Mad Dogs And Englishmen

Il cagnone nero spolverato è praticamente una stuoia. Cerca un minimo di riparo dietro gli espositori della mia edicola, quelli con le locandine del giorno. La farmacia di Cantelli, che vede il sole alle vetrine solo verso sera, dichiara trentasei gradi a mezza mattina. Io procedo in bici come al solito, confortato dal via e vai riminese che mai s’attenua e dall’alito di un qualcosa, poco che sia, raccolto con sapienza bimillenaria dal Corso d’Augusto. Nonostante il maglio del calore, la piazza è animata, la fitta tessitura di attività legate ai cento giorni balneari non può rallentare: “Com’è andato il weekend?” “Sabato c’è la Notte Rosa” “Avete mangiato bene da…?”
La Betta porta fuori dei “Montebianco estivi” e li serve a certi paonazzi seduti ai tavolini. Ha la camicina bianca del Bar Turismo, dei capelli neri da tango e un sorriso che gli arriva da chissà dove, forse da antenati indi, caucasici, ottomani, tanto qui sono approdati tutti. L’enorme nave di Abramovich, ad esempio, è alla rada davanti al porto dal fine settimana. Forse, dopo il Chelsea, si comprerà anche il Rimini.


Mi vengono in mente dei quadretti di alcuni decenni fa. La canicola nella bassa bolognese non prevedeva contromosse: resa totale, finestre “in casone”, ovvero con le imposte in legno, gli “scuri” quasi chiusi, inclinati come il tetto di una casa, appunto. La lama di luce che entrava, procedeva nelle ore, a rendere incandescenti minime porzioni di arredamento. Si poteva pensare ad un’installazione da biennale d’arte o al raggio laser di certa fantascienza pre-digitale. Sono cresciuto con i miei nella casa di mia nonna materna, un caseggiato popolare di fine ottocento, con muri esterni di cinquanta centimetri. Una benedizione, in agosto…

Nel dopopranzo, stavo sullo sdraio di tubo di gomma intrecciato, con una pila di Topolino usati. Al ritorno dal mare, da Torre Pedrera, trovavo gli arretrati de “Il Giornalino” ad aspettarmi: quattro o cinque numeri, tutti assieme. Li consumavo piano, come si fa con un formaggio troppo nutriente e costoso. La mia postazione, una parte di corridoio comune che portava solo alla porta di casa mia, era fresca e silenziosa. Immagino oggi l’individuo che si permettesse una tale sfacciata violazione delle regole condominiali. Per prima cosa apparirebbe un cartello, scritto a mano, appeso sotto le cassette postali: “si ricorda ai signori condomini che E’ VIETATO ecc…” La parola “vietato”, probabilemente, sottolineata più volte con un tratto storto. Poi si passerebbe a una raccolta di firme. Oggettivamente era diverso, nel 1970. La Vanna, l’Eleonora, l’Imelde mi salutavano e sparivano dietro la loro porticine in fondo al corridoio, la Vittoria nemmeno mi notava, figuriamoci Tisèn, la Teresina.
Nel silenzio delle due e mezza, nonna, mamma e sorella scivolavano sui letti, sul grogrèn bianco e mi lasciavano solo con Paperoga, col Commissario Spada, e con la metafisica dell’Emilia Romagna. Ho già il permesso di servirmi da solo al frigorifero, prendo la bottiglia con dentro il Pippo Frio: bibita fatta in casa, versare la polverina e chiudere bene. La luce del frigo fa brillare il liquido arancione. Nella cucina quasi buia mi disseto prima con gli occhi, poi con la gola.
A ripensarci, non poteva essere tutto così silenzioso. Un mondo disabitato, in coma farmacologico, ereditato interamente dalle tortorine, il cui “uh-uuuuuh” mi arrivava dai primi alberi oltre la ferrovia. Ecco vedi. I treni dovevano pur esserci, a irrompere in quell’assenza di suoni e movimenti. Qualche auto, i trattori.
Mi sforzo di ricordare l’iquadratura da quella finestra del corridoio. La piazza della chiesa vista di lato; in fondo, il muro del bar “del prete” con il manifesto dell’ultimo film programmato prima della chiusura estiva. Finestre in casone. Nessuno, anzi no: don Alfonso, il parroco, con la sua camminata dondolante sfida la piazza-fornace. L’abito talare nero, lungo, tradizionale. Alza un manone, mi saluta, esclama a voce alta: “Forza Bologna!”. Don Alfonso diceva spesso così, anche se non c’era nessuna imminente partita della squadra del nostro capoluogo. Laggiù, sull’orizzonte ottico di Piazza De Chirico, questo omone alto e scuro è senza dubbio Macchia Nera, Phantom Blot, se mai qualcuno ha potuto interpretarlo.
I negozi che riaprono annullano la malìa, bene o male tutto si rimette in moto. Procedo verso la scatola dei Lego, verso una fetta di pane, burro e zucchero. Fra due settimane parte la campagna degli zuccherifici, i camion passeranno furibondi giorno e notte, metteranno fine al breve regno di Re Solleone.

Estate 2006. Alla mia edicola, una nonna cerca di intendersi con il giornalaio, prossimo ai settanta.
– Ma è mia nipote che ha detto di chiedere se sono uscite le nuove “Vinss”-
– Guardi lì davanti, ci dev’essere, è una roba nuova, “Uinn” ha detto? –
– No, le “Vinnsc”, quelle dei cartoni animati. –
– Ah no, “Winn” è un’altra cosa. E’ un giornale di…
(altra signora interviene) – Ma forse lei cerca le “Uicc”? Sono le streghine che adesso hanno fatto anche il cartone animato…-
Il cagnone nero spolverato ha gli occhi chiusi e sogna una fetta di anguria gelata.

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5 Comments

  1. Io ci abito da soli sei anni (provenendo da Vicenza, magico nord-est… sic!).
    Ma delle due, una: o i paesi della bassa si somigliano un po’ tutti, o era proprio SPC !

  2. Io ci sono nato e ci ho vissuto circa trent’anni, la casa dei miei e’ di fianco alla chiesa, dalle parti dell’ex-passaggio a livello. Quello che mi fai pensare è che ho il paesello innestato nel mio dna piu’ di quello che mi credevo. E tu come ci stai, nella versione di questo nuovo millennio che non conosco? (me ne sono andato circa 15 anni fa)

  3. Ci sto bene, per quel poco che ci sto (lavoro, lavoro, lavoro…).
    In compenso mi sembra che ci stiano molto bene i miei bimbi, e pure mia moglie (sebbene all’inizio avesse un po’ sofferto il passaggio città–>paese).
    Ma tu perchè te ne sei andato?

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