nei circuiti Bicocca-Ticinese o Forlanini-San Siro con la bici davvero non c’è partita. E poi per mollare lì il motorino non c’è bisogno del palo, non si ingolfano gli accessi alla metropolitana, ai cancelli e affini. Si recupera in vita, tempo libero e sorrisi ai vicini di scrivania. Non mi pare poco.

Ps: Abbiamo escluso a priori l’auto perché è utile solo in un caso. Se si vuole lasciare la città.

(Sabrina Cottone, Il Giornale, 29 aprile)