Interrogatorio Moro /9: La Presidenza della Repubblica

(COMM. MORO, 148; COMM. STRAGI, II 294-296; NUMERAZIONE TEMATICA 9)

Il memoriale Aldo MoroPer la prima parte della domanda mi [è] accaduto di parlare per ragioni di connessione in relazione alla domanda 10. Mi resta allora di riferire sulla importanza che si attribuisce all’elezione alla Presidenza della Repubblica. Questo evento ha dato luogo per tutto il trentennio a dispute accese, quasi che alla carica fossero connessi poteri di tipo americano o francese o anche tedesco. Ciò forse è avvenuto perché i gruppi, più che fare una scelta appropriata, hanno ad essa legato il loro prestigio. Si pensi, ad es., alla disputa circa l’alternanza del laico e del cattolico ed alla cura che si pone alla qualificazione comunque laica alla testa della repubblica. Fatti simbolici, ma carichi egualmente d’importanza. Converrà però ricordare, per vedere con equilibrio le cose, che De Gasperi si rifiutò di candidarsi, ritenendo il ruolo che gliene sarebbe derivato, molto ristretto. Vi fu il duello SforzaEinaudi, cavallerescamente composto; quello MerzagoraGronchi che non fu composto, lasciò strascichi di risentimento, contribuì ad un mutamento di governo. Le ragioni del contendere erano talvolta più di prestigio che di potere, ma valevano lo stesso ad animare la scena. Per venire all’ultima ed a quella futura, dirò che per la prima deve esservi, oltre che una posizione indispettita di partito, un mancato gradimento di ambienti internazionali di rilievo. Per la prossima son convinto che finirà per prevalere l’alternanza a favore di un laico.


Quanto al merito dei poteri, si sa quali essi sono e tutto ciò di cui si discute è il garbo e l’abilità con i quali, quei pochi che sono, possono essere esercitati. Un messaggio al Parlamento è stato inviato più volte senza grande eco. Il ritardo nella promulgazione non è cosa che sconvolga. Lo scioglimento delle Camere è avvenuto più volte con consenso generale aperto o tacito. Bisognerebbe vedere che cosa accade in caso di dissenso. Le nomine sono state sbiadite, per non creare difficoltà alle forze politiche. Il comando delle forze armate è un indubbio dato di prestigio, ma non va molto al di là di questo. La Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura sarebbe importante, ma anche molto, troppo impegnativa. C’è poi quel magistero di persuasione e quella rappresentanza dell’unità nazionale che possono dare, se bene intesi, una struttura reale non dico di potere, ma almeno di funzione. Ed è nell’ambito del magistero di persuasione e nell’esercizio preparatorio dell’attività legislativa che potrebbe verificarsi quel raccordo con le direttive d’uno stato tecnocratico, di tono europeo, le quali sembrano affiorare per tanti versi nella presente realtà politica. E forse a questo si guarda, quando si dà peso ad una nomina di questo tipo.

(COMM. STRAGI, II 165-167; NUMERAZIONE TEMATICA 9)

Lo dico con vergogna. Gli altri partiti hanno il loro progetto almeno a medio termine, e la Dc [no]. Già molte volte avevo sollecitato in tal senso il Segretario Zaccagnini. Abbiamo la sigla di un centro di alti studi, ma nella sostanza si fa poco o niente. L’epoca creativa è stata quella del Piano Vanoni e degl’incontri di S. Pellegrino, che preparavano la politica di centro sinistra. Per carità, non è che mancassero anche allora infinite deficienze. La varietà composita della base della D.C., certe forme di mediazione clientelare, che hanno caratterizzato, quando più, quando meno, questo trentennio, i collegamenti con altri paesi alleati ed associati con livelli per noi svantaggiosi, non ci offrivano assai spesso la possibilità di una elaborazione organica e conseguente. Ma è soprattutto in questo momento che si coglie la mancanza di una reale prospettiva per il futuro, salvo che non si voglia mutuarla dai Paesi ai quali siamo legati, con i quali in qualche modo siamo integrati e la cui struttura non può essere completamente diversa dalla nostra. Posso dire intanto quello che non vedo accadere: la fine del bicameralismo, il sistema dei partiti, le regioni, le province e i comuni. Vedo i sindacati accrescere enormemente il loro peso e prendere quota, con una nuova presenza dei lavoratori, al Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro. Le regioni, come mostra la legge sulla riconversione, entreranno sempre più nella gestione dell’economia con particolare riguardo all’occupazione. Ed infine, per quanto qualche anno fa se ne sia molto parlato, non vedo trasformarsi l’elezione del Presidente della Repubblica in elezione popolare e con l’acquisizione dei poteri che sono propri del sistema presidenziale americano o anche francese. Detto ciò, si domanda la ragione dell’accresciuta importanza della prevista elezione del Presidente della Repubblica. Le ragioni sono, a mio parere, due.
La prima è un problema di prestigio dei partiti, per essi di estrema importanza ed anzi addirittura determinante. Se si aggiunge che in Italia c’è quello che non c’è o quasi non c’è altrove, e cioè la questione laica, la quale pone un problema di differenza forse ancor più marcato che non tra partiti, credo si possa comprendere la febbre che prende (e quasi paralizza) l’Italia, quando si comincia a parlare di un’elezione presidenziale.
Ma c’è poi un’altra ragione ed è che, per quanto limitati siano i poteri del nostro Presidente della Repubblica in confronto ad altri Capi di Stato, la somma dei compiti ad esso spettanti, se seriamente e continuativamente esercitati: scelte, firme, messaggi, sospensione della promulgazione, magistratura, forze armate, rappresentanza all’estero, è tale da dare un rilievo non puramente formale alla figura del Capo dello Stato e giustificare che si accenda una civile competizione tra partiti e correnti ideali e politiche.

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