Sull’idiozia e sull’esigenza di una forza rivoluzionaria liberatrice

Le bande di squadristi, politicamente mute o meno (dove sta la differenza?), che spostano le loro aspirazioni in uno sterile, inutile, irrazionale e vuoto scontro frontale contro Stato e Polizia, sono bande di squadristi. Punto. Le altre definizioni sono ornamenti; il calcio è la maschera intercambiabile, non altro, non è il significato ma il significante, veicolo per uno scontro frontale che nasce e muore con sé stesso, senza slanci che non siano slanci d’idiozia. Poi, si sa, l’idiozia non ha ceto e non ha classi, è forse l’unica risorsa scarsa equamente distribuita, che nella cornice del calcio trova un ricompattamento superficiale, una supposta occasione di lotta tra poteri nelle categorie di sfruttati e sfruttatori, governati e governanti, impotenti e potenti: al di fuori della lotta isterica che realizza sé stessa nell’isteria, sono queste categorie vecchie quanto a storia del pensiero ma innovative e necessarie per ogni avanzamento sociale, lotta che proprio l’idiozia trasforma in una messa in scena di poteri contrapposti, un gioco mortale di provocazioni svuotate d’ogni direzione e senso (insopportabili per l’idiozia) e per questo riempite di violenza.


Sarà una mia deformazione genetica o un condizionamento sociale di non so che tipo, ma continuo a guardare con speranza ogni passione-degli-appassiti del sistema politico, ogni tentativo di dare direzione a una rivolta riformatrice o rivoluzionaria che sia, senza violenza ma con la dovuta prassi e pragmaticità. Si perdoni il gioco di parole, ma anche se l’appassire della passione è una regolarità costitutiva di questo sistema politico che risparmia al più le individualità (ricordo Berlinguer e pochi altri), la speranza rivoluzionara è sempre più forte della razionalità delle cose. Oggi il problema è il calcio, e lì va spostata la passione residua: spostarla sui massimi sistemi è come credere, a livelli superiori, che il Mondo possa essere cambiato per mezzo della preghiera divina o di una forma alternativa di una danza della pioggia. Dire che il problema è il calcio, oggi, allo stesso modo, non significa però dire che tutte le brutture della società stiano nella cornice del calcio.

Sulla scia della passione degli appassiti, potrebbe per esempio passare un altro concetto: le quotidiane morti sul lavoro (morti nel senso soprattutto fisico, senza mettere da parte le morti mentali) non avrebbero forse ragione di suscitare un giudizio altrettanto netto sulle brutture del lavoro quale mercato di vite? O forse il problema si riduce tutto ai tassi di mortalità, con il paradosso costruito che morti quotidiane valgon meno lo sforzo di resuscitare le passioni degli appassiti che non le morti eccezionali (non meno tragiche)?

Si dovrebbero chiedere, gli appassiti pronti a resuscitare passioni dimenticate con gli anni (invertendo: se dio risorge è per tre giorni, poi muore), perché un paese autoproclamatosi democratico abbia un tutt’altro che biologico bisogno di sangue per prendere coscienza dei propri fallimenti, quasi che all’omicidio degli assassini venga fornita un’utilità sociale. E la presa di coscienza vale quanto le quotidiane morti sul lavoro, se a questa seguono ri-forme finalizzate (consciamente o inconsciamente, chi lo sa?) a dare il senso della ri-forma e nulla più, un ri-formare che è vestire il vuoto e non un corpo nudo da costruire con una rivoluzione pragmatica, sociale e culturale.

rivoluzione.jpgHo mancato di senso pratico, e me ne scuso perché oltre a voi me ne accorgerò io quando avrò voglia di rileggere queste righe: ma è l’unico modo che mi è dato – da popolano – per attualizzare il pensiero che o si rifà l’Italia o si muore, senza ricondurre problemi particolari ai massimi sistemi dell’universo, modo più furbo (che a casa mia è un’offesa grave, mai un complimento) per fingersi impotenti. Se questa strada sarà percorsa per intero e non, come si usa, per i primi 100 metri frutto di nevrotiche false partenze, verrà il tempo in cui le piccolezze degli interessi umani e politici, di una ricchezza da accrescere come valore sociale primo su cui fondare una società imprenditoriale (tale che i suoi membri ragionino, pur da posizioni diverse e in situazioni diversissime, sulla base di quello stesso valore), apparirano nella loro unica natura in confronto agli avanzamenti umani conseguiti: puttanate. Come queste righe, in confronto al disprezzo della vita.

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