Gli Strauss.

Non sei neanche sceso dall’aereo e tre quarti del tuo scritto l’hai già surgelato, l’hai praticamente già scritto e avvoltolato nei luoghi comuni sulla città che cerca di scrollarsi di dosso i fasti del solito impero asburgico, e quindi i soliti valzer, la ruota del Prater e la Sachertorte, i pomposi palazzi affacciati sul Ring, i castelli fiabeschi, le anse del Danubio e le piane verdeggianti, e naturalmente la solita musica, i dorati saloni da ballo, una qualche orchestra che ti sprofondi nel torpore nostalgico di un tempo che non hai mai conosciuto ma che hai studiato su qualche sussidiario, l’hai sognato in un romanzo di Joseph Roth.
Espressioni, formulette imparate a memoria.
Vienna.

Hai già previsto un’ appendice romantica che rimembri i fruscianti vestiti che sagomavano migliaia di donne, gli sguardi celati sotto le velette dei cappelli di piume, i manicotti di pelliccia, il caffè con la panna a metà pomeriggio, le cene col tacchino e le oche e il Borgogna, le uniformi, il baciamano, i vetturini con le carrozze silenziose nella neve – ma ora è luglio – per condurre gli amanti in segrete garçonnière.

Tutte cose che avevi praticamente già scritto, parole che riconosci. E i manicotti. E il caffè con la panna. E i vetturini.

Ma poi, per fortuna, a contraddirti, c’è quella città lì.
C’è il suo presente, quel famoso clima mitteleuropeo che percepisci senza tuttavia saperlo catturare. Non sei ancora in albergo e ti hanno già informato di una dozzina di concerti per la serata, e non commemorazioni per allocchi: un Werther di Massenet, una messa bachiana, sinfonie e opere e quartetti.
Poi accendi il televisore, in stanza, e c’è Wagner. E una mezza dozzina di opuscoli e guide musicali. Sei a Vienna per quello. Per capire se a Vienna ci sono o ci fanno.

C’è un gran vento, un freddo da maglione. Cammini verso l’abitazione in cui il re del valzer, Johann Strauss, trascorse anni tra i migliori. Percorri la Schwedenplatz e passi vicino alla nave concerto dedicata alle sue musiche, ancorata sul Danubio. Sei nel quartiere ebraico di Leopoldstadt. E nella casa museo ecco gli oggetti, gli spartiti, i manoscritti. Il mitico violino. L’organo. Il mitico Bosendorfer, la Rolls dei pianoforti. Forse è qui che il fascinoso uomo di mondo componeva nel suo smoking di velluto rosso e provava lo spartito con delicatezza, per non svegliare l’amata Jetty. Loro erano quelli del walzer, del Danubio blu e del Sangue viennese.
E sotto, ora, c’è un MacDonald.

Ricordi. Appunti. Quel tuo vecchio articolo.

“Il 22 maggio 1899 Johann Strauss junior salì sul podio ma fu preso come da un senso di vertigine. Si rese conto che la dinastia degli Strauss era ormai celebre quanto Birmark e la Regina Vittoria: avevano 200 dipendenti e varie orchestre che a Vienna suonavano ogni sera e insomma avevano fama, prestigio, soldi. Loro erano quelli del walzer, del Danubio blu e del Sangue viennese, insomma erano gli Strauss e basta, anzi lui era gli Strauss: Johann, «la mente più musicale d’europa» a dire di Wagner, il geniale e fascinoso uomo di mondo che ogni notte sedeva al tavolo e componeva nel suo smoking di velluto rosso, e poi sedeva al pianoforte, e provava lo spartito con delicatezza, per non svegliare l’amata Jetty.

Ma quella sera fu preso come da un senso di vertigine.

Brahms era morto due anni prima, e poi era toccato ad altri amici come Bruckner e Clara Schumann.
La principessa Sissi, moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe, era stata assassinata e sepolta nella Cripta dei Cappuccini. L’Austria degli Asburgo non era più invincibile e ormai brillava come una stella spenta di cui giungeva una luce d’altri tempi. Luce, sì: bagliori di centinaia di fiammelle a gas che illuminavano i dorati saloni da ballo, bagliori negli occhi delle donne, celati dalle velette dei cappelli di piume, avvoltolate nei manicotti di pelliccia, stordite da quella musica seducente.

Troppo bella. Le anse del Danubio, le piane verdeggianti, il Prater, l’aroma del gulasch sparso per le vie, le cantine coi soffitti a botte in cui spillare la migliore delle birre, e il caffè con la panna a metà pomeriggio, le cene col tacchino e le aragoste e le oche e il Borgogna, le uniformi, i vetturini e le carrozze nella neve, che silenziose conducevano gli amanti in segrete garçonnière, o finalmente al ballo, epidemia della sera, tutti impazziti al ritmo di 3/4, zum zum zum. Troppo bella come la sua musica, Vienna.
Ma la musica più bella guarda sempre al passato, e suona sempre come un inconsapevole commiato, come un preannuncio di imminente catastrofe.

Insomma come una vertigine: ma intanto lui, loro, in quel maggio 1899, erano ancora gli Strauss. Avevano dato dignità sinfonica al modesto valzer, «quel ballo straniero e indecente» come l’aveva descritto il London Times. L’Europa musicale rinomava la loro musica sì «leggera» ma anche preziosa, suadente. Mancavano sei mesi al nuovo secolo e a Vienna si raccoglievano fondi per dedicare un monumento a Johann Strauss senior, il padre.

Il primo della dinastia era stato lui, malcresciuto in una famiglia che gestiva una bigia taverna per viandanti. Ascoltava le storie raccontate dai musicisti di passaggio. A 15 anni era già nell’organico della più famosa orchestra di Vienna: suonava allo Sperl, storico locale dai soffici tappeti alle pareti. Con un collega, Joseph Lanner, formò una vera orchestra che in breve spopolò. Valzer su valzer. Finchè una rissa clamorosa a colpi di contrabbasso – al Zum Bock, il Caprone – divise i soci e l’orchestra. Quell’anno, il 1825, nacque Johann Strauss junior. Due anni toccherà al fratello Joseph. Nel 1835, al terzogenito Eduard.

Strauss rimase solo e divenne Strauss: moltiplicò le orchestre che ogni sera raggiungeva nelle varie sale, spostandosi in carrozza. Tournée ovunque: l’Europa fu sua. Divenne una moda. Gli uomini fumavano pipe Strauss, le donne bevevano in tazze Strauss.
Eppure il primogenito, Johann junior, dovette studiare musica quasi di nascosto: suo padre lo voleva bancario. E quando il figliolo s’avvio a fondare un’orchestra propria, giovanissimo, fu quasi guerra dinastica.
C’era tutta Vienna il 15 ottobre 1844, quando Johann junior esordì. La sua carriera fu invero rapida e non mancarono partiti a favore del’uno o dell’altro. E quando il padre chiese al figlio di subentrare nella sua orchestra, il rifiuto fu netto. Allora si spartirono i locali. E le tournèe.
Celeberrimi.QUalcuno ha scritto che il raffreddarsi del burrascoso ’48 fu addebitato anche a un riunificante lutto collettivo: la morte di papà Johann. Era appunto il 1848. Ai funerali c’erano 100mila persone. Il suo ultimo valzer era stato L’addio del viandante.

E intanto Vienna sfiorava il suo massimo fulgore. E ballava. E sognava: mentre Johann junior, il figlio rimasto solo, dava forma a quei sogni che pure non erano suoi: era sì uomo di mondo (perchè Vienna era il mondo) ma rifuggiva le folle, amava riunirsi con pochi amici. Del padre aveva preso la tonalità grigia del temperamento e quel senso di vertigine che già lo colse nel 1953, quando collassò per troppo lavoro. Fu questo a favorire l’esordio forzato del fratello Joseph, un ingegnere che di musica non aveva mai voluto saperne: aveva preferito brevettare una macchina per la pulizia delle strade. Ma la dinastia premeva: che Joseph si desse ai valzer. Così fu. Esordì allo Sperl e fu ovviamente un successo. Johann, rientrato, partì per l’ennesima tournée in Russia, a Pavlosk: altro successo pazzesco. Fu sfidato a duello da un ufficiale la cui moglie gl’inviava tutti i giorni mazzi di rose rosse.
Ma lui, nel 1862, sposò Jetty. Fu una cerimonia discreta, che sfuggisse ai pettegolezzi mondani che tre anni addietro non avevano risparmiato l’esordio di Eduard, il terzogenito: bello, la pelle olivastra e gli occhi neri, subito popolarissimo per la sua verve da teatrante. Benchè, musicalmente, non fosse dotato come i fratelli.

Ma tutto andava bene.
Vienna e la sua musica erano splendide. La cessione del Veneto e l’avanzare della Prussia erano solo istanti di breve vertigine, appunto. Anche il celeberrimo Danubio blu fu composto per festeggiare un trattato che celava, in realtà, una rovinosa sconfitta militare. Fa niente, si ballava. Gli Strauss suonavano.
Ma nel 1870 morì Anna, la loro madre. Joseph si chiuse in se stesso. Pochi mesi dopo, durante un concerto a Varsavia, svenne e batté la testa. Morì a 43 anni. Suo padre era morto a 48. Johann junior lasciò le orchestre nelle mani di Eduard.

E quando Johann fu invitato in America per dirigere il magniloquente Giubileo delle Nazioni, nel ’72, ancora quel senso di vertigine. Lasciava il Vecchio mondo e forse intravedeva il Nuovo: i 16mila cantanti del coro, le migliaia di orchestrali, i colpi di cannone, l’isterismo hollywoodiano delle donne che gli chiedevano ciocche di capelli ma alle quali lui corrispondeva, in buste profumate, riccioli di cane.
Fu tentato di fuggire. E al suo ritorno, quando morì Jetty, fuggì davvero. Non andò neanche ai funerali. Chiuse la sua casa per sempre e viaggiò per l’Italia. E forse anche il suo celere matrimonio con la giovane Angelika fu solo un fuggire. Il suo mondo si disfaceva. Nell’83 si spegneva Wagner. Nell’86, Franz Listz. Eppure la musica degli Strauss era sempre più bella, e il Valzer dell’Imperatore, nell’88, fu divino: anche se l’erede al trono, Rodolfo, fu trovato morto l’anno dopo, insieme all’amante 17enne. Qualcosa stava accadendo. Johann ricevette un’altra offerta dal Nuovo Mondo: preferisco il vecchio, rispose; la nebbia di Vienna a quella dell’Atlantico.

Cosicchè, il 22 maggio 1899, Johann Strauss junior fu preso appunto da quel senso di vertigine. Dopo l’ouverture chiese di essere sostituito. Ebbe un malore, si mise a letto. E canticchiando una canzone, il 3 giugno, alle 16 e 15, morì.
Mentre poco più in là, al Volksgarten di Vienna, suonava un concerto di gala che raccoglieva i fondi per dedicare quel monumento a suo padre. Il direttore fu avvertito e fermò l’orchestra. Il silenzio. Nessuno disse nulla. Gli spartiti vennero sostituiti. Seguì quel tremolo, le prime note del Danubio. Il pubblico si alzò in piedi.

L’impresa Strauss fu sciolta il 13 febbraio 1901. Anni dopo, il 22 ottobre 1907, Eduard fu preso da un’ultima vertigine e diede alle fiamme l’intero archivio musicale della famiglia: chè nessuno potesse usarlo dopo di loro, che erano gli Strauss. Il fuoco divampò dalle due alle sette del pomeriggio, e poi per tutto il Novecento”.

E sotto c’è un MacDonald, sì.
Non c’è la nostra carrozza ad attenderci, c’è la stazione della Metro.

Scendiamo alla fermata Santo Stefano. L’aroma del gulasch sparso per le vie. E i fiaker, i vetturini delle omonime carrozzelle che da secoli si tramandano il mestiere e la bombetta in testa. E, ovunque, ticket office per concerti. E la più alta concentrazione mondiale di negozi di musica rigorosamente classica. Dischi. Spartiti. Decine di musici ambulanti. Ma i chitarristi da sacco a pelo non li guarda nessuno. C’è un americano che suona roba country: lo snobbano. C’è uno straccione col piffero: idem. E c’è un tizio senza strumenti che intona lieder di Schubert: lo coprono di soldi e di applausi. La cattedrale di Santo Stefano certo potrebbero pulirla. Qui Joseph Haydn cominciò come corista. Ebbe subito successo diversamente da Mozart e Beethoven. 108 sinfonie e 68 quartetti e 13 opere liriche. Ma ci interessa poco. Nè di lui nè di altri profeti delle forme, nè di altri viennesi tardivi o adottivi. Non cercheremo tracce di Johannes Brahms o di Arnold Schoenberg. Lasceremo battere il nostro cuore provinciale e cercheremo subito la casa di Mozart.

Ecco la Figaro-haus dove Wolfgang trascorse i suoi anni migliori e compose Le nozze di Figaro. Cambiava casa spesso, non riusciva mai a pagare l’affitto. È qui che voleva stare, non a Salisburgo. C’è da capirlo. Saranno almeno 250 metri quadri luminosi, lunghe assi di legno scuro e scricchiolante, una vista insignificante ma un cortile bellissimo, molto viennese, le scale, i pietroni. Ma la casa che cercavamo non è questa.
Due tizi cercano di infilarti nella Mozarthaus, la sala da concerti più antica di Vienna. Hanno l’animosità di un buttadentro di Pigalle, ma non ci interessa. Mozart vi suonava al servizio di un arcivescovo. Fa niente, sa di turismo. Ci interessa Rahuensteingasse 8, la casa dove il genio morì in povertà nel 1791. Fu il primo artista free-lance della storia e non glielo perdonarono. E che crudeli, che cinici siete, amici viennesi. Ora come allora. Qui Mozart compose il Flauto magico e il Requiem, e voi ci piazzate un grande magazzino. Per farvi perdonare avete messo una targa striminzita e un “Mozart shop”. Cioccolatini e magliette.
Poi cammini e Vienna ricomincia a vincerti. Per un attimo hai temuto che tutto fosse davvero ridotto a souvenir, tristanzuolo come il luna park del Prater, luccicante come quei balli invernali che attirano migliaia di turisti per il Ballo dell’Imperatore e dell’Opera. Hai rischiato di confondere Vienna con la ventina di concerti quotidiani che orchestre “tra le migliori del mondo” e “in costumi storici” ti propinano nei vari palazzi barocchi. Magie e suggestioni imperiali, aria condizionata. Accorrete. Musiche di Strauss e Mozart. Musiche di Mozart e Strauss.
Timori infondati. La capitale mondiale della musica è questa. La ricchezza dell’offerta è impressionante, e gli elenchi sono effimeri. Che scrivi di Vienna? Che i viennesi fanno tutto questo essenzialmente per loro stessi. I concerti mascherati li lasciano ai giapponesi, il resto è per loro, come quei caffè in cui siedono per ore a leggere i giornali e a chiacchierare tra specchi e velluti. E sono loro ad affollare le taverne dove spillare vino novello e birra weiss, e a litigarsi il primato della Sacher da una pasticceria all’altra. Poi, la sera, si accendono i riflettori dei grandi teatri. E li riempiono. Loro.

La Pasqualati-haus è vicino all’università, Beethoven ci visse per dieci anni. L’irrequieto cambiò casa un’ottantina di volte. L’appartamento è al quarto piano ed è immerso nel silenzio. Dentro c’è un pianoforte. C’è il pianoforte di Beethoven. Te lo ripeti: il pianoforte di Beethoven. E la sua pendola. Il portapillole. Ritratti tra loro discordanti che si affacciano su pavimenti di legnaccio scuro. I soffitti bassi. Guardi per strada e c’è un vetturino, un fiaker che indica quassù, forse spiega che Beethoven compose il Fidelio e la Quarta e la Quinta Sinfonia. Qui, dove stai camminando tu. Il vetturino prosegue. Ci sediamo. Gustiamo il silenzio perfetto. Il silenzio perfetto che Beethoven conobbe negli ultimi 25 anni della sua vita.
Cammini lungo il Ring, il grandioso viale che incornicia il centro storico. Ecco la piazza del municipio, l’immensa e spettacolare Rathauplatz. C’è un maxischermo e la scritta Wien 2000, forse è un festival del cinema. Poi gli immensi giardini fioriti descritti in cento romanzi, le meraviglie della Hoffburg e del Burggarten. Ecco il monumento a Mozart. Scruta l’orizzonte appoggiato a un leggìo. Bello. Imponente. Allegro. Davanti ci sono 100 sedie verdoline. Non 99. Non 101. Gli austriaci. C’è gente che legge, sdraiata su prati perfetti. Ragazzotti coi pattini. Sembrano normali persino i giapponesi. Tutto è così sereno.
Disegni urbani armoniosi che si alternano a trionfi barocchi. Vienna che invecchia e rifiorisce in dieci metri, tra un’abbazia e una facciata provocatoriamente moderna. Dai dolci alle architetture: qui tutto sfida il tempo con le sue bislacche invenzioni. E vince.
Ma Brahms forse non è d’accordo. Il suo monumento, sulla Karlplatz, è coperto dagli alberi. Ha l’espressione ancor più corrucciata di un Beethoven. Forse non gradisce quelle rampe per lo skateboard. Ha lo sguardo fisso sul Musikverein, l’auditorium con l’acustica migliore del mondo, quello che ospita i Wiener Philarmoniker e il concerto di capodanno. Lo stiano ristrutturando. Ma caro Johannes: dovevano farlo, presto o tardi. Meglio ora, in luglio, coi turisti faciloni in giro. Poi tornerà l’inverno e tornerà ai viennesi. E comunque a pochi metri c’è pur sempre la Konzerthaus col suo misto liberty storicistico. E più in là c’è la grandiosa Staatsoper, il teatro che mise Gustav Mahler e Richard Strauss ed Herbert von Karajan di fronte a un pubblico tra i più esigenti. È sporchina. Stasera ospiterà un’orchestrina di mozartiani in costume. Ma pazienza.

Chissà che direbbe della Secession, Brahms. La palazzina di fine ottocento (ma è modernissima) ospita i Beethoven-Fries, i grandiosi fregi che Gustav Klimt dedicò alla Nona sinfonia. Belli. Ma neanche il binomio musica-pittura ci interessa molto. Se dobbiamo contaminare lo spirito allora è meglio lo Stadtpark, il magnifico parco all’inglese che ospita monumenti dedicati ovviamente ai musicisti. Meraviglioso, è chiaro. Magari la statua d’oro di Johann Strauss potevano mitigarla un pò. Meglio il busto di Bruckner, la testa a uovo, il naso adunco, lo sguardo sostenuto ma poco credibile per chi ne conosca la biografia. Scruta il laghetto con le paperelle. Quack. Nuotano via e non tornano più. Mentre più in là ecco Schubert. Che importanza. Che fiori. Che posa. Il solito panciotto e il solito fiocco e i soliti occhiali da feticista. La pupilla spenta. Incompiuta.
Cerchiamo la sua casa nella periferia sud. Ma prima, all’imbrunire, passiamo in Ungargasse 5, davanti alla casa in cui Beethoven compose la Nona. C’è una targa sbiadita. Lavori in corso. Pizzeria Topolino. Un corteo impressionante di centauri in Harley Davidson scortati dalla Polizei, non ti lasciano attraversare la strada. Fermatevi, lì sopra hanno rivoluzionato la storia della musica.

È defilata, la casa in cui Franz Schubert morì giovanissimo nel 1828. In realtà l’appartamento era del fratello, che nulla potè per guarirlo. Ritratti alle pareti. Spartiti dei suoi lieder, i più famosi di ogni tempo. Continuava a cantarli nel delirio. Ci sono tre cuffie per ascolarli ma sono occupate da una famigliola concentratissima. Non se ne vanno. Un quarto d’ora. Sono sempre lì.

È buio e ripassi alla Rathauplatz. Non era un festival del cinema: proiettano la Tosca diretta da Chailly. In programma, per tutta l’estate, ogni sera, registrazioni leggendarie da tutto il mondo. Ti siedi tra migliaia di persone che bevono birra e di colpo intonano Recondita armonia. Che fantastica città di geometrici pazzi. Quante scemenze ti hanno fatto leggere, sulla freddezza e durezza dello spirito germanico. Applausi come a teatro. Freddo, il maglione non basta più. Sappiamo che cederemo, più tardi, e andremo sulla Ruota, al Riesenrad. Ormai gira da un secolo. Guarderemo Vienna eternamente immobile, che eternamente si muove.

(Agosto 2000, solito Giornale)

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10 Comments

  1. vediamo se stavolta i commenti li chiude per davvero…

    D.B., meglio offendere alla cazzo come Facci?
    Ne sei sicuro?

    Forse non ricordi la tecnica dialettica del Facci: quando tu argomenti le tue tesi, lui contrattacca con le offese alla cazzo; quando invece tu, stufo, inizi a dirgliene quattro, lui se ne esce con un post alla cazzo sul “sovietico” Ciaikovskij…
    Inviato da: Cinemator , 22.12.05 15:21

  2. oh,a me questi articoli piacciono.sinceramente,se f.f. non vuol sentirsi dire delle stronzate fa benissimo a chiudere i commenti o a rispondere a tono,a chi gli rimprovera una lezione inesatta o un congiuntivo.non capisco proprio il perchè di tutte queste polemiche.
    f.f.,continua così.

  3. Io adoro vienna, ci andro’ i primi di gennaio con il mio fidanzato, questo post descrive molto bene l’atmosfera senza tempo che si respira in questa citta’ meravigliosa…

    le vostre polemiche sono sterili

  4. Non dimentichiamo che tra gli ottoni e i velluti dei caffé viennesi, tra un caffé, una fetta di torta e almeno cinque o sei giornali, se pure ti fumi qualche sigaretta, nessuno si sogna di rompere le palle. Visto da qui, si ha quasi una vertigine.

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