Le integrazioni barbariche

Fin dalla notte dei tempi, un’orda di invasori cinge d’assedio l’urbe da tutti i punti cardinali e vi si intrufola in ogni dove, usurpando il territorio dei cittadini autoctoni. L’insediamento e la proliferazione di estranei, a Milano sono all’ordine del giorno.

A Milano, infatti, il rapporto tra indigeni e oriundi è sbilanciato a favore di questi ultimi. Eppure, il milanese per diritto di nascita spesso appare del tutto simile a un milanese d’adozione. Una persona nata a Milano da genitori meneghini è tanto milanese quanto una persona nata a Milano da mamma friulana e padre sardo.

E chi è nato al Niguarda da madre etiope e padre svedese, può considerarsi milanese a pieno titolo? E da madre cantonese e padre mandarino? Certo che sì. L’immigrato di seconda generazione è milanese a tutti gli effetti. Pensiamo solo a quanti sguardi a mandorla, quanti sorrisi amerindi ci sbalordiscono con un’imprevedibile inflessione ambrosiana.

Viceversa, quanti bergamaschi, apparentemente indistinguibili da un milanese doc, rivelano l’origine orobica appena rivolgono la parola a qualcuno. Quanti milanesi naturalizzati esibiscono fieramente un’inflessione veneta, siciliana o toscana, senza sforzarsi in alcun modo di celare il proprio accento.

E’ forse disonorevole andar fieri delle proprie origini? Direi di no. Anche a costo di sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio.
Se a Milano l’idioma comune fosse il buon senso, a sancire il diritto di milanesità non sarebbero le vocali aperte, bensì vedute più ampie.

(Milanesitudine – E Polis Milano, 8/12/06)

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40 Comments

  1. Incuriosito dalla prossimità dell’argomento con una cosa di cui ho parlato in radio tre giorni fa – che Milano sia la meno provinciale e la più acccogliente città italiana per gli estranei, in cui i “milanesi” sono una minoranza esiliata alle prime della Scala e alla celebrazione di Sant’Ambrogio (un tedesco) – ho letto tre volte questa cosa, e però non l’ho capita. Cosa dice? Luca S.

  2. In una delle mie ultime incursioni milanesi ho sentito questo motto: “Ringraziamo la Puglia per averci dato i milanesi”. E’ vero? E comunque anche a Roma sono circondata dai pugliesi..
    Precedentemente invece, mi fu detto che sia milanesi che i bermamaschi discendono dai celti.
    E credo sia vero, viste le mie esperienze personali.

  3. Luca, il punto di vista di questo articolo è sbaricentrato sulla dis-integrazione dei milanesi d’adozione. Dalla babele di casistiche immigrative – il pendolarismo forzato dei limotrofi, la transumanza dalla e verso la Brianza, lo stanziamento di intere tribù islamiche, l’auto-ghettizzazione ebraica attorno alle sinagoghe, l’insediamento a termine degli studenti universitari, etc. – ho isolato due casi agli antipodi: gli immigrati che fanno di tutto per sembrare Milanesi d’origine e quelli che non ci tengono affatto. I primi traditi dal fenotipo, i secondi dalla fonetica.

    Se la conclusione ti suona sconclusionata, è perché la mia rubrica sputa spunti anziché sentenze. Oppure è scritta male, perciò ce la metterò tutta per spiegarmi meglio. Il titolo, naturalmente,è un omaggio alla trasmissione della tua signora.

  4. Laura, trovo che i pugliesi siano coloni chiassosi e gioviali. Portano un po’ di sole a Milano, perlomeno. Pensa che lo scorso autunno, il comune di Cesano Boscone ha addirittura celebrato la Puglia in un festival (era il Palio del Cinghiale, mi pare), con tanto di sbandieratori, bancarelle piene di squisitezze tradizionali pugliesi e fuochi d’artificio.

  5. Chi è cittadino? Cittadino di cosa, poi?
    E’ cittadino chi lavora per il progresso di una città? E’ cittadino chi lavora da un’altra parte ma versa le proprie tasse in una determinata area o città? E’ cittadino chi arriva, da turista, è spende migliaia di Euro in quella città perchè ne riconosce la bellezza? E’ cittadino chi ci lavora in nero, schiavizzato dai padroncini immobiliari o dalle imprese edilizie della mafia? E’ cittadino chi muore su una barricata per difendere la città dai non-cittadini? E’ cittadino solo chi da sempre è figlio di altri cittadini?
    Boh.
    E poi che vuol dire essere fieri? Vuol dire difendere? Da chi? E poi ci vuole un nemico. O il nemico è il tempo che distrugge i rapporti, le mura e le vie di una città?
    Boh.
    Se voi sapete che dire di queste domande. Altrimenti io ho solo dubbi.

  6. pochi giorni fa pensavo: ma quanti milanesi giovani oggi conoscono il milanese? pochi secondo me, in percentuale, rispetto ai fiorentini o ramni o pugliesi. Questo è un bene, ma è un paradosso per una città (e per un’area geo-culturale: la padania) che più di tutte ha rivendicato la difesa delle proprie origini. ors era il canto di cigno prima della dis-integrazione. Però da romano trapiantato a Milano mi sono sempre detto: a Milano c’è una percentuale del 70% di pugliesi se si considera anche la seconda generazione (figli nati qui ma da genitori arrivati da giù). Così a Torino la presenza di meridionale è massiccia. In quella città, per esempio la sera si esce, si mangia fuori dai locali. E c’è lo stesso freddo e clima che a Milano. A milano invece la minoranza dalle abitudini austere è riuscita a integrare benissimo le maggioranze meridionali.Cito questo come piccolo reagente chimico, ma seconde me significativo.Per qualcuno un buon esempio di ordine.E non nego che in parte lo è. Per me, però èesa di più la parte negativa di questo modo di vivere: una città che si spegne alle 19.00 (happy hour a parte e non è che quello sia l’esempio migliore dell’offerta socio-culturale per una città) e questo “ritirarsi in cassa” alle 19.00 io lo leggo come un contagio della depressione sociale che attanaglia questa città da un 10/12 anni (sarà il dopotangentopoli?). Ogni milanese (giovane e no) lo sa, quando va a Berlino o Parigi O Londra o barcellona quali sono i problemi della sua città (ne ha scritto e detto un nordico doc come Fabio Volo). Ma se lo dico io mi rispondone: eh allora che ci sei venuto a fare rivattene giù…e a dirmelo sono quasi sempre persone nate a Milano, ma figli di meridionali.

  7. Eh no, adesso basta: dire che di quello che scrive Gaia Giordani non si capisce una mazza sta diventando una moda, alla quale si cede in modo indiscriminato. Questo post era talmente comprensibile che pensavo l’avesse scritto Grassilli, ma siccome sta anche sul blog della Giordani (e non nella Grassilli Warehouse)…
    Certo, riguardo ai contenuti, se io fossi di madre etiope e padre svedese, col cazzo che mi fregerei di essere milanese…

  8. Sto progettando un catafalco celebrativo in vetroresina a forma di Roberto al merito di questo gentile e quanto mai appropriato commento sulla comprensibilità intrinseca delle mie sintassi oltremodo che e ma se non che poi né.

  9. “Anche a costo di sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio.”

    Guarda cara Gaia che anche fuori Milano esistono dei centri urbani.
    Anvedi questa ma lo danno proprio a tutti il tesserino.
    Scusate, ho ostentato un “anvedi”. Vado a spostare il trattore da Piazza del Popolo.

  10. “trovo che i pugliesi siano coloni chiassosi e gioviali”

    Cioè io sono toscano, anche se non sembra (dalla scrittura non mi vengono bene le c mancanti) ma se fossi pugliese un pò, ma solo un pò, mi offenderei.

  11. Da un “colone chiassoso e gioviale” che contribuisce ad accrescere la ricchezza di Milano, ovviamente a malincuore. Trovo questa definizione di una volgarità estrema. Non tanto per la scela infelice come non mai delle parole, ma per il tentativo, ormai davvero anacronistico e provinciale, di definire ogni gruppo sociale (nel caso in specie, per provenienza geografica) per stereotipi. Vogliamo tacere dei romani fannulloni e tendenti a non lavorare? Dei genovesi tirchi?
    Che delusione.

    Cordialmente
    Gianni

  12. Trovo i veneti scontrosi e irritabili. Da veneta, potrei mandarmi cordialmente affanculo da sola cosicché lei, Gianni, e il suo collega MT, riceviate il giusto contrappasso al commento in questione.

  13. Laura2, credo che a rivelare la massiccia presenza dei pugliesi nel capoluogo lombardo siano, più che i folcloristici pali del cinghiale in onore degli stessi nella peraltro rinomatissima Cesano Boscone, i dati demografici: Milano è la seconda città italiana a contare il maggior numero di pugliesi.

  14. Mah.. milanesi, pugliesi, torinesi…..
    sembra un gioco di scatole cinesi, possiamo scendere ancora dividendoci in base ai quartieri, o ancor piu’ in base a chi abita al piano piu’ alto dello stesso palazzo.

  15. Brava, signorina Giordani, ci si mandi… Specialmente nel momento in cui pensa di poter paragonare “scontroso e irritabile” agli aggettivi da lei utilizzati per prendere per i fondelli i pugliesi.

  16. Caro Nicola, ho sottoposto la mia azzardata definizione a un folto gruppetto di miei carissimi amici pugliesi (un amico di Gallipoli, una vicina di casa di Mesagne, un collega di Lecce, un conoscente di Brindisi) e nessuno di loro se n’é minimamente risentito.

    Tra l’altro, a scanso di ulteriori stronzate, la dicitura “chiassosi e gioviali” è una citazione che ho preso in prestito e ho dato per buona in quanto emessa nientepopodimenoché da un pugliese in persona.

  17. Vede signora Gaia io credo che in fondo in fondo lo scopo del suo scritto fosse quello di abbattere le barriere e le definizioni.
    Ma la forma con cui l’ha posto va in direzione ostinata e contraria.
    E solleva campanilismi sopiti da tempo in persone che, al contrario di lei, sono ormai integrate.
    Nel mondo, non in una cazzo di città qualunque.
    I confini con cui si confrontano le proprie origini ormai sono un pò più ampi di quello che lei pensa (o scrive, visto che il processo alle intenzioni ancora non l’hanno istituito).

  18. Una cazzo di città qualunque è un tema che ho già affrontato -con la delicatezza del caso- in un articolo della stessa rubrica, uscito il mese scorso. Provvederò a pubblicarlo anche qui, se proprio insiste.

  19. Concordo completamente con mT.
    Ravviso anch’io lo stesso spirito nello scritto, solo che la forma rischia di fuorviare rispetto alle intenzioni.
    Personalmente non sono affatto risentito, da leccese, della definizione in sè. Mi si lasci però civilmente diffidare da quanti tentano di identificare per luoghi comuni le cose o le persone (si pensi solo alla vetusta distinzione tra ricchi-di destra e poveri-di sinistra. Ma quando mai?).

    Cordialmente
    Gianni

  20. No no, figuriamoci se insisto.
    Penso tutte le balle sull’integrazione dei non-milanesi a Milano siano risibili.
    A Milano, in quanto città italiana più….si può dire cosmopolita? integrarsi è relativamente facile.
    IO sto qua da 10 anni e continuo a parlare toscano anche se prima di venire qua stavo all’ombra della cupola del brunelleschi e non tra i trattori.
    Le garantisco che è molto più difficile integrarsi per un non-fiorentino a firenze.
    La non-integrazione non è figlia dell’ostentazione delle proprie origini ma della chiusura mentale e del grado di provincialismo del luogo che ti accoglie.
    Paradossalmente più la provincia è piccola e peggio ci si integra.
    Ce ne fossero, di Milano.

  21. Perche qualcuno pensa che sia disonorevole “sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio”? Mah, questo post mi lascia molto perplesso.

    Concordo con mT sulla difficolta’ per un non-fiorentino di integrarsi a Firenze anche se, non conoscendo Milano, non posso fare un confronto.

  22. Qui ci vorrebbe un commento della Vis, che ha una rubrica uguale su Il Firenze. La “fiorentinitudine” vista con gli occhi di una fiorentina sta alla “milanesitudine” vista con gli occhi di una veneta come un carciofo al suo patè: le spine intere pungono meglio vizi e virtù di una genìe altroché frullate.

    Tradotto: i fiorentini, almeno, hanno un’identità integra e definita.
    I milanesi, perlopiù, risultano una poltiglia indistinta di radici altrove.

  23. “Perche qualcuno pensa che sia disonorevole “sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio”?”

    Non è disonorevole.
    E’ limitato però associare il dialetto alle professioni più “basiche”. Limitato e anche un tantinello classista. Come se i notai, gli avvocati e i commercialisti non avessero accento.

  24. Ecco mT,
    sara’ che fra toscani ci si hapisce meglio, dio bonino, ma te hai colto il punto, mentre Gaia no.

    “sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio” viene presentato come un costo. Ecco, questo e’ un tantinello classista, come mi sembra, magari inconsapevolmente, tutto il post, che appunto mi lasciava perplesso.

  25. Certo che è strano: se scrivi complicato di scassano i maroni sulla forma, se scrivi più semplice ti cazziano uguale ma sulla sostanza…mah…

  26. Pur non trovando offensivo il ” sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio”, da pugliese che vive in una città del Sud mi dico che forse tutti i pugliesi che ” sembrare appena scesi da un trattore o da un’impalcatura o da un peschereccio” devono essere venuti tutti a Milano , perchè mi guardo intorno , qui nella mia cittadina del Sud, e non ne vedo.

    Ricordate il film di Renzo Arbore, dove c’è il tizio per terra e il terrone cerca di aiutarlo e allora lui lo scaccia perchè, dice ” è pagato dall’ Azienda Soggiorno e turismo, proprio per interpretare il ruolo? Ecco, forse, i pugliesi sono stati tutti reclutati dall’ Azienda autonoma soggiorno e turismo di Puglia per vivere nei pressi di Gaia.

    Gaia, scherzavo, non mi sono offesa per ciò che hai scritto, però renditi conto che sei stata un po’ schematica. Oppure, appunto, sei stata fortunata perchè ti sono stati risparmiati i pugliesi freddi e colti che sono pure un po’ str…., che fortuna che hai.

  27. Scusate i numerosi errori di scrittura.
    D’altra parte, pasare dal trattore al computer non è uno scherzo, come potete capire.

  28. Nicola (non a caso hai scelto nome tipico pugliese eh? che in vero dialetto di Andria diventa Nicolo e Nicole, ne ho testimonianza diretta ogni dì), la prima immagino sia Bari giusto?
    E comunque, Amanita, i pugliesi che ho conosciuto sono come te: gran brave persone, forse, ma assolutamente permalosi, da morire.. Poi tradizionalisti (anche l’ultimo collega di 24 anni) e maschilisti.
    Noi romani invece, ancor meglio noi romane, “semo ragazzi/e fatti cor pennello”.

  29. “ho letto tre volte questa cosa, e però non l’ho capita. Cosa dice? Luca S.”

    ..non ti dico le risate.

    a parte questo, ieri ero a milano e da trentino sono sempre visto come una specie di uomo delle nevi.. ma sono pregiudizi, come quelli del trattore e del peschereccio, tipicamente milanesi.. o forse sarà un mio il pregiudizio sui milanesi. com’è che dite voi, fuffa?

  30. Vorrei capire questo, dai milanesi: chi può “fregiarsi” di tale titolo? Mi spiego: quando vado all’estero, soprattutto, scopro che anche quelli di Tivoli (più di 60 km da Roma, quasi Abruzzo) si definiscono di Roma. Ma ciò accade anche per quelli dei Castelli: Marino, Ariccia, Castel Gandolfo, etc. che sono invece a circa trenta chilometri dall’urbe.
    Ora io, romana verace (solo mio padre ci ha “imbastardite” un pò, pare addirittura da origini teutoniche) confesso che davvero ne sono infastidita: il romano è colui che è nato entro il raccordo anulare di Roma, per me, e che parla con le doppie e con la ere. Per Milano? Voglio dire, chi fosse nata a Lissone, ad esempio, può definirsi milanese o dovrebbe definirsi “brianzola”?

  31. Lunedì sera a Voice su MTV si parlava di integrazione in termini più acuti e approfonditi rispetto alla blanda provocazione del mio articolo. Francamente, in questo commentario macchianero, mi aspettavo una reazione più costruttiva e un dibattito più sensato, considerato che ogni tanto passano di qui parecchi Severgnini qualunque e molte Raznovich de noantri. Comunque non saprei, Laura, quali siano i requisiti minimi per definirsi milanese. Né fino a che punto si possa intrappolare un contesto sociale dentro una definizione.

  32. Arrivo in ritardo perchè qui a Firenze nel mese di dicembre arriva il Natale e la gente impazzisce:-)
    Succede per caso anche a Milano?

    In realtà nonostante il ritardo volevo intervenire perchè un paio di settimane fa avevo pubblicato su IlFirenze un articolo molto simile che pur prendendo spunto da un cartellone pubblicitario a mio avviso davvero sgradevole, si poneva più o meno le stesse domande.

    “Io sono Made in Italy, lo attesta il mio certificato di nascita sul quale solo il mio cognome tradisce la presenza nel mio organismo di un cinquanta per cento di materiale proveniente da un altro paese.
    Ma a vedermi e sentirmi parlare non se ne accorgerebbe nessuno.
    Certo sono stata assemblata con parti provenienti dai paesi della CEE ma un 25% del prodotto finale proviene da un componente assemblato in Algeria da un consorzio francese che non si sa se sia avvalso della collaborazione di manodopera locale.
    Fino ad oggi, ad essere sincera, non mi ero mai posta il problema della mia fattura. Sono nata a Firenze, ho la cittadinanza italiana, sono perfettamente funzionante e sono stata creata seguendo scrupolosamente le antiche tecniche di procreazione.
    L’altro giorno però ho notato un paio di cartelloni pubblicitari che mi hanno gettato in una profonda crisi esistenziale.
    Nel primo la Confartigianato di Firenze, invitava i cittadini a tutelare il made in Italy segnalando le eventuali violazione all’indirizzo mail tolleranzazero@confartigiantofirenze.it.
    Nel secondo, ancora più esplicito nei confronti di chi non deve essere tollerato ma sempre estremamente nebuloso sul tipo di violazioni da segnalare, era mostrata una scarpa accompagnata da una didascalia che forniva con un gioco di parole la traduzione in cinese di suola ovvero “sòla”.
    A questo punto, prima stupita per il permesso concesso di affliggere pubblicità che si permettono di denigrare il lavoro di essere umani provenienti da altri paesi, poi dubbiosa sul tipo di violazione che sarei invitata a segnalare, quindi contrariata dalla spudoratezza con la quale un’associazione di categoria si permette di invitarmi a tutelare i suoi interessi e infine indignata per l’indirizzo mail scelto per fornire queste presunte violazioni, mi sono chiesta cosa si intenda esattamente per made in Italy.
    Io per dire sono made in Italy ma sono stata fabbricata da artigiani provenienti in parte da altri paesi e poi ho un’amica made in Cina fabbricata da artigiani italiani.
    E allora sono io ad essere una violazione del made in italy oppure è la mia amica nata in Cina?
    E ancora sono i cinesi che lavorano nel nostro paese e che le autorità hanno il dovere di controllare che operino nel rispetto delle nostre leggi ad essere artigiani locali da tutelare oppure sono le grandi aziende con sede in Italia e produzione in Cina che dobbiamo ritenere che violino il made in Italy?
    Io tanto mi metto a disposizione delle autorità competenti per le verifiche del caso”

  33. Per tutti gli stranieri che conosco (inglesi, scozzesi, olandesi, americani, africani) sono italiana, nonostante il “50% di materiale proveniente da un altro paese” :P Solo qui la gente rompe. “Sei di qui?” “Di dove sei?” “Dove sei nata?” Però confesso di non essere tanto diversa da chi mi fa queste domande…A volte un po’ di curiosità sull’origine delle persone viene anche a me ma la giustifico solo al nord quando mi fanno battute sull’essere terroni. Ma poi chi può definirsi completamente milanese, torinese, romano, napoletano? La purezza in questo senso dubito che esista. E meno male.

  34. Beh, milanesi (fiorentini, reatini etc.) si e’ o lo si puo’ anche diventare?

    Mi sembra che Gaia e Laura2 abbiano in mente una concezione un po’ aristocratica/statica della cittadinanza: c’e’ chi e’ milanese/romano e chi no. Punto.

    Non sono d’accordo e penso a concezioni piu’ dinamiche della cittadinanza. Una societa’ forte e dinamica (cittadina ma anche nazionale) e’ capace non solo di integrare persone che vengono da fuori ma soprattutto di permetter loro di arricchire la cultura locale.
    Se io vado a vivere in un altro posto da quello dove sono nato, ci lavoro, pago le tasse e magari ci tiro su famiglia, forse alla fine finisco che mi sento in qualche modo parte di quella comunita’ (senza necessariamente rinnegare le mie origini). Non ho diritto a sentirmi milanese, per dire, anch’io? Non ho dato anch’io qualcosa a questa citta’ (e ricevutone) anche se magari e’ solo pulire le scale in palazzi di periferia?

    Insomma, non condivido questa visione troppo chiusa della cittadinanza. Credo che questa chiusura danneggi l’Italia stessa e le sue realta’ locali, via via tagliate fuori dalla storia. Poche societa’ chiuse fioriscono se si privano del confronto/apporto con elementi estranei.

  35. Vis, grazie una cifra. Bisognerebbe aprire un capitolo apposta.

    Carlo, sono d’accordo con la tua visione dinamica.
    Il taglio del mio articolo non ha alcuna pretesa analitico-antropo-sociologica né tenta di rimettere insieme i pezzi di un’identità milanese che, si fatto, risulta sbriciolata.
    Sono davvero convinta che se a Milano l’idioma comune fosse il buon senso, a sancire il diritto di milanesità non sarebbero né l’inflessione, né il colore della pelle, né l’altezza dei tacchi a spillo, né le radici altrove.

    I commenti, comunque, hanno snaturato i termini della questione, non farci caso.

  36. @Gaia

    “I commenti, comunque, hanno snaturato i termini della questione, non farci caso.”

    Sono d’accordo.

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