Naso marrone.

Questo articolo è stato impaginato benissimo. Le fotografie sono eccelse. Le didascalie sono curatissime. E la titolazione denota gusto e ricerca. Il caporedattore – che ha un nuovo taglio di capelli, e gli dona divinamente – non ha neppure eccepito per la consegna tardiva: è stato carino come sempre. In altre parole, l’autore di questo articolo – la definizione, tecnica, è di Richard Stengel – è un baciaculo.


Nel suo Breve storia della piaggeria (Fazi editore, 35mila, bellissimo, leggetelo) Stengel cita anche termini come lisciastivali e grattaschiena financo l’orribile naso marrone, ma il termine prediletto rimane adulatore.
Non si tratta della consueta guida semiseria da regalare al frustratissimo vicino di scrivania, e non è il solito prontuario di etologia che dimostri che l’uomo è la peggiore delle bestie (perchè dice le bugie) e tantomeno è la solita snobistica dissertazione sulla stupidità umana, tipo Musil o Cipolla: non è insomma quel genere di libro al termine del quale possa carezzarci la puerile speranza d’essere migliori: alla fine del libro ti senti semmai peggiore, e noi geni ne abbiamo tutti un gran bisogno.

Il principio può sembrare banale: si spiega che l’adulazione è il lubrificante della macchina sociale e che l’origine del fenomeno è rintracciabile sin dallo spulciamento tra gli scimpanzé: è un comportamento che fa parte del nostro patrimonio genetico e che ci ha aiutato a sopravvivere. Fine. Stengel ci conduce attraverso le forme di adulazione della storia umana e conclude che la piaggeria è una metastasi, mentre la lode sincera è una merce rara. E uno dice: vabbè. Poi prosegui nella lettura e dici: ma questi hanno sbagliato titolo. Questa è Storia del giornalismo italiano – direbbero i giornalisti – oppure è Storia degli uffici del Catasto – direbbe un impiegato del Catasto – e così via, perchè è storia nostra, di tutti: e se non temessimo di essere lapidati dal lettore – ma il lettore è intelligente, anzi è più intelligente di quanto spesso i giornalisti e i politici non pensino, giusto? – si potrebbe addirittura concludere che un’analisi del genere, uno sguardo così impietoso e disincantato su un’intera epoca (ma non se ne può più, di sguardi impietosi e disincantati su intere epoche) non lo si leggeva da anni.

Ci siamo dentro tutti. E tutti avranno vissuto la tipica scena in cui il direttore – il capoufficio, quel che si vuole – snocciola un’idea che il leccapiedi di turno, davanti a tutti, condisce così: “Mi sembra proprio una trovata brillante, direi geniale”. E tu allora cerchi nel tuo direttore un qualche sorriso di affettazione o perlomeno del sarcasmo – l’avevi sempre ritenuto un buon rabdomante di sciocchezze – e invece no, sbagliato, il direttore ha stampato un bel sorrisetto di compiacimento, e morale: ogni volta riscopri che ricevere complimenti piace davvero a tutti.

Si sbaglia ogni volta. Si parte dal principio che più tizio sia intelligente (e più abbia salito la scala del successo) e meno sia vulnerabile alle lusinghe. Errore. Egli semmai prenderà a interpretare gli elogi come dimostrazione di intelligenza da parte dell’interlocutore, del tipo: è intelligente perchè ha capito quanto lo sono io. E siccome siamo tutti disposti a sospettarci migliori di quello che siamo, succede che da qualche tempo a questa parte siamo diventati tutti bravissimi (e tu sei anche più bravo di me, e sai, volevo dirtelo prima, ma durante la riunione non potevo).

Niente di male, da una parte; seguiteremo ad accomiatarci con educazione (cordiali saluti) e diremo che la paella era deliziosa (sembrava colla) e che la sposa era bella e che il neonato era carino (un mostro) e che il morto era buono: vista così, l’adulazione è solo un lubrificante della civiltà, perchè è vero, la stabilità civile è dovuta anche a una serie di inganni micro-sociali. Ma la piaggeria è anche altro. La piaggeria è anche un coltello a due lame che sembra dire una cosa e invece ne dice un’altra, è il linguaggio che promuove l’interesse personale cercando al tempo stesso di occultarlo: ecco, questo genere di piaggeria – il suo evoluto dilagare – pare che non la fermi più nessuno. Imperversa. Si fa largo nei mondi della politica e del giornalismo e dello spettacolo laddove paiano dimensioni ormai indistinguibili, dicasi star-system: “Sei bravissimo”. “Sei più bravo tu”. Tutti “fantastici” e “visionari” e “dotati” e in particolare “un genio”: è il dilagare della piaggeria ad aver distorto il significato delle parole più di qualsiasi altra cosa.
Oggi per essere un genio basta scriversi addosso e parlare in pubblico delle proprie masturbazioni, e non sempre è una metafora. La vecchia adulazione è moneta fuori corso: prima era un disvalore, ora i genitori la insegnano ai figli perchè facciano strada nella vita; la si apprende ai corsi di marketing (“buonasera sono Tania, come posso esserle utile?”) mentre i camerieri ci elogiano ogni volta per la nostra “ottima scelta” e la giacca più sformata ci fascia ogni volta “divinamente”.

Bene: capita che le capitali mondiali della piaggeria – è la parte più impressionante del libro – ormai sono tutte e rigorosamente negli Stati Uniti. Sorpresa? Neanche tanto. Declassata la cosiddetta trasparenza americana, l’adulazione del nuovo millennio abita a Washington e Hollywood e New York. Dunque si globalizza. L’adorazione per le celebrità e quindi la fama come unico comune denominatore della società e quindi la personalizzazione di ogni cosa (gli Usa non hanno invaso l’Afghanistan: Bush ha bombardato Osama) hanno lasciato in cassaforte pochi valori cardine (il bene, il male, la bandiera, roba che in Europa facciamo i distinguo) e si sono ormai appropriate di quel neo-relativismo per cui nulla è più giusto o sbagliato, e diritto o storto, e alto o basso.
E’ negli Stati Uniti che tutto è divenuto definitivamente contestuale e obliquo e strategico, e che il concetto di verità (un parolone, d’accordo) si è fatto relativo come tipicamente accade nei lunghi periodi di pace. Un lungo periodo, prima dell’11 settembre, ammantatosi via via della cifra definitiva, della parola chiave della nuova piaggeria globalizzata, attenzione: l’ironia. La famosa ironia.

E qui siamo a New York, o, se preferite, in qualche pallida emulazione dell’italico star-system: ma è in questi teatrini dell’ironia che tutto è possibile, che tutto può essere detto senza vergogna come se fosse pronunciato tra virgolette, con tono scaltro e appunto ironico: “Sei il migliore”, “Sei il più grande”. Sicchè tutto diventa ironia (sicchè nulla lo è) e siamo tutti bravissimi (e nessuno lo è) e pazienza se l’ironia degenerasse in cinismo, e il cinismo, alla lunga, degenerasse in una sorta di (altra parolona) letargia morale in cui appunto imperi la più sfrontata adulazione. Di tutti. Per tutti. “Se la verità è relativa, l’adulazione è soltanto un’altra maniera per manipolarla – spiega Stengel, che a scanso di equivoci, precisiamo, è un redattore di Time, è un genio, è un visionario e ha pure uno splendido taglio di capelli.

Certo, uno può dire: ma dov’è il problema? Non c’è, se l’adulazione è un regalo offerto liberamente e non una regalia che sottenda un tornaconto: e poco importa se la lusinga sia vera o falsa, basta capire se chi la fa sia sincero, giusto? No. Sbagliato anche questo. Siamo al problema. Nel grande circo della piaggeria, se non a parole, la sincerità non è più un valore. Il sincero viene giudicato un ingenuo avventato, un cattivo stratega, un perdente, un incapace di essere altro. La sincerità col cuore in mano è un vestito che cade meno bene di una volta, e come stile di vita è ritenuta semplicemente improbabile. Se invece fai parte del circo e partecipi al gioco, ecco, bravo, hai capito tutto, sai stare al mondo e siamo tutti bravissimi, siamo delle adorabili canaglie: e non c’è problema se menti in pubblico, se te la cavi con tortuosi ed ellittici ragionamenti, se dici palesi cazzate: non sei più un bugiardo, anzi sei abile, fai la tua parte, forse sei addirittura un genio.

Peccato che in mezzo a tutto questo non ci sia più nessuno – scusate se moraleggiamo – disposto a farsi schifo, a fare autocritica, mai: perchè laddove non c’è più una bussola – nessuna morale, e ci risiamo, ma non sapremmo come chiamarla – e insomma: laddove l’autostima non conta più nulla, cioè, va davvero a finire che l’opinione che abbiamo di noi stessi coincida con quella che gli altri hanno di noi, e va a finire che il senso di quello che siamo lo si attinga unicamente dal giudizio del prossimo: dunque che, nell’adulazione generale, cresca l’incapacità di essere appunto autocritici e si divenga insofferenti a ogni osservazione non strategica, non politica, non bipolare; e va a finire – è già così – che ogni attacco appaia personale quando non fisiologico al teatrino: tizio mi attacca, perchè? E’ pazzo? Che avrà in mente? Si rischia, in sostanza, e infine, una scarsa consapevolezza di sè.

Ed è un guaio. Grosso. Perchè poi ti capita che un amico vero, che ti critica indistintamente solo perchè ti vuole bene, ti paia un cretino: per questo l’amicizia sparisce e si fa ultralight. Si preferisce commisurare il proprio valore in rapporto alle relazioni che s’intrattengono con le persone celebri, e spiace dirlo, ma le macchiette del caso anche in questo campo (in Italia) sono i giornalisti. Sono loro che in mancanza d’altro si citano sempre più fisiologicamente l’uno con l’altro, e si raccontano di esistere.

Ma fa niente. Tutto va bene, perchè è pur vero: entro certi limiti, la piaggeria rende più felice sia adulato che adulatore, e ciascuno di noi non ci offenderà certo per un’adulazione che ritenga improbabile: male che vada, essa dimostrerà che siamo abbastanza importanti da meritarne una.

Ora però hanno detto che niente sarà più come prima, e pare negli Stati Uniti un qualche riequilibrio (di valori: ah, i valori) se lo siano dando davvero. C’è meno voglia di ironie & piaggerie, dalle parti di Ground Zero.
E da noi? Mah. Non si tratta di fare i disfattisti. E’ che siamo tutti bravissimi, sempre di più. E ironici. Dio come siamo ironici. Tra un distinguo e l’altro, si seguita ad ammazzarsi di complimenti da giornale a giornale: ma forse anche il rilevarlo – come noi, ora – non è che un modo di partecipare, è piaggeria. La piaggeria di non averne. Io te le canto chiare, fidati di me.
Perciò tanto vale dirlo: il caporedattore ha una pettinatura da schifo.


(Pubblicato sul Giornale – o sul Foglio? Non mi ricordo – nell’ottobre 2003).
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8 Comments

  1. Il titolo corretto è “Manuale del leccaculo”. È carino, ne avevo parlato anch’io a suo tempo… E soprattutto oggi è in edizione economica a nov’euro e mezzo, un affarone.

  2. No, il titolo da te citato è solo il titolo dell’edizione economica. Hanno pensato, diciamo, di semplificarlo.

  3. qualsiasi commento sbrodolante e complimentoso a questo post sarà la conferma che tutto ciò che avete letto è DRAMMATICAMENTE vero. e qualsiasi commento ironico anche. asteniamoci dal commento, per una volta.

  4. beh, visto che tanto l’importante è il contenuto tanto vale prendere l’edizione economica, no?

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