Un apostrofo rosa tra le parole “Macchia” e “Nera”

Qualche giorno fa discutevo con un amico (non dico quale, altrimenti mi accusano di essere autoreferenziale nei confronti dei miei compagnucci di merende) del fatto che tutti i periodici femminili che hanno in qualche modo osato di più, tentando di affrancarsi dal cliché “moda + ricette + consigli per dimagrire” non abbiano poi avuto – ed è un peccato – tutta questa fortuna.

Io però non faccio testo: io sono un uomo, e in quanto uomo sono quello che non fa caso alla nuova pettinatura; che non sa dirvi quale vestito scegliere; che non sa spiegare a che cosa sta pensando; che non sa uscirsene con un “sei bella” nei momenti in cui avreste bisogno di sentirvelo dire; che ha un blog su cui appaiono troppi wallpaper di gnocche; che lavora troppo, che lavora poco; che si confida troppo; che non si confida per niente; che guarda le altre, e da qui può tranquillamente partire “Cara ti amo”.

Dicevo: io sono un uomo e, malgrado tutto, leggo più femminili che maschili. Non fatemi fare nomi: vi basti che dica che la maggior parte dei maschili sono raccapriccianti, senza che debba scendere nei dettagli. Però, in quanto uomo, salto a piè pari diciamo un duecento-duecentocinquanta pagine di un normale femminile. Sostanzialmente parto dall’editoriale, procedo con le rubriche e poi salto, nell’ordine: tutta la roba che parla di vestiti; tutta la roba che parla di scarpe; tutta la roba che parla di cucina (non sempre, a dire la verità); tutte le marchette camuffate da recensioni; tutti i consigli per stare meglio con sé stesse; tutte le risposte alle lettere in cui si invita Antonia a lasciare Ugo perché la trascura; tutta la roba che ci si spalma addosso. Finisce che, se mi va bene, atterro su un’intervista, e avanza l’oroscopo (e qui si vede che sono uomo, dal fatto che ho detto una cazzata: nei femminili l’oroscopo non si trova quasi mai alla fine).

E insomma, con il mio amico mi chiedevo perché i femminili danno sempre un po’ quest’impressione che la gente voglia guardare le figure; perché quel mensile che per una volta sacrificò la modella e mise in copertina la Madonna ha chiuso; perché tutta questa paura della roba scritta.

Se apre Pink, il femminile di Macchianera, è perché uno vorrebbe conoscere la risposta a qualcuna di queste domande. Poi non è detto che ci si riesca, o che quello diventi il posto in cui il miracolo può accadere. Però, come si dice, uno ci prova.

logopink.gif
P.S.: Si capisce, vero, che su “Pink” scrivono solo donne ma che non si tratta di un’oasi protetta, di un ghetto o di una riserva di caccia, nel senso che se una vuole continuare a postare anche o solo su Macchianera può farlo senza problemi, vero?

(Visited 12 times, 1 visits today)

37 Comments

  1. Non ho capito una cosa, ma questo nuovo blog è nato per offrire alle donne la possibilità di spiegare perché comprano le riviste femminili o per offrirgli quella di spiegare perché si sentono discriminate visto che gli si offre appositi girls-garden nel quale giocare con le bambole?

  2. Perfetto. Il femminile di Macchianera.
    Ora però manca il maschile, cioè no, insomma, quello normale.
    Mancano gli autori, insomma. I post normali.
    Su questo Neri è seriamente latitante.

  3. Curioso, però, che per ora su “Pink” c’è un solo post, scritto da un maschio… (non so, epr il lancio avrei almeno aspettato qualche post da parte di una famminuccia, ecco.).

  4. Sai cosa? Io vorrei che i femminili, e le femmine, e i blog femminili e tutto quanto, si emancipassero dall’essere femminili. Che non vuol dire includere qualche maschio, ma significa smetterla di fare dell’autocoscienza (che poi, oltretutto, diventa sempre gruppo di auto-aiuto), e smetterla di esprimere la propria opinione sui fatti avendo ben presente che la si esprime in quanto donne. Insomma vorrei che ci si dimenticasse di essere donne, ché tanto la femminilità vien fuori lo stesso e secondo me vien fuori meglio. Ma basta con l’engagement. Quindi spero che le autrici di questo Pink non parlino delle solite cose nei soliti modi ma parlino di quello che hanno voglia in quanto esseri umani.
    E spero anche che MN prenda il mio commento che ogni volta mi passa la voglia di commentare perché qui commentano tutti ma io non ci riesco mai.
    Grazie, ciao.

  5. mi pareva d’aver letto un commento di tale “stronza” tempo fa che recitava tipo “che successo il blog di grazia, mi chiedo perchè non l’hai ancora copiato?”.. ecco, non vorrei che tutto questo non fosse altro che la risposta ad una provocazione, sarebbe nello stile della direzione..

  6. Premesso che quello lento a capire sono io, la domanda mi sorge spontanea:
    Si offre un ghetto a chi vorrà dimostrare che ghettizzare è sbagliato?

    Voglio dire, uno legge una presentazione di una nuova opera editoriale (sempre gradite) e ci legge che nasce sul fatto che quelle esistenti sono troppo femminili, sono troppo rosa, sono troppo donna.
    Allora clicca e dice “non sarà rosa”.
    E’ rosa.
    Allora dice “Vabbé non ci scriveranno le donne”.
    Ci scrivono le donne.
    Allora aspetta, non farà riferimento a un uomo.
    Il gestore è sempre Neri.
    Non sarà solo nel fatto che una donna parla di carpenteria, la differenza, spero.
    Apparirebbe volutamente caricaturale e quindi a rischio di autogol.
    Secondo me una bella scommessa editoriale sarebbe stata la scelta di non far più firmare i post in modo da non poter più riconoscere il sesso di chi li scrive.
    Così, per vedere che succede nei commenti.

    Azione rischiosa, la differenziazione dei canali, si rischia la dispersione, ma immagino sia un rischio più che calcolato.
    Detto questo, è chiaro che mai come in rete, dove si aggregano donne accorrono gli uomini, come nelle discoteche “qui le donne entrano gratis” e poi dentro ci trovi pulmann di uomini in rapporto 28:1, quindi almeno per gli ads l’operazione sarà fruttuosa, ché la cara vecchia regola del “tira più…” non andrà mai in soffitta.

    Io comunque, se posso permettermi una spontanea (non richiesta lo so, ma sono generosissimo) professionale consulenza, tra “un” e “apostrofo rosa” ci avrei messo un riassuntivo ed esplicativo apostrofo rosa.
    Come a dire “Qui le donne, stanche d’essere eccezione, cambiano la regola”.

    Applauso a Cofano (che saluto) per il titolo della versione porno.

  7. Cofano, non ti conosco,
    ma accetti i miei complimenti, i più sinceri?
    Lo so, da educata signorina dovrei FINGERE di scandalizzarmi (fanno tutte così), ma non è affatto così e rido di cuore.
    Grazie.

  8. vent’anni fa mi piaceva leggere Moda e King(credo che fosse quello che chiuse in seguito al tentativo di commistione tra il pop e l’iconografia sacra.Ci scriveva Goffredo Fofi che quando tirava fuori il jolly mi divertiva quasi quanto Filippo Facci sul cartaceo).Dieci anni fa mi mancavano appena venti milioni per trasferirmi a Milano e prendermi un diploma in scienze editoriali.Questo fa di me un publisher mancato.Ragione per cui mi permetto qualche consiglio.Gli oroscopi fatteli leggendo i fondi delle figurine Panini non spediti nelle missioni Unicef.Affidate una rubrica sul savoir faire a Diego Maradona.Grondate farsescamente di complimenti nei confronti dei poteri forti(coleranno a picco per le ventitre).Recensite almeno tre capolavori al giorno.Prevedete infine,al fine di contrastare la forza di grevità,un edizione poket(wap)e uno speciale sveltine,dal titolo fuorviante “chiazza bianca”.Castigat ridendo mores

    p.s. come gadget pensate a qualcosa come un castigamatti in bachelite per quando “lui la vuole fare nella vasca”

  9. di là è tutto rosa, è bellissimissimo, tutto un pullulare di lavande e viole.
    e poi ci sono io, gelsomino notturno.

  10. Et voilà, scì mancavà seulement un altrò gabiottò pur les femmes. Pardon: le sex inutìl. Comme je dixit hier suàr, depuis 1.46.50 minuits de conversatiòn à Machiaradieux: les hommes hann le calipò, les femmes hann la vasgjìn, sacre bleu!

  11. Leggo molti periodici femminili, mensili soprattutto. I settimanali, salvo un paio, sono ormai di un livello qualitativo molto basso e il prezzo pagato, se rapportato a quello dei mensili, non ne giustifica l’acquisto.
    Perché una donna legge un periodico femminile? Proprio per i servizi di moda, le ricette (che non sono più quelle del talismano della brava massaia), per la sezione dedicata all’arredamento e per l’individuazione di alcune tendenze (lo chiamano lifestyle): tutto per lo più fatto di figure. Il contorno scritto deve essere solo informativo e ridotto al minimo. Qui, guardare le figure ha senso.
    Per il resto, ciò che c’è da leggere spesso non è molto interessante:
    – Le interviste ai divi di turno, lunghe paginate, alla fine si riconducono a due domande effettive poste dalla presunta intervistatrice. Tanto che si ha il dubbio che questa intervista sia effettivamente accaduta e che si tratti solo dell’ennesima marchetta a favore del film in uscita.
    – Di “reportage”, fatti di sole foto da ogni parte del mondo, ne è piena tutta la carta stampata. Tanto che ormai di questa parola si abusa in maniera ridicola, offendendo la professionalità di coloro che ne fanno di veri sui quotidiani o su qualche buon periodico “maschile”
    – Il fallimento di quel mensile che aveva tentato di affrancarsi dal cliché è secondo me proprio dovuto al fatto che il giornale era stato trasformato in un ibrido pseudo maschile o per donne virago, come è successo in qualche altro caso.
    Se togli il contenuto di moda-design-lifestyle ad un femminile, ciò che resta si può leggere già in qualsiasi altro magazine o quotidiano, indipendentemente dal gender. L’angolo di noi donne, il club delle femministe e similia è roba lagnosa, se affrontato in un contesto da periodico femminile. Mentre acquista un significato maggiore se inserito in un luogo “asessuato”, a patto che vi sia del contenuto vero.
    Al contrario, i magazine maschili, quanto tentano di affrontare il cliché dei femminili in versione uomo, sono ridicoli e possono prendere due sole direzioni: o il target gay-palestrato o quello dandy ultrasessantenne.
    Per il resto, a meno che non si voglia costruire un nuovo covo di galline in cerca di attenzioni o di vetero femministe incazzate col mondo, la distinzione by gender del blog non ha alcun senso.
    Non esiste un modo solo femminile o solo maschile di discutere un tema di attualità.

  12. Gianluca, la risposta alla tua domanda è che tutta la roba che salti tu (moda, scarpe, creme, eccetera) è, guarda caso, anche quella che porta i soldi (cioè pubblicità) quindi non non si può eliminare, anzi.

  13. Solo io leggo “l’Unità”, “la Repubblica” e “Diario della settimana”? Mi sto sentendo male, ho di certo qualcosa che non va.
    Ah! Dimenticavo “Sale e pepe”!

  14. Mai quanto te, che annaspi impazzita senza dire nulla, mendicando una sillaba di attenzione da chiunque.
    Su, è primavera. Vola anche sul fucsia.

  15. Caro Facci, io non ho alcun desiderio di scriverti. Vorrei solo sapere perche’ non si possono commentare i tuoi post.

  16. Caro Orioles, ti sei perso qualche decina di passaggi. T’invitavo a scrivermi, credevo cortesemente, giusto per spiegarteli senza invadere zone dedicate ad altro, ciò che fa parte del problema.
    La decisione di non permettere i commenti comunque è mia.

  17. Cara Virginia,
    tutto si può dire di me fuorché che sia pesante.
    Lo sono solo di peso, forse. E anche questo è da vedere. E non annaspo, semplicemente perché so nuotare e non mendico, semplicemente perché non lo saprei fare. Che sia primavera, poi, non so.
    Da me è ancora inverno.

    P.S. Un consiglio:ridimensiona la tua suscettibilità.

  18. Sentite, non sarò breve.
    Non lo sarò qui, perlomeno. Lo sarò nel prossimo post, nel quale mi rivolgo direttamente a Gianluca Negri (basta col politicamente corretto: say it loud eccetera).

    Dunque, avendo scritto anche per vari “maschili”, la bocciatura di cui si dibatte l’ho sentita spesso. Non credo sia del tutto meritata. Non c’è “maschile” che non cerchi l’equilibrio tra gli argomenti, e se andate a guardare l’ultima annata di Max, Maxim e GQ non mi sento di dire che hanno scelto sempre a sproposito. Casomai, vedo due problemi: concorrenza e tono. Cominciamo dal secondo: un approccio “ehi, amica, senti qua” (non onnipresente, ma diffuso) che si perdona ai femminili, è giudicato ridicolo nella versione “ehi, amico, senti qua” del “maschile”. E forse, peraltro, lo è – ma potrebbe essere perché le redazioni dei femminili lo hanno affinato grazie a un rodaggio e un confronto col proprio pubblico ormai secolare. In secondo luogo, “maschili” di grande successo sono stati e sono i giornali sportivi (la cornucopia di tette proposta oggigiorno dalla gazzetta in tutte le sue forme – ops – è allettante quanto indicativa). E infine: molti giornali “specializzati” (dalla musica alla tecnologia, ma Micromega non è che scherzasse) in cui erano “i maschi” a scrivere finivano per connotare ancora più maschilmente l’argomento, allontanando non poche femmine dalla lettura e spingendole a rivolgersi ai “femminili”, che in questo guadagnavano lettrici e redattrici tutt’altro che stupide, annoiate dal machismo latente: tra un viaggio raccontato da National Geographic o uno raccontato da Grazia o Gioia, scoprivano che il secondo era altrettanto valido e non di rado scritto meglio (anche se agli uomini l’ipotesi sembrerà improponibile, no?).
    Bene, ve l’avevo detto che non sarei stato breve.
    Non qui. Adesso viene viceversa la risposta breve a Negri.

  19. Negri, amico, senti qua: Patti Smith ebbe a dire che “Il rock’n’roll è una roba da uomini. Sul palco voglio vedere muscoli, e non le tette di una tipa che sbattono contro la chitarra”. Se Macchianera vuole essere rock’n’roll, prenda atto che c’è un tempo per la chitarra e uno per le tette. Mai assieme.

  20. Troppo ganzo ‘sto femminile un sacco anticonformista, per una donna ‘na cifra trendy ma non fashion-victim, che, c’èèè, lei sì che è indipendente un bordello, altro che GGioia… c’èèèè, altro che mi’ mà che se guarda le telenovelas, io sò ‘na cifra emancipata e coltivo pataaaate, piseeelli, carooote e non mi faccio mettere sotto dal Potere Uomo e anzi, lo piglio pure pel culo facendo ‘n sacco ridere, abbestia proprio.

  21. Ho comprato Vogue (Italia, in edicola avevano solo quello), non lo sfogliavo da un pezzo. L’ho comprato perché ricordavo che ci sono più foto e meno chiacchiere: inserti, insertini, rubriche, rubrichine, un riquadro in alto, attenzione due righe in basso a destra. Certa brutta disposizione della spazio fa male alla vista. Ho comprato Vogue per accorgermi che anche Bruce Weber è invecchiato. Mi piaceva molto una certa fase editoriale di Amica, non ti slogavi una spalla nel tenere la rivista sottobraccio, gli scritti erano concentrati e interessanti, separati da foto – splendide – che secondo me dovrebbero restare il fulcro di una rivista femminile di moda.

Rispondi