La Société des Spectaculaires

Grazie!, mamma e papà, di aver fatto tanti sacrifici per far studiare vostro figlio – grazie!.
La ricompensa? Be’, un sacco di cose. Per esempio diciamo che adesso, richiesti dalla conoscenza occasionale, dall’uomo in coda alla posta, dal vicino di posto alla cena allargata o da quello d’ombrellone, dal compagno di burracho, dal dirimpettaio d’eurostar, richiesti da tutti costoro potete far meno fatica nello spiegare che mestiere fa vostro figlio. Sembra niente, e invece. Potete evitare di iniziare con la frase “Ha mica presente gli idrocarburi insaturi”?, incassando un assenso verminosamente menzognero; potete esimervi dal rispondere “Si occupa di valutazioni impotetiche e stima dei fondi nudi e alberati in consociazione”, cosa che di fatto sgancia una pietra tombale sulla nascente conversazione azzerandola per sempre, e cosa che per carità, in talune circostanze può far anche comodo, ma si suppone di poterla scegliere, non di esservi obbligati.
La vostra ricompensa, cari mamma e papà, sta nella precisione chirurgica della risposta, coniugata con semplicità e valore di segno. “Mio figlio lavora in televisione“, è appunto la prima risposta che il vostro privilegio vi consente, risposta che dall’interlocutore verrà immediatamente trovata appetitosa quanto generica, e lo spingerà a corrugare in volto la sorridente ingordigia di un “gimme some more!”.
A quel punto – e qui viene il bello, cari mamma e papà – non avrete altro bisogno che scartare in tavola il Nome e raccogliere il piatto col vostro poker d’assi. Piatto che vi verrà concesso sotto forma di divertito rispetto/ammirazione, perché primo ci siamo capiti, secondo un figlio che lavora con *Tizio Caio* vuol dire che mamma e papà son stati bravi, terzo (e più importante) perché magari adesso ci scappa la rivelazione che *Tizio Caio* in realtà è frocio, oppure no, è straight, pure simpatico e alla mano però si rovina col chemin de fer, tutte lo vogliono ma lui va a troie, ha una storia segreta con la moglie di un politico importante che non lo posso dire ma ci siamo capiti, è un tipo normale come me e lei, fatta eccezione – certo – per quella mania di nutrirsi di grilli vivi. Al vostro interlocutore a questo punto, cari mamma e papà, credetemi, potrete pure vomitare addosso: vostro figlio lavora con *Tizio Caio*, e sarà lui a chiedervi scusa per esser stato così indelicatamente vicino ai vostri conati.
Quello che non sapete, cari mamma e papà, è che non sono solo l’uomo della strada – l’agente di commercio, l’avvocatessa, l’ottico, la stiratrice, l’edicolante, il titolare della fabbrichetta, il gestore di sale bingo, il venditore di pubblicità, il programmatore software, la dipendente comunale, a rimanere vittima delle pastoie della celebrità.
No.

Molto e molto più a patire il giogo della luccicanza sono gli stessi lavoranti dello spettacolo. E se il parrucchiere di Desenzano sul Garda ha una storia annale di vanterie e namedrop su amicizie con Sandro Giacobbe o flirt con Antonella Ruggiero, gli spettacolari di Roma (ma anche Cologno Monzese) si fan riconoscere per uno studiatissimo uso di nomi e cognomi.
Tanto per cominciare, quando t’incontrano è tutt’un “ciao caro!”, “anvedi carissimo!”, “amico mio!”. Potrebbero tranquillamente tralasciare una non richiesta attribuzione vocativa al saluto, ma lo fanno apposta per palesare che nonostante tu sia loro tanto caro, la loro rubrica mentale contiene troppi altri nomi e troppo più importanti per ricordarsi del tuo e, così va la vita, non gliene potrebbe importar meno. In realtà sanno benissimo come ti chiami: è gente attentissima, scaltra, dedita a quotidiani esercizi di mnemotecnica appresi dai tomi di Pico della Mirandola, e tra cinque minuti ti sentirai soffiare dietro alle spalle qualche ammiccante carognata, giocata su un raffinato particolare d’anagrafe o similare tranche di passato remoto – altro che nome, di te sanno più di tua mamma e tua moglie/marito messi insieme.
Altra straordinaria, esclusiva abitudine è che tra di loro, per non sbagliare, si chiamano per cognome, e qui la faccenda diventa davvero affascinante, perché presenta una finalità dal doppio taglio unica, capolavoro d’ingegneria sociodiplomatica che solo agli spettacolari, dato il loro carattere, può essere attribuita. Già, perché chiamare un pari grado (quindi tendenzialmente uno sfigato, ché intimamente si sentono tutti sfigati cui un fato avverso e crudele tarda a riconoscere il nome in cima alla locandina, lo spot a centroribalta) chiamare un pari grado per cognome davanti a terzi significa scherzare, attribuirgli consuetudine, familiarità, cameratismo, non perché gli si voglia significare direttamente uno dei succitati presupposti, ma per fare come la moglie che a scopo dimostrativo mette distanza chiamando per cognome il marito, nell’ovvia evidenza di un legame opposto. Tra gli spettacolari, inutile dirlo, lo scopo dimostrativo è tutto, e la recita si fa sempre a beneficio degli astanti, dei terzi. Quando i terzi non ci sono, nel tu per tu, scatta il nome, non di rado spinto sino al diminutivo e addirittura al vezzeggiativo. Ti tengo lontano in pubblico, ti faccio una pompa in privato. Eh, questi spettacolari! Che a pompa finita ti salutano e ricominciano a chiamarti per cognome con altri, perché se si sa che avete fatto asilo, elementari e scuola di cinema a NY insieme gli sembra che la consuetudine e l’affetto nei tuoi confronti possano sembrare un punto debole, ché sei come minimo uguale o spesso inferiore a loro, dunque loro corrono il rischio di essere assimilati a te, perché sia tu che loro siete sfigati, ma la loro sfiga non vogliono condividerla.
Naturalmente, il capolavoro degli spettacolari italiani, quello per cui vanno famosi in tutto il mondo, sta nell’uso del nome. Del resto, il restante motivo per cui chiamano tutti per cognome sta nel produrre contrasto e forte impressione quando scatta il nome. E altrettanto naturalmente, il nome non è mai un nome, ma un Nome, ovvero Colui a cui essi spettacolari desiderano essere accomunati e associati dopo anni di amicizia, collaborazioni, grandi bevute, vacanze, forse anche fidanzate in tandem. Gli spettacolari non vanno a vedere Il Caimano, ma “il film di Nanni”, di cui han mancato l’anteprima al Nuovo Sacher perché quella stronza della babysitter gli ha dato buca. Gli spettacolari sanno che lo spettacolo di “Michele” è stupendo ma ha qualche buca (che si sono permessi di segnalargli, è lui stesso a chiederlo e li ascolta sempre, sono anni che…). Gli spettacolari dicono un gran bene di “Germano” (cognome, nb) nel nuovo film di “Paolo” (di cui hanno visto un travolgente premontato “con musiche appoggiate, però”), aspettano di lavorare con “Pietro”, che è un personaggio difficile della tv italiana ma il geniaccio ce l’ha solo lui, a loro “Matteo” ha detto che sta ragionando su una nuova storia e che “Domenico” è molto ansioso di lavorarci. Gli spettacolari pensano che la gravidanza di “Laetitia” darà finalmente un nuovo impulso a “Stefano”, che l’ultima volta che l’han visto (incidentalmente un brunch a casa loro, due domeniche fa) era un po’ a terra “e non ce lo dobbiamo perdere perché insieme a “Kim” (“a proposito, l’ho visto, direi che s’è completamente ripreso”) è uno dei pochi che abbiamo”, che stanno cercando di farsi attivare un progetto portato a “Pino” e “Agostino” (in Rai) o a “Guido” e “Francesco”, (a Mediaset).
Gli spettacolari italiani, insomma, fanno soprattutto tenerezza, duri e appigliati al potere come cercano di apparire, ingenui e piccini come finiscono per mostrarsi, strozzati dal desiderio di costruire un contatto immediato e autodefinitorio con la persona che sta loro davanti per mezzo della finzione di non voler fare la fatica di specificare un cognome, un po’ come Falqui – basta la parola!
E se abbiamo sentito questo desiderio di partecipare all’altrui luccicanza estendersi ben oltre i confini della categoria Lavoratori Enpals e spianarsi su altre (in particolare i giornalisti, che con i loro “Giuliano mi ha detto”, “Paolo in realtà pensa che”, “Ezio oggi lasciatelo stare che ha il malditesta”, oscurano spesso e volentieri gli spettacolari), se l’abbiamo sentito in bocca non solo ad uffici stampa di terz’ordine, crew di secondo piano e sordidi sottoboscari, ma persino strisciante tra le labbra di produttori potenti, fautori del Meccanismo, avveduti erogatori di denaro e sedicenti disprezzatori d’attori, ne possiamo concludere che il vizio non è strettamente spettacolare, ma davvero umano, troppo umano.

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21 Comments

  1. e bravo petunias, che fai centro con la precisione di chi ci sta dentro, a quel centro. qualche imprecisione solo sulla figura dei genitori, che forse oggi sono così come li descrivi tu, ma fino a ieri rispondevano invece con le stesse parole, ma col tono inequivocabile di chi dice: “vabbè, non è che proprio lavora, diciamo che si diverte”. e che tutto sommato, finché “non ti si vede” di là da quel monitor, si disinteressano abbastanza di quello che fai. comunque, sempre meglio che lavorare, no?

  2. non ho capito nulla.. nè di chi si parla nè perchè. ma oggi pm sono ipnotizzato dalla febbre, può darsi che fosse un capolavoro

  3. Come hai ragione, Pablo.
    Me ne sono convinto leggendo le interessantissime, utilissime e assolutamente non autoreferenziali opinioni sul Caimano, sul tuo blog.

  4. Ah OK. Mi sembrava di aver colto un nonsocchè di caustico, e mi dispiaceva perchè in fondo il post mi era piaciuto… Allora tutto a posto!! ;-D

  5. premetto di non aver letto tutto il post, ma una cosa mi sembra sia evidente: è un inno al “comunismo fashion-chic tanto per farsi belli”.

    e concordo con pablo in quanto ad inutilità

  6. mi sembra una nuova versione di
    “anche i ricchi&famosi piangono”
    che ne penso?
    cazzi loro, finti problemi per finte vite.

  7. Gli spettacolari mi ricordano il Bagini interpretato da Tognazzi ne “Io la conoscevo bene”; a un party, per attirare spettacolari di grosso potere e avere una parte, balla sopra un tavolo fino allo sfinimento, sbeffeggiato da tutti.

  8. Ci sta tutto, Bagini. Ma è un diverso tipo di disperazione, la sua, meno arrogante.

    (Comunque, che meraviglia di film e che scena pazzesca).

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