Bayreuth.

I tedeschi hanno questa loro capacità di oscillare tra la banalità più becera e l’abisso più misticheggiante, tra il lardo delle loro pance gonfie e le delizie segrete di un intelletto senza confini, e in mezzo nulla.
Guardali: birra e Wagner, non esiste altro.
Alla reception dell’albergo si parla solo tedesco. Nei menu dei ristoranti è scritto tutto in tedesco. E nei musei e nelle stazioni e nei taxi e in Germania: tutto in tedesco. Figurati tra i boschi dell’alta franconia bavarese, a Bayreuth, cittadella incantata dove ogni estate risorge il festival più silenziosamente antico del mondo: il Bayreuther Feestspiele, concepito da Richard Wagner per celebrare la propria arte musicale nella forma più completa e perfetta. Qui – anzi lassù, su quella collina verde circondata da laghetti e giardini fioriti, a dominare il panorama e una certa cultura germanica avvolta da un’ipnotica magia, lassù, insomma – c’è il Festpielehaus, ossia il tempio, il sancta sanctorum, il teatro rivoluzionario che il compositore ebbe a concepire e a realizzare nel 1876. Qui, da allora, si esegue solo Wagner. E si beve un’eccellente birra di frumento servita ovunque e in un istante. Per un biglietto del Festival invece devi aspettare da sette a otto anni: e l’ufficio del turismo, se non dimostri di averne uno, non ti prenota neppure una stanza.

In questa stagione c’è un caldo torrido e una luce abbacinante, ma Bayreuth è una meraviglia. Lungo i suoi viottoli ti capita d’incontrare gente in sandali e canottiera oppure altra gente in abito lungo e scarpe lucide, e in mezzo nulla. Ti colpisce questo.
Poi ci sono le varie bottegucce di mercanzia wagneriana: dischi, poster, libri, tazze di Wagner, persino il panino di Wagner. Sa di crauti. Ma questo non deve interessarti: devi pensare solo alla musica, te lo eri ripromesso. Hai volato sino a Norimberga sopra un aereo di cui eri l’unico passeggero (era a elica) e poi hai sferragliato sopra quel trenino pieno di vecchietti decrepiti (elegantissimi) che ti è sembrato un diretto dall’Ottocento: il loro saggio incedere, le teste canute, baci alla signora, bastoni intarsiati, giacche chiare o a righette azzurre, occhialetti e soprattutto papillon (spettacolari) che tu sembreresti un cameriere e loro invece guardali: Thomas Mann. Ma tu devi pensare solo alla musica.

A cena hai ordinato a caso. Sul menu c’era una cosa descritta con venti parole tedesche e lunghissime, ma alla fine erano salsicce. Mangi e ascolti. Il brusio delle voci è monotònico, duro, talvolta gutturale. La modulazione non cambia che stiano raccontando una favola o che stiano marciando su Parigi. Non capisci come possano cantare. Hai davanti una donna cannone che sta leggendo Der Spiegel, e in questi giorni, qui, lo stanno leggendo tutti: sulla copertina troneggia una valchiria col titolone Tollhaus Bayreuth, che significa manicomio senile. Tredici pagine di sparata contro il Festival: “Bayreuth – è scritto – si è lasciata scappare la possibilità di trasformarsi in una manifestazione culturale degna dei nostri tempi”.

La solita storia. Se ne parla dal ’51, da quando le forze alleate decisero che il Festival poteva restare nelle mani dei Wagner purchè non fossero quelle di Winifred, presunta amante di Hitler e sicura simpatizzante nazista. Le accuse del settimanale ora però sono rivolte contro l’inamovibile Wolfgang, il nipote ultraottantenne del compositore, il sovrintendente ottocentesco che da cinquant’anni custodisce l’ortodossia wagneriana tra gli entusiasmi degli ultraconservatori che cercano più che altro, in Wagner, un riparo nostalgico, celebrativo, un antidoto alle derive del multiculturalismo: gente che tuttavia sfila contro il globalismo giusto a Bayreuth, in abito da sera: “Una splendida fortezza ariana, un tempio dell’arte che rinfresca il sangue ariano” sfotte lo Spiegel. Dice che potrebbero tagliare i fondi governativi: e come farà il Festival a sopravvivere? Ma soprattutto: come farà a sopravvivere la donna cannone che sta leggendo Der Spiegel? Hai abbassato il tuo giornale e lei mangiava un gelato; poi l’hai riabbassato e lei mordeva un panino; poi l’hai riabbassato e sul tavolo c’era un pollo. Ecco. E intanto sul viale ti passa accanto la sosia di Charlotte Rampling con uno strascico di pizzo. La donna cannone: e lei. In mezzo nulla.

In mezzo Bayreuth, migliaia di calzini bianchi e di sandali ortopedici che calpestano centri commerciali e guardano all’America, alla Mountain bike, e venerano l’unico sacro Graal che ormai riconoscono, di frumento o meno che sia; e poi, ancora, Bayreuth, migliaia di colletti inamidati, occhi azzurri e severi incorniciati da occhiali d’oro, illuminati da gioielli tipo asta televisiva, gente che i nostri Rotary club, in confronto, sono dei Leoncavallo. I tedeschi sono strani. Forse Richard Wagner, oggi, li avrebbe schifati tutti. Ma tu non ti devi distrarre.
Pensa alla musica. E infatti, il 27 luglio, ti alzi con un leggero turbamento. Mentalmente sei già lì, al Festpielehaus. Assisterai all’intera Tetralogia dell’Anello del Nibelungo, somma di quattro giornate che sono l’Oro del Reno, Le Valchirie, Sigfrido e il Crepuscolo degli dei. Fanno otto giorni, pause comprese.
Gli spettacoli iniziano alle 16 e durano anche sino alle 23. Un’ora prima, comunque, c’è già gente, abiti e stili di qualche impero fa, e volteggiano, si rimirano. Vicino alla biglietteria ci sono dei poveretti che stringono il cartello suche karte (cerco biglietto) e sono disposti a strapagare per vedere anche un solo atto. In 125 anni, al Festpielehaus, non s’è mai vista una sola poltrona vuota. Eppure non lo diresti. Il teatro è davvero essenziale, spoglio, in mattoni, quasi industriale.
Le 15 e 45: una fanfara di otto musicisti si affaccia dal balcone e il brusio si acqueta, ci siamo. Le trombe squillano, intonano un motivo dell’Anello: è il magico richiamo.
Si entra.
Lentamente.
Fila 21, posto 21.
Ecco il rivoluzionario teatro di Richard Wagner: niente palchi d’onore, nessuna differenza di casta, eliminata ogni decorazione, duemila poltrone degradanti e scomodissime perchè non distraggano lo spettatore dalla perfetta visione dell’opera d’arte totale, esito mitico e unitario in cui parola e musica e azione e ambientazione possano avvolgerti completamente. Il pavimento è di legnaccio. E così pure lo schienale delle poltrone. Orchestra e direttore non si vedono, perchè Wagner li rese invisibili sotto una copertura ribattezzata golfo mistico.
Ore 15 e 55, tutti seggono, c’è una canicola allucinante.
Poi le luci sfumano e scende il buio completo, altro sortilegio che Wagner ebbe a escogitare. Il teatro viene serrato da dentro. Scende un silenzio che in nessun teatro hai mai sentito. Non ci saranno sussurri, colpi di tosse professionali, fruscìo di ventagli, puntar di binocoli. Non ci sarà teatro, nel teatro.

Poi l’Anello del Nibelungo.

Tra un atto e l’altro, ci sono pause che durano quasi un’ora.

Qualcuno cena, altri si accontentano di un calice di champagne o di un boccale di birra. Birra e Wagner. Assisti a lotte omeriche per un panino con la salsiccia. Abbondano sorbetti, cheese cake, soprattutto torte con la panna. Ognuno prende le sue cose e si perde nei giardini ricoperti di fiori coloratissimi, le aiuole perfette, il laghetto con le anatre, le panchine di pietra, i lunghi corridoi tra i cespugli, i foulard di seta distesi sul prato. Intravedi un orizzonte di madamigelle col passo lieve e l’abito a sbuffo. Surreale. L’atmosfera è sospesa.
Certo, l’età media è piuttosto alta. Ci sono dei bei pezzi di valchirie, ma anche dei vecchietti in carrozzella. Uno, elegantissimo, è attaccato a una bombola di ossigeno. Ci sono vegliardi che sicuramente hanno superato i novanta e che possono aver conosciuto Cosima Liszt, i festival degli anni Venti e Trenta. Sguardi verso il balcone, sta per risuonare la fanfara. L’incanto si spezza.
Si torna dentro, lentamente.

Al termine dello spettacolo ci si allontana a piedi.
La folla entro pochi metri è già persa nel buio, e così tu. Strade antiche, in pietra, dedali di casette fiabesche.
Cammini.
Tutte le vie hanno nomi wagneriani.
Luci spettrali, lanterne di vecchie osterie, insegne di ferro battuto, voci, ancora quel brusio. Parleranno di Wagner.
Poi altre locande, ville illuminate, rumori di posate, e una visione: Villa Wanhfried, ultima dimora del compositore con Cosima Liszt. Wanhfried significa “pace dei tormenti”, e fu il punto d’arrivo di una vita errabonda. Ti avvicini, i giardini sono aperti. Buio pesto. Oltrepassi la villa, segui un selciato circolare che dovrebbe portarti in un luogo preciso. Dietro un cespuglio di rododendro s’intravede un lumino rosso. Molti fiori, nessuna croce. Il feretro giunse da Venezia, era bronzeo, aveva quattro teste di leone dorate. E’ molto buio, s’odono grida e risate lontane.
Ti torna in mente l’incredibile paradosso di Gottfried.

***

Alcuni uomini ce la fanno, altri no.
Gottfried Wagner è nato il 14 aprile 1947 nella città di Richard Wagner (Bayreuth) vicino al teatro di Richard Wagner e al museo di Richard Wagner e alla villa di Richard Wagner, dove c’è il parco di Richard Wagner e la tomba di Richard Wagner, e pensarono di chiamarlo come un personaggio del Lohengrin di Richard Wagner e di battezzarlo nel giorno dell’anniversario della nascita di Richard Wagner (22 maggio) con una madrina d’eccezione (che poi era sua nonna, Winifred Wagner) e insomma, non ce la fece. Per inciso: era l’unico figlio maschio di Wolgang Wagner già figlio di Siegfried Wagner già figlio di Richard Wagner, e questo nell’unica famiglia al mondo (i Wagner) che direttamente e per statuto si tramanda ancor oggi la direzione del Festival di Richard Wagner.
In altre parole era il pronipote di Richard Wagner, e in altre parole era fottuto. Questo in anni già duri di per loro: il Teatro era chiuso, sua nonna era stata accusata d’averlo consegnato alla propaganda nazista, Villa Wahnfried (di Wagner e dei Wagner) era stata semidistrutta dalla Raf inglese, la Siegfried Wagner Haus (casa del nonno) era diventata un circolo degli ufficiali americani, e la sera ci ballavano il boogie-woogie e persino la musica dei negri.
Questo il quadro.
Si lavorava per una riapertura del Festival prevista nel’51, ma per Gottfried significava solo che l’avrebbero sbattacchiato di qua e di là. E infatti fu accompagnato in una tipica pensione per rampolli di famiglie agiate, il collegio di Berchtesgaden, e quel giorno suo padre gli disse: “Presto comincerà il Festival, che è molto importante, tutti dobbiamo fare sacrifici per il futuro. Quando ripartiremo resisti e stringi i denti. Se sarai buono, riceverai dei bei regali”. Non resistette. Non ce la fece. Non ebbe mai regali.
Anzi sì: la macchinetta azzurra. Per il suo compleanno gli regalarono una vera automobilina a motore con cui potesse scorrazzare per il parco, e ce lo ficcarono dentro quasi di forza. L’accesero. E via: Gottfried perse il controllo e per un quarto d’ora sfrecciò a cerchio attorno alla fontana, e poi andò a fracassarsi contro la tomba di Richard Wagner.

Il termine esiste: era un disadattato. Associava il Festival a un qualcosa che lo separava dal padre, dalla famiglia, dalla comprensione di una certa umanità, si sforzava di sentirsi partecipe di un avvenimento mondiale e di un consesso spirituale entro il quale gli era concesso di vivere, ma in realtà non ci capiva niente. Ogni impressione del culto familiare gli pareva luciferina, sinistra. In giardino c’era un busto del nonno che sembrava fissarlo, ne aveva paura. Di fronte a villa Wahnfried invece c’era una statua di Luigi di Baviera tutta circondata da una siepe di pini, e lui vi si nascondeva per spiare i turisti ma soprattutto per chiacchierare coi figli dello zio Wieland, che di regola non poteva frequentare. E non capiva perchè.

Perchè? Papà diceva che erano dei maleducati. Lui comunque si fingeva ubbidiente e poi ogni volta scappava da loro a far casino. Il terrore era della sera, quando papà poteva rientrare da un momento all’altro e Gottfried l’aspettava nascosto nella siepe: e ogni tanto veniva beccato. Botte. “Piccolo russo” gli urlava. E scappava. Magari s’infilava nei parties del circolo americano, dove tutti mangiavano e bevevano e suonavano il jazz, e dove insomma non c’erano le cupe e casalinghe devozioni alle sacre armonie del Graal: ma lo beccavano anche lì. Botte. E scappava. Gottfried era uno di quei bambini che passano l’infanzia a scappare, e poi da adulti non riescono più a fermarsi.

A scuola: un disastro. Lo bocceranno tre volte. E infinite altre cambieranno le scuole e gli insegnanti. Lo sfottevano per il suo accento alto-bavarese e per il ridicolo costume tradizionale con cui lo mandavano agghindato, ma il problema vero è che non lo stimava nessuno. Ogni tanto addirittura lo picchiavano. Un giorno, sul muro della villa, trovarono la scritta “Gottfried è stupido” e suo padre decise il ritiro dalla scuola.

Non è che fosse proprio un buontempone, suo padre: stiamo parlando dei Wagner. A tavola, per dire, non si poteva fiatare. A Gottfried ogni tanto era concesso di assistere alle prove del Festival (non a quelle di zio Wieland) e il padre talvolta sembrava schiudersi perlomeno quando raccontava qualche trama o favola wagneriana, ma Gottfried faticava a capirle. Gli sembravano tutte un po’ troppo complicate, non capiva mai chi fossero i buoni e chi i cattivi, e il vascello fantasma del Lohengrin, alla fine, l’intimoriva sempre. “La musica comunque spiega tutto” gli diceva ogni volta papà. E Gottfried ogni volta non capiva.
Tantomeno comprendeva lo storico dualismo che divideva il padre dallo zio Wieland. Le famiglie non s’incontravano neanche più a Natale, ormai. Le foto conviviali dell’epoca già li ritraggono in tavoli separati, come nei palchi a teatro. Gottfried aveva circa dieci anni. Ecco, fu in quel periodo che decise di cercarsi una ragione per non farcela.
E la trovò. Pian piano.
Assistette, durante un viaggio a Barcellona, a curiosi brindisi dedicati a Hitler e a un certo Francisco, o Franco, non capì bene. Del nazismo aveva solo leggicchiato qualcosa, e nei cinegiornali aveva intravisto dei soldati che facevano il passo dell’oca con un sottofondo musicale che gli era parso ogni tanto di riconoscere: poi la svolta. Da tempo pensava di entrare in una delle stanze segrete poste sopra il laboratorio dei pittori di scena, e un giorno appunto si decise, entrò. Tutto era sporco e impolverato. C’era un enorme quadro a olio che raffigurava Hitler che teneva al guinzaglio un grosso cane lupo, e poi degli strani e pesanti libroni sulle razze umane, e poi ecco, le fotografie. Nonna Winifred, papà, lo zio: tutti insieme a Hitler. C’era anche un modello in gesso del loro teatro, ma era diverso, era come un progetto per farlo più grande, imperioso, monumentale.

E potremmo chiuderla qui. Gottfried la sua ragione l’aveva trovata, per i dettagli avrà tutto il tempo; sua nonna che seguitava a festeggiare il compleanno di Hitler e che nelle missive adottava ancora la sigla «Usa» (che stava per Unser Seeliger Adolf, il nostro estinto buonanima) e così pure l’amata cifra 88 («h» è l’ottava lettera dell’alfabeto, 88=HH, Heil Hitler) e poi la vecchia baracca di legno che celava i filmati di Winfred mentre passeggia amabilmente col Fuhrer, e sempre lei che nel suo viaggio in l’Italia fa intervenire direttamente il Duce per far riparare la sua Mercedes, e zio Wieland dispensato dalla guerra, e il busto di Wagner nel parco della villa – quello che gli faceva paura – che a sua volta era stato scolpito e omaggiato da Arno Breker, il prediletto del Fuhrer. Sino alla scoperta che il Furhrer, una sera, si era seduto coi due ragazzi davanti al caminetto, dicendo loro: «Tu, Wieland, dirigerai i teatri d’Occidente; tu, Wolgang, quelli d’Oriente».

Il resto è tutto molto interessante, ma è solo la cronaca di un’assenza. Quella di un Wagner dalla storia dei Wagner. Quindi la ribellione che il ragazzo montò (fisiologica) e il primo vero disco che si comprò (Luis Armstrong) e le sberle che papà gli allungò (“sei cattivo”) e il collegio in cui infine lo mandò (Stein, il più rigido della Germania) coll’insegnante che lo torturò (con tanti piccoli pugni in testa, disse) sicchè tornò dal padre, e l’implorò (“piagnone”, fu la risposta) perchè lo riprendesse indietro, ma lui: no. Allora Gottfried prese a regire, vendicarsi. Aspettava che i suoi vecchi fossero in vacanza per far entrare gli amici nel Teatro e metteva su Elvis Presley, così tutti ballavano, anche se poi arrivava il nonno con la polizia. Una notte dipinse di rosso il busto di Richard Wagner. Fece questo. E si fece tatuare una falce e martello sul braccio: il padre lo costrinse a un intervento chirurgico.

Il termine esiste: improbabile.
C’è qualcosa di estremamente improbabile in un Wagner di quarta generazione – in teoria il più titolato a regnare sulla collina del Festival più famoso del mondo – che diviene via via, nell’ordine, maturando con una tesi su un libro antiborghese di Arnold Zweig, fidanzato di una figlia di intellettuali comunisti, appassionato di storia e religione abraica, studioso di Marx, laureato in musicologia con una tesi su Kurt Weil e Bertold Brecht, sposo di una nota anti-wagneriana di Bayreuth nonchè propugnatore in tutto il mondo – negli ambienti ebraici americani in particolare – della bontà della musica ebraica avverso alla perigliosità di quella wagneriana; questo mentre nonna Winifred cenava con Edda Goring e Ilse Hess e sulla scrivania teneva ancora la foto di Hitler.

Poi la gente muore. Zio Wieland nel ’66, nonna Winifred nell’80. Gottfried, improbabilmente, visse: cercò di farsi strada come regista, ma a un certo punto non lo volle più nessuno: allora lui diede la colpa alla lunga manus di Baureuth, che intanto, ormai, gli era stata interdetta per sempre. Partì per New York, ma collezionò delusioni: tutti, stranamente, gli consigliavano di sfruttare il suo cognome, e solo in funzione di esso tendevano a considerarlo. Frequentava solo ebrei. Li voleva, ne bramava l’amore.
Ma Eliot Ravetz, un importante agente della Terza Strada, gli disse un giorno: “Qui a New york vivono più ebrei che a in Israele: ne conoscerai molti, di ripugnanti, che ti faranno veramente sentire antisemita. Smettila di vedere in noi ebrei uomini migliori. Non lo siamo”. E Matthews Upstein, agente dell’operistica mondiale, gli disse un altro giorno: “Un Wagner non avrai mai possibilità di occuparsi dell’ebreo Weill, qui da noi”.

Negli anni Ottanta divenne il dipendente n. 42411 della Deutsche Bank. Ma andò male anche lì. Molto. Per qualche tempo fece l’agente assicurativo, ma non faceva per lui. A una cena incontrò una signorina italiana, Teresina Rossetti: la sposò. Quel giorno suonarono la marcia nuziale del Lohengrin ma chiese che fosse cambiata: impose quella dell’ebreo Mendelssohn. I due non andarono a vivere a Bayreuth, ma a Cerro Maggiore. Lui divenne rivenditore di scarpe. Seguiranno conferenze antiwagneriane, un’autobiografia contro la famiglia e altri piccoli parricidi. Il 7 dicembre 1998 ha ridotto le quattro giornate dell’Anello del Nibelungo a un video di nove minuti e 45, e l’ha presentato al centro sociale Leoncavallo.
Gottfried Wagner, oggi, è l’unico discendente che ha lo stesso naso a becco d’aquila del bisnonno.

***

Villa Wanhfried.
Il lento ritorno in albergo.

E dalla sera dopo, al termine delle Valchirie, ti si acuisce uno strano malessere.
Forse è normale: sei solo a Bayreuth, da giorni, non parli con nessuno, ascolti Wagner a teatro, ascolti Wagner con il walkman, leggi solo di Wagner, pensi sempre a Wagner.
Giorni ipnotici, statici, passati immobile per ore, non era mai successo che il tuo orologio automatico si fermasse. Provi a ricaricare il tempo facendo il turista, ma ti senti stordito. Dovresti anche cominciare a scrivere, peraltro; dovresti soprattutto decidere di che cosa scrivere. Il giornale aspetta un articolo, sai? Hai visto le dimore reali, la Stadhalle, i castelli, il meraviglioso Schloss Eremitage di Gugliemina di Prussia: affascinante, ma è un altro articolo. Hai visto le meraviglie dell’Opera dei Margravi, tutta in oro e azzurro, l’unico capolavoro barocco rimasto identico nei secoli, con il palco reale a baldacchino e le ghirlande in legno dipinto: ma è un altro articolo.

Primo di agosto, Crepuscolo degli dei, ultima giornata dell’Anello, pausa tra il secondo e il terzo atto. Ancora quel malessere. Forte, strano.

E’ come se fossi a Bayreuth da mesi, da anni. Sarà normale. Sarà il caldo. Sarà il cromatismo wagneriano, quel colore armonico privo di partenza e di approdo, privo di un centro tonale: senti tutto ondeggiare e farsi instabile, teso come una passione incessante e inappagabile. Prova a girare su te stesso e poi a fermarti di colpo: la sensazione è quella. Solo che sei in un equilibrio perfetto.

Vicino alla biglietteria vendono delle foto di Giuseppe Sinopoli. L’anno scorso diresse il Festival magnificamente, per Bayreuth si parlò di una nuova era. Sinopoli è morto e l’hanno frettolosamente sostituito con Adam Fischer, un ungherese. Ecco, potresti scrivere di lui: ma c’è poco da dire. Vendono anche delle foto del vecchio Wolfgang, chissà, forse: la faida familiare, la dinasty, la guerra di successione. Il solito articolo.
Allora la crisi dei cantanti, le voci che non ci sono più. Insomma. Oppure le regie sempre più assurde e stravaganti, vieni avanti regista, cose del genere. Mah.

Tu pensa alla musica. C’è il terzo atto del Crepuscolo degli dei, un momento che giustifica anche otto anni di attesa, giustifica qualsiasi sacrificio.
Tu un non l’hai mai visto un pubblico così: immobile, cristallizzato, cerimonioso. Ti senti parte di un qualcosa, di un tutto che non riconosci.
Dal golfo mistico riecheggia la musica più cupa e impressionante che forse abbiano mai scritto. La salma di Sigfrido è perfettamente immobile, il crepuscolo si fa notte, il sipario viene abbassato e la marcia funebre prosegue nel buio. La gente di Bayreuth è paralizzata di una commozione torbida, stregata, voluttuosa, inebriata dagli strappi orchestrali ma infine velata dalla mestizia del tempo che se ne va.
Qualsiasi cosa rimpianga, non tornerà.
Intravedi dei vecchi signori con la testa tra le mani.
Il sipario si rialza, ed è il crollo finale, le fiamme, l’estasi dell’annientamento.
Una luce accecante spalanca il paradiso del Walhalla e vedi lacrime su volti raggrinziti.
Giorni di inferno, di tormento, e poi il tema finale è di una tale dolcezza da scioglierti e annichilirti. Sarà l’ultimo Festival, per alcuni, e non c’è da scherzare.
Il Crepuscolo degli dei termina alle 22 e 40, e quando te ne esci, più di mezz’ora dopo, la gente è ancora dentro a scorticarsi le mani.
Più tardi ripensi alle parole di Franz Liszt: “Non riesco a dire nulla di quest’opera meravigliosa, essa rende muto chi ne è colpito profondamente”.
Tu ora dovrai scriverne. Cammini sinchè scovi un ristorante ancora aperto, passi un quarto d’ora a gesticolare e poi scopri che il cameriere è italiano.
Ti dice che Wagner non gli piace, e che i tedeschi secondo lui sono sbronzi dentro.

(rielaborazione di due articoli pubblicati sul Giornale e sul Foglio nel 2001).

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12 Comments

  1. Possibile, facci scrive un articolo lascia spazio per i commenti e nessuno scrive nulla ? Senza neanche leggerlo (lo farò poi) voglio sprecare questo spazio messo a disposizione della plebaglia e beccarmi il primo vaffanculo del post!

  2. Io questo lo avevo già letto, allora come adesso lo avevo trovato notevole, emozionante.

  3. è lungo noioso prolisso e mi ricorda quella terrificante parte filosofica della montagna incantata di thomas mann (che per il resto è bellissimo) che ho letto per l’esame di letteratura comparata e che era la domanda sulla quale tutti cadevano perché nessuno riusciva a leggerla e soprattutto a capirla..mi è comunque venuta voglia di panino con crauti e salsiccia..magari lo scopo era quello di spingerci tutti ad innalzare il livello del colesterolo con messaggi subliminali…

  4. la voglia di salsiccia e crauti mi ha fatto riflettere..ma il facci ricicla i suoi articoli e gioca di copia e incolla?

  5. la voglia di salsiccia e crauti mi ha fatto riflettere..ma il facci ricicla i suoi articoli e gioca di copia e incolla?

  6. Quasi ai livelli di Gli Omissis di Mani Pulite o Io ti conoscevo bene. Gran letteratura.

  7. Un articolo notevole.. ci rende possibile intendere quel che le immagini e i suoni non ci restituiscono mai.. quell’atmosfera torbida e angosciosa della Germania estiva. Wagner è quasi uno sfondo, un’occasione.

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