La Cina è vicina. All’Inferno

I cinesi non mangiano i bambini, ma li ammazzano. E’ difficile contabilizzare gli effetti della cosiddetta “politica del figlio unico” instaurata nel 1979 da Deng Xiaoping, prassi che ha spinto milioni di contadini a sbarazzarsi della progenie femminile. L’organizzazione Human Rights, nel 1995, denunciò l’assenza statistica di circa 500mila bambine l’anno; trafiletti di giornali cinesi, intanto, menzionavano sporadiche condanne per infanticidio a uno o massimo due anni di carcere. Attenuanti di Stato? Difficile da credere, in un paese in cui il concetto giuridico di attenuante è sconosciuto: le donne che per esempio abbiano ucciso il proprio seviziatore – dopo che le abbia magari stuprate, picchiate, sposate dopo rapimento – in Cina vengono tutte ed egualmente messe a morte. Ammazzare i neonati invece non è quasi reato, diversamente dall’infrangere appunto la regola del figlio unico: in tal caso si è sottoposti anche a tortura.


Stiamo parlando di decisioni che sono nelle mani di magistrati quasi sempre privi di una minima formazione giuridica: in Cina può diventare giudice un tassista o un veterinario o chiunque abbia buoni agganci per diventarlo.
La pena di morte intanto si è modernizzata. Dalle fucilazioni si è passati alle più economiche Camere mobili di esecuzione con le iniezioni letali. La maggior parte delle condanne è pronunciata in stadi e piazze davanti a folle gigantesche. Durante i capodanni cinesi, il primo maggio e il primo ottobre, centinaia di cinesi vengono giustiziati a titolo esemplare, ma nel 2003, a partire dalla campagna “Colpire duro”, le cose sono peggiorate per via di una sorta di parola d’ordine: immediatezza giudiziaria. Di arresti, di processi, di esecuzioni. In Cina ogni anno vengono giustiziati più individui che in tutti i paesi del mondo messi insieme, e nella primavera del 2001 le condanne a morte sono state più numerose di quelle inflitte nei tre anni precedenti in tutto il resto del Pianeta: dal 2001 la pena capitale può essere applicata a un numero esteso di reati da essere paragonabile all’Iraq di Saddam Hussein. Nel 1989 i reati capitali erano 20 e nel 1997 erano diventati 68. Tra questi: frode fiscale, contrabbando, traffico d’arte, appartenenza anche indiretta a organizzazioni illegali, violazione di quarantena se malati, e uccisione di panda. Amnesty International ha censito 1060 esecuzioni sicure nel 2002, ma uno studio di Nathan & Jilley ne ha stimati almeno 15mila l’anno.
Il presidente dell’Human Rights in Cina, Liu Quing, ha raccontato questo: “Ho visto prigionieri con cui dividevo la cella trascinati nel cortile e giustiziati senza alcuna formalità. Alcuni erano stati condannati per aver avuto relazioni sessuali prima del matrimonio”. Notissimo in Cina è il caso di Ma Yanqin, una ragazza colpevole di organizzare feste danzanti: “Venne indicata – ha raccontato ancora Liu Quing – come rappresentativa di quello spirito di liberalismo borghese che Deng esecrava, perciò la sua esecuzione fu molto pubblicizzata”. Altri casi sono conclamati. Il giovane Sun Zhigang fu picchiato a morte in un centro di detenzione amministrativa – vedremo che luoghi si tratta – e la sua colpa era stata quella di essere un disoccupato privo del permesso per soggiornare a Canton. Nella primavera 2001 un ragazzo invece fu giustiziato per aver rubato 48 dollari a un diplomatico americano. Balzò all’attenzione della stampa – grazie a un giornalista cinese che lo raccontò sotto pseudonimo – anche il caso assurdo di Jin Ruchao, condannato a morte con l’accusa di aver improbabilmente organizzato un complicato attentato: avrebbe trasportato, da solo, 600 kg di dinamite poi piazzata in quattro posti diversi. Il dettaglio è che Jin Ruchao era completamente sordomuto e praticamente deficiente, tantochè dopo l’arresto o rimase muto – nel senso: non comunicò – e prima dell’esecuzione non cercò neppure di protestare o proclamarsi innocente. Molto cinese anche il caso di Chen Mengxing, condannato a morte nell’agosto 1999 per aver fatto accidentalmente cadere, e rotto, una statua di un Buddha del peso di due tonnellate. “Il pensiero torna alle migliaia di statue di Buddha – ha osservato Amnesty International – distrutte durante la Rivoluzione culturale”.
La morsa ha preso a stringersi dala fine del 2003. Il Partito si limita a firmare da sempre ogni dichiarazione d’intenti: quella universale dei diritti umani, il Patto internazionale per i diritti civili e politici, la Convenzione contro la tortura del 1988, la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1992: parliamo di uno Stato che ha celebrato le feste nazionali con esecuzioni di massa cui assistevano talvolta anche le scolaresche, e che ci si immagina in quale considerazione possa dunque tenere l’eventuale “codice di condotta” che Usa ed Europa volessero imporgli. La Cina intanto cresce sino al 10 per cento annuo e si metterà in vetrina ai giochi olimpici del 2008: in ballo c’è moltissimo, e non stupisce che capi di Stato come Jacques Chirac, all’inizio del 2004, abbiano fastosamente ricevuto le massime autorità cinesi dopo aver praticamente paralizzato Parigi, così da scoraggiare probabili dimostrazioni.
Nel mentre, milioni di cinesi sono perseguitati assieme a minoranze come uyghur e falungong; i tibetani seguitano a essere arrestati per il mero possesso di libri o per aver scaricato da internet immagini del Dalai Lama, e ovviamente non si contano – non si conta niente, in Cina – i monaci incarcerati e torturati. La ricerca in internet, è notizia du due giorni fa, è stata definitivamente censurata col benestare di Bill Gates: Microsoft ha fornito portali addomesticati con un software che impedisce l’uso di parole sgradite come “libertà”, “democrazia”, “diritti umani” ma anche “Tibet”, “comunismo” e “Tienanmen”.
E’ tutto nero su bianco. Reporter senza frontiere, Amnesty International, The Laogai Research foundation, Human Rights Watch e il Centro tibetano per i diritti umani rappresentano fonti che permettono di comprendere come i peggiori totalitarismi del Novecento abbiano trovato asilo in Cina, laddove il peggio del comunismo e del capitalismo convivono nell’Inferno della Storia. La foglia di fico occidentale è costituita dalla speranza che l’evoluzione del mercato debba portare giocoforza alla democrazia, ossia che alle libertà economiche debbano equivalere quelle politiche: un’equazione contraddetta dai tempi di Adamo Smith e che in ogni caso non spiegherebbe neppure l’esistenza dell’Italia fascista o della Germania nazista, dove l’autoritarismo conviveva con la proprietà privata. In Cina il problema, secondo molti osservatori, è giusto il contrario: “Si teme, liberalizzando e democratizzando, di mettere e rischio la crescita economica”, ha osservato Piero Ostellino nell’introdurre “Il Libro nero della Cina”, Guerini e associati 2004, da leggere. I giovani sterminati a Tienanmen in fondo chiedevano anche uno sviluppo più equo e inevitabilmente più lento, ma la Cina ha una fretta dannata. Le madri delle vittime di Tienanmen sono ancor oggi perseguitate, e il 4 giugno 2004, quindicesimo anniversario della strage, a Pechino manifestavano in poche decine, mentre a Hong Kong erano in centinaia di migliaia.
Molti saranno finiti nei laogai, cosiddetti campi di rieducazione a suo tempo voluti da Mao Zedong: dalla loro istituzione hanno accolto non meno di cinquanta milioni di persone, e si calcola che non esista cinese che non conosca almeno una persona che vi sia stata soggiogata. E’ una detenzione che non prevede processo, non prevede imputazione, tantomeno esame o riesame giudiziario o possibilità di confrontarsi con un’autorità, figurarsi un avvocato. La decisione di rinchiuderti anche per cinque anni è a totale discrezione della polizia. L’associazione Laogai Research ha riferito che i milioni di cinesi rinchiusi nei campi costituiscono la popolazione di lavoratori forzati più vasta della storia.
Poi ci sono i lavoratori non forzati, e sulle condizioni degli operai cinesi è stato scritto molto. Nelle imprese private, a fronte di paghe ridicole e di ferie praticamente inesistenti, le ore straordinarie sono obbligatorie e forfetizzate: la cifra è la stessa che si tratti di venti minuti o di dieci ore. I salari sono spesso pagati in ritardo per giornate che vanno dalle 10 alle 12 ore. I regolamenti sono da pazzi. Capita che ai lavoratori sia vietato di parlare nelle ore di lavoro e anche durante i pasti, mentre in caso di negligenza è previsto licenziamento e pene corporali. Ai lavoratori spesso è vietato sposarsi ed avere figli, e sempre più frequentemente, se licenziati, non ricevono alcuna indennità e solo una minima parte della pensione. Va da sé che in Cina non si possa parlare di cure sanitarie e che i licenziati possono vedersi negare l’accesso all’educazione scolastica dei figli: da qui una maggior tolleranza per il il lavoro minorile e nondimeno per una spaventosa quantità di ragazzini morti sul lavoro. Tra le poche contabilità note c’è quella dei primi tre trimestri del 1999: i minori deceduti furono 3464.
Resta inteso che i sindacati indipendenti sono proibiti e che la loro costituzione è oggetto di una repressione che li accomuna per durezza solo ai falungong, adepti religiosi già bersaglio centrale della politica cinese: “Dobbiamo sradicare questo culto eretico e cacciarli come topi”, si lesse sull’agenzia di stampa governativa Xunhua nel settembre 2003. Contro di essi – contro ogni forma di dissidenza, invero – si perfezionano metodi che si pensavano relegati al buio novecentesco. Che la tortura sia una prassi non lo negano neppure i funzionari cinesi: serve a estorcere prove contro tibetani, immigrati irregolari e padri di troppi figli. Sulle modalità delle torture cinesi è opportuno non incedere. Li Changjun, un ingegnere di 33 anni già licenziato per le sue convinzioni religiose, fu arrestato nel 16 maggio 2001 perché aveva scaricato da internet informazioni sul movimento falungong; il 27 giugno la famiglia venne informata della sua morte e la madre ha raccontato questo: “Non aveva che pelle e ossa, il viso e il collo erano coperti di ematomi, aveva i pugni chiusi, non aveva più denti, era sfigurato, la schiena sembrava fosse stata bruciata e cotta. Era spaventoso”.
Amnesty International ha rilevato anche un alto numero di cosiddetti morti accidentali: prigionieri che precipitano soavemente dai piani alti degli edifici detentivi e che solo il racconto di pochi scampati ha potuto testimoniare.
Ma i languori occidentali rimarranno ancor più impressionati dalla notizia che in Cina non sia mai stata interrotta, anzi ripresa e ampliata, l’abitudine sovietica di rinchiudere i dissidenti negli ospedali psichiatrici. Gli specialisti cinesi hanno inventato patologie quali la “schizofrenia politica”, la “sindrome da oppositore” e la “malattia politico-mentale”. Dall’inizio degli anni Novanta cresciuta è la tendenza a rinchiudere e imbottire di psicofarmaci i malcapitati senza che le ragioni dell’internamento siano state stabilite. Xue Jifenf, ritenuto colpevole di aver organizzato una riunione sindacale non autorizzata, ha potuto raccontare d’esser stato internato nell’ospedale psichiatrico di Xinxiang assieme con dei malati mentali gravi che lo tormentavano giorno e notte. Tra i pochi casi noti anche quello di Su Gang, un ingegnere informatico di 32 anni che si era rifiutato di rinnegare la sua fede falugong: fu internato il 23 maggio 2000, in perfetta salute, dopodichè gli vennero iniettate ogni giorno delle sostanze sconosciute e una settimana dopo era incapace di mangiare e di muovere gli arti; il 10 giugnò morì per una crisi cardiaca.
L’associazione Human Rights Watch non nasconde che il massiccio e rinnovato ricorso di abusi psichiatrici, in Cina, fa impallidire il primato che fu dei dirigenti sovietici: resta la difficoltà di stimare gli internati e i morti in un contesto, va ricordato, che riuscì e celare l’esistenza della devastante epidemia di Sars per un anno e mezzo, e che solo il coraggio di un medico dapprima perseguitato, Jiang Yanyong, permise di smascherare. I dirigenti cinesi temevano che l’epidemia potesse scoraggiare gli investimenti occidentali. Ma quelli, forse, neanche il colera.
Il Partito comunista pensa che il miracolo cinese sia possibile solo grazie a un totale controllo sociale e politico, una morsa che possa fermare quel miserrimo sottoproletariato urbano creatosi attorno alle città e che peraltro costituisce la base sociale di ogni rivoluzione. Questo spiega perché dal 2003 i diritti civili sianostati drasticamente ridotti e come le misure restrittive siano divenute spaventose. E spiega come la Cina, dopo mille anni di autocrazia, nelle sue fabbriche disumane, abbia copiato ogni nostro prodotto fuorchè il più importante.

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15 Comments

  1. Grazie Anna, che stordita che sono, non avevo capito niente: tutto il bla sui diritti civili è per giustificare il dazio. Ok, ok.

  2. Io ho solo detto che il dazio non servirebbe comunque a portare i diritti civili, tutto qua, perchè comunque il governo cinese se ne frega altamente. Quindi o mi sono spiegata male, o non hai capito niente veramente. Propendo per la seconda ipotesi.

  3. Mah, intanto è una gara ad ingraziarsi il favore del partito, una serie di premi e favori senza contropatita alcuna (in termini di rispetto dei diritti, per gli affari non so); tra i regali più grossi le già citate olimpiadi, l’ingresso nel wto, ed ora la proposta revoca dell’embargo europeo sull’esportazione delle armi.
    (armi che che in parte -quelle “leggere”- l’Italia già vende http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/CS80-2005.html)

    Ma in fondo, pignoli!, bisogna contestualizzare.. Come disse il Presidente del Consiglio e di Innumerevoli Altre Cose, a proposito della pena di morte: “in fondo i cinesi sono così tanti”..

    A proposito della risposta di Facci a Leonardo, è indubbio che ultimamente un sacco di leghisti (che per anni hanno deriso, se non peggio, chi si occupava di diritti umani), fascistelli (che “come si permettono di ingerire negli affari interni di altri paesi?”) ed in generale molti propriocortilisti indefessi si siano svegliati a causa della concorrenza sleale cinese.

  4. Buongiorno. Permettetemi di aggiungere qualche nozione in merito all’argomento trattato. Che i cinesi avessero scoperto il continente americano prima di Colombo era palese, ancor prima che i giornali ne dessero la sensazionale notizia di recente. Questo fatto dà un’idea di quanto sia antica l’occidentalizzazione dell’informazione. Altra cosa; perchè nessuno accusa gli industriali italiani per avere prodotto in cina per decenni e rivenduto in italia con marchi e griffe italiane e ricarichi mostruosi,a sentire la stampa sembra che i cinesi esistano solo da vent’anni. ho 40 anni e il made in china lo trovavo su tutti i giocattoli quand’ero bambino,perciò mi sembra ci sia un poco di confusione sui tempi.L’unica cosa su cui non transigo sono i diritti civili. ma anche in questo ha ragione l’articolo di apertura: l’economia mondiale inciampa sulla logica umanitaria quando parlano i profitti.un’ultima cosa, proviamo a vedere il problema non come ce lo vendono i media, cioè come un inevitabile sconfitta economica.poniamoci dei quesiti nella logica del libero mercato.dopo avere insegnato ai cinesi il gioco delle griffe e mille altri occidentali artifizi, osserviamoli,copiamoli,assecondiamoli proprio come loro hanno fatto con noi. esisterà qualcosa che non si può produrre in cina…bene! produciamolo noi.

  5. COSE DA SAPERE!!!

    LAOGAI, IL GULAG CINESE, E’ FORTE NELL’EXPORT Maurizio Blondet CINA – E’ la più nuova merce Made in China, e anch’essa è in offerta a prezzi stracciati sul mercato mondiale.
    Si tratta di collagene, quel materiale biologico che i chirurghi plastici iniettano per spianare le rughe e riempire le labbra.
    Quello cinese costa solo il 5% del prezzo a cui è venduto il collagene prodotto in USA e in Europa.
    Piccolo particolare: è ricavato dai cadaveri di condannati a morte in Cina.
    Lo ha scoperto un investigatore di Hong Kong, che facendosi passare per un uomo d’affari interessato alla «merce» ha contattato una ditta biotech nella provincia di Heilongjiang, nel nord della Cina.

    «Sì, estraiamo il collagene dalla pelle di prigionieri che hanno subito l’esecuzione, e di feti abortiti», ha confermato il direttore vendite dell’azienda.
    Aggiungendo che il governo ha consigliato di tenere la cosa «riservata», visto «il rumore che questa attività provoca nei paesi occidentali».
    Collagene umano Made in Cina è già stato venduto in Gran Bretagna, ha rivelato il quotidiano britannico Guardian, e probabilmente in altri Paesi europei.
    Quasi certamente, diverse signore sugli anta che si sono fatte «rifare» le labbra in Occidente, hanno in bocca i resti di un uomo che è stato liquidato con un colpo alla nuca, velocemente intubato dai medici (presenti sul luogo dell’esecuzione con un camioncino attrezzato) perché il cadavere resti «fresco» con la respirazione artificiale, e ripulito di reni, fegato ed altri organi.

    Benvenuti nel Laogai, il Gulag cinese. La parola, che significa «riscatto attraverso il lavoro», è il nome collettivo dell’infinita rete di prigioni e campi di concentramento dove i condannati sono costretti al lavoro forzato.
    Ma c’è una differenza rispetto al vecchio Gulag sovietico: con il passaggio al capitalismo, i lager cinesi sono stati trasformati in aziende.
    Di successo, e grandi esportatrici.
    Spesso, i lager cinesi hanno un secondo nome, diciamo così, commerciale.

    Così la prigione numero 1 di Pechino appare sul mercato come «Qinghe Magliera Fine» (le detenute vi producono calze di nylon e di cotone per l’estero).
    La prigione di Chengde è nota agli operatori del settore come «Calzature in gomma Chengde» ed esporta scarpe per ogni tipo di sport, al ritmo annuo di
    18 milioni di paia.
    La prigione di Cangzhou produce ed esporta apparecchi di misura in Giappone, Gran Bretagna e Corea con il nome di «Officine Meccaniche
    Cangzhou»: ha un fatturato di quasi 5 milioni di dollari l’anno.

    Molte di queste aziende a lavoro schiavistico hanno persino un sito internet, dove vantano la qualità delle loro produzioni, e dove i capi-carcerieri appaiono nella veste di «direttore generale», «amministratore delegato» e «direttore marketing».
    L’Arcipelago Gulag cinese produce ogni tipo di merce: carbone e tè, mercurio e mattoni, guanti e pietre da costruzione, cemento e motori, bestiame e impermeabili, compressori, tubi, cerniere e minuteria metallica, abbigliamento, oggetti-regalo. Quasi certamente i reggiseno a
    2 euro in vendita dai cinesi in Italia, o gli ombrellini di carta colorata che ornano il bicchiere delle bibite, vengono dai centri di detenzione Laogai.
    La prigione di Quincheng, la sola di proprietà del Ministero di Pubblica Sicurezza (gli altri lager dipendono dal Ministero della Giustizia) produce, in gran segreto, materiale militare di natura ignota: è stata costruita con l’assistenza sovietica nel lontano 1958.

    Ma quanto è vasto l’Arcipelago Gulag cinese? E’ un segreto di Stato.
    In qualche documento ufficiale salta fuori la cifra di 1,7 milioni di prigionieri.
    Ma Harry Wu, un fuoriuscito cinese (dopo aver trascorso 17 anni nel
    Laogai) che spesso torna in Cina in incognito per mappare il fenomeno, ha localizzato oltre mille prigioni di lavoro e lager.
    E ritiene che questa cifra sia «solo indicativa».
    Wu calcola che la popolazione carceraria si aggiri tra i 4 e i 6 milioni.
    «Almeno 50 milioni di persone sono passate nel Laogai», dice: «non c’è persona in Cina che non abbia un parente o un conoscente che c’è stato».

    Le prigioni sono divenute fabbriche da export per una deliberata politica del regime. In un documento ufficiale del governo, intitolato «sulle attuali condizioni dell’economia Laogai» (1990) si ammette: «nel nostro paese, l’economia Laogai è una branca dell’economia…la proprietà socialista dei mezzi di produzione sotto controllo del popolo».

    Parimenti deliberato lo sforzo di rendere queste aziende schiavistiche altamente competitive e dedicate all’esportazione.
    Si legge nello stesso documento: «tra e merci prodotte dal Laogai, alcune sono già state classificate come prodotti superiori a livello nazionale; e alcune hanno raggiunto un avanzato livello di qualità mondiale. Molti prodotti sono anche esportati in varie parti del mondo, guadagnando non solo notevoli cifre in valuta estera, ma un’ottima reputazione per la nazione».
    Infatti: i pezzi meccanici prodotti dai forzati nella prigione numero 3 di Taiyuan, alias «Fabbrica di compressori a gas Taiyuan», hanno conquistato la certificazione ISO9001.
    Ovviamente, i «lavoratori» dei lager non costano nulla: il massimo della «competitività».
    Niente salario.
    I premi di produzione cui possono sperare, se superano le «quote», sono miglioramenti della razione alimentare.
    Quanto alle condizioni di lavoro, sono ovviamente peggiori delle peggiori fabbriche cinesi con lavoratori liberi.

    Un esempio di fabbrica libera, la Kingmaker della provincia del Guangdong, che produce fra l’altro le scarpe inglesi di marca Clarks:
    orario di lavoro medio di 81 ore settimanali, nonostante persino le leggi cinesi impongano la settimana di 44 ore.
    Paga oraria: 3,375 yuan (34 centesimi di euro, 70 lire).
    Le ore straordinarie, che per legge dovrebbero essere compensate il 50% in più, sono pagate meno: 2,5 yuan l’ora, circa 20 centesimi di euro, 40 lire.
    Ovviamente, i lavoratori della Kingmaker sono esposti a collanti e coloranti tossici senza alcuna protezione, a parte delle mascherine chirurgiche.
    Le gigantesche esportazioni cinesi (198 miliardi d dollari solo quelle verso gli USA) sono per lo più il frutto di lavoratori che guadagnano 40 centesimi l’ora, lavorano 13 ore al giorno, e non hanno né assistenza sanitaria né sussidio di disoccupazione. Quando, per lo più sui 40 anni d’età, cominciano ad avere difficoltà a tenere i ritmi di lavoro, sono licenziati in tronco senza alcuna liquidazione.

    Ebbene, nei lager è peggio. Nel campo di lavoro femminile di Xi’an presso Pechino, per completare un ordine di una ditta straniera, le donne detenute hanno dovuto lavorare dalle 5 del mattino alle 3 della notte seguente a fabbricare coniglietti di pezza.
    Al centro di detenzione di Lanzhou, diecimila detenuti sono stati costretti a pelare i semi di zucca e melone (poi messi in vendita come accompagnamento
    dell’aperitivo) con le unghie e coi denti, per oltre 10 ore al giorno, e
    all’aperto: alla fine quasi tutti avevano perso le unghie, molti i denti, e parecchi erano congelati.
    Il tutto, come al solito, senza paga.
    Ma ancor peggio è nei campi di lavoro estrattivi: nelle miniere di carbone già i lavoratori «liberi» muoiono per esplosioni e crolli con preoccupante frequenza; si può solo immaginare cosa accade (e non viene
    rivelato) nei lager.
    Nella prigione di Tongren, ribattezzata «Mercurio Tongren», i detenuti estraggono il mercurio dal minerale, il cinabro: un metallo altamente tossico, ma per i forzati non sono previste protezioni.
    Muoiono come mosche, ma l’azienda ha venduto all’estero il prodotto per quasi due milioni di dollari nel ’96.

    Del forzato cinese non si butta via niente. In vita viene usurato da ritmi infernali di lavoro in ambienti pericolosi.
    Quando è condannato a morte, viene ripulito degli organi interni.
    Si conosce il caso di una sedicenne, chiamata Li e arrestata per «delitti controrivoluzionari», a cui è stato tolto un rene il giorno prima dell’esecuzione.
    Senza anestesia.
    In certi casi, quando occorrono cornee da trapianto, il detenuto non viene ucciso con un proiettile in testa, ma al cuore.
    Benvenuti nel Laogai cinese, il Gulag S.p.A.
    Questa è la Cina altamente competitiva.
    E questi sono i metodi con cui fa concorrenza alle nostre industrie.

  6. Solo un appunto, ci si chiede il perche’ di tutti questi problemi “umanitari” se ne parli esclusivamente quando si vuole demonizzare un Paese che abbiamo eletto a capro espiatorio dei nostri problemi economici, non parlo di questo blog naturalmente ;) parlo dei politici, delle grandi istituzioni che qualcosina potevano farla, quando la Cina chiese di entrare nel WTO avrebbero dovuto chiedere garanzie in cambio, un miglior trattamento dei lavoratori, una gestione umana dei processi, un impegno ad ampliare le liberta’ civili ecc. Questo non e’ stato fatto perche’ si era convinti che la Cina fosse solo un grande insieme di consumatori e lavoratori, dove portare le nostre imprese per produrre a costi bassi e vendere li a prezzi bassi e qui a prezzi alti, senza pensare alle conseguenze, e cosi’ ci si e’ ritrovati con un Paese di produttori in grado di farci concorrenza nei piu’ vari campi industriali, dal tessile al meccanico. Chi e’ causa del suo mal…

  7. Solo un appunto, ci si chiede il perche’ di tutti questi problemi “umanitari” se ne parli esclusivamente quando si vuole demonizzare un Paese che abbiamo eletto a capro espiatorio dei nostri problemi economici, non parlo di questo blog naturalmente ;) parlo dei politici, delle grandi istituzioni che qualcosina potevano farla, quando la Cina chiese di entrare nel WTO avrebbero dovuto chiedere garanzie in cambio, un miglior trattamento dei lavoratori, una gestione umana dei processi, un impegno ad ampliare le liberta’ civili ecc. Questo non e’ stato fatto perche’ si era convinti che la Cina fosse solo un grande insieme di consumatori e lavoratori, dove portare le nostre imprese per produrre a costi bassi e vendere li a prezzi bassi e qui a prezzi alti, senza pensare alle conseguenze, e cosi’ ci si e’ ritrovati con un Paese di produttori in grado di farci concorrenza nei piu’ vari campi industriali, dal tessile al meccanico. Chi e’ causa del suo mal…

  8. le economie occidentali cosa?!? le economie occidentali sono ben contente di risparmiare sul costo della manodopera. pagano 150.000 euro all’anno il capofabbrica che li fa filare e forse 5.000 tutti gli altri. e guadagnano. e dalla cina esportano stra-guadagnando. anche in italia. o, marchiato madeinitaly, senza neppur passare dall’italia. e, siccome vanno a impiantarsi lì noi facciamo la fame, come tutti gli operai cinesi. tanto, una bella guerra fra poveri ce l’organizzeranno, vedrete, quando cominceremo a protestare troppo.

    ” Tutto vero o verosimile, purtroppo.
    Sta di fatto che è proprio grazie a tutto questo, che riusciamo a vestirci con 10 euro, cosa impensabile, altrimenti, con i prezzi dei vestiti made in Italy.

    E sta di fatto che è grazie a tutto questo che le economie occidentali hanno ancora qualche speranza di sopravvivere – 1,3 mld di cinesi sono un mercato potenziale che apre enormi prospettive.
    Il capitalismo, caro facci, è cinico, mica da oggi.

    Inviato da: Kaspar Hauser , 18.06.05 08:51 – ”

  9. Lascio volentieri a voi la questione economica, a me preme solo quella morale o etica.
    Non so chi di voi ha visto le foto che girano per internet di quella povera bambina morta sul marciapiede. Tutti passavano tranquillamente sulla strada, mentre quella piccola creatura moriva in agonia. L’unica persona che ha cercato di aiutare questa bambina ha dichiarato:

    “Credo che stesse già per morire, tuttavia era ancora calda e perdeva sangue dalle narici”.
    Questa signora ha chiamato l’Emergenza però non è arrivato nessuno.

    “Il bebè stava vicino agli uffici fiscali del governo e molte persone passavano ma nessuno faceva nulla… Ho scattato queste foto perché era una cosa terribile…”

    “I poliziotti, quando sono arrivati, sembravano preoccuparsi più per le mie foto che non per la piccina…”

    Dovreste vederle, sono foto che ti lasciano scosso nel profondo… ma la verità è che in Cina succede anche di molto peggio. La Cina è un paese orribile, una nazione che porta ancora su di se gli effetti malefici del comunismo anti-Dio, dove ciò che è bene o male lo decide lo stato e non Dio. Non c’è da stupirsi che in un paese ateo e marxista come la Cina non esiste alcun rispetto per la vita, umana e animale che sia. E non c’è nemmeno da stupirsi se ogni anno in Cina, tra malattie e cataclismi naturali, si abbatte qualche sciagura. Ma purtroppo la cosa più triste di questa storia è un’altra: NESSUNO combatterà per impedire questo ORRORE. L’Occidente è insensibile, le persona sono insensibili, e si nascondono sotto il buonismo, il pacifismo e l’ipocrisia. Ci saranno ancora tanti altri bambini che moriranno agonizzando sulla strada, e nessuno lo impedirà. Nessuna stupida raccolta di firme fermerà quel tremendo abominio. Nessun politico occidentale farà nulla!
    La Cina non si sottomette con le belle parole, perché se i cinesi avessero davvero cuore non farebbero morire i bambini sul marciapiede! Se davvero l’occidente avesse cuore distruggerebbe ogni barbaria esistente nel mondo, sottomettendo i popoli incivili come quello cinese. Il mondo non si cambia con le belle parole, qualcuno deve sempre versare sangue, e sarebbe giusto combattere per sottomettere la Cina e renderla una nazione migliore. Si dovrebbe fare GUERRA alla Cina, ma non una guerra fatta per forza di bombe e carriarmati; una guerra fatta soprattutto di grandi proteste, boicottaggio economico, turisti (e non turisti) cinesi rispediti a calci nel loro paese, e ammonimenti di ogni genere, anche minacce se è necessario! Tutti uniti per combattere il male che avviene in Cina!
    Gli islamici per una stupida vignetta hanno provocato un putiferio sanguinario senza precedenti, noi invece per gli orrori della Cina, della Corea del Nord e per tutti i cristiani uccisi e trucidati nei paesi islamici e comunisti non facciamo NULLA, anzi è già tanto se ci informiamo al riguardo!!! SIAMO TUTTI COLPEVOLI DELL’ORRORE! Per difendere un proprio caro siamo tutti disposti a uccidere, ma per difendere un bambino che muore in Cina o un cristiano in Medio Oriente non muoviamo un dito, anzi giustifichiamo e difendiamo gli assassini!!!!

    In passato per ciò che si credeva giusto si moriva combattendo, sacrificando la propria vita senza rimorsi o timori. Oggi la gente ricorda quelle persone con disprezzo o sufficienza, e si fa scudo di finti ideali utopistici come la pace nel mondo ottenuta con le sole parole. La verità è che i veri barbari sono gli abitanti del 2006, la vera epoca buia è l’era moderna dove il dio denaro è l’unico che fa davvero muovere il mondo.

  10. @ Paladino,
    A me spaventa di piu’ l’odio che provi verso un miliardo e seicentomila persone, quando scrivi “se i cinesi avessero davvero cuore” mi chiedo se ce l’abbia tu un cuore e un cervello, scusa, non voglio offenderti, ma del resto non mi piace quando sento parole di pura xenofobia verso un intero popolo.
    “Per difendere un proprio caro siamo tutti disposti a uccidere”, ne sei sicuro? Parli tanto di cristianesimo ma dimentichi uno dei fondamenti, la sacralita’ della vita umana. E soprattutto il perdono e la carita’!
    L’odio non serve a nulla, ce lo insegnano millenni di guerre inutili e violente.
    Devi avere un po’ piu’ di speranza, le persone cambiano, gli Stati cambiano, i governi cambiano, e se per farli cambiare a poco a poco bisogna sopportarli, cercare di convincerli senza fare pressioni controproducenti su di loro, intrattenendo rapporti culturali e commerciali con loro, ben vengano questi rapporti. Non si puo’ pretendere che cambino isolandoli e dimostrandogli tutto il nostro odio, facendo loro vedere la nostra parte peggiore, il nostro senso di superiorita’. Superiorita’ perche’? Perche’ amiamo le persone e gli animali? Non mi pare, anzi, allora seguendo il tuo ragionamento siamo peggio di loro, perche’ nonostante da noi la cultura sia dell’amore e rispetto, abbandoniamo bambini appena nati in cassonetti e buste, uccidiamo cani, gatti, volpi solo per il gusto di farlo o per ricavarne pellicce, uccidiamo un altro essere umano perche’ disperato cerca di derubarci, o uccidiamo un altro essere umano perche’ vogliamo derubarlo. Se questa e’ la civilta’ superiore alle altre veramente non so che dire.

    Riguardo le foto di quella bambina leggi qui http://attivissimo.blogspot.com/2006/01/bella-la-cina.html

  11. @ Paladino,
    A me spaventa di piu’ l’odio che provi verso un miliardo e seicentomila persone, quando scrivi “se i cinesi avessero davvero cuore” mi chiedo se ce l’abbia tu un cuore e un cervello, scusa, non voglio offenderti, ma del resto non mi piace quando sento parole di pura xenofobia verso un intero popolo.
    “Per difendere un proprio caro siamo tutti disposti a uccidere”, ne sei sicuro? Parli tanto di cristianesimo ma dimentichi uno dei fondamenti, la sacralita’ della vita umana. E soprattutto il perdono e la carita’!
    L’odio non serve a nulla, ce lo insegnano millenni di guerre inutili e violente.
    Devi avere un po’ piu’ di speranza, le persone cambiano, gli Stati cambiano, i governi cambiano, e se per farli cambiare a poco a poco bisogna sopportarli, cercare di convincerli senza fare pressioni controproducenti su di loro, intrattenendo rapporti culturali e commerciali con loro, ben vengano questi rapporti. Non si puo’ pretendere che cambino isolandoli e dimostrandogli tutto il nostro odio, facendo loro vedere la nostra parte peggiore, il nostro senso di superiorita’. Superiorita’ perche’? Perche’ amiamo le persone e gli animali? Non mi pare, anzi, allora seguendo il tuo ragionamento siamo peggio di loro, perche’ nonostante da noi la cultura sia dell’amore e rispetto, abbandoniamo bambini appena nati in cassonetti e buste, uccidiamo cani, gatti, volpi solo per il gusto di farlo o per ricavarne pellicce, uccidiamo un altro essere umano perche’ disperato cerca di derubarci, o uccidiamo un altro essere umano perche’ vogliamo derubarlo. Se questa e’ la civilta’ superiore alle altre veramente non so che dire.

    Riguardo le foto di quella bambina leggi qui http://attivissimo.blogspot.com/2006/01/bella-la-cina.html

  12. é vero che la Cina fa molto paura, è vero che la Cina è una terra dove non ci sono diritti, è vero che la Cina è il paradiso dei fasi , il tempo cambierà tutto, e ricordiamo che una volta anche noi italiani eravamo come loro, e a qualche posto lo siamo ancora! Non è vero!

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