Garibaldi, liberaci dal male

La questione del finanziamento dei partiti, nei caldi giorni di Finanziaria, cade a pennello. Oltre che nel vuoto.
La puntata di Report andata in onda ieri, a cura del solito Bernando Iovene, è a tratti illuminante. Per dire, è sintomatico di una qualche degenerazione il fatto che il tesoriere dei DS – con orgoglio manifesto – si definisca padre fondatore della più recente legge sul “rimborso elettorale” (tradotto nel gergo dei decenti diventa “finanziamento pubblico”). Segue pistolotto.


Piero Fassino, nella prefazione de “Risorse per la politica. Il finanziamento dei partiti fra tradizione e innovazione” (Carocci Editore, Roma, 2005), non dice cose sragionate, ma il problema è il passaggio dal livello valoriale a quello d’applicazione dei valori. Cito:

Col tempo due processi sono venuti avanzando. Da un lato la crisi progressiva del modello di partito fondato su forti appartenenze ideologiche, dall’altro l’aumento esponenziale dei costi della politica soprattutto in relazione al ruolo via via crescente dei media di massa. Il combinarsi dei due elementi si è tradotto nella formula “partiti più poveri e campagne più costose” con ciò che fatalmente ne è seguito. […] Sempre più nella politica contemporanea l’azione di raccolta dei fondi (il cosiddetto fund raising) è destinata a divenire parte integrante, direi costitutiva, dell’offerta politica di un candidato, di una coalizione, di un partito […] Quel che non regge più è un’antica divisione del lavoro che distingueva tra la casta dei “politici” e la sottocasta dei “tesorieri”. I primi a elaborare le strategie del governo, i secondi a tessere le trame del potere (o, in tempi grami, della sopravvivenza).

Ecco, in parte condivisibile il livello valoriale, censurabile l’applicazione: è imbarazzante, tra gli altri imbarazzi, il non riuscire a trovare una qualche coincidenza tra le parole di Piero Fassino (casta dei politici) e quelle di Ugo Sposetti (casta dei tesorieri), quando quest’ultimo spiega che 35 milioni di euro pubblici all’anno non bastano per la sopravvivenza dei Democratici di Sinistra. Chiedo: il finanziamento da parte di una concessionaria pubblica ad un partito – 150 mila euro – non è tessere le trame del potere? E fino a che punto il discorso vale solo per le concessionarie pubbliche? La trasparenza del finanziamento non è piuttosto la legittimante di un trasferimento monetario che sa poco di solidarietà civile e molto di trama di potere?
Dice Sposetti:

La legge del ‘99 non aveva funzionato. Era troppo poco come rimborso elettorale. Nel 2002 noi abbiamo [Appoggiato la legge? L’avete fatta voi?] Beh, qualche cosa di più di appoggiato. Io posso rivendicare di essere il padre di quella legge pur non essendo in quel periodo in Parlamento.

Val bene a fare il punto del discorso una citazione di Enrico Berlinguer, tratta dalla famosa intervista sulla questione morale:

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

Ora, non condanno Sposetti, non condanno Fassino. Se l’avversario politico non trova ostacolo alcuno nello spendere 50 milioni di euro in una campagna elettorale, benché pure questi in gran parte rimborsati, il mirino è da correggere: è evidente che il problema non è Sposetti. Berlusconi, ben inteso, fa il suo lavoro: se può finanziare il suo partito e quelli della-di-lui coalizione senza impedimenti legali, non c’è ragione perché non debba farlo. (A meno che non si chieda a Silvio Berlusconi d’agire secondo il variabile senso di etica e morale politica: che è un po’ come chiedere al più crudele dei crudeli serial killer d’agire secondo i criteri dell’amore per il prossimo). Ma non si scappa: tutte le vie portano ad una sana legge sul conflitto d’interessi, elusa per 5 anni non da Silvio Berlusconi ma dagli abbozzi di governo di centrosinistra.

Sentite, il problema non è complesso come si vuole far credere. Il finanziamento pubblico, in sé, non è niente da combattere. Che uno non si fidi del sistema politico, rifiutando quindi l’idea del finanziamento pubblico, in sé, è del tutto naturale. Ma le due cose stanno tranquillamente insieme: l’idea di un finanziamento pubblico – anche non esclusivo – diventa tollerabile se scortato da misure regolative, direi sovversive, sulla conduzione di campagne elettori così come sulla normale attività di partito.

Vietare l’uso del denaro privato in sé servirebbe a niente di diverso dall’immersione nell’illegalità, con l’emersione dei rigurgiti d’ipocrisia. Quindi: se i manifesti costano e, come sostiene l’altro padre fondatore, la legge sul rimborso elettorale altro non sarebbe che un adeguamento di listino al costo di promozione sul territorio («Quanto pagava un diritto di affissione quindici anni fa e quanto lo paga adesso? E’ convinto che sia sempre la stessa cifra?», Maurizio Balocchi – Lega Nord), la domanda diventa: qualcuno ha chiesto “guarda, io non so chi votare, tu metti qualche 6×3 in giro per l’Italia, poi decido in tutta tranquillità“?
I 6×3, va da sé, sono un esempio, evocativo quanto parziale: consulenze, sondaggi d’opinione, tir, trenini, klausdavi, gadget, fanno il resto. E dio sa quante cose del bilancio di un partito ho dimenticato (talune lodevoli, talaltre vomitevoli).

Piero Fassino – nel libro di cui sopra – per spiegare il nuovo contesto politico e l’importanza di una solida raccolta fondi, si rifà alla democrazia statunitense e al sistema del micro credito utilizzato dall’ormai dimenticato Howard Dean: non sto qui a spiegare il perché del mio imbarazzo nel prendere il sistema democratico USA come esempio di Democrazia, e allora rilancio. Cuba, sì, Cuba. Prendi l’esempio cubano, certo non democrazia multipartitica: le cose hanno un loro nome, e dittatura può andar bene. (Non è comunque questo il momento per ricordare cosa significhi la dittatura cubana per un cubano, e cosa invece rappresenti la democrazia guatemalteca per un guatemalteco).
Bene: è così difficile pensare possibile un sistema elettorale nel quale “non sono ammessi striscioni, volantini, manifesti, pubblicità radiofonica o televisiva” ed in cui “nei luoghi pubblici di maggior passaggio vengono allestite bacheche sulle quali sono affisse le foto dei candidati, i dati personali e una breve biografia. Per tutta la sua campagna elettorale qualsiasi candidato non spende un solo peso” (cit.)? Sistema radicale, e posso anche essere d’accordo sulla possibilità di non arrivare a tanto nell’amata quanto virtuale democrazia italiana. Ma bisogna chiedersi: una democrazia, per essere Democrazia, ha davvero bisogno di quelle insaziabili forme di promozione che succhiano ai DS – e di riflesso allo Stato italiano – 35 milioni di euro l’anno? In altri termini, non sono forse quelle insaziabili forme di promozione a declinare la democrazia in qualcosa che non ha nome?

Non si chiede di rinunciare – atto criminale – alla comunicazione politica, privando la politica stessa di mezzi necessari: ma una qualche riflessione su mezzi e scopi, se sincera, non può che portare al compito di rendere meno attuali, tremendamente attuali, le parole di Enrico Berlinguer sulla degenerazione dei partiti. Far conto sull’onestà delle persone, in quel contesto, non funziona più: è la struttura che va scossa, e si potrebbe iniziare – volando bassi – con il porre tetti di spesa (o diversi meccanismi regolativi, qui non interessa) che riconducano la comunicazione politica a qualcosa di sostenibile, per chi la fa e per chi ascolta.
Capisco l’importanza del milionario marketing politico, non dubitate: eluderlo significherebbe mettere a nudo ciò che sta sotto: è un atto sovversivo, una delle più grandi rivoluzioni della storia d’Italia dopo Mazzini e Garibaldi: qui si rifà l’Italia o si muore.

(Visited 4 times, 1 visits today)

6 Comments

  1. Benche’ sia d’accordo su quasi tutto temo, caro Diego, che ci siano alcune contraddizioni interne in quanto sostieni: fra tutte sottolineero’ quella secondo cui non si puo’ vietare il finanziamento privato (pena l’immersione nell’illegalita’) ma si potrebbero stabilire tetti di spesa, la differenza mi sembra veramente sottile e trascurabile.
    Hai messo il dito nella piaga della democrazia contemporanea, una piaga cui – considerandolo in buona fede – Castro a tutt’oggi non ha trovato soluzione.
    L’altro elemento non pienamente condivisibile riguarda il ruolo degli elettori:dovresti chiarire che queste spese enormi, i 6×3, etc. non influenzano la maggioranza dell’elettorato. Bisogna chiarire, anticipatamente, ai Soloni che si ergeranno a criticare cio’ che hai sostenuto, che non e’ messa in dubbio la capacita’ della stragrande maggioranza degli elettori di operare le proprie scelte al di sopra e al di la’ della propaganda politica. Qui ci si riferisce a quelle risicatissime percentuali di persone che si lasciano influenzare e manipolare tramite quegli strumenti. E in un paese dove la maggioranza governa grazie ad un pugno di 25.000 voti, scusate, non e’ poco.

  2. A parte il fatto che io frequento assai poco luoghi pubblici di maggior passaggio, per cui sarei tagliato fuori dalla tua rivoluzione (anche se ancora un pochino con la mia testa so pensare, affissioni a parte), hai del tutto trascurato l’aspetto comiziale/territoriale della campagna elettorale, che forse, proprio per il suo essere opposto al top-down dei 6×3 può risultare efficace dal punto di vista dell’evoluzione della comunicazione politica (è un’onda: quando c’erano solo comizi i primi a usare la tv erano avvantaggiati. Ora che tutti usan la tv a usare un comizio o meglio ancora un porta a porta potresti essere avvantaggiato). Girare l’Italia a piedi, in tir o in treno non credo costi poi meno di piazzare tanti 6×3.
    Circa poi i volantini guarda: son quelle cose che non servono proprio a niente, soldi buttati al vento però, facendoli tutti, sei “costretto” a farli pure tu.
    Però, alla fine del discorso, vietar per legge quanto dici non solo confesso di trovarlo un po’ – eh sì mi tocca dirlo – liberticida, va pure contro la “naturale” evoluzione della comunicazione. Mettersi contro l’evoluzione non solo è rischioso, di norma è pure fallimentare. In un paese pavido come l’Italia poi.
    Ma poi ce la vedi la classe politica a votarsi una legge contro i propri interessi?
    E infine, per quanto riguarda il conflitto di interessi: è davvero superabile con una legge? Draghi, quanto è stato nominato governatore di Bankitalia, ha messo tutto in un blind trust e via. Ma si sarebbe potuto costringerlo? E se anche sì, cosa può impedire che intesti tutto non alla moglie o ai figli, che qualcosa si può fare, ma al suo braccio destro, Confalonieri nel caso specifico.
    Non so, chiedo.

  3. @Cannoball: risolvere le contraddizioni fa bene allo spirito, quindi ci provo. Sulla prima, immagino le difficoltà: vietare il denaro privato porta all’illegalità, porre tetti di spesa – una volta raggiunti – porta all’illegalità (più contenuta?), lasciare che tutti facciano un po’ come credano porta ad una democrazia imbarazzante, più pericolosa proprio perché si finge ciò che non è, quindi illegale. Bella situazione di merda.

    Delle tre soluzioni, preferisco comunque la seconda: conosco i limiti del porre tetti di spesa (che in altri casi non si sono dimostrati efficaci), ma la contraddizione è in parte risolta nella citazione relativa al caso cubano. Se fossero vietate secondo legge quelle forme di promozione sul territorio (dal costo esponenziale per ragioni che con la politica non condividono nulla), il senso del sommerso si sgonfierebbe. A quel punto verrebbe comodo comprare direttamente i voti, e nel momento in cui diventa pratica diffusa (ed emerge) non significherebbe che la legge non funziona, ma che quel sistema politico è morto. Una condanna senza appello.

    Sul resto, la contraddizione è apparente ed hai chiarito tu per me: gli attuali strumenti di propaganda spostano i voti degli IMBECILLI che, per quanto pochi, sono decisivi. Che l’Italia sia in mano a quella categoria di persone non si scopre oggi.

    @Domiziano: “luogo pubblico di maggior passaggio” è la strada, ma può essere anche un giornale. Lo dico per interesse, perché sarei nella tua stessa situazione :)
    Il problema è l’uso che se ne fa del giornale: comprare spazi pubblicitari vale più voti di un articolo pieno di slanci e idee (o di rozza propaganda), per il solo fatto che lo spazio pubblicitario non è destinato a chi legge l’articolo ma a chi non lo legge, a chi -l’IMBECILLE di cui sopra- preferisce lo slogan al discorso. L’esempio del giornale funziona poco, ma vale per la televisione, vale per il paragone “6×3″/”comizio”, vale per tutto il resto.

    “Girare l’Italia a piedi, in tir o in treno non credo costi poi meno di piazzare tanti 6×3.”

    Credo invece di sì. La piazza è un luogo pubblico, non si dovrebbe affittare. Le parole escono dalla bocca e dal cervello (per quanto…), non dal computer di un’agenzia di marketing. E via discorrendo.
    La comunicazione politica ha comunque un costo ineliminabile, però -ad oggi- c’è molto da eliminare prima che sia raggiunto un sostenibile livello di comunicazione tra rappresentante e rappresentato (in tutti i sensi, economicamente sostenibile e moralmente sostenibile).
    Se poi faccio il giro dell’Italia affittando un tir o un treno, la differenza tra i 6×3 ed un discorso pubblico, effettivamente non c’è. Ma chi glielo ha chiesto? (L’idea del treno è bellissima in sé, mi ricorda Salvador Allende: il problema è che chi ha ripreso quell’idea era anni luce distante dal senso di partecipazione che Allende trasmetteva. Contano i mezzi, ma contano pure le persone e gli scopi).
    Ad ogni buon conto, so che non ami i comunisti, ma se il PdCI spende 500.000 euro per una campagna elettorale nazionale (dato riferito alle europee), significa che si può fare una campagna elettorale con 500.000 euro. A bruciapelo: dopo la milionaria campagna elettorale di FI, conosci meglio il programma politico di FI rispetto a quello dei Comunisti Italiani? Potrei anzi dire che il totale speso per una campagna elettorale, posto un certo limite minimo, è inversamente proporzionale al livello di comunicazione.

    “Ma poi ce la vedi la classe politica a votarsi una legge contro i propri interessi?”

    Domiziano, non ce la vedo proprio, specie se parliamo di questa classe politica e di quella che sta venendo fuori. Nel PD, come è stato pensato nei dibattiti, non investerei neppure un’energia.
    Però, non io ma filosofi con i controcoglioni, da secoli teorizzano un istituto che funga da controllo del sistema politico, fuori dal sistema politico. Forse basterebbe, più semplicemente dar vita ad una serie di forum, incontri, dibattiti: ma chi ha voglia di investire tempo e denaro per una democrazia meno finta? E allora, se la Democrazia non va elemosinata ma va conquistata, meritiano questa che abbiamo.

    Sul conflitto d’interessi, adesso mi pare brutto piazzare qui un link, ma ne avevo già scritto: il problema della proprietà per interposta persona è il problema che in politica -secondo il mio limitato pensiero- si potrebbe risolvere in un sol modo, non definitivamente ma efficace quanto più semplice: non dare motivo a chi può disporre di potere economico d’entrare in politica, alla fonte. Non nel senso che se guadagni più di 200.000 euro stai fuori: cazzo, questo è autoritarismo. Ma se vuoi fare politica, ed hai un conto in banca che ti permette di comprare tutto, non è con quello che ti compri la democrazia. La cosa richiama i problemi di sopra, ma il laissez faire non mi pare un male necessario. Necessario a cosa? A questa democrazia?

    ***
    E’ venuto fuori un commento più lungo del post, devo imparare a sintetizzare.

  4. “Vietare l’uso del denaro privato in sé servirebbe a niente di diverso dall’immersione nell’illegalità, con l’emersione dei rigurgiti d’ipocrisia.”

    ipocrisia? si chiamava “finanziamento illecito dei partiti”, era un reato e per questo è stata decapitata un’intera classe dirigente.

    l’ipocrisia è di chi ha bisogno di centinaia di milioni di euro per mandare avanti un partito.

    io, in tutta onestà, non ne sento il bisogno.

    quindi:
    rimborso spese elettorali (quindi solo negli anni delle elezioni) modulato su una media europea e basta.

    ripristino del reato.

    per il resto, con 6 telegiornali nazionali, decine di testate quotidiane, il satellite, internet etc. credo ci sia tranquillamente la possibilità per l’elettore medio d’informarsi.

    senza bisogno di spot, addetti stampa, affissioni, cazzi e mazzi.

    OT: tutti parlano della finanziaria. tranne macchianera..

  5. Io all’epoca – era il 92, giusto? – votai contro al referendum che proponeva l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, nonostante il mio partito di riferimento (il PDS, all’epoca) dicesse di votare a favore.

    Il fatto è che temevo che – cancellato il finanziamento pubblico ai partiti – la politica fosse un lusso che si sarebbero potuti permettere solo i ricchi. Cosa che, dal 1994, è prontamente avvenuta.

    Il problema non è solo Berlusconi e il conflitto di interessi, ma capire che esistono delle spese che vanno fatte per garantire la tenuta democratica del paese.

    Se fra qualche anno potranno permettersi una campagna elettorale solo Murdoch, Berlusconi e DeBenedetti, allora saremo come negli Stati Uniti, dove vince il più ricco.

    I casi sono due:

    – o limitiamo (e troviamo un modo per verificarlo, con sanzioni che si riflettono sull’eleggibilità) il tetto di spesa dei soggetti politici prima e dopo la campagna elettorale (la legge sulla par-condicio, di suo, riduce molto le spese, visto che di fatto vieta spot a pagamento in Tv per gran parte del tempo)

    – o continuiamo a far sì che lo Stato finanzi i partiti, cosa che attualmente mi sembra ragionevole. E paradossalmente, sebbene siano cifre che al cittadino sembrano alte, la spesa vale assolutamente il risultato, cioè elezioni in cui i soldi non sono un impedimento per presentarsi e partecipare al gioco democratico.

Rispondi