Un esercito di Prodi

C’è il Festivalbar che scandisce la fine e l’inizio delle scuole superiori. C’è “ritorna il grande calcio” che fa altrettanto per gli adulti: dando il metro di quanto durino e perché le vacanze estive, non appena compare il primo Promo televisivo sull’imminente inizio del campionato, a ruota partono quelli degli astucci e delle cartelle, è settembre, fine dei giochi; restano da chiudere gli ombrelloni, togliersi di dosso l’odore di cocco e olii solari e tornare a lavorare. Poi c’è Sant’Ambrogio. A Milano significa ponte dell’Immacolata, l’inizio della stagione sciistica (neve permettendo) e l’apertura di quella operistica con al prima alla Scala. Quest’anno Aida.


Ed è una scelta che condivido a metà. Aida è l’opera del popolo. Sublime, Aida, per carità di dio, ma resta nel calderone delle “opere del popolo”. La Scala è uno dei pochi teatri italiani che si può permettere di aprire (o comunque sia, mettere a cartellone) titoli decisamente meno conosciuti: l’Idomeneo di Mozart, ad esempio, che aprì la stagione scorsa 2005/2006. Ma ci sarebbe anche spazio per l’Italiana in Algeri (Gioacchino Rossini) o per il Ratto del Serraglio (ancora Mozart). Opere che, insomma, non dico siano sconosciute anzi: ma per quello che è il patrimonio melomane medio italiano non reggono il paragone con il Rigoletto, Tosca, Madama Butterfly e, naturalmente Aida. Come dire: queste ultime, almeno, le si sente nominare: Les Danaïdes (Antonio Salieri), giusto un filo meno. La Scala non è un teatro di Repertorio, non è il Regio di Parma, là ci sta Giuseppone-nazionale-Verdi e guai a chi lo tocca; che se solo provi a cambiare due tempi che siano due ad un Trovatore qualunque ti arrivano dei pomodori in testa grossi così (anzi ci pensa direttamente l’Orchestra a protestarti), è difficile Parma mica come l’Arena di Verona. In loggione c’hai i melomani veri, lo zoccolo duro… gente che si ricorda il tono di voce di Verdi, no il tedesco che si fa 15 ore di pulman da Zurigo per ascoltare una “Gelida Manina” e comunque sia applaude.

La Scala mette in scena Aida e chiama Zeffirelli. La Scala chiama il nome, perché alla sua apertura c’è il Presidente del Consiglio, e mica solo quello italiano, no: c’è pure il Cancelliere tedesco e un sacco di Vip impellicciati che devono farsi largo tra le proteste che puntuali si presentano in piazza, quest’anno c’era la Finanziaria ma dipende dalle menate del momento. L’apertura della Stagione alla Scala è un evento sociale, non è una prima all’Opera. Di Zeffirelli ricordo una Carmen, in Arena: Zeffirelli è splendido, non si può limitare alla regia (e nel farlo farsi magari aiutare da chi fa quel mestiere e lo sa fare), lui no. Lui deve decidere che se l’Arena di Verona non ha un sipario, allora bisogna provvedere e quindi chiama Trussardi per studiarne uno. I tedeschi sono felici, Carmen un po’ meno: ma ad una trentina di euro a biglietto in seconda gradinata moltiplicata per 18 mila posti, non preoccupatevi, si mette tutto a posto. Zeffirelli è uno che nella sua regia prende Radames e durante le arie principali gli impone di dare la schiena al pubblico, che importa se il maestro suggeritore e il direttore d’orchestra non li vedi più? Che importa se la metà dei cantanti è talmente antimusicale da far pena e avrebbe bisogno di briglie come quelle che mettono ai cavalli per non correre?

Comunque stiano le cose, quest’anno nel cast (nel primo cast), ad interpretare la parte del bel condottiero egiziano c’era Roberto Alagna (rappresentato da Il Trittico – Opera Management Company di Giorgio Benati, Verona: tu guarda… e dire che nella città scaligera Aida viene solo riproposta ogni anno dal 1929); Alagna s’è permesso di dire una cosa vera ma gli è mancato giusto quel filo di diplomazia in più che è d’obbligo quando ti rivogli a chi a Teatro ci va proprio per darsi un tono. Dice che il pubblico dell’Opera non ha la cultura necessaria per usufruire completamente di quanto stia ascoltando, il che è vero. Poi però accade che: è lì lì che comincia il “Celeste Aida” (primo atto, primo quadro, nemmeno venti minuti dall’inizio) e qualcuno lo fischia. Lui porta a termine l’aria e al primo “bravo” il loggione si ribella: fischi e buu. Allorché entra Amneris, perché così Ghislanzoni e Verdi l’hanno pensata. Dovrebbe partire il duetto che prelude al terzetto con l’entrata della stessa Aida, un terzetto che ti stacca la pelle di dosso, per inciso. Ma Alagna se ne va, lascia la scena e Amneris (Irina Makarova) si trova da sola. Piccolo plauso al Corriere della Sera che riporta le parole di un loggionista: “lei è stata bravissima, non ha sbagliato niente, non ha mancato un solo attacco”; perdonate il francesicmo: grazie al cazzo, che non ha mancato nemmeno un attacco. Non sono a caso, sono in musica e il direttore d’orchestra è lì apposta. Se uno non canta con te in un duetto non nè che tu allora non sai che fare. Il che, se non sbaglio, sottolinea con un evidenziatore arancione il grado di cultura musicale e del loggionista e di chi al Corriere della Sera decide che questa frase fosse da riportare per dare il polso di quanto (Radames a parte) gli altri fossero bravissimi. Ma non sto dicendo, al contrario di Alagna (o dell’interpretazione che alla sua frase hanno voluto dare) che per seguire un’opera si debba andare tutti belli preparati e con un bel diploma di conservatorio, anzi. Certo che aiuta, certo che magari godi di più ma non è conditio sine qua non. Io vado al cinema e non so perché quella scena era così bella, ci sarà stato un grandioso lavoro di fotografia, di regia, di luci… mi piace comunque.

La soluzione alla questione è stata quella che il Sovrintendente Lissner si scusa e dice che da parte dell’artista c’è stata una « evidente mancanza di rispetto nei confronti del pubblico e del teatro ». E’ che anche da parte del pubblico c’è stata una evidente prevenzione e mancanza di rispetto nei confronti dell’artista e del teatro. Vi dico una cosa che ho imparato da molto piccolo. Non si fischia, non si bua. Se lo fai, è come urlare che quello lì, sul palco, lo vuoi morto. E questo è decisamente il mestiere del loggionista; ma non si fa. Quando capita, ti prendi – loggionista – la responsabilità di quello che stai facendo. Lato cantante, se ti buano o ti fischiano tu stai lì. Che è quella la tua professione, essere giudicato per quello che fai e per come lo fai. Poi non ti ripresenti, al più: ma non te ne vai. E i titoli sensazionali dei quotidiani di questi giorni che parlano di multa salata sono pietosi: non esiste contratto senza penale, non fatevi eccitare dal nulla.

Chiudendo, un’ultima cosa. Se fischi Aida perché il cantante non ti piace, allora sei un loggionista professionista. Eppure alla prima dei Vip c’eri (c’eri meno, ma c’eri) ed hai applaudito, insieme a Prodi. Qualche cosa non torna. Perché se sei il loggionista che dici di essere allora vai anche a sentire il Lohengrin (Wagner), e la smetti di lamentare che la Scala non fa cartelloni di tradizione con i grandi nomi, accessibili alle orecchie di tutti. Perché non è che poi applaudi “per nove minuti” e tutto va a posto. Non è quanto applaudi. E’ come.

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12 Comments

  1. Capiamoci: nel merito i loggionisti hanno ragione e hanno torto. Hanno ragione perché Alagna non è una voce che possa cantare l’Aida come dio comanda. Hanno torto perché oggi un tenore in grado di cantare Aida come dio comanda semplicemente non esiste. Il resto è roba da rotocalchi.

  2. conosco gente che non è capace ad azzeccare un attacco nemmeno col direttore di orchestra che va loro dietro, e non sto parlando di concorrenti della Corrida.
    Però lo sanno tutti che i loggionisti sono come gli ultras negli stadi: a loro delle partite non importa più di tanto, basta picchiare.

  3. Mamma mia che problemone … da prendere il valium tanto che sono sconvolto .

    porca puttana gli ultimi post saccenti ( vedi ff ) sono veramente da spararsi nei piedi …

    gaia , rodo, cribbio postate qualcosa , risollevate sto posto !

  4. trovo sempre buffo che in un contesto così culturalmente elevato e raffinato il pubblico dia sfogo alle basse pulsioni quali fischi e urla.
    come in questo blog, e i commenti qui sopra.

  5. Leggere questo post di Sasaki e poi vedere i commenti, ad esempio quello di Camillo, mi fa pensare ad un letterato che mentre sfoglia un libro passeggiando, cade in una fossa ripiena di sorci. Però si comprenda che è una metafora e che quindi non esiste l’equazione “Camillo = sorcio”. La mia è una riflessione direi leggermente ironica ed innocua.

  6. E quindi non esiste nemmeno l’equazione “Sasaki Fujika=letterato”, che mi sembra effettivamente quella piu’ offensiva.

    Per chi ha letto il post, s’intende.

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