Lettere di Aldo Moro dalla “Prigione del Popolo” /3

Il memoriale Aldo Moro

11) A Papa Paolo VI

(non recapitata)

Beatissimo Padre,
nella difficilissima situazione nella quale mi trovo e memore della paterna benevolenza che la Santità Vostra mi ha tante volte dimostrato, e tra l’altro quando io ero giovane dirigente della Fuci, ardisco rivolgermi alla Santità Vostra, nella speranza che voglia favorire nel modo più opportuno almeno l’avvio di quel processo di scambio di prigionieri politici, dal quale potrebbero derivare, in questo momento estremamente minaccioso, riflessi positivi per me e la mia disgraziata famiglia che per ragioni oggettive è in cima alle mie angosciate preoccupazioni. Immagino le ansie del Governo. Ma debbo dire che siffatta pratica umanitaria è in uso presso moltissimi governi, i quali danno priorità alla salvezza delle vite umane e trovano accorgimenti di allontanamento dal territorio nazionale per i prigionieri politici dell’altra parte, soddisfacendo così esigenze di sicurezza. D’altra parte, trattandosi di atti di guerriglia, non si vede quale altra forma di efficace distensione ci sia in una situazione che altrimenti promette giorni terribili. Avendo intravisto qui nella mia prigione un severo articolo dell’Osservatore, me ne sono preoccupato fortemente. Perché quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate e quale umanesimo più alto vi è di quello cristiano?
Perciò le mie preghiere, le mie speranze, quelle della mia disgraziata famiglia che la Santità vostra volle benevolmente ricevere alcuni anni fa, s’indirizzano alla Santità vostra, l’unica che possa piegare il Governo italiano ad un atto di saggezza. Mi auguro si ripeta il gesto efficace di S.S. Pio XII in favore del giovane Prof. Vassalli, che era nella mia stessa condizione.
Voglia gradire, Beatissimo Padre, con il più vivo ringraziamento per quanti beneficeranno della clemenza, i più devoti ossequi.
Aldo Moro


12) A Eleonora Moro
(non recapitata)

Mia dolcissima Noretta, bacioni al pupo
temo che tu abbia troppo da affaticarti nell’improba impresa. Credo che la chiave sia in Vaticano, che deve essere stato però duramente condizionato dal Governo. Ho pensato perciò di preparare una mia lettera personale al Papa, che ti accludo, lasciando a te di stabilire se sia o meno il caso d’inoltrarla e tramite chi. Salvo abbia scelto Poletti, ti ricordo Pignedoli che dovrebbe avere qualche buon ricordo e Maria Righetti. Soprattutto bisognerebbe evitare che, sotto pressione del Governo, continuino posizioni dure del giornale. Forse potresti fare una telefonata al vecchio Manzini (Raimondo), sempre così buono. Per il resto c’è da dare la caccia a questi parlamentari amici. Hanno avuto il torto di far passare attoniti i primi giorni, lasciando cristallizzare la situazione. Anche di Tullio non so nulla né so se abbia fatto qualcosa.
Benché una lettera stampata non è tutto quello che si possa desiderare, tu non puoi immaginare quale manna dal cielo sia per me. La leggo e la rileggo: ci penso su. E’ tutta la mia vita. E così voi siete la mia vita. Vi benedico tutti in un unico grande abbraccio. Pensatemi come io vi penso ed amatemi come vi amo.
Tuo Aldo

Mi veniva un’altra idea. Pompei è vicinissimo al Papa e gli può spiegare tutto. Si potrebbe chiamarlo tramite Maria Righetti, spiegandogli che dovrebbe fare (poiché dovrebbe operare da privato contro gli intendimenti del governo). Ma dovrebbe arrivare ad horas. Da Parigi ci sono partenze a tutte le ore.


13) Su Paolo Taviani
(recapitata tra il 9 e il 10 aprile, allegata al comunicato n° 5)

Filtra fin qui la notizia di una smentita opposta dall’On. Taviani alla mia affermazione, del resto incidentale, contenuta nel mio secondo messaggio e cioè che delle mie idee in materia di scambio di prigionieri (nelle circostanze delle quali ora si tratta) e di modo di disciplinare i rapimenti avrei fatto parola, rispettivamente, all’On. Taviani ed all’On. Gui (oggi entrambi Senatori). L’On. Gui ha correttamente confermato; l’On. Taviani ha smentito, senza evidentemente provare disagio nel contestare la parola di un collega lontano, in condizioni difficili e con scarse e saltuarie comunicazioni. Perché poi la smentita? Non c’è che una spiegazione, per eccesso di zelo cioè, per il rischio di non essere in questa circostanza in prima fila nel difendere lo Stato.
Intanto quello che ho detto è vero e posso precisare allo smemorato Taviani (smemorato non solo per questo) che io gliene ho parlato nel corso di una direzione abbastanza agitata tenuta nella sua sede dell’Eur proprio nei giorni nei quali avvenivano i fatti dai quali ho tratto spunto per il mio occasionale riferimento. E non ho aggiunto, perché mi sarebbe parso estremamente indiscreto riferire l’opinione dell’interlocutore (non l’ho fatto nemmeno per l’On. Gui), qual era l’opinione in proposito che veniva opposta in confronto di quella che, secondo il mio costume, facevo pacatamente valere. Ma perché l’On. Taviani, pronto a smentire il fatto obiettivo della mia opinione, non si allarmi nel timore che io voglia presentarlo come se avesse il mio stesso pensiero, mi affretterò a dire che Taviani la pensava diversamente da me, come tanti anche oggi la pensano diversamente da me ed allo stesso modo di Taviani. Essi, Taviani in testa, sono convinti che sia questo il solo modo per difendere l’autorità ed il potere dello Stato in momenti come questi. Fanno riferimento ad esempi stranieri? O hanno avuto suggerimenti? Ed io invece ho detto sin d’allora riservatamente al Ministro ed ho ora ripetuto ed ampliato una valutazione per la quale in fatti come questi, che sono di autentica guerriglia (almeno cioè guerriglia), non ci si può comportare come ci si comporta con la delinquenza comune, per la quale del resto all’unanimità il Parlamento ha introdotto correttivi che riteneva indifferibili per ragioni di umanità. Nel caso che ora ci occupa si trattava d’immaginare, con opportune garanzie, di porre il tema di uno scambio di prigionieri politici (terminologia ostica, ma corrispondente alla realtà) con l’effetto di salvare altre vite umane innocenti, di dare umanamente un respiro a dei combattenti, anche se sono al di là della barricata, di realizzare un minimo di sosta, di evitare che la tensione si accresca e lo Stato perda credito e forza, se è sempre impegnato in un duello processuale defatigante, pesante per chi lo subisce, ma anche non utile alla funzionalità dello Stato. C’è insomma un complesso di ragioni politiche da apprezzare ed alle quali dar seguito, senza fare all’istante un blocco impermeabile, nel quale non entrino nemmeno in parte quelle ragioni di umanità e di saggezza, che popoli civilissimi del mondo hanno sentito in circostanze dolorosamente analoghe e che li hanno indotti a quel tanto di ragionevole flessibilità, cui l’Italia si rifiuta, dimenticando di non essere certo lo Stato più ferreo del mondo, attrezzato, materialmente e psicologicamente, a guidare la fila di Paesi come Usa, Israele, Germania (non quella però di Lorenz), ben altrimenti preparati a rifiutare un momento di riflessione e di umanità.
L’inopinata uscita del Sen. Taviani, ancora in questo momento per me incomprensibile e comunque da me giudicata, nelle condizioni in cui mi trovo, irrispettosa e provocatoria, m’induce a valutare un momento questo personaggio di più che trentennale appartenenza alla D.C. Nei miei rilievi non c’è niente di personale, ma sono sospinto dallo stato di necessità. Quel che rilevo, espressione di un malcostume democristiano che dovrebbe essere corretto tutto nell’avviato rinnovamento del partito, e la rigorosa catalogazione di corrente. Di questa Appartenenza Taviani è stato una vivente dimostrazione con virate così brusche ed immotivate da lasciare stupefatti. Di matrice cattolico-democratica Taviani è andato in giro per tutte le correnti, portandovi la sua indubbia efficienza, una grande larghezza di mezzi ed una certa spregiudicatezza. Uscito io dalle file dorotee dopo il ’68, avevo avuto chiaro sentore che Taviani mi aspettasse a quel passo, per dar vita ad una formazione più robusta ed equilibrata, la quale, pur su posizioni diverse, potesse essere utile al migliore assetto della D.C. Attesi invano un appuntamento che mi era stato dato e poi altri ancora, finché constatai che l’assetto ricercato e conseguito era stato diverso ed opposto. Erano i tempi in cui Taviani parlava di un appoggio tutto a destra, di un’intesa con il Movimento Sociale come formula risolutiva della crisi italiana. E noi che, da anni, lo ascoltavamo proporre altre cose, lo guardavamo stupiti, anche perché il partito della D.C. da tempo aveva bloccato anche le più modeste forme d’intesa con quel partito. Ma, mosso poi da realismo politico, l’On. Taviani si convinse che la salvezza non poteva venire che da uno spostamento verso il partito comunista.
Ma al tempo in cui avvenne l’ultima elezione del Presidente della Repubblica, il terrore del valore contaminante dei voti comunisti sulla mia persona (estranea, come sempre, alle contese) indusse lui e qualche altro personaggio del mio Partito ad una sorta di quotidiana lotta all’uomo, fastidiosa per l’aspetto personale che pareva avere, tale da far sospettare eventuali interferenze di ambienti americani, perfettamente inutile, perché non vi era nessun accanito aspirante alla successione in colui che si voleva combattere.
Nella sua lunga carriera politica che poi ha abbandonato di colpo senza una plausibile spiegazione, salvo che non sia per riservarsi a più alte responsabilità, Taviani ha ricoperto, dopo anche un breve periodo di Segretario del Partito, senza pero successo, i più diversi ed importanti incarichi ministeriali. Tra essi vanno segnalati per la loro importanza il Ministero della Difesa e quello dell’Interno, tenuti entrambi a lungo con tutti i complessi meccanismi, centri di potere e diramazioni segrete che essi comportano. A questo proposito si può ricordare che l’Amm. Henke, divenuto Capo del Sid e poi Capo di Stato Maggiore della Difesa, era un suo uomo che aveva a lungo collaborato con lui. L’importanza e la delicatezza dei molteplici uffici ricoperti può spiegare il peso che egli ha avuto nel partito e nella politica italiana, fino a quando è sembrato uscire di scena. In entrambi i delicati posti ricoperti ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana e tedesca?
Aldo Moro


14) A Maria Fida Moro e D. Bonini
(non recapitata)

Miei carissimi Fida e Demi,
credo di essere alla conclusione del mio calvario e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l’amore che, come sapete, vi porto. Forse in qualche momento sarò stato nervoso o non del tutto capace di comprensione. Ma l’amore dentro è stato grande in ogni momento con un desiderio profondo della vostra felicità sempre in una vita retta, quale voi conducete. Con Luca, dicevo, mi avete dato la gioia più grande che io potessi desiderare. Questa è per me la punta più acuta di questa dolorosissima vicenda. Non vedere il piccolo e non potergli dare tutto l’amore, tutto l’aiuto, tutto il servizio che avevo progettato. So poi i problemi di Fida che tutti dobbiamo aiutare. Ho già detto a quanti lo amano che gli siano vicini, che facciano la mia parte, che prendano il mio posto. Anche tu, Demi carissimo, tienilo pieno d’amore come egli merita; tienilo tra le braccia come vorrei tenerlo e come sarei felice di fare, lasciando ogni altra cosa. Vivete uniti con la nonna, con gli zii, con gli amici. Per ogni cosa consigliatevi con il carissimo Rana. Ricordatevi di me che ricordo e prego. Che Iddio vi aiuti a passare questo brutto momento e dia a voi ed al piccolo tutta la felicità. Che Iddio vi benedica come io vi benedico e vi abbraccio dal profondo del cuore.
Papà
per Fida e Demi

P.S. Se il piccolo, come spero, deve andare al mare, la nonna inviti la Signora Riccioni con due bambinetti. Ho paura che stia solo. Mi raccomando.


15) A Agnese Moro
(non recapitata)

Mia carissima Agnese,
so che tu sei tanto forte e brava. Perciò ti posso parlare con coraggio, mentre vedo ogni momento più cadere le speranze. Ti ho voluto e ti voglio tanto bene, dolcissima Agnesina, che ho concorso a tirar su, con il suo chilo e ottocento grammi, dosando goccia goccia con il cucchiaino il latte che non potevi succhiare. Sì qualche volta ti sarai un po’ irritata con me; ma sai bene che l’amore è stato continuo ed infinito, che ti ho atteso ogni sera pieno di angoscia finché non ti vedevo, che ti ho seguito nel tuo studio, nel tuo lavoro (nel quale occorre perseverare), nelle tante cose intelligenti e vive che andavi creando. Ed ho cercato di seguirti e secondarti in ogni tuo desiderio. Ora è probabile che noi siamo lontani o vicini in un altro modo. Ebbene, credimi che ti sono vicino più che mai, che ti stringo forte a me, che desidero per te pace e felicità. E’ inutile che ti raccomandi la famiglia, la mamma, il carissimo Luca. Dagli tu l’amore e l’appoggio che io non gli potrò dare, ritraine tu la gioia dolcissima degli occhietti vispi e della profonda bontà. Questa è ora la mia pena più acuta, la mia angoscia mortale. Finché sarà necessario sostituiscimi.
Gioisco nel ricordarti piccola, sulla gamba del cuore con il dott. Tani del tuo libriccino di bimba. Ti amo tanto, Agnesina carissima e ti ringrazio del tuo sorriso sempre così largo e della tua dolce carezza alla sera. Una tua carissima lettera da Helsinki per me è a Bellamonte, nell’armadio della stanza matrimoniale in alto o forse nel taschino del mio pullover nero. Non la perdere: mi è cara. Ti abbraccio forte forte e ti benedico con tanti auguri e tanta speranza.
Papà

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