I fragili equilibri dell’America Latina: tra indignazione, paura e speranza


Penserete: du’palle. E avete ragione.


Riconosciuta la notevole importanza strategica per tutto un popolo della scoperta di una riserva di gas nella regione del Chaco (sufficiente per soddisfare le richieste della gente paraguayana per almeno un ventennio), il Paraguay e tutta l’America Latina non possono però smettere di guardarsi alle spalle: il cammino verso la piena libertà passa anche per la sete di giustizia di un’America magnifica, vera e mai di plastica nonostante le continue minacce dalla multiforme violenza (quella militare e degli squadroni della morte, ma anche quella economica delle privatizzazioni e del libero commercio).
Nell’Argentina del Que se vajan todos (“Se ne vadano tutti”), Menem è l’immagine di un passato oscuro che non sembra del tutto scongiurato; in Perù gran parte della popolazione è scesa in piazza per chiedere l’estradizione dell’ex dittatore Fujimori (arrestato in terra cilena lo scorso novembre), il quale stava già preparando il ritorno politico con il movimento Si Cumple in vista delle presidenziali del 9 aprile 2006; in Uruguay solo ieri sono state scoperte 35 tombe clandestine che – secondo Eduardo Lorier (Partido Comunista de Uruguay) – riguarderebbero i cosiddetti “voli della morte” del periodo dittatoriale nel quale i prigionieri politici venivano gettati vivi in mare: tutto ciò ha reso più forti le richieste di annullamento della Ley de Caducidad, il paradiso legislativo per i colpevoli di violazioni dei diritti umani; ovunque, poi, i movimenti di resistenza al neoliberismo e all’ALCA – strumento e bandiera per troppo tempo di una politica umiliante ed aguzzina per tutta l’America Latina – stanno trasmettendo nei Palazzi auspicate ventate di cambiamento, pur con inevitabili difficoltà e sgradevoli fenomeni di corruzione a destra come a sinistra (trasversalità d’altronde abbracciata anche dalla politichetta italiana e dai suoi omini pronti a difenderla in ogni dove, a destra come a sinistra).
Sicuramente dimentico qualcosa, perché i movimenti popolari più belli sono tutti lì, in America Latina, e sono davvero tanti.

Non dimentico, però, l’Operacion Condor: una forza multinazionale con l’obiettivo unico dell’eliminazione degli oppositori politici, ben vista agli occhi della CIA (non è mania complottistica: tutto già documentato). Le forze armate, i gruppi paramilitari e gli squadroni della morte di sei stati sudamericani crearono così negli anni settanta e ottanta un sistema che portò alla sistematica quanto silenziosa eliminazione degli oppositori. Lo spettro del comunismo castrista veniva allontanato a colpi di torture e pallottole in fronte, prime ancelle della nuova era dell’esportazione di “democrazia”.
Ciò fu reso possibile – oltre che dal detto sostegno economico e politico della CIA e dei vari gruppi extracontinentali (dai fascisti e neofascisti italiani ai nazisti tedeschi) – dalla presenza di dittature in tutti i paesi coinvolti: in Argentina (Videla: 1976-83), in Cile (Pinochet: 1973-89), in Uruguay (Mendez: 1976-84), in Brasile (Castelo Branco: 1964-79), in Bolivia (Barrientos: 1964-80) e in Paraguay (Stroessner: 1954-89; non sorprende, per altro, che proprio qui trovarono rifugio il “medico del male” Joseph Mengele e Martin Boermann).

Solo il 22 dicembre 1992 il giornalista José Agustìn Fernandez scoprì casualmente l’archivio nel quale furono raccolte foto, audio, passaporti, verbali e quant’altro fosse utile all’identificazione degli oppositori. Cinque tonnellate di carta, di morte: oggi si stimano 50.000 esecuzioni, 35.000 scomparse e 40.000 prigionieri: numeri che in realtà ne nascondono altri, considerando le modalità d’esecuzione e le forti coperture internazionali.

Con l’istituzione da parte del Paraguay della Commissione verità e giustizia nell’ottobre 2003 al fine di “contribuire a chiarire la verità in modo ufficiale, ciò che implica stabilire la responsabilità morale e politica dello stato“, si è compiuto solo il primo passo verso la completa memoria di un passato scomodo. Nonostante le forti resistenze da parte di chi «non vuole portare a termine il lavoro» (così ha denunciato il presidente della commissione, monsignor Mario Melanio Medina), i presidenti di Uruguay e Argentina hanno garantito il loro sostengo ma rimane a tal proposito di dubbia comprensione la già citata Ley de Caducidad uruguayana.

C’è in Paraguay una generazione di persone che ha paura di parlare ad alta voce, che teme tutto e segue la strada del disimpegno, sostenendo che quanto meno ti informi meglio è.
(Selza Ramírez, vedova del leader della Gioventù comunista paraguayana – Derlis Villagra – vittima della spirale di violenza messa in moto da Stroessner e da tutto un sistema)

Sarà questa una delle grandi sfide alle quali saranno e sono chiamati coloro che
possono fare molto per il futuro dell’America Latina: la risposta chiara e mai ambigua ad un passato non ancora scongiurato, questo merita la gente di un continente magnifico ancora legittimamente pervaso dalla paura in una quotidianità incerta e quindi potenzialmente generatrice di orrende nostalgie.
Anche su questo piano andranno valutati i governi di una classe politica che ha promesso il cambiamento, la svolta: Luiz Ignacio Lula, Nestor Kirchner, Hugo Chavez e gli auspicabili Evo Morales e Michelle Bachelet.

Il futuro dell’America Latina passa per questi nomi.

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3 Comments

  1. Bonvi, molti anni fa, quando fece l’inviato speciale per “Il Resto del Carlino” (fra la seconda metà e la fine degli anni Settanta) era riuscito a trovare prove della presenza di Mengele e di alcuni sfuggiti a Norimberga proprio in Paraguay. Fece segnalazioni anche al centro Wiesenthal, a quanto mi raccontò. Ma si trovò, ahilui, un brutto dì faccia a faccia con due signori di pura razza ariana e dall’aria non molto raccomandabile. Che lo convinsero, in modo alquanto persuasivo, a lasciar perdere…
    :o((((

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