Nicolò Paganini

Nicolò PaganiniAccorrete, fa il suo ingresso Nicolò Paganini. Gli uomini si sporgano dai loro palchi, le donne s’affannino addirittura. Eccolo, è lui! Dio com’è brutto.
Magrissimo e spettrale. Una logora finanziera nera, il panciotto nero, i capelli neri, gli occhiali neri, il volto livido e sdentato e cadaverico, il naso aquilino e sporgente, guardatelo. Si burla di noi.
S’inchina e si snoda come un burattino dell’inferno.
Ma l’incanto ha da incominciare.
Egli suona.
Si taccia.


E la nobile, la contessa francese De la Motte, scriverà: “Ero affascinata, non vedevo più la sua bruttezza, mi parve d’esser trasportata in un altro mondo”.
E il poeta, il tedesco Heinrich Heine, si chiederà: “E’ un uomo, vivo, che sta per morire, e che deve divertire nell’arena dell’arte, come un gladiatore morituro, o è un morto venuto fuori dalla tomba, un vampiro col violino?”.
E il musicologo, il tedesco Ludwig Rellstab, annoterà: “Mai visti i berlinesi in tale stato… v’è qualcosa di demoniaco in lui. E’ l’incarnazione del desiderio, dello sdegno, della pazzia e del dolore”.
E il critico musicale, l’inglese Henry Chorley, sbigottirà: “La comparsa di questo stregone non può che indurre tutti i violinisti al suicidio. Egli accorda sui registri acuti, tuttavia raggiunge un suono sferico e rotondo incredibile… riesce a comunicare al proprio strumento una sorta di sensibilità animalesca”.
E ogni compositore, infine, strabilierà: “E’ la voce di un angelo” (Schubert) e “Mai fu dato di ascoltare un fenomeno del genere” (Schumann) e “Perfetto” (Chopin) e “Insuperabile” (Lizst) e insomma, ciò era Paganini.
Detto questo, chi era Paganini?

Nicolò Paganini fu uno dei più grandi fenomeni artistici di ogni tempo. Nacque a Genova nel 1782. A nove anni diede il suo primo concerto. A diciotto padroneggiava il violino in maniera così perfetta che saltò il Conservatorio e divenne musicista alla Corte di Lucca, direttamente. A vent’anni, quando un normale musicista percepiva quindici lire a sera, lui ne prendeva già duecento. I suoi concerti furono particolari da subito: suonava quasi sempre melodie di sua invenzione (quelle d’altri le storpiava, v’improvvisava sopra come un jazzista) e ogni volta giocava col pubblico, l’ipnotizzava, imitava il verso degli animali e produceva suoni comunque incredibili: “Tra la prima e la seconda parte del concerto – si poteva leggere in locandine tutt’altro che cerimoniose – vi sarà l’estrazione della tombola”.
La gente impazziva. Capitava che l’orchestra, per applaudirlo, smettesse di suonare. In Germania andò in pezzi la regola “di non dare alcun segno di approvazione o di disprezzo allorchè è presente la Corte”. Girovagò in tutta Europa. Giunse a tenere centocinquanta concerti in un solo anno finchè ogni scetticismo e confronto furono vinti, e così pure le diffidenze degli accademici: tramortiti. A Vienna il suo concerto d’esordio andò quasi deserto per tutta la prima parte, ma poi durante l’intervallo i pochi intervenuti gridarono al fenomeno e scandagliarono gli alberghi e le locande e i caffè sinchè il teatro fu pieno, e totale il delirio, come sempre sarà. La polizia fu costretta a diradare la calca. Più volte.
Fu proprio da Vienna che ebbe inizio la moda degli scialli alla Paganini e quindi dei fazzoletti e dei cappelli e delle scarpe e delle bistecche e persino delle frittate alla Paganini: nessuno, fino alla musica leggera, avrà successo come lui.
Aveva un orecchio assoluto e doti naturali combinate in maniera irripetibile, leggeva la musica a prima vista, accordava con un sistema tutto suo e con precisione elettronica, con due dita intonava una melodia e intanto con le altre le accompagnava (e sembrava suonassero in tre) e ancora poi suonava interi repertori sopra una corda sola, ed ebbe a inventare, insomma, tutti gli espedienti che fanno parte del bagaglio del violinista moderno: per quanto svariati passaggi della sua letteratura (si pensi ai 24 Capricci) rimangano a tutt’oggi irripetibili: perlomeno con la pulizia e la velocità che prevedevano. E’ la conformazione fisica di Paganini a essere irripetibile: le spalle strette, le braccia smisurate, le mani non grandi ma flessibilissime, le dita a ragno, una spalla più alta dell’altra a furia di suonare con quell’archetto abnorme che lui imbracciava dall’alto verso il basso: alla Paganini. Questo mentre le gazzette di stampa non potevano sottacere il fascino che esercitava sugli uomini ma soprattutto sulle donne: e tante ne ebbe, anche famose, anche celebri.
Stiamo parlando di un uomo oggettivamente brutto e maleducato e taccagno e talora offensivo e sempre malaticcio e persino puzzolente (quando suonava sudava moltissimo, e si copriva di pellicce anche d’estate) che le apologie ebbero tuttavia a descrivere così: “Esercita un potere sì magico… si presenta, e lo diresti un Apollo. ”. Non lo era. E allora, chi era?
Nicolò Paganini fu uno dei misteri più inquietanti di ogni tempo. Si può ritenere che a propiziare il suo mito demoniaco sia stato dapprima e direttamente lui, e che sì, è vero, un certo romanticismo era solito intravedere zolfi diabolici dietro ciascuna genialità umana. Si potrebbero citare tutte le storie di diavoli e violinisti della favolistica indoeuropea, e nondimeno, ovviamente, la fiaba di Stravinskij dove il violinista scende a patti con il diavolo.
Ciò posto, ogni leggenda su Paganini, anche quando non vera, è comunque fondata. Incoraggiò le isterie e i parossismi del pubblico, e prediligeva, tra le sue opere, Le streghe, e faceva le prove in tutta segretezza con partiture private della parte solista, insomma della sua, e non si ha notizia di molte sue opere misteriose che non pubblicò mai. Tutto vero. Era solito suonare con accordature note solo a lui: nessuno sarebbe riuscito a suonare il suo strumento. Non si ricorda d’averlo mai visto esercitarsi, in compenso lo videro mentre suonava sulle lapidi dei cimiteri e così pure lo videro, negli ospedali, a spiare le agonie dei malati e dei colerosi. Fumava oppio, sì. Ebbe donne anche minorenni, è vero. Persino un autorevole critico viennese scrisse d’aver visto il demonio guidargli l’archetto. Raccontarono che la madre, morente, avesse esalato il suo ultimo respiro sopra il suo violino. Dicevano che era stato in un carcere misterioso, e Stendhal scrisse che Paganini aveva imparato a suonare “non dopo otto anni di conservatorio, bensì per un errore amoroso che lo aveva gettato in prigione per molti anni”. La storia fu anche perfezionata: dicevano che l’unica corda del suo violino galeotto era stata strappata dall’intestino di una ragazza che lui aveva assassinato. Paradossalmente, in tutto questo, c’è del vero. Come è vero che in tutte le biografie di Paganini, anche le più accurate e moderne, vi è in effetti un vuoto di qualche anno: e fu dopo quel periodo che il supremo musicista si manifestò in tutta la sua diabolica perfezione. Lo scultore David D’Angers scrisse nelle sue memorie: “Entrai nella sua casa e fui colpito da suoni lamentosi provenienti dalla sua camera da letto… sembrava una fanciulla che stava per essere assassinata… aprii la porta e c’era lui che suonava”. E ancora: “Non dimenticherò mai la sua espressione quando si fece cavare tutti i denti… terribile… scoppiò in un riso lungo e continuo… il sangue gli colava dagli angoli della bocca”. Chi era Nicolò Paganini?

Nicolò Paganini fu il protagonista di una storia che può solo atterrire, se vista di spalle. E non v’è romanza più triste e disperata della sua. Non è noto se davvero sua madre – il racconto è suo, di Nicolò – ebbe davvero in sogno il Salvatore, il quale le avrebbe accordato quell’unica grazia: far divenire suo figlio un suonatore di violino. Ma è noto che di grazie non ne ebbe altre.
Miserabile, brutto, sgradevole: privo di qualsiasi requisito che potesse spianargli una carriera. Autodidatta: ma costretto dal padre, nondimeno, a esercitarsi sino a notte fonda. Genio: ma che si esercitava, di nascosto, ogni santo giorno. Paganini non era altro che il suo violino, e l’imparò presto. Incantò gli uomini come s’incantano i serpenti, nella sconsolata consapevolezza che a melodia cessata, gli uomini come i serpenti, sarebbero tornati più velenosi di prima. E così fu. Cominciarono a ritrarlo sempre attorniato da demoni e streghe. A Parigi, dietro la vetrina di un negozio, intravide una litografia che lo ritraeva imprigionato come leggenda imponeva.
C’era stato, in prigione: aveva sedotto un’allieva di minore età. Ma non lo confessò mai. Le voci sulla sua carcerazione, storpiate, si fecero a tal punto insistenti da costringerlo a raccogliere testimoni che le smentissero: e fece denunce, s’agitò inutilmente: “Per vendicarmi protesto d’incarire vieppiù il biglietto d’ingresso”. Il taccagno Paganini. Il genovese Paganini: vero, sì. Era lui ad annunciare, con nomi sempre nuovi, opere che spesso eran sempre le stesse: moderna tecnica pubblicitaria, in fondo. Ma come i genovesi, tignosi nelle piccole spese, era generoso nelle grandi: suonò spesso per beneficenza, donò cifre esorbitanti a un Berlioz in grande difficoltà. Ma era un Paganini che non interessava. Tantomeno interessava che la famosa madre, quella che gli sarebbe morta sul violino, al tempo, era ancora viva. Lui era Paganini. Era il seduttore, il donnaiolo Paganini: vero, sì, ma quanta tenerezza, quante speranze ogni volta vanificate, nelle sue epistole: “L’altro giorno vidi una savia giovane in una chiesa, e me ne ero alquanto invaghito… Che cosa mi consiglieresti? Di prenderla in sposa o di restar nubile?“. Decine di scritti raccontano di un uomo, molto solo, che pensava sempre al matrimonio ma nondimeno all’impossibilità di farlo convivere con la sua vita itinerante, ormai ufficialmente demoniaca.
Sull’ultima parte della sua vita gravano ombre lunghissime. Fu torturato da ogni tipo di dolore. Dentisti incompetenti gli estrassero i denti inferiori senza anestesia, e dovettero immobilizzarlo con la forza: “Ti dico che voglio diventare un bell’uomo – disse a un amico – e che voglio farmi mettere dei denti nuovi”. S’intossicò con dosi massacranti di mercurio e altrettanto accadde coi sigari all’oppio che in realtà fumava solo per lenire il dolore. Altre cure sbagliate ebbero come conseguenza una cistite cronica, poi un’orchite. Lo sottoposero a salassi con sanguisughe. Divenne timido e solitario. Il suo pallore mortale si fece grigiastro per via del mercurio: “Sono diventato ancora più brutto” scrisse. Perse la voce. E in punto di morte – lui cattolico, com’è dimostrato – non riuscì neppure a farsi capire: dissero che aveva rifiutato i sacramenti. Niente sepoltura in terra benedetta. Alla stampa vieteranno persino di citarlo. Un giornale francese fece in tempo a scrivere che Paganini, prima di morire, aveva fatto le improvvisazioni più straordinarie della sua vita. Naturalmente.
Il suo cadavere, nella medesima e logora finanziera nera, fu deposto in una bara con sopra una lastra di vetro. Un commerciante la rilevò per esibirla. Fu esposto a Villefranche, in un deposito del pesce. Lo spettacolo doveva continuare: e fu ressa di visitatori. Un gruppo di pescatori raccontò che di notte, ogni tanto, la bara era circondata da musiche spettrali. Ovvio. Allora fu seppellito vicino a un oleificio che ne imbrattò la tomba. Restò lì.
Lo riesumarono più volte, ancora, nell’ossessiva e ottocentesca convinzione che la fisionomia potesse davvero determinare i talenti. Lo portarono definitivamente a Parma solo nel 1876: “Mi resta solo la speranza – aveva scritto – che dopo la mia morte finiscano le calunnie, e che quanti mi hanno crudelmente criticato, per il mio successo, lascino riposare le mie ceneri”.
Nel centenario della sua morte, nel 1940, la salma fu sottoposta a un’ultima ricognizione. Un fotografo ha raccontato che tuoni e fulmini lo costrinsero a fuggire, terrorizzato.
E noi speriamo che sia vero.

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24 Comments

  1. Subito mandato via fax alla mamma e stampato per la vicina piuttosto dark. Strepitoso, grazie.

  2. Ottimo davvero, complimenti Filippo. A quando Gershwin? Mahler? Rachmaninoff (che adoro, ma sul quale non ho mai trovato granché)?

    P.S.: assai veritiera l’osservazione sul gran cuore (ma il braccino corto) dei genovesi: confermo in pieno. Aggiungo, per chi conosca e ami l’astrologia seria, che Paganini era anche uno Scorpionaccio da manuale… :o)))

  3. Oh minchia! Un bell’articolo! Asciutto, ritmato, ricco e dettagliato. Dovresti fare il giornalista… da domani però di nuovo bianco e nero romaelazio destraesinistra eh! Che se no noi si va in astinenza da fuffa ..
    (si scherza … bravo Facci …)

  4. Questi post di Facci sono i migliori che abbia mai letto su Macchianera. Complimenti.
    Respect 4 Facci.

  5. Mi sono chiesta spesso perché, pur continuando a scrivere sul “Giornale”, ad un certo punto è sparito quel tuo appuntamento chiamato, se non ricordo male, “Note di note”, che era un bel leggere.
    Se l’abitudine si rinnova qui, magari in forma ampliata, è una buona cosa. Comunque, una bellissima lettura.

  6. Anche se in ritardo
    …justo di qualche anno….
    bellissimo pezzo, complimenti.
    Mi diresti per piacere dove hai recuperato tutte queste informazioni?

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  1. pret immobilier

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