Piotr Ilijc Ciaikovskij

Piotr Ilijc CiaikovskijC’è un mistero da risolvere: come morì Piotr Ilijc Ciaikovskij?
Alcuni seguiteranno a sbattersene le palle, altri a esplorare un mistero – si dice in questi casi – inquietante. Ma lo è davvero, inquietante. Più viene approfondito, più sovvengono dubbi.
Ci si atterrà ai fatti. Il più famoso compositore russo morì nell’autunno del 1893: aveva 53 anni ed era al culmine del successo. La sua fama era celebrata in Russia e nel Mondo: pochi compositori, da vivi, ne ebbero altrettanta. Aveva denaro e onoreficenze, era reduce da tournèe anche in America, le sue opere erano eseguite ovunque, poteva vantare l’amicizia e l’appoggio della famiglia imperiale, insomma aveva tutto. A suo cugino Davylov aveva appena scritto così: “Mi è venuta l’ispirazione per una nuova sinfonia. Non puoi immaginarti quanto sia felice. Sarà un mistero per tutti, lo sento. Sarà l’opera della mia vita”.
Sarà l’opera della sua morte.


Il 28 ottobre decise di rappresentarla al Marinskij di San Pietroburgo, il fantastico teatro tutto in oro e azzurro: e fu un gran baccano di contesse e baronesse e cappellini e fazzolettini e ventaglini, e una gran ressa di carrozze che giungevano dalla Prospettiva Nevskij che era, allora, tutta pavimentata in legno. Diresse la sua Sesta sinfonia ma non fu un grandissimo successo, in quella musica c’era qualcosa di strano. Poco male.
Due giorni dopo scrisse al suo editore: entro sabato sarò a Mosca. E invece no. Andò in un altro modo. La notte del primo novembre fece bisboccia fino a tardi, e il mattino dopo già non stava bene. A tavola non mangiò nulla. E fece una pazzia: bevve un bicchiere d’acqua della Neva, che è il fiume che attraversa San Pietroburgo, lungo solo 73 chilometri ma più largo della Senna. La città era funestata da un’ epidemia di colera, e bere acqua non bollita comportava gravissimi rischi di contagio. Infatti. Il giorno dopo, Ciaikovskij era già malato. Morì la mattina del 6 novembre. Ciò si legge nella maggior parte delle biografie.
Ma non quadra. Il colera era ovunque, e Ciaikovskij ben lo conosceva, ne era già morta sua madre: come poteva aver fatto un simile errore? Ma fosse tutto qui. Era consueto che i malati di colera fossero portati in ospedale: perchè lui fu lasciato a casa? E, di regola, coperte e lenzuola del defunto dovevano essere bruciate: perchè le sue furono soltanto lavate? Ed è chiaro che un malato di colera, essendo gravemente infettivo, veniva di norma isolato, messo in quarantena: perchè lui fu assistito da sedici persone? Ovvio che la bara di un morto di colera dovesse essere piombata, isolata: la sua fu esposta al pubblico, perchè? E perchè fu tenuta aperta come una fotografia ci mostra? Senza contare che la chiesa ortodossa rifiutava la sepoltura di qualsiasi suicida, o presunto tale: perchè, dunque, non lo gettarono in una fossa comune, perchè gli tributarono ogni onore?
E’ un mistero torbido e nero come le acque della Neva. E tu a questo punto puoi sorbirti l’intero tomo dell’apprezzata studiosa Nina Berberova, financo il tomo – più grosso ancora – di Alexandra Orlova, e puoi destreggiarti su vecchie riviste specializzate (19th Century Music, primavera 1988) che sull’argomento hanno messo a confronto storici, medici, esperti di veleni: ma la chiave del mistero, ne deduci infine, non passa che da due strade. Due.
La prima coincide con la semplice biografia di Piotr Ilijc Ciaikovskij, che nacque nel 1840 in un paesello a mille chilometri da Mosca, verso Est. Sua madre era di origini francesi e il piccolo Piotr avrebbe ereditato da quest’ultima – si ipotizza – una certa ipersensibilità nonchè propensione al male di vivere: ogni separazione fu per lui un trauma insostenibile, cosmico, impossibile da elaborare. La sua bambinaia, Fanny, lo chiamava il ragazzo di vetro. Quando lei decise di licenziarsi, crollò il mondo: lui aveva otto anni e per farlo reagire dovettero chiamare un medico. E ne aveva quattordici quando il colera uccise sua madre: andò anche peggio.
Primo dato da registrare: ogni separazione vissuta come un trauma, e ogni trauma affrontato sempre nello stesso modo: fuggendo nella musica. Questo è il piccolo Piotr, e nondimeno sarà da grande. Ma passiamo oltre.
Eccoci a quando è un compositore alle prime armi. Parliamo d’amore. Non quello per la cantante d’opera Desirèe Ardot, una francese: Piotr temporeggiò sin troppo, e lei alla fine sposò un baritono spagnolo. Altro trauma. Ma l’amore è altra cosa. Eccoci alla storia quasi perfetta con Nadezda von Meck, vedova di un ricchissimo ingegnere ferroviario che aveva tenute in tutta la Russia e a viveva in un palazzo moscovita di 54 stanze. Girava per l’Europa nel suo vagone ferroviario privato ed era intelligente, emotiva, molto sensibile, passionale – insomma molto russa – tanto che ebbe a scrivere: “Ho costantemente bisogno di qualcuno da amare, da viziare… Per tutta la mia vita ho vissuto con il cuore”. Non solo con il cuore: suo marito era morto d’infarto dopo aver scoperto un suo adulterio. Il mecenatismo della vedova forse derivò anche da un complesso di colpa: si appassionò alla musica di Ciaikovskij e gli offrì un vitalizio prezioso. Soprattutto ebbe a iniziare con lui – durò quattordic’anni – un rapporto fondato su un’ inflessibile regola: non incontrarsi mai. Solo lettere: e dovreste leggerle. Bellissime. Davvero. Certo, missive anche cariche di velleità letterarie tese a enfatizzare ogni sfumatura emotiva, insomma il contrario del pudore e della discrezione occidentali: ma sono pagine d’amore. Il compositore le dedicò anche una sinfonia che divenne “la nostra”. Fecero addirittura, insieme e separati al tempo stesso, dei viaggi: in Ucraina, dove lei aveva una tenuta immensa, ognuno nel suo casolare tra giardini e corsi d’acqua, oppure a Firenze, dove lei affittò villa Oppenheim e, accanto, una villetta dove stava lui. Guai a incontrarsi. Si sbirciavano in segreto dalle finestre.
Ciaikovskij era gay. E questo è il secondo dato da registrare.
“Affiorava un mistero che per gli intellettuali russi, me compresa, non era più tale da gran tempo” ha scritto Nina Berberova. “Per tutta la vita – le raccontò Sergeij Rachmaninov negli anni Trenta – Ciaikovskij aveva camminato senza far rumore, come in pantofole, un po’ distante coi giovani, in particolare con le signorine”. Vladimirovna Cajkovskij, sposata con un fratello del compositore, raccontò: “Gli ho rubato un amante e lui non me lo perdonò. Nel nostro ambiente nessuno si stupiva… tutti, più o meno, passavano attraverso un’esperienza del genere. Nove granduchi ne furono colpevoli, nove membri della famiglia dello zar: ma, questo, evitando lo scandalo, comportandosi con la dovuta discrezione: così nessuno ti importunava”. Grandi amori di Ciaikovskij furono l’allievo Vladimir Silovskij, cui dedicò due opere, e il cugino Davylov, cui dedicherà la Sesta sinfonia. Più un ultimo, pericolosissimo amore.
Scrisse al fratello: “Sono convinto che le mie tendenze siano l’ostacolo più irriducibile alla mia felicità, devo lottare con tutte le mie forze contro la mia natura”. Provò a sposarsi, ma fu una catastrofe. Lei si chiamava Antonina Miliukova, una cretina, una pazza che morrà in un ospedale psichiatrico nel 1917. Non c’è da parlarne. Restava la corrispondenza con l’amata vedova, ma lui era inconsolabile, tentò addirittura un ridicolo suicidio: s’immerse, fino alla cintola, nelle gelide acque della Moscova, confidando in una polmonite mortale. Non l’ebbe, ma la dinamica, ecco: la dinamica ricorda qualcosa. Terzo dato da registrare.
E rieccoci all’autunno del 1890, quando Ciaikovskij sembrava l’uomo più felice del mondo. Ma ecco, l’amata Nadezda gli scrisse una lettera di cui si conosce solo la conclusione: “Addio, mio caro e incomparabile amico, e non dimenticate di pensarmi, quache volta”. Un addio secco e motivato da improbabili difficoltà economiche. Lui rimase sconcertato. Più volte ebbe e riscriverle, ma vanamente. Giunse a offrirle denaro: niente. Anche perchè la vedova – si scoprirà – di problemi economici non ne aveva. Per niente. Alcuni biografi accreditano che le fossero giunte voci sull’omosessualità di Cajkovskij e in particolare sull’imperdonabile rapporto col nipote di un principe: il suo orgoglio di donna ne sarebbe stato ferito. Plausibile. Altri dicono che si era ammalata: in effetti morirà nel 1894, poco dopo di lui.
Resta che le voci giravano. Troppo. Nina Berberova ha sostenuto che Tchaikovsky morì effettivamente perchè contrasse il colera, ma che il famoso bicchiere d’acqua lo bevve deliberatamente: un suicidio a metà, cercato, come quando si immerse nella Moscova. Ma è la versione di Alexandra Orlova a inquietare di più. Lei, a lungo direttrice del museo Ciaikovskij in Russia, ha sostenuto una storia che gli avrebbe raccontato (nel 1966) un vecchissimo membro del Museo russo di Leningrado, Aleksandr Voitov. Quest’ultimo l’avrebbe appresa (nel 1913) dalla moglie di un altro signore che in punto di morte (nel 1902) decise di sciogliere il segreto.
Questo: Ciaikovskij fu suicidato con l’arsenico. Un aristocratico aveva scritto una lettera in cui si rivelava il citato legame del compositore con un giovane nobile, nipote di un principe; questa lettera sarebbe giunta a un alto burocrate, Nicolaj Jacobi, già vecchio compagno di studi di Ciaikovskij, e quest’ultimo costituì un giurì d’onore cui presero parte altri sei vecchi compagni di scuola di Ciaikovskij. Fu convocato il 31 ottobre: urgeva una soluzione per evitare lo scandalo. Cinque ore di seduta. La moglie di Jacobi ha raccontato che Piotr lasciò l’appartamento pallido e tremante. Due giorni dopo era malato. E quattro giorni dopo era morto. Le esequie furono celebrate nella cattedrale di San Nicola e accorsero centinaia di migliaia di persone, fu il corteo più immane della storia di San Pietroburgo.
Andò così? Forse interessano solo i misteri insolubili.
Ma noi avevamo indicato due strade. La seconda è questa: bisogna fare come fecero a San Pietroburgo dopo la morte di Ciaikovskij, bisogna riascoltare la Sesta sinfonia. Rimasero impietriti, ma è difficile da spiegare. Bisogna ascoltare. Era stato lo stesso Ciaikovskij, nelle sue lettere, a dare indicazioni su come la Sesta andava eseguita: “Mentre abbozzavo lo scritto, ho pianto spesso amaramente». Fu lui a confidare al fratello Modest: «Temo di aver scritto tutto ciò che avevo da scrivere». Fu lui ad appuntare, a margine della partitura: «Finale, Morte – esito del crollo… La fine si avvicina». Fu lui a comporre il maledetto quarto movimento che finisce “morendo a poco a poco” e che, per la prima volta nella storia della musica, culminò una sinfonia con un movimento lento, Adagio lamentoso. Voi ascoltatelo. E’ tutto lì.

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27 Comments

  1. complimenti. un paio di appunti, per quando deciderai di pubblicare queste biografie: Piotr non era “sovietico” come scrivi nelle prime righe; trova un unico modo per la traslitterazione (è scappato un Tchaikovsky)

  2. Esistono attualmente 22 traslitterazioni dal cirillico del suo nome; le biografie sono già state pubblicate.

  3. Era una vita che non tornavo qua. Lo faccio oggi e ci sei tu con le tue storie di note. Non sono ancora riuscita a trovare una copia del libro da nessuna parte…continuo a leggere e le rileggere le stampe del file, utilizzate in alcune occasioni come preziosa carta da lettere. Ne scriverai, prima o poi, un altro?

  4. f.f. non è una gran tecnica quella di rispondere non rispondendo…
    a) ti scrivo che sovietico non poteva essere e sorvoli (vabbè, pazienza, forse anche tu vedi comunisti ovunque).
    b) ti scrivo che hai traslitterato in due modi diversi e mi dici che esistono 22 modi diversi.
    e che risposta è? perchè non l’hai scritto in tutti i 22 modi allora?

  5. Chi mi abbia seguito anche un minimo, in passato, sa che non fornisco risposte a chi fa osservazioni inutili che confidano solamente nel compiacimento legato all’ottenere una mia risposta e nel mettersi con ciò in vetrina non tanto con me, ma con tutti gli altri. Se qualcuno ha qualcosa di serio da scrivere può farlo. Io non solo non sono obbligato a rispondere, ma rispondere è una eventualissima e mera cortesia da parte mia. Per esempio: che cazzo vuole questo Paolo? Chi è? Il mio caporedattore? Il mio correttore di bozze? Uno che paga per leggere, uno che ha diritto di pretendere qualcosa? Posto che il testo che avete letto era una prima stesura e che eventuali errori sono stati poi corretti redazionalmente, a voi, ditemi, vi ha cambiato qualcosa che a un certo punto vi sia stato scritto “sovietico” al posto di “russo” e una volta Tchaikovsky e non Ciaikovskij come tutte le altre? Il signor Paolo, che per me è nessuno, decide di rilevare due inesattezze che non cambiano una beata fava: bene, bravo, ma da me che cazzo vuole? Che cosa gli dovrei “rispondere”, che non sia già evidente e tuttavia, permettetemi, ininfluente? Io allora, già che ci sono, fornisco un’altra informazione e dico che peraltro (motivo della facilità all’errore) ci sono almeno 22 tipi di traslitterazione dal cirillico, 22 modi di scrivere ciaicovschi. Ma a lui non basta. Devo pubblicamente “rispondergli”.
    Ma-chi-sei-che-cazzo-vuoi-che-cosa-ci-hai-dato? Io vi ho dato un un articolo, potete leggerlo o meno.
    Non vedo comunisti ovunque, ma lo ammetto: vedo coglioni.

  6. La Sesta Sinfonia, meglio conosciuta con il nome di Symphonie Pathétique non fu dedicata dal compositore al cugino Davylov (?) ma al nipote Vladimir Lvovich Davïdov (che Caikovskij chiamava affettuosamente Bob), secondogenito dell’amata sorella Alexandra.

    Alla vita di Caikovskij Klaus Mann ha dedicato un riuscitissimo romanzo, Symphonie Pathétique, la cui traduzione in lingua italiana è pubblicata da Garzanti con il titolo di Sinfonia Patetica.

  7. 1) La prossima volta mi rileggo la prima stesura prima di riprenderla e sbatterla in rete (non ne avevo altre) o perlomeno la rileggo, perchè l’errore su Davidov è un refuso per quanto riguarda la scrittura (ne conosco anche l’origine, e c’è chi tutt’ora scrive Davylov, ma non è interessante) e poi una mia stronzata per quanto riguarda l’aver distrattamente scritto cugino anzichè nipote. Ne sono molto infastidito perchè peraltro sulla Sesta sinfonia ho una documentazione spaventosa.
    Posseggo e ho letto il romanzo di Klauss Man (figlio di Thomas) ma mi sembra piuttosto piuttosto brutto.

  8. Sarebbe opportuno essere precisi quando si pubblicano certe notizie.
    Nel dodicesimo rigo, terza parola a destra, hai dimenticato una lettera.
    Nel secondo paragrafo si sono un paio di virgole sulle quali si potrebbe discutere.
    Io avrei messo qualche punto esclamativo per dar vigore alle parole e poi…ma si può vedere ai giorni nostri scrivere ancora con il ch invece che con il k?
    E questi poi pretenderebbero di essere chiamati “giornalisti”, ma in che mani siamo!

    Filippo TVTTB
    kiss by me

  9. Accanto al titolo c’è un congiuntivo sbagliato: non si dice “facci” ma “faccia”. A meno che con questo Filippo non si sia in confidenza tanto da dargli del tu, nel qual caso l’incitazione unita alla particella pronominale ci starebbe tutta.

    Esemplifico:
    “Filippo, facci pure come le pare”: sbaiato!
    “Filippo, faccia con comodo”: ciusto.

    “America’, facce Tarzan”: dialettale, ma corretto.
    “Filippo, Facci partecipi della tua cultura musicale”: può andare.

    (starei scherzando, ma per farlo capire non posso nemmeno usare le faccine, intese come personali ballerine discinte del nostro).

  10. F.F., ma perché avete cancellato il link che avevo messo sul libro di Esti Sheinberg? Il commento c’è (il primo di questo post), dov’è finito il link? Guardate che non era un libro porno…

  11. Sara’ che questo pezzo e’ scritto un po’ alla cazzo, ma il mistero di Rossini mi e’ piaciuto di piu’ del mistero di Ciaicoschi.

  12. Leggo su Repubblica di oggi, mi sembra, che hanno stabilito con certezza la causa della morte di Beethoven: avvelenamento da piombo. E il piombo lo avrebbe assimilato dalle coppe che usava per bere il vino bianco.

  13. Caro Filippo Facci,
    oggi per la priva volta ricercando su google, per caso mi capita sottocchio il tuo articolo su Paganini… e lo leggo d’un fiato con gusto, pur conoscendo molto del genovese. Poi tracanno lo strauss e adesso assaporo il tuo Tchaikovsky Ciaikovsky Chaikovskyj (ma come si scrive è meglio chiederlo al signor Paolo che sennò si offende) BRAVO! adesso leggerò rossini. Grazie della leggerezza sapiente e mai noiosa. Emilio

  14. Caro Filippo Facci, sulla vità di Chiaikovsky si scrive con poco approfondimento psicanalitico,sulla sua presunta “diversità” si focalizzano le voci dei numerosi esperti nel settore musicale e letterario – ma non è così :si tavisa tutto! In realtà- la complicata vita sentimentale del grande compositore aveva un risvolto ben più interessante dalle affermazioni già note e divulgate a tutt’oggi. Sarebbe interessante a “scavare” nella profondità dell’anima dell’artista, senza nessun pregiudizio per la “diversità2 che fa parte della vita degli esseri viventi. Ma, come ripeto, non è riferibile a Chiacovsky. Con tanta stima. Natalia. 11.01.06

  15. Caro Filippo Facci, sulla vità di Chiaikovsky si scrive con poco approfondimento psicanalitico,sulla sua presunta “diversità” si focalizzano le voci dei numerosi esperti nel settore musicale e letterario – ma non è così :si travisa tutto! In realtà- la complicata vita sentimentale del grande compositore aveva un risvolto ben più interessante dalle affermazioni già note e divulgate a tutt’oggi. Sarebbe interessante a “scavare” nella profondità dell’anima dell’artista, senza nessun pregiudizio per la “diversità2 che fa parte della vita degli esseri viventi. Ma, come ripeto, non è riferibile a Chiacovsky. Con tanta stima. Natalia. 11.01.06

  16. Complimenti, mi è piaciuto molto l’articolo!

    Saprebbe dirmi dove posso trovare più informazioni sulla vita di cosky (facciamo prima :P) e soprattutto sulla sesta sinfonia?

  17. Sostengo che un capolavoro come la Sesta Sinfonia di Chiaikovsky,nonstante la dedica ufficiale al nipote Davylov(e non cugino!),in realtà e nell’intimità del compositore, fu scritto sull’onda dei sentimenti provati per Nadezda von Meck, seguito una rottura inaspettabile che fu travolgente per sentimentalista -per eccelenza-come Chiakovsky. Il pianto dell’anima del compositore è trascritto nella forma musicale;non poteva dedicare alla signora von Meck, ma quel finale dice tutto di un strano amore platonico che durò ben 14 anni ! Non lasciatevi ad influenzarvi con le fantasie banali di alcuni “esperti” che si ritengono “sancire” su tutto, meglio leggere il grande Sigmund Freud quello che ha detto una volta in riferimento ai grandi artisti…. Natalia.30.01.06

  18. DA ASSAPORAREA volte mi trovo in totale disaccordo con le tesi espresse da Filippo Facci su le pagine de Il Giornale, altre non ne approvo i modi bruschi, ma su una cosa non ho dubbi: scrive da dio.Nell’ultimo mese ha pubblicato tre meravigliosi

  19. penso che tchaikovsky (non chiaikovsky…) sia il compositore piu grande in assoluto altro che mozart!!! secondo me le sue opere più belle sono quelle che fanno parte dello schiaccianoci come il valzer dei fiori. chiudo dicendo che tchaikovsky è un grande!!! sami 01.08.06

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