E così pare proprio che ai miei due cents sul nanopublishing sia stato dato un valore di gran lunga superiore, rispetto a quello nominale.
Ne han parlato, tra gli altri, Massimo Mantellini, Vittorio Zambardino, Luca Conti, Blogdiscount, Wikilab, CommunicaGroup, Sestaluna, Qix, Briblo, Orientalia4all e sicuramente dimentico qualcuno ma, insomma, ho reso l'idea.
Al di là del fatto che, ribadisco, "nanopublishing" mi sembra un nome che potrebbe tornare buono, al limite, se si volessero ribattezzare Mondadori o la società editrice del Giornale, va chiarito che da queste parti non si rema contro: nel caso si riscontrasse che c'è trippa per gatti, beh, buon appetito. Qui, peraltro, si leggono con crescente entusiasmo alcuni nanobloggers. "Alcuni", appunto.
Riassumo i miei due cents per chi era assente, per chi ha parlato di "Elitismo [Elitarismo, forse? - n.d.r.] da blogger d’antan" e per i distratti in ultima fila. Più che consigli per gli acquisti, consigli per farsi acquistare.
Punto uno: sostenere di non credere nel nanopublishing equivale a dire che nessun giornalista riuscirà mai a vendere i propri pezzi ad un periodico. Non è il nanopublishing che non va: è il fatto stesso di chiamarlo "nanopublishing" che non torna. Come se non fossero mai esistiti i piccoli editori. Come se non esistesse al mondo gente che, scrivendo, ci tira la fine del mese standoci persino larga. Come se, che so, Google o Yahoo! fossero nate già multinazionali. Non tutti (ma molti) sono nanoeditori, all'inizio. Nessuno ha inventato niente, se non una nuova definizione di cui non si sentiva la mancanza. Pure "blog" è una definizione accessoria e, in fondo, inutile: forse che ai tempi delle homepage gratuite di Geocities fosse vietato esprimere quotidianamente la propria opinione?
Punto due: assodato che scrivendo capita di riuscire a campare, ciò che del nanopublishing puzza di marcio da "new economy" è questo clima di ingiustificata esaltazione generale, di corsa all'oro. Per la legge dei grandi numeri un blog su mille - toh, facciamo due - può diventare un caso editoriale e una gallina dalle uova d'oro tanto da attirare investimenti pubblicitari o, addirittura, essere acquistato. Vedrete: ci sarà sicuramente quello che vince al superenalotto, ma non è che uno diventa nanoeditore, si vanta di aprire un nanoblog al giorno, e per questo può iniziare a prendere le misure della nanovasca ripiena di nanodollari. Esattamente come, in tempi non lontani, non è bastato a Caltanet o CiaoWeb dire "Ehi: c'è gente che fa i miliardi con i portali. Facciamo un portale, dai!". Trenta, sessanta, cento nanoblog per nanoeditore sono indicatori, più che di naso per gli affari, di una sindrome ossessivo-compulsiva. La parola d'ordine è "selezione": se non la fai tu, la fa il mercato. E il mercato non la butta sulla simpatia.
Punto tre: dice "tu hai fatto i soldi, altra gente vuole farne" (e già qui si riscontra un'anomalia: un editore, per quanto nano, non dovrebbe dare ad intendere che si beve qualsiasi cosa racconti la stampa). Eppercarità, prego, s'accomodassero. Se poi, nel mentre decidete di che colore volete gli interni della Ferrari, vi va anche di ascoltare il parere di due che non erano proprio gli ultimi degli stronzi, due che han messo in piedi Kataweb e Clarence, tanto per dire, e che hanno vissuto sulla propria pelle una situazione simile, beh, vi racconteranno che i soldi non sono propriamente germogliati dopo averli sotterrati. E scandiranno come grani del rosario, uno per uno, anni trascorsi tra avvocati, notai, consulenti improponibili, investitori ancor più improponibili, banche, gente che ti fa causa, polizia postale, riscuotitori di diritti d'autore, agenzie di pubblicità, impiegati del commercio col pallino del titolo di giornalista, assunzioni, licenziamenti, tecnici stranieri con un'idea di sicurezza informatica che neanche l'NSA o la CIA, consigli d'amministrazione, fantomatiche quotazioni in borsa, clienti insolventi, creditori e, infine, ultimi ma non per questo meno deleteri, virtuosi delle animazioni in Power Point e responsabili del marketing. Tutta gente che Douglas Adams avrebbe tranquillamente spedito nello spazio su una navicella dicendo "voi intanto andate avanti, tranquilli, che poi noi vi raggiungiamo".
E altrimenti va bene uguale: ehi, non voglio fare io quello che dice ai bambini che Babbo Natale non esiste.

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