Renato Farina.

Questo articolo è il risultato di una lunga inchiesta condotta consultando carte, verbali e intercettazioni inedite; si racconta, in particolare, del ruolo di Renato Farina, vicedirettore di Libero già inquisito per favoreggiamento e sospeso dall’Ordine dei Giornalisti per 12 mesi. Anche se c’è chi vorrebbe radiarlo a vita.

Di qualcosa (in sostanza di una lite tra me e Vittorio Feltri) avete già letto qua.

Ma questa è tutta l’incredibile storia.


Dapprima, come nome in codice, Renato Farina aveva pensato a Cedro: ma rinunciò per non confondersi con un amico libanese. Il nome in codice di Pio Pompa, invece, era Pino De Santis. Betulla e Pino: quando si dice il sottobosco.

Cìò risulta dalle carte, come tutto il resto: la storia di un giornalista che pareva già disperato prima ancora che l’inchiesta lo investisse come un treno: “Scusa la mia depressione, penso che la mia parabola si stia spegnendo nell’indifferenza generale”, scrive in un inquietante sms del 26 maggio. Non è ancora successo niente, ma questo è Farina, la sua perenne lacerazione, la sua bulimia esistenziale, il suo cattolicesimo carsico tra tormento ed estasi: Farina è un personaggio che fu visto tirare testate nel muro (letteralmente) perchè non gli riusciva un articolo.

Il giorno prima, 25 maggio, aveva riferito al Sismi di una presunta opinione di Gad Lerner su Tronchetti Provera; il giorno dopo, 27 maggio, aveva seguito per l’ennesima volta le istruzioni del funzionario del Sismi Pio Pompa: c’era da scrivere che un attacco su Gaza era solo una questione palestinese, che Israele non c’entrava. Renato, scrivilo.

Sono le carte a dimostrare che le veline dei servizi segreti venivano cotte e mangiate così com’erano. Farina ogni tanto smistava ad altri, ma le cose importanti, come quel pezzone del 14 maggio sul caso Abu Omar, le scriveva con Claudio Antonelli. Il caso più clamoroso rimarrà quello del 9 giugno successivo, con Libero ad annunciare “rivelazioni” e a spiegare che era stato Romano Prodi, da presidente della Commissione europea, ad autorizzare i voli segreti della Cia in Italia.
Titolo: “Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto Prodi”.
Negli uffici del Sismi verrà reperito l’originale della velina trasmessa da Pompa sulla faccenda: identica all’articolo pubblicato da Libero. Non una verifica, non uno scrupolo per una notizia già falsa nelle premesse: mai l’Unione europea potrebbe autorizzare voli o altre cose, ovvio, non avendo il potere di sovrapporsi agli stati nazionali. C’è scritto nel trattato di Maastricht, ma non occorre averlo letto.

Farina al tempo non se cura.
Proprio quel 14 maggio dice al suo cronista Antonelli di procurargli un incontro con il pm Armando Spataro: viene fissato in Questura per domenica 21 maggio, nell’ufficio del capo della Digos Bruno Megale. C’è Spataro, c’è il pm Ferdinando Pomarici e ci sono dei microfoni nascosti.

Pio Pompa era stato chiaro, Farina doveva inscenare una specie di falsa intervista con due obiettivi: capire se il Sismi fosse coinvolto nell’inchiesta su Abu Omar e depistare le indagini fornendo false informazioni. Le domande erano concordate con il Sismi, ma Farina da principio le prende troppo alla lettera: “Il Sismi c’entra con Abu Omar?”, esordisce, facendo tremare i cornicioni. “I primi dieci minuti sono stati un crescendo di tensione”, racconterà Antonelli, “anche perché Farina fece subito cenno a D’Ambruoso”.
E’ il depistaggio: inventarsi un ruolo del pm Stefano Dambruoso nel rapimento di Abu Omar. “Le mie fonti, vicine agli americani, mi dicono che insomma D’Ambruoso non poteva non sapere”, dice Farina ai magistrati. “Verbalizziamo”, risponde Spataro. E Farina ad Antonelli: “Butta giù due appunti”.
Antonelli non lo sa, ma sta compilando un’informativa per il Sismi.

E in serata, infatti, Antonelli gira gli appunti a Farina che ne aggiunge di suoi e gira il tutto a Pompa, che gira il tutto a Nicolò Pollari, direttore del Sismi. Farina si finge giornalista, Antonelli crede di farlo.

Pio Pompa, per molti aspetti, era comunque una fonte come un’altra,: lo chiamano anche Tony Capuozzo del Tg5, Pino Buongiorno di Panorama, Claudia Fusani di Repubblica, Antonio Padellaro e Andrea Purgatori dell’Unità (incontrarono Pompa insieme al direttore del Sismi, Niccolò Pollari), Stefano Cingolani del Riformista e della Stampa, Mario Sechi e Gian Marco Chiocci del Giornale, Massimiliano Boccolini dell’AdnKronos, Gigi Riva dell’Espresso, Vincenzo Sinapi dell’Ansa, Christian Rocca del Foglio. Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera e Luca Fazzo di Repubblica invece parlavano con gli 007 Mancini e Murgolo (arrestato per il caso Abu Omar) che aveva contatti quotidiani con Pompa.
Qualcuno aveva con Pompa un rapporto sin troppo amicale, ma il caso Farina è diverso: c’era un’amabile e personalissima confusione nella doppia vita di un vicedirettore già ingordo di suo di contatti e riconoscimenti: infinite come sempre, om quel periodo, le telefonate per segnalare i propri articoli, la spedizione di sms con antifone sui santi a personaggi che magari non sentiva da anni.
E’ la routine di un vicedirettore bulimico: gente che chiama, Edoardo Raspelli che gli chiede di essere assunto, chiacchiere con Monsignor Maggiolini e Paolo Bonaiuti, ovviamente ringraziamenti a Pio Pompa che gli farà avere dei biglietti gratuiti per le partite dei mondiali: dopo Italia-Ghana, è noto, Farina ringrazierà direttamente su Libero: “Ho usato amici che la sanno lunga. Fatta! Grazie a Pio e a Dio”.

Urrà. E infatti il rapporto con Pompa prosegue giocoso come sempre. Farina, a fine luglio 2005, gli aveva chiesto una consulenza persino per duellare con Marco Travaglio a Primo Piano, sui Raitre.
Può accadere che la qualità delle informative talvolta làtiti: il 10 giugno Farina riferisce a Pompa che il pm Spataro aveva interrogato diversi ufficiali del Sismi, ma lo sapevano tutti; un’altra volta Antonelli gli riferisce che Spataro è negli Usa per un convegno: e basta per farne un’informativa. “Mai avrei immaginato”, dirà Antonelli, “che notizie tanto banali quanto riservate potessero uscire dalla redazione”. Ma Farina con Pompa metteva le mani avanti: “Io ti do anche la pattumiera, poi sei tu a scegliere, perchè molte cose che girano nell’ambiente giornalistico sono anche tentativi di depistaggio, no?”.

Insomma tutto bene. I due non hanno sospetti neppure quando la sorte pare avvertirli. Pio: “Senti, perchè c’è ‘sto rumore?”. Farina: “Io non sento nessun rumore. C’era un rumore?”. “Sì”. “Che rumore?”. “Niente”. “Un ronzio?”.

Le prime notizie sono sui quotidiani del 6 luglio: si parla di un ufficio clandestino del Sismi dove il funzionario Pio Pompa gestiva migliaia di dossier screditanti. Il direttore di Libero, Vittorio Feltri, informa che Farina e Antonelli sono indagati. Per favoreggiamento, si apprenderà. Verrà fuori che Farina risultava a libro paga del Sismi col nome in codice Betulla.
Ma Farina quel giorno è ai Mondiali di Germania coi biglietti di Pompa, e rischia di perdersi la vittoriosa semifinale coi tedeschi.
Parla al telefono con Vittorio Feltri che lo rassicura: “Mi sembra che non stia in piedi… l’unica ca(…) che avete fatto è andare nell’ufficio del Spataro… andare lì a fare cosa?”. Farina: “Ma no… è stato loro che… insomma mi piacerebbe sapere che ricordi ha Antonelli… Antonelli diceva…”. Feltri: “Io ho parlato con Antonelli”.
Farina deglutisce e dice che insomma era andato dai magistrati solo “per tenere rapporti istituzionali”, ma Feltri s’inquieta: “Non abbiamo bisogno di loro, i servizi segreti non c’hanno mai dato mezza notizia… quando abbiamo avuto bisogno di un verbale, di qualcosa… abbiamo dovuto procurarcelo per i ca (…)nostri”. Ignora la doppia natura del suo vice, all’apparenza. Ignora, pure, che il suo vice su Libero aveva già piazzato paginate di veline: “Magari tu avessi la possibilità di muovere le pedine in quella maniera lì, avremmo 250mila copie, non 120… ma dov’è il problema? Dove sono i reati?”.
Farina non lo spiega, e Feltri non lo apprende: a meno che la telefonata fosse la duplice commedia di chi pensava d’essere intercettato. Ai magistrati, comunque, Farina dirà così: “Ho sempre informato Feltri, gli ho sempre detto di queste cose e di questi rapporti, anche perchè mi ha indirizzato lui a questo”.

L’interrogatorio di Renato Farina, immortalato il 7 luglio 2006 per quasi 200 pagine, è qualcosa che lo scrivente non aveva mai visto in vent’anni di professione. Più che interrogatorio è psicoanalisi, seduta autocoscienza, autoflagellazione e delirio di onnipotenza che si alternano nella scia di un progressivo distacco dalla realtà. A inquietare non è tanto la sua apparente insincerità nel raccontare alcuni fatti, ma la sua apparente sincerità nel raccontare come il mondo ritenga che si relazioni a lui.
I magistrati Maurizio Romanelli e Stefano Civardi, quel giorno, vedono passare le ore senza che nulla quagli. Farina ha raccontato per ore di un suo ruolo in Serbia nel 1999, quando da inviato del Giornale, dice, fungeva da tramite tra Milosevich e il governo D’Alema. Nota: la circostanza è stata smentita con una certa decisione sia dall’ex ministro degli Esteri Lamberto Dini che da Giulio Andreotti, tuttavia “C’è stato un momento in cui io ero quello che trattava con Milosevich… Io ero contro la guerra sulla base delle indicazioni del Papa e volevo pagare stando sotto i bombardamenti, una cosa un po’ eroica”.
Ma Farina spiega che un giorno l’avvertono che vogliono ucciderlo: “Devi ripartire subito”. Chi l’avverte? “Uno dei servizi, o un infiltrato dei servizi serbi, o uno dei servizi segreti del Pci”. Il nome? “Non vorrei che questa persona fosse eliminata… glielo dico in un orecchio”. “In un orecchio no”, s’imbarazza il magistrato. “Io comunque non volevo ripartire, avevo più paura di tornare a rapporto dal mio direttore che di quelli che mi ammazzano”. Il direttore era Maurizio Belpietro. Al Giornale, comunque, ricordano che Farina tornò senza preavviso, adducendo problemi di salute di un familiare.
Poi Farina passò a Libero, e Vittorio Feltri, dopo l’11 settembre, l’incaricò di contattare Francesco Cossiga per capire che cosa stesse combinando il Sismi. Cossiga gli disse che non nominare Niccolò Polari a capo del Sismi sarebbe stato un errore capitale, e Farina si diede da fare: “Fatto sta che mi faccio parte di questa campagna giornalistica fino a sottoporla alla persona di Martino, il quale effettivamente sceglie Pollari”. E’ merito di Farina.
Ecco perchè Pollari volle conoscerlo. E fu subito intesa, scambio d’informazioni: “Il 95 per cento della mia attività giornalistica si occupa di tutto, cioè io sono un universalista, cioè faccio cose politiche, naturalmente poi vado in trincea quando si tratta di fare anche cose giudiziarie, ma non sono uno sbirro del giornalismo, non sono un pistaiolo… Di terrorismo italiano ci capisco, quando Feltri mi telefona e mi dice che le Brigate Rosse hanno sparato a uno a Bologna, io lo sapevo che era Marco Biagi”.
Morale, Pollari chiede a Farina di attivarsi: “E allora lì c’è un problema di coscienza: se i servizi ti chiedono una cosa, tu che fai? Io ho pensato che c’era una guerra mondiale in atto”. Una guerra che nessuno immagina: “All’Hotel Cavalieri Hilton di Roma mi si avvicinò una sorta di plenipotenziario dei servizi americani. Mi spiegò che non esiste solo la Cia, e c’è questo servizio che dipende direttamente da Condoleeza Rice”. E chi era questo? “L’Ammiraglio Capra”. Prego? “Esiste, ho guardato su internet e ho visto che esiste un ammiraglio Capra”. La Cia parallela, spiega Farina, vedeva Pollari come una sciagura e lo descriveva come un corrotto troppo propenso al dialogo col mondo arabo, insomma “non organico all’intelligence occidentale”. Perciò Farina diffidò di Pollari, all’inizio.
Ma nel 2004, dopo l’attentato di Madrid, Feltri chiese a Farina di rifarsi sotto con Pollari. Il rapporto si riallacciò: “E’ come se mi fossi innamorato di Pollari”, dice Farina ai magistrati. Farina lesse un rapporto su possibili attentati a Londra che su Libero tradusse così: “Tettamanzi e Formigoni nel mirino del terrorismo”. “Fu una mia esasperazione”, ammette Farina.
Ma è il documento del Sismi “Rischi e speranze” datato 3 dicembre 2003 a scolpire le convinzioni del soldato Farina: “Il documento usava dei termini riferiti a Berlusconi che io interpretai come quasi tradotti dal linguaggio del cabaret della sinistra, per cui ho pensato che ci fossero elementi di convergenza con questi ambienti, no? E’ stato uno dei miei cavalli di battaglia, l’alleanza oggettiva o soggettiva tra marxisti e islamici… Questa Cia alternativa ha in mente di dustriggere il Sismi, è legata ad ambienti neoliberal americani che in coincidenza con l’avvento di Prodi e del centrosinistra vogliono cambiare i servizi. Questo saprei documentarlo”.
Probabile, ma i soldi? Farina racconta che fu Pollari a presentargli questo Pio Pompa, uno che sembrava Renato Rascel. Il rapporto si consolidò. Il primo pagamento fu di 1500 euro, e Farina dovette firmare una ricevuta col nome in codice.
Intere pagine dell’interrogatorio di Farina, dopodichè, sono occupate dal suo dilaniamento nel cercar di spiegare che altri soldi lui non ne voleva, non gliene importava: semmai, “per quello che avevo fatto in Serbia, il che avevo buttato lì anche a Minniti e Manconi”, Farina avrebbe gradito una nomina a commendatore. Non accadde: e accettò un rimborso forfettario per un totale di almeno 30mila euro. Questo sino a ieri: “5000 ad aprile, 4000 a maggio, o a giugno”, “Li ho usati d’accordo con mia moglie per delle liberalità… se uno invece li spendeva diversamente… cioè ho capito che dal punto di vista psicologico serviva a togliergli le inibizioni nel chiedermi delle cose”. Ossia: “Li ho presi con l’idea, dentro la mia testa e il mio cuore, che poi mia moglie realizzava, e in parte anche io realizzavo, di fare delle liberalità nei santuari”. Donazioni, elemosine. “Li ho messi dentro Santa Maria Maggiore, non volevo creare dei problemi, rifiutandoli”.

Alla fine dell’interrogatorio, segretato, arrivano i primi sms di solidarietà: da l’Opinione, dal Giornale, arriva anche una chiamata di Feltri che ha un’idea per toglierlo dall’ imbarazzo, dice. Forse è l’articolo che Farina scriverà entro sera, e che il mattino dopo infatti è su Libero, “Farina ci scrive”: “Ho aiutato i nostri servizi segreti a difendere l’Italia dai terroristi”, “La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte”, “Non ho scritto su Libero una sola riga che non coincidesse con i miei convincimenti”, “Sono reduce da sette ore di interrogatorio, ve lo vorrei raccontare, ma è stato segretato”.

Ecco perchè non ha scritto una parola dei soldi, mentre continua il circolo solidale: sms di Magdi Allam e Rula Jebreal, preghiere dedicate alla Vergine Maria, frammenti dei vangeli di Marco e Luca, una chiamata a Bruno Vespa per complimentarsi di un suo articolo, messaggi anche da Gad Lerner: “Renato, questa tua storia mi ha turbato e addolorato… può darsi che io me la senta di scrivere qualcosa… Come puoi immaginare conoscendomi, avrei scelto di difendermi diversamente”. Presto Lerner scoprirà che Farina, suo collaboratore all’Infedele, l’aveva tirato in ballo in un’informativa del Sismi: e inscenerà uno spot contro di lui su La7. Angosciato, il 14 luglio Farina cerca anche il Presidente della Repubblica, ma non glielo passano. A un amico dice che è ormai un possibile bersaglio del terrorismo islamico, che è un anello debole a dispetto della sua capacità di analisi (“non voglio paragonarmi a Falcone, ma…”) sicchè potrebbero colpirlo anche le Brigate Rosse: “Non posso neanche chiamare Pollari.. devo chiamare il ministro degli Interni… devo chiamare il ministro della Difesa… devo chiamare Manconi, la Procura… la Procura deve mettermi in sicurezza”. Vorrebbe incontrare anche Bonini e D’avanzo, dice all’amico: per dir loro che aveva fatto solo il giornalista. “Feltri mi chiede silenzio”, dice.

Uno dei due. Il resto è cronaca. Il 28 settembre, Renato Farina si presenta all’Ordine dei giornalisti della Lombardia e chiede di poter patteggiare, fa “ammissione di responsabilità” e s’impegna a non occuparsi mai più di servizi segreti. Chiede una sospensione per due mesi, ma rifiutano. Ne propone quattro, rifiutano. Sei, rifiutano. Lo sospendono per dodici. Assolto il cronista Claudio Antonelli.
Il 30 ottobre la decisione dell’Ordine è impugnata dalla Procura di Milano, che per Farina chiede la radiazione a vita. Intanto alcuni consiglieri comunali di Forza Italia propongono di conferirgli la Medaglia d’oro del Comune: tanto per buttarla in . Obiettivo: buttarla in politica, an che se, un po’ come tutti i firmatori di appelli, molti probabilmente non sanno neppure di che si parla.
Il 9 novembre, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti rifiuta di audire Farina. Lui allora manda una mail in cui spiega che l’inchiesta gli ha impedito di intervenire sul Al Jazeera, e quindi di evitare gli attacchi al Papa dopo il discorso di Ratisbona: “Non posso fare nulla in settori che risentivano di una mia azione pacificatrice”. Scrive di aver ricevuto minacce di morte (troverà anche dei proiettili nella cassetta della posta) da parte del “Fronte rivoluzionario per il comunismo”. Scrive che era stato il tramite del Sismi durante tutti i rapimenti di italiani in Iraq: “Ho preso denari per pagare le spese, ma in nessun modo sono stato contrattualizzato”. Da allertare i sindacati: “Credo sia giusto che si ristabilisca la mia reputazione e mi si restituisca il lavoro”.
Uno dei due.

(Il Giornale, 18 novembre 2006)

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27 Comments

  1. Bel pezzo. Perfetto per un giornale. Qui su Macchianera ci aspetteremmo anche un giudizio più personale sui fatti.

  2. Ho sempre considerato Farina e seguaci fastidiosa eccedenza umana.Sono spesso rimasta perplessa circa il suo ruolo nell’ecosistema.Inoltre dev’essermi sfuggita la”PARABOLA”giornalistica di questo buon timorato di Dio.Prabola..ma quando?
    Comunque un’estate seriamente stronza!Affranta per la sua depressione,ma certa che:DIO,la VERGINE MARIA,i FRAMMENTI DI VANGELO lo ascolteranno e lo aiuteranno..al limite lo liquideranno con un celeste “LE FAREMO SAPERE” ed una celestissima pacca sulla spalla.Ma se,in attesa di risposta,andasse da un buon analista?Solo per scrupolo..tanto per evitare di inciampare per strada,tra uno spritz un lugana ed un negroni,in un novello Savonarola delirante.Potrebbe rovinarci le serate..Dategli un giorenale,per piètas(di noi ovviamente)!

  3. Io gli interrogatori di Farina mi sembrano quelli di mani pulite. Un’altra volta in mano ai pretori del cavolo, per non parlare degli ordini professionali.:(
    C’è una guerra di religione: BESTIE.
    BUUUUH

  4. Facci hai visto? Sei stato ascoltato! Alla fine l’Ambrogino glielo danno davvero al Feltri, come proponevi nel pezzo sul Giornale del 3 novembre.

  5. Il caso Farina raccontato da Facci

    Dopo la litigata con Vittorio Feltri, Filippo Facci scrive su Il Giornale:
    Questo articolo è il risultato di una lunga inchiesta condotta consultando carte, verbali e intercettazioni inedite; si racconta, in particolare, del ruolo di Renato Farina, vi…

  6. da giornalista praticante, sento come un affronto che farina sia stato sospeso per 12 mesi, non radiato. la prova ennesima che quell’ordine professionale deve sparire il prima possibile, non avendo altro scopo che la conservazione odiosa e obsoleta di sè stesso.

  7. Il punto è che se anche uno viene radiato può non cambiare moltissimo. Feltri è stato radiato per qualche anno: è cambiato poco. Cambia che non puoi avere contratti da giornalista professionista, che non puoi avere cariche di responsabilità. Ma per scrivere (commenti, ecc.) può farlo chiunque.
    Per me, comunque, diversamente dalla maggioiranza che vorrebbe radiarlo a vita, 5 anni vanno bene.

  8. Permettomi di far osservare al giornalista praticante che il riflessivo seguito da stesso perde l’accento.
    Saluto sfusamente

  9. Il faccione di Farina ha imperversato nei salotti buoni di Lerner ed in quelli “svaccati” dell’Italia sul 2. Il problema è proprio questo: bisogna evitare di farsi strumentalizzare e Betulla, a fior di euro, purtroppo l’ha fatto filtrando le opinioni del Sismi perfino alle casalinghe dei pomeriggi televisivi. Provo una genuina invidia per la scrittura di Filippo Facci…spero solo che non sia a libro paga del Mossad.

    ecosperanze.splinder.com

  10. Applausi.
    Continuerò a non comprare il Giornale e a guardare male chi lo brandisce (che quel giornale non si porta, si brandisce), ma mi fa piacere di leggerti qui.

    Anche perché sei macchista come me. ;-)

  11. Il betulla avrebbe potuto difendere il papa su Al Jazeera? Se lo avesse fatto con la stessa sagacia con cui ha affrontato Travaglio a Primo piano (…Farina, a fine luglio 2005, gli aveva chiesto una consulenza persino per duellare con Marco Travaglio a Primo Piano, sui Raitre…) ora ad abbeverarsi in vaticano avremmo dei cammelli.

    Perdonami Facci, ma se non cambia niente allora io voglio che er Betulla venga radiato a vita.

  12. Quo vadis, se è pagato dal Mossad bisogna averne ancora più stima, perché il litigio con Rolli (su Israele per chi non c’era) è un depistaggio coi controcazzi.

  13. Facci è stato oggi duramente attaccato da Feltri per questo articolo su Farina.
    Anche se Facci è un compagno che sbaglia, rimane pur sempre uno dei nostri.
    Propongo un comitato in sua difesa.

  14. Ringrazio il signor Tommaso per l’intervento.
    Il mio vocabolario conferma quanto scritto da lui.
    Allora, secondo il vocabolario, se stesso non ha il sé sempre proclitico; secondo il mio modo di parlare
    l’accento si sposta inesorabilmente su stesso.
    Faccio inoltre notare che, nel caso di se stesso, il senso proclitico del sé mi pare più forte rispetto a sé medesimo, caso che nella mia grammatica non viene contemplato. Sbagliomi? non sollo.

  15. Ed ecco la ri-risposta di Belpietro:

    ***

    (lettera di un presunto lettore)

    In merito all’articolo di Filippo Facci a riguardo di Farina/Betulla pubblicato ieri, desidero esprimere il mio sdegno per tale infamità piena di acredine, dalla quale si recepiscono principalmente le cattiverie e gli odi personali e professionali che non fanno granché onore né a Facci, né a lei, che si capisce benissimo essere dietro a ciò. A prescindere dall’aspetto più o meno grottesco della personalità di Farina o del suo violare la deontologia della professione, nel vostro articolo lo avete linciato e demonizzato secondo il miglior stile sovietico, offrendo, a eventuali assassini, giustificazione e motivazione; non vi sentite dei vermi? Farina, pagato o no dai servizi poco importa, ha combattuto contro il nemico islamico di fatto, cosa che voi tutt’al più fate, sì o no, con le chiacchiere, perciò merita il rispetto a prescindere. Perciò, morale per l’esame di giornalismo: Facci ha dimostrato di essere un killer vigliacchetto e acredinoso e lei il mandante, ma bravi! Mi dispiace che vi ho apprezzato entrambi in altri frangenti. Vediamo se avete le palle per pubblicare questa lettera.
    F.R.

    (risposta)

    Caro F. R., oltre a lei altri otto lettori si sono lamentati dell’articolo di Filippo Facci su Renato Farina. La sua e-mail è la più dura, ma sostanzialmente tutte le rimostranze si riducono a una considerazione: se Farina, oltre che per il suo giornale, negli ultimi anni ha lavorato anche per i servizi segreti, in fondo lo ha fatto nell’interesse del Paese, combattendo l’integralismo islamico e il terrorismo di matrice araba. Perché dunque accanirsi? Per invidia? Per fatto personale? Per questioni di bottega? No.
    Conosco Renato da parecchio e francamente vedermelo travestito da agente segreto, o anche solo da informatore di un’agenzia militare di controspionaggio, mi fa ridere. Renato non ha combattuto nessuna «quarta guerra mondiale», come ama definirla, ma banalmente si è arruolato a pagamento in una personalissima battaglia al servizio di una bulimia da potere di cui è vittima da tempo, in preda a una smania egocentrica che lo attanaglia da anni. Chi lo conosce ha spesso riso dei suoi tic, scherzato sulle sue ossessioni d’apparire, sulle sue millanterie, che talvolta erano così scoperte da sembrare innocenti e suscitare affetto e comprensione. Ma sulla vicenda Sismi c’è poco da ridere.
    Questo giornale denuncia ogni giorno l’islamizzazione strisciante dell’Italia e critica l’arrendevolezza degli organi dello Stato, in particolare della magistratura. Quante volte abbiamo rivelato la costruzione di moschee finanziate da organizzazioni integraliste? Quante altre ci siamo trovati ad accusare giudici che scarceravano arabi sospettati di far parte di organizzazioni terroristiche, definendoli resistenti anziché attentatori? Quanti articoli di Ida Magli o Giordano Bruno Guerri abbiamo pubblicato su questi argomenti?
    Per quel che ci riguarda, il fondamentalismo e il terrorismo islamico vanno combattuti con ogni mezzo e, dunque, non ci scandalizzerebbe affatto se sapessimo che alcuni membri di associazioni criminali arabe sono stati prelevati all’insaputa della magistratura e consegnati agli Stati Uniti. Non critichiamo affatto chi ha preso in consegna Abu Omar e lo ha dato in custodia alla Cia. Anzi: se ci fosse un partito che si facesse promotore di una legge per consentire alla nostra intelligence di agire contro i terroristi senza timbri e lasciapassare – come accade appunto negli Usa – noi l’appoggeremmo. Magari avessimo agenti segreti veri, che lavorano a tutela della sicurezza dello Stato.
    Però, scusi, non siamo per niente disposti a sostenere una banda di pirla, pagata dallo Stato, che in nome della difesa nazionale gioca a fare gli 007 e una volta presa con le mani nella marmellata tira in ballo la quarta guerra mondiale, la Cia parallela, tentativi di assassinio, Milosevic e perfino la sicurezza personale del Papa. La guerra al terrorismo islamico è una faccenda troppo seria per lasciarla fare a Pio Pompa e a Farina.
    Insistere a dipingere Renato come vittima del «conflitto arabo-occidentale» non solo è una stupidaggine, ma è una colossale presa per i fondelli, una ridicolizzazione della guerra vera, quella che prima o poi ci toccherà combattere a viso aperto. Il raccontino di un Farina colpito nell’adempimento del dovere di crociato cristiano in funzione anti Islam è un intruglio che, abbia pazienza, non riusciamo a berci e non vogliamo dar da bere neppure ai nostri lettori.
    m.b.

    Post scriptum. Il direttore di Libero, che è conosciuto per essere campione di stile, è tornato a minacciare Facci. Dopo aver scritto che ne ha stecchiti per molto meno, ieri ha detto che chi tocca Farina dovrà fare i conti con lui. Gli diamo un consiglio gratis: cominci a fare i conti con quelli che hanno inguaiato Farina e si chieda se giocavano a fare i James Bond solo perché erano stupidi o c’è dell’altro. Già che ci siamo, aggiungiamo un secondo consiglio, anche questo gratis: visto che Renato è stato costretto al silenzio da una sentenza dell’Ordine dei giornalisti (organismo del quale da dieci anni – e da non ieri – auspichiamo l’abolizione) e non può scrivere e dunque difendersi, perché non lo intervista ogni giorno su Libero, così gli fa raccontare la sua verità? Anzi, Vittorio, ti dico di più: se non hai spazio, o coraggio, le interviste a Renato te le pubblica il Giornale. Sempre gratis, s’intende.

  16. Io l’ho capita così:
    Farina/Betulla è il solito italiano “chiagni e fotti”;
    Facci, da giornalista, ha scritto un articolo documentato e non smentito nella sostanza;
    Feltri ha (mafiosamente?) coperto l’adepto;
    Belpietro? Su Belpietro quoto Tommaso Trevisiol.

    O no?

  17. Feltri si è fatto vanto, in passato, di essersi fatto prendere in giro (ed uso un eufemismo) più di una volta da Rossella. Forse si diverte ad essere strumentalizzato, forse lo fa apposta. Forse Farina è stato la sua longa manus. Chissà…vuoi vedere che dopo Lucky Luciano, Max Corvo e gli uomini di Gladio, abbiamo sacrificato sull’altare dell’interesse collettivo l’ultimo dei patrioti.

    ecosperanze.splinder.com

  18. vigilare affinchè Pollari, facendo le consegne a Branciforte, non ometta l’elenco di “tutti” i pennivendoli a libropaga (tenere rigorosamente all’oscuro la ditta Bonini/D’Avanzo)

  19. 1) Sì, Dreyfus.

    2) “Tutto potevamo immaginare fuorchè di dover un giorno manifestare la nostra sincera solidarietà a Filippo Facci, minacciato dal direttore di Libero Littorio Feltri per aver dedicato una pagina del Giornale alle avventure dell’agente Betulla, al secolo Renato Farina. Facci ha messo insieme uno strepitoso collage di intercettazioni e verbali di Farina Doppio Zero… “.
    (Marco Travaglio. l’Unità, 22 novembre 2006)

  20. “Caro” Facci,
    mi accorgo di una cosa. Certo che Feltri aveva proprio ragione quando parlava di voi: un giornalistuccio da strapazzo che se la prende con Farina (un grande giornalista)solo perchè questi non può scrivere.
    Vergognatevi: se il grande Farina potesse rispondervi, non avreste più osato proferire parola contro di lui.
    Mi fate schifo.

  21. Autorevolezza? Già questo articolo, e non solo, l’aveva mandata a ramengo, con il pennarolo che ha l’ordine di accanirsi sul nemico a terra, e neanche sull’onda dello scandalo bensì quando praticamente di Farina non si parlava quasi più e comunque quando lui non poteva regalare a questi ometti, di misura fisica e morale al di sotto dei nani, un bell’articoletto simile.
    Fine dell’acquisto del Giornale, per quel che mi riguarda, ormai alla deriva.
    La sparata sulla Turco non aggiunge nulla di nuovo, dà solo la misura del quotidiano.
    Del resto Facci è quello che per contrastare Dacia Valent tira fuori, da professionista dell’aggressione senza regole quale è, la questione del marito accoltellato anzichè gli argomenti attinenti al discorso che portavano avanti. E le augura il tumore, il vigliacco, con la scusa che la Dacia ha scritto post obbrobriosi sulla Fallaci. Ma uno che si abbassa a tale livello non lo fa per ripicca, lo fa perchè quello è il suo livello
    La notarella di Travaglio, che il buon Filippo cerca di farsi amico perchè non riesce più a contrastarlo sul piano della dialettica, come ben ha dimostrato Anno Zero, e la figura da marmocchio incapace che lì ha fatto, è poi ridicola, perchè la minaccia di aggressione che tanto piacerebbe a questo signore non esiste. Si aggredisce da sè, il Facci, non ha bisogno d’aiuto. Basterebbe saper leggere, anzichè aggrovigliarsi nella propria bavetta invidiosa.
    E sì, perchè gira voce che il filippuccioanni fa mandasse i suoi articoli al Feltri il quale, dicono, li cestinava senza nemmeno leggerli.
    Buon intuito, il Vittorio.
    Auguri, hai bisogno

  22. Perchè non tiri fuori nome e cognome, brutto figlio di puttana?
    Non ne hai detta una vera, ma non ci casco.
    Divertente comunque il finale: Feltri mi cestinava gli articoli, dice questo figlio di puttana. Ma non quadra un particolare: uscivano. Sempre. Dal 1994 a oggi.
    Curati il fegato.

  23. Ma Facci è un cretino vero? Certo che il Giornale, se ha dei giornalisti del genere, non può che diminuire come numero di lettori. Solo cazzate! Ehehe…e a me fa pure piacere: il Giornale mi fa schifo.
    Anche perchè Belpietro non è un direttore: è un incapace

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