Poi dicono l’Eurasia


Un paese incivile di nome Turchia entrerà in un’Europa sempre più cieca e imbelle. Mentre il Giornale e il Foglio scrivono sonore cazzate.
La Turchia è un paese in cui il 99 per cento della popolazione è seguace di Maometto, ed è un paese che vorrebbe, ora, riversare settantun milioni di musulmani in un’Europa che ne contiene quindici milioni e ha già i suoi problemi.
La Turchia è un paese in cui a dispetto di una laicizzazione cominciata nel 1924 ha vinto infine un partito che si chiama Partito Islamico, una forza che ha preso il 34 per cento dei consensi dopo aver inneggiato al ritorno del velo per le donne: un partito il cui leader (nonché capo del governo) ha due figlie che portano il velo e una moglie che lancia fatwe contro le adùltere: la legge che punisce il tradimento del coniugi difatti è stata soppressa solo di recente e solo su forte pressione europea. Le donne in Turchia possono votare, ma sono completamente assenti dalla vita pubblica: la cultura questo vuole e questo insegna loro da quando sono bambine.


La Turchia del resto è un paese in cui cinque ragazze sedicenni che stavano facendo un bagno in mare con il chador – è cronaca recente – furono lasciate affogare perché la religione islamica proibiva ai bagnini di poterle toccare: una notizia sulla quale le autorità turche – queste autorità turche, quelle che vorrebbero aprirsi all’Europa – non hanno detto una parola, e neppure hanno formalizzato un’inchiesta per omissione di soccorso. E’ un Paese, la Turchia, in cui Amnesty International ha rilevato violazioni e torture e sevizie che in Occidente neppure ci sognamo: gente appesa per i piedi e la regola della celebre falaka – in teoria proibita – che poi sarebbe l’arte di bastonare i prigionieri sulle piante dei piedi, affinchè le terminazioni nervose irradino il dolore sino al cervello: storie come quelle raccontate da Oriana Fallaci, piaccia o meno, la quale descrisse una trentacinquenne turca stuprata e ingravidata da un bruto e infine lapidata a morte dalla sua famiglia: questo nel Paese in cui la pratica di uccidere o far passare per suicidate le figlie ribelli è straordinariamente tollerata.
La Turchia è un paese in cui i diritti umani e le libertà individuali e la libertà di libertà di culto e di critica e di informazione e di espressione e di associazione e di manifestazione sono ancora a livelli preistorici, come se le “armonizzazioni” e le aperture legislative del governo turco potessero cancellare un passato secolare in poco tempo: è un paese in cui il restringimento della libertà di linguaggio e di cultura arretra anziché progredire – nonostante le teoriche riforme di Ankara – e in cui gli scontri con la minoranza curda hanno portato a 35mila morti negli ultimi quindic’anni, nonché alla recente chiusura di una televisione e di un quotidiano.
E’ un Paese in cui solamente una speciale tutela militare sul governo e sul Parlamento, per ben tre volte, ha salvato la democrazia dal suo rovesciamento: una sorta di quarto potere che l’Unione europea ha chiesto alla Turchia di abolire ma senza il quale le istituzioni levantine si ritroveranno esposte alla tentazione del colpo di Stato come mai prima era accaduto.
Volete la Turchia in Europa? Fate pure, se volete credere alla lungimiranza politica di alcuni burocrati comunitari ben ansiosi di esportare salami e tecnologie. Potete anche crederci. E così pure potete credere che nel giro di pochi anni possa formarsi un’opinione pubblica islamica che guardi più a Londra e a Roma anziché alla propria secolare tradizione, quella che sino a pochi anni orsono faceva dire al premier turco che l’Europa fosse meramente “una cricca di cristiani che vogliono la nostra morte”. Lo stato di Ankara, oggi, assomiglia più a questo che al modello laico e costituzionale voluto da quel genio di Ataturk all’inizio del Novecento: un esperimento mai digerito e mai riuscito, invero. Naturalmente potete anche credere che una Turchia europea limiterebbe l’espansione dell’Islam fondamentalista: che farebbe questo, cioè, anziché snaturare ulteriormente le radici che l’Europa ha dannatamente bisogno di ritrovare: perché è soprattutto l’Europa, oggi, a non essere in grado di accogliere la Turchia: il ventre molle dell’Occidente è pronto a esportare ma non a importare lo shock culturale che ne deriverebbe. Nel quadro prospettato, l’Europa confinerebbe con l’Iran: e ci sono nazioni come la Siria che già si fregano le mani e aspettano il loro turno. Tutta Europa e nessuna Europa: sicchè, pensa chi scrive, un’Europa allargata alla Turchia rappresenterebbe un pericolo non grave ma gravissimo. Gli affari? Ci siamo illusi che ai burocrati di Bruxelles e ai bolsi della realpolitik potrebbe bastare una partnership commerciale tra Vecchio Continente e Turchia: niente da fare, hanno deciso di scherzare col fuoco e dunque con una nazione che dotata, per usare un’espressione di Barbara Spinelli, a un possente senso dello Stato-nazione, aggrappato con lacci saldi a un’idea etnica dell’identità.
E che scrivono i giornali di centrodestra, che sostengono gli alfieri dell’iper-stra-real-politik?
Ecco che Franco Frattini e il giornalista Carlo Panella, rispettivamente sul Giornale e sul Foglio, hanno scritto due articoli sulla questione turca e sono incappati in errori materiali vergognosi. I due articoli, nonostante Frattini e Panella di recente abbiano scritto un libro insieme, differiscono nel linguaggio ma non nella comune asserzione secondo la quale il genocidio turco degli armeni sia una materia di cui l’Unione europea non dovrebbe più di tanto occuparsi, questo perché i due popoli starebbero già risolvendola traverso una commissione congiunta. Ciò hanno scritto. Il contenzioso, ricordiamolo ancora una volta, sarebbe la mera ammissione che i turchi nel 1915 deportarono e affamarono e violentarono e decapitarono e impalarono un milione e mezzo di cristiani armeni, ciò che la storiografia turca nega a tutt’oggi.
Scrive Frattini: “Il Parlamento europeo ignora la decisione del premier turco di affidare coraggiosamente ad una commissione, cui gli armeni hanno tra l’altro aderito, il compito di far luce su questa pagina sanguinosa”. Sentenzia Panella: “La Vecchia Europa entra a gambe giunte nel dramma storico che turchi e armeni stanno risolvendo con la trattativa, boicottando così la reciproca volontà di pacificazione”. Commissione? Trattativa? Pacificazione? Frattini e Panella forse ignorano che la commissione, in realtà, non esiste più, anzi in un certo senso non è mai esistita: nacque in segreto su finanziamento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ma i quattro esponenti armeni che vi presero parte (i turchi erano sei) più volte furono invitati a dimettersi dal governo armeno che non vi aderì mai. La Commissione fece tuttavia il tempo a rivolgersi ad un neo-nato organismo, l’Istituto di Giustizia Transizionale, affinché il medesimo si esprimesse sull’applicabilità o meno del termine genocidio, ma poi successe che i sei membri turchi intimarono l’Istituto di annullare la richiesta: da qui le dimissioni dei membri armeni nonchè l’esaurimento di una commissione peraltro mai riconosciuta. Non solo: venne fuori che la premesse della Commissione stessa era che non si occupasse del genocidio – non fu chiaro di che cosa doveva occuparsi – e la conferma giunse da un’incauta intervista rilasciata dal membro turco Ozdem Sanberk: “Lo scopo principale della commissione”, disse, “è di impedire le iniziative a favore del genocidio del Congresso degli Usa e dei parlamenti occidentali “.
Lasciando poi da parte il vergognoso negazionismo di Carlo Panella, che scrive l’espressione “genocidio degli armeni” tra virgolette e ammette solo una “pulizia etnica” che avrebbe ucciso 300mila persone e non un milione e mezzo, resta notevole che persino Frattini abbia scritto di “improvvisa preoccupazione europea” per la questione armena, con Panella a chiosare che “L’Ue accampa scuse, alibi e pretesti” nonché “miopi interessi di bottega elettorale”: come se l’Europarlamento si fosse svegliato ieri mattina e non nel 1987, anno della prima mozione che chiedeva alla Turchia di riconoscere il genocidio come condizione per entrare in Europa; e come se in questi anni, soprattutto, il genocidio non fosse già stato riconosciuto da Argentina, Russia, Grecia, Libano, Belgio, Cipro, Svezia, Bulgaria, Francia (addirittura con una legge) e soprattutto Vaticano (l’attivismo di Giovanni Paolo II fu straordinario) e infine dall’Italia: il Parlamento italiano, all’unanimità e su proposta di un membro di questo governo, allora all’opposizione, riconobbe il genocidio armeno il 17 novembre 2000. A non riconoscere il genocidio armeno, dato il loro eccellente rapporto coi turchi, sono rimasti giusto Inghilterra, Germania, Israele e Stati Uniti: l’opportunità politica in questo caso consiste nel non ammettere, formalmente, qualcosa che è però inopinatamente esistita.
La Turchia, frattanto, consolidava un negazionismo davvero poco europeo. L’estate scorsa, nello stesso periodo in cui la stampa italiana raccontava della commissione inesistente, entrava in vigore il nuovo articolo 306 del codice penale di Ankara che punisce con dieci anni di carcere chiunque affermi che gli armeni hanno subìto un genocidio; pochi mesi prima, l’8 marzo, come ho saputo grazie a un commentatore di Macchiera, la Bbc rendeva invece noto che sarebbero stati cambiati tutti i nomi di animali che facessero riferimento all’Armenia o al Kurdistan: il ministero dell’ambiente spiegò che la pecora chiamata Ovis Armeniana sarebbe stata ribattezzata Ovis Orientalis Anatolicus, il cervo chiamato Capreolus Armenus sarebbe divenuto Capreolus Cuprelus, la Volpe Kurdistanica sarebbe diventata Vulpes. E via così. Questo, ammisero, per salvaguardare la purezza turca.
Ora le trattative sono iniziate ufficialmente e la si è fatta ancor più burbanzosa e arrogante. Per quanto mi riguarda, la battaglia è appena incominciata. C’è da difendere un’Europa che affondi le proprie radici anche nella viva memoria dei propri errori e dei propri genocidi, e nella salvaguardia delle istituzioni dello Stato liberale, e nei valori fondamentali quali per esempio lo stato di diritto e il rispetto delle minoranze etniche e politiche. Altrimenti saremo ufficialmente Eurasia con gli Usa ad applaudire.


Parte delle cose che avete appena letto spero compaiano domattina sul Giornale. Grazie dell’attenzione. (F.F.)
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5 Comments

  1. Non è finito un bel niente, Bettino.
    Finirà quando tu farai il giornalista e smetterai i panni di provocatore. Cioé mai.

  2. Sicuramente la Turchia non è un paese che brilla per diritti civili e per questo non è matura per entrare nell’Unione, a mio avviso.
    Però i dati che riporti all’inizio dell’articolo mi lasciano assolutamente indifferente, se il tuo intento era dimostrare che la Turchia non può entrare in Europa perché non è uno stato laico.
    In Italia il 98% della popolazione è battezzata e pertanto ufficialmente cattolica. Per mezzo secolo è stata governata da un partito chiamato “Democrazia Cristiana”. Tuttora le forze politiche, in entrambi gli schieramenti, che si rifanno a posizioni cattoliche radicali sono in grande maggioranza. Del ruolo delle donne infine, meglio non parlare per niente.

  3. L’estremo capoverso dell’ultimo intervento non può non trovarmi d’accordo.Ma la proposta di legge che si voterà questi giorni relativa all’obbligo di avere almeno una donna ogni quattro parlamentari maschi è nella migliore delle ipotesi ridicola,e nella peggiore nazista(le donne non sono cittadini di serie B.Hanno le carte in regola per conquistarsi sul campo i posto che meritano.Si organizzino di conseguenza senza accattonare un bel niente)

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