Plame it black

È una storia molto complicata. È una storia di spionaggio e bugie. Dura da anni, dal settembre del 2002. E’ il caso Plame-Rove-Libby. Partiamo dagli ultimi fatti: l’inchiesta, perché in un paese civile che si fonda sulla giustizia si fanno i processi senza che a chi li conduce venga contestato di muoversi per chissà quali altri motivi se non la ricerca della Giustizia stessa, dicevo l’inchiesta porta sino al braccio destro della Casa Bianca, nella persona di Dick Cheney. Subito sotto di lui Lewis “scooter” Libby (a capo del Gabinetto del Vice Presidente) si dimette, con cinque imputazioni molto pesanti a suo carico (quali la menzogna reiterata, spergiuro, produzione di falsa documentazione) nel futuro più roseo possibile. E’ da precisare che non compare fra queste l’accusa di aver rivelato l’identità di un agente segreto di fatto “bruciandolo”, il che è reato federale. Se vi steste chiedendo che cosa è successo però, siate pronti, dovete liberare la testa e seguirmi. Ma soprattutto smetterla di pensare che sia la trama di un telefilm di spionaggio. Tutte le persone coinvolte in ciò che vi sto raccontando stanno subendo quantomeno forti pressioni, altri come ho detto, affronteranno un processo, altre ancora hanno passato qualche mese in prigione. Non c’è niente di paranoico, niente di fanta-politica.


Settembre 2001, Nicolò Pollari il direttore del servizio segreto di sicurezza italiano (il SISMI), si reca a Washington e incontra l’allora Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stefen J. Hadley. In quell’occasione consegna un rapporto giunto in mano italiana tramite l’Ambascia nigerina a Roma. In realtà l’incontro viene congedato quale “visita di cortesia”. Il che pone questa prima parte della ricostruzione una mera congettura che ancora non ha riscontro. Ma tengo a citarla non solo perché è un’intera settimana che seguo (e vi propongo) l’inchiesta di Repubblica (per le penne di Bonini e D’Avanzo) sul Nigergate, ma anche e soprattutto perché la medesima supposizione è stata ieri riportata sul New York Times ed il Los Angeles Times. Se qualche cosa ricordate di tale rapporto potrete facilmente rileggere in poche righe, e senza troppo fastidio, che si tratta di come un “trafficone” che risponde al nome di Rocco Martino abbia a tutti gli effetti costruito un rapporto fasullo, poi consegnato al SISMI, che disegnava un traffico commerciale di uranio (“yellowcake” – il termine tecnico, poi ampiamente utilizzato anche dallo stesso Presidente Bush, Blair e Colin Powell) tra la Niger e l’Iraq di Saddam Hussein. Chiudiamo questa piccola parentesi italiana ricordando che la stessa Judith Miller, in uno dei suoi innumerevoli articoli che costituivano la propria inchiesta sul New York Times, si è sentita appellare quale “reporter che ha tradito il suo giornale”, e in un qualche modo “il proprio paese” perché delle bufale poi scoperte sul rapporto italiano aveva in tempi non sospetti (o non così tanto) menzionato nel settembre del 2002.

Ora, vuole il caso che in Niger ci fosse anche un certo Joseph Wilson, diplomatico statunitense non si capisce bene in quale veste. Certamente perché insieme a lui c’era pure sua moglie Valerie Plame. Willson, fra tutte le cose che poteva fare, sceglie di straparlare di come in Niger un po’ di tutto abbia rintracciato fuorché traffico di materiale radioattivo. Niente uranio yellowcake, niente tubi di alluminio per la costruzione della bomba atomica, niente di niente. Ma come? Non erano questi i punti del discorso del Presidente degli Stati Uniti George W. Bush in quella che globalmente è considerata la dichiarazione di guerra all’Iraq? Non è ciò che uno dei suoi, la colomba Colin Powell, andava in giro dicendo a mezza Europa in cerca di alleati, annoverando, poi, fra le sue fila l’Inghilterra, la Spagna, l’Italia, fra gli altri? Si, è la risposta. Ricorderemo Aznar, Blair e Berlusconi che ciascuno per diversa via comunicavano alle rispettive nazioni che vi erano “prove schiaccianti” che non lasciavano alcun “ragionevole dubbio”. Da lì la guerra irachena.

È che Wilson certe cose non avrebbe proprio dovuto permettersi di rendere pubbliche, per questo subisce una ritorsione. Sua moglie, la sovracitata Valerie Plame. Nel giugno del 2003 il Washington Post pubblica un articolo che svela la missione del diplomatico per conto della Cia, Wilson ci resta come un bambino cui hanno rubato il gelato. Il Vice Presidente Cheney chiede spiegazioni all’allora capo della Cia, George Tenet (poi dimessosi per altre questioni, ma vai tu a capire sino a che punto “altre”) il quale conferma che la moglie di Wilson, la Plame, è un agente sotto copertura. Bruciata. Reato federale. Lo stesso Cheney riferirà al suo capo di Gabinetto Lewis “Scooter” Libby. Judith Miller, alla quale si affianca lo stesso Libby, continua sulle pagine del New York Times la sua inchiesta che verte sulla missione di Wilson in Niger. Poco dopo lo stesso Wilson si svela. Nel frattempo sul Time il giornalista Matthew Cooper parla con Karl Rove di Wilson e dei suoi affari in terra d’Africa. Se vi steste chiedendo chi sia Karl Rove non siete schizofrenici è che ve lo avevo detto che era complicato: si tratta di uno dei massimi consiglieri di Bush, piuttosto vicino a Lewis “Scooter” Libby e allo stesso Cheney. Nello stesso momento da tutt’altra parte (Gran Bretagna) in quella che difficilmente riusciremo mai ad accettare come una coincidenza, David Kelly, funzionario del Ministero della Difesa viene identificato quale “fonte” di un servizio della BBC sulle alterazioni apportate dall’Intelligence britannica (MI6 – i servizi segreti militari) prima dell’invasione dell’Iraq. Tale inchiesta porterà alle dimissioni del direttore della BBC, al sostanziale ostracismo di chi quel servizio aveva firmato e, alle volte il tempismo, alla morte dello stesso David Kelly. Suicidio, verrà stabilito. Che uno pensa pure che certe cose possano succedere – per carità la depressione è una brutta bestia – è che tutto diventa più complicato quando si viene a sapere che Kelly aveva rapporti epistolari con la Miller, Judith Miller, colei che insieme a Libby sulle pagine del New York Post stava smantellando mattoncino dopo mattoncino la vita di Wilson e della moglie (oramai quasi ex) agente segreto della Cia, Valerie Plame. Reato federale. George Tenet, come anticipavamo, si dimette perché la storia della documentazione un filino pompata sulle famose armi di sterminio di massa in possesso di Saddam Hussein fa un po’ acqua da tutte le parti. Il primo che però identifica Valerie Plame – nome in codice Flame (anche loro però, cioè non è che volesse un genio: moglie di uno che va in Niger un giorno sì e l’altro pure, nome in codice Flame, e chi mai sarà?) – è un altro giornalista editorialista conservatore Robert Novak, citando quali fonti “due alti funzionari dell’amministrazione”. Cooper, giornalista del Time, sulle pagine online della medesima testata conferma con un altro articolo. Si apre ufficialmente il Cia-Gate.

Il Dipartimento di Giustizia informa quello che all’epoca era il consigliere legale della Casa Bianca – Alberto Gonzales – di aver aperto un’inchiesta sul caso Wilson-Plame. Gonzales riferirà al Presidente Bush solamente il giorno successivo. Viene incaricato di seguire la cosa il procuratore di Chicago Patrick Fiztgerald il quale comincia gli interrogatori: il primo con Bush, poi Cheney, Colin Powell e Judith Miller alla quale chiede chi sono state le fonti dei suoi articoli che ad onor di cronaca non hanno mai trattato il caso Wilson-Plame in particolare, ma moltissimo delle armi e con la consulenza dello stesso Lewis “Scooter” Libby. Lei si rifiuta. Viene interrogato per tre volte Rove, il consigliere prediletto dell’amministrazione neocon d’istanza alla Casa Bianca (e ogni tanto verrebbe da chiedersi come sia possibile, per la Seconda Volta); delle prime due deposizioni non si sapeva neppure. Dopo sei mesi di tira e molla legali Cooper decide di deporre, la Miller nega e viene incarcerata. Resterà in prigione per 85 giorni. Uscendone proprio non ricorderà come sia possibile che sui propri taccuini siano finiti certi nomi. Incredibile. Depone ancora e d’un tratto le sovviene che dev’essere stata quella volta in cui incontrò il capo del Gabinetto del Vice Presidente Dick Cheney, Lewis “Scooter” Libby, all’Hotel St. Regis di Washington, il 12 luglio del 2003. Alle volte a far deporre due o tre volte, e con i postumi di quattro mesi di carcere, vedi che qualche cosa viene fuori.

Risultato: Libby si dimette all’istante ostentando sicumera. Vedremo. Lo scandalo mette il fuoco sotto la Casa Bianca e ci regala la certezza che la guerra in Iraq poteva essere qualche cosa più che evitata, non fosse stato per certe volontà e verità oltremodo manipolate. Non si sa bene come diamine andrà a finire ma una cosa la impariamo volentieri: a parte il fatto che le bugie hanno le gambe corte, nella tanto stupidamente odiata America, stante il sacro diritto di presunzione di innocenza, se si viene accusati ci si dimette comunque.

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18 Comments

  1. A parte la pallosità dello scandalo, e il fatto che stia dando da mangiare a un fottio di giornalisti, per me l’unico errore della casa bianca (intendo per casa bianca il suo vertice) è stato quello di non aver avuto il coraggio di parlare apertamente di esportazione di democrazia. Forse la loro agenda non era così matura come poi i fatti in Iraq si sono dimostrati (vedi elezioni, costituzione e spartizione del petrolio agli iracheni), ma così hanno dato l’impressione nettissima di avere un’agenda nascosta.
    Mi ripeto e con tutto l’odio che posso avere per una guerra: togliersi dalle palle i saddam è cosa buona e giusta per tutti gli abitanti della terra, in particolare per i curdi.
    Magari togliersi dalle palle o mettere alle strette anche i Peron non sarebbe male. Anche quelli che fanno i falsi liberisti e affermano che “i consider thatz the flag of unidet states nozz only a flag of a country buzz a universal message of freedom and democrazy”.

  2. ” E’ da precisare che non compare fra queste l’accusa di aver rivelato l’identità di un agente segreto di fatto “bruciandolo”, il che è reato federale.”

    Nel documento in cui Fitzgerald rende pubbiche le sue accuse contro Libby, c’è scritto che non ha POTUTO scoprire se c’è stata rivelazione di identità di un agente segreto perchè Libby, mentendo e commettendo ostruzione di giustizia , ha impedito che si potesse investigare.

    http://www.usdoj.gov/usao/iln/osc/documents/libby_pr_28102005.pdf

    Insomma, il fatto che nel documento non ci sia l’accusa di rivelazione di identità , non vuol dire che questo reato non sia stato commesso.

    Neanche che lo sia stato, certo.

    Cmq, queste sono le testuali parole ..” Libby …engaged in obstruction of justice by impeding the grand jury’s investigation into the unauthorized disclosure – or ” leaking ” – of Valerie Wilson’s affiliation with the Cia to various reporters in the Spring 2003 “.

    Fabrizio, avrebbero dovuto dire dall’inizio di ” esportazione di democrazia ” ?
    Tu credi che il popolo americano avrebbe appoggiato una guerra per questi motivi ?

  3. fabri’, hai detto una cifra di razzate. prima la cosa dei giornalisti che ci mangiano su: scusa, eh, qualcuno racconta palle e sti giornalisti, che si affannano a metterci al corrente! e’ tutto un magna-magna, eh?
    quanto all’esportazione della democrazia, velo pietoso.

    sasaki, non ho capito bene una cosa: ma perche’ quelli del washington post hanno fatto il nome dell’agente? non sono loro che hanno commesso il reato federale? perche’ l’hanno bruciato? sta cosa non mi e’ chiara.

  4. Lock, non hai capito la battuta dei giornalisti. Te la spiego dopo.
    Per il velo pietoso, mi piacerebbe stare ai risultati. Sono passati quasi 3 anni, l’iraq ha una costituzione democratica, ha votato democraticamente e ha un governo democratico. Tutto migliorabile, ma decisamente hanno più prospettive loro per i prossimi 5 anni che noi se rivince il nano.

  5. È un po’ complicato…

    …e magari ci vuole un po’ di tempo, ma con un po’ di attenzione alcune cose si riescono a capire. Come per esempio il fatto che la guerra all’Iraq sia sia stata mossa dalla Coalition of the willing per ragioni del tutto inventate. Per esempio prendet…

  6. Gate da pelare

    Macchianera (o meglio Sasaki) riepiloga in maniera eccellente il caso Plame-Rove-Libby(-Miller-Rossella, aggiungo io). Una bruttissima storia, che ha fatto – per inciso – 2.000 morti americani in Iraq più altri degli eserciti “alleati”. E che resterà n…

  7. ……ma scusate,.. ci si puo’ mica aspettare molto da uno che si chiama ‘Dick’ : )
    Son cose.
    Saluti e ghiande.

  8. Sasà, sono io che son miope, o hai dimenticato di precisare la fonte dell’articolo (il 714, di Blondet, sul sito FdF)? ;-)

  9. “A parte la pallosità dello scandalo…”, già..molto meglio infarcire i TG e i giornali di AlBani e Lecciso…

  10. Dimenticavo di aggiungere che Blondet si è occupato spesso dei Cheney, Rove, Plame, Libby, Miller, eccetera (quel sito è una vera miniera, non merita di essere ignorato).

  11. “Put the Plame on Mame, Put the Plame on me”…

    Pezzo ottimo, degno di figurare su “Internazionale”.
    Se Libby ha mentito e Cheney ha mentito… George Dabljiu ha mentito. Ok, fin qui ci arriviamo tutti, no? Ma un presidente che mente alla nazione, sotto certe condizioni è passibile d’impeachment, messa in stato d’accusa, ed è proprio quello che spero. Anche se il fatto che siano già volate un po’ di teste m’induce a pensare che potrebbero anche fermarsi lì, purtroppo. (Ricordate il procuratore Starr con Clinton? Non fu perseguito perché aveva trombato la Lewinsky, ma perché affermò di non aver avuto relazioni sessuali con lei…)

    Blondet emulo dei due del Washington Post che tolsero la sedia presidenziale di sotto alle chiappe di Nixon? Magari… di certo, sta rendendo un ottimo servizio alla categoria. Bravo (o brava? Fujiko è fenmminile) Sasaki. Voglio un articolo di fondo eguale per le collusioni fra la famiglia Laden e i Bush… Un’ultima cosetta: prima parli del NY Times, poi del Post. Immagino sia per lo stesso motivo del Niger!:o) Sono un pochino diversi, qual è quello giusto? Il Times, immagino, così, a naso…

  12. “Put the Plame on Ma-me, put the Plame on me”

    … Pezzo ottimo, degno di figurare su “Internazionale”. Bravo Sasaki. Voglio anche un articolo di fondo sulle collusioni fra la famiglia Laden e i Bush…

    Se Libby ha mentito e Cheney ha mentito … George Dabljiu ha mentito. Ok, fin qui ci arriviamo tutti, no? Ma un presidente che mente alla nazione, sotto certe condizioni è passibile d’impeachment, messa in stato d’accusa, ed è proprio quello che spero. C’è chi ci è andato per molto meno (ricordate il procuratore Starr con Clinton? Non fu perseguito perché aveva trombato la Lewinsky, ma perché affermò sotto giuramento di “non aver avuto una relazione sessuale con lei…”) Anche se il fatto che siano già volate un po’ di teste m’induce a pensare che potrebbero anche fermarsi lì, purtroppo.

    Lock, probabilmente è la Cia che per ordini superiori ha bruciato la sua stessa agente, punendo indirettamente l’indiscrezione sgradita di suo marito, che si era bruciato da solo prima: mi suona molto nel loro stile, e forse potrei avere ragione senza fare il verso a Robert Ludlum. Chi intendeva far fuori Wilson lingualunga (Libby, imbeccato da chi?Tenet/Cia, intuibile) ha usato il Washington Post. Il quale ha abboccato, giustamente indagato a sua volta con gli inviati e fatto scoppiare il bubbone, comunque strumentale: per distogliere l’attenzione dal ben più grave problema presidenziale (Bush ha mentito sullo yellowcake) si crea ad arte un altro focolaio, e cos’è meglio di un Cia-gate? Insomma, un reato federale varrà bene la testa di un presidente, o no? Meglio che si dimetta il presidente della Cia, che quello degli States… e infatti…

    Il punto è: basterà la diversione o il procuratore Fitzgerald, o chi per lui, indagherà ulteriormente, facendo poi saltare qualche altra sedia? Non dimenticate che negli Usa sono riusciti ad arrestare Al Capone per evasione fiscale, e non sottovalutate il peso dei reati federali in simili inchieste.

    Quindi: a) Libby è responsabile perché ha mentito scientemente a Cheney, che ha mentito a George Doppiavù;
    b) Libby è responsabile perché ha dato le soffiate (vere) sui Wilson alla Miller (NY Post… o NYTimes, Sasaki? M’ispira il secondo;o)), ma così facendo ha volutamente rischiato di compiere un reato federale, mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Forse (v. acuta chiosa di MJosé). In realtà, la rivelazione non era stata autorizzata.
    c) Libby, cosa ancor più grave, è responsabile perché, oltretutto, mentendo ai primi due non ha neppure permesso di accertare al procuratore Fitzgerald se effettivamente fosse stata bruciata la Wilson…

    Esito: Libby se ne va dimettendosi con sicumera, come può farlo solo un capro espiatorio designato che sappia di avere le spalle coperte. Ha fatto un gioco sottile e astuto. Quanto ci scommettete che l’amministrazione Bush si è accordata per far pagare solo lui e riuscirà a dimostrare la buona fede di Dick e George?…

    P.S. Fabrizio, ma come fai a dire che è palloso? E’meglio di un film di Sidney Pollack…
    E soprattutto, come fa a piacerti la costituzione irachena? Ma l’hai letta bene?

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