Io c’ero

L’Italia è in finale, non succedeva dal mitico 1982. Gaudio e giubilo, naturalmente. Di contorno, però, c’è tutto un fiorire di (tele)cronisti che dicono “sì, l’82. Certo l’82, però io non c’ero”, oppure “avevo solo tre (quattro, cinque) anni”. Io, invece, c’ero. Era un afosissimo luglio, era l’anno della mia maturità (scientifica). Ma, soprattutto, è stato uno di quei momenti che cambiano il corso della storia. Per chi non c’era, vale la pena ricordare che anni fossero. Qualcuno li ha definiti “formidabili”, di certo eravamo alla fine di un’epoca e ancora non ce ne eravamo accorti. Un’epoca iniziata con il ’68 e l’autunno caldo, proseguita con le grandi battaglie civili (divorzio e aborto) e il ’77. Poi, la lenta agonia. Lo spirito libertario e dissacrante degli indiani metropolitani e di Macondo si era ormai trasmutato nella sua nemesi orribile: la lotta armata, l’elite rivoluzionaria che avrebbe portato il proletariato alla tanto agognata liberazione. Bubbole. Fandonie. Peggio, deliri di onnipotenza da seduta psichiatrica.


Ed ecco che arrivano i mondiali. Ecco l’Italietta di Bearzot che rischia di uscire contro il Camerun (con tutto il rispetto per il Camerun), ma poi esplode come un gran finale di fuochi d’artificio con l’Argentina e il Brasile. Le piazze ribolliscono, stavolta non di bandiere rosse. E’ il tricolore, che impazza. E noi, io e gli amici di allora, tutti militanti di Democrazia proletaria (altra sigla che sembra uscita da un saggio di geologia politica, tanto pare lontana nel tempo anche se sono passati solo 24 anni), che vediamo le partite nella sede del partito e che dopo dobbiamo decidere cosa fare: prendere il furgone e uscire anche noi a fare casino? Dibattiti e riunioni infuocate. Che crescono di passaggio di turno in passaggio di turno. Per arrivare a quel fatidico 11 luglio.
A Madrid scendono in campo Zoff, Gentile, Scirea, Collovati, Bergomi, Cabrini, Oriali, Tardelli, Conti, Graziani (subito sostituito, all’ottavo minuto, dal mitico “Spillo” Altobelli, poi da Causio all’88), Rossi. Contro ci sono i panzer spompati della Germania (per la cronaca, ecco la formazione: Schumacher, Kaltz, Stieleke, K.H. Forster, B. Forster, Dremmler, Briegel, Breitner, Littbarski, Fischer, Rummenigge). A Milano ci troviamo invece nel mio salotto, grazie alla provvidenziale vacanza dei miei genitori. La partita va come tutti sapete. “Campioni del mondo”, grida per tre volte Nando Martellini. Noi mandiamo al diavolo tutte le sovrastrutture ideologiche, prendiamo le trombe e ci buttiamo nella folla che corre verso piazza del Duomo. Sulla strada compriamo anche i tricolori da sventolare, felici e inconsapevoli. Quel giorno, non lo sapevamo, l’Italia cambiava faccia. Stava per arrivare l’ondata che avrebbe cancellato in un amen ciò che restava dei sogni di un mondo diverso. Era il successo di “Innamoramento e amore” di Francesco Alberoni. La Milano da bere. Craxi con il nuovo corso socialista. L’Italia vinceva il mondiale, noi perdevamo per sempre la speranza di cambiare l’Italia.

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9 Comments

  1. io capisco che nell’82 s’è persa la speranza di cambiare l’italia e questo è triste, ma non vuol dire che ti dovevi devastare al punto di non accorgerti che nel 94 l’italia era di nuovo in finale…

  2. Almeno prima di scrivere cavolate informatevi. Forse nel 1994 Maurizio P. era sulla luna a raccogliere il rigore di Baggio…..

  3. “L’Italia vinceva il mondiale, noi perdevamo per sempre la speranza di cambiare l’Italia.”

    Per fortuna, direi. Non vorrei mai vedere la tua Italia dove dopo la partita si deve decidere se uscire a fare casino o meno.

  4. Anch’io c’ero. E non avevo pensato a questi aspetti perche’ ero appena troppo giovane: ero un 15enne, lontano anni luce dalla “politica”, che per quelli della mia generazione era una parola sporca. A scuola preparavamo le liste studentesche rivendicando sempre di non essere “politicizzati”. Facevamo politica dicendo di non farla. Colpa vostra probabilmente.

    L’altro giorno, dopo la vittoria contro la Germania, ho visto i caroselli di auto nelle citta’ italiane (non vivo piu’ in Italia) ed ho avvertito, forte, un senso di liberazione. I volti delle persone che ho visto sembravano quelli di chi ha avuto un (lungo) incubo, e si e’ improvvisamente risvegliato scoprendo che e’ tutto finito. Qualcun’altro, lo stesso giorno, deve aver scoperto che non sarebbe riuscito a cambiare l’Italia. Neppure appropriandosi dei suoi slogan calcistici.

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