La generazione del ’68

Tanto per abbaiareNon è quella di Rossella, di Liguori o di Ferrara, come vogliono farci credere ora. E’ quella di Peppino Impastato, di lui e degli altri come lui. E oggi che i ricordi si affollano…

Peppino Impastato• E’ morta la mamma di Peppino ImpastatoFelicia Bertolotti Impastato – ed è molto difficilile, stasera, scrivere su qualsiasi cosa che non sia questa. Quanto tempo è passato. E’ morta molto vecchia, serena (per quanto possa essere serena una madre che ha perso un figlio), e soprattutto avendo avuto giustizia, avendo visto gli assassini in galera e il nome di Peppino gridato dai giovani nelle piazze con allegria e con forza, come simbolo di libertà.

Non doveva andare così. Quando è morto Peppino, una giornata tristissima di un anno buio, per la tv e i giornali lui era “il rivoluzionario estremista ucciso dalla sua stessa bomba”. La mafia “non esisteva”. Don Tano Badalamenti, un rispettabile imprenditore. E Andreotti, che con questa gente s’incontrava, il politico più importante del paese.

Non è andata così perché i compagni – pochi, isolati, deboli, ma decisi – non l’hanno lasciato fare. Non lasciatevi ingannare dai film: c’erano pochissime persone, al primo corteo per Peppino. La consapevolezza dei molti è venuta dopo. Eppure non abbiamo mollato, non ci siamo arresi. Abbiamo vinto, alla fine.

“Abbiamo”, chi? Penso ai pochi “famosi” (e dimenticati) come Umberto Santino o il giudice Chinnici. Ma penso soprattutto ai militanti di base, ai “compagni”. Non abbiamo tradito tutti, noi del Sessantotto. C’era un ragazzo della mia età, o forse più, al corteo per ricordare Peppino (e contrastare la mafia) a Cinisi, quest’anno. Ci siamo guardati. Magri, sdentati, certo non molto in forma. Lui aveva una maglietta bianca col logo a pugno “Lotta continua“. “Ma tu non eri della sezione di Palermo?”. “Già. E tu… C’eri ai tempi di Rostagno, vero?”. Il corteo dei ragazzi serpeggiava festoso, coloratissimo di bandiere iridate e di rosso, per le vie del paese. E noi camminavamo in silenzio, un po’ a fatica.

Poche settimane fa, il fratello di Peppino Impastato ha dovuto pagare cinquemila euri a un avvocato dei mafiosi, per avergli dato dell’imbecille. La lotta alla mafia non si fa più da tempo (non, almeno, per quanto riguarda lo Stato). Di Lotta continua ormai si sente parlare solo quando qualche mascalzone fa “Io, che pure da giovane ero di sinistra…”. Va bene. I punti si contano all’ultimo, abbiamo memoria lunga e spalle buone. Vediamo chi la vince, alla fine. Per ora, è bello essere rimasti così, non essere diventati un Rossella o un Liguori o un Ferrara. Noi, la generazione di Peppino.


• Non riesco ad andare avanti. Voglio solo riproporre – in omaggio a Peppino, alla signora Felicia e a quei tempi – due articoli che uscirono sui “Siciliani”, più di vent’anni fa.


MORTE DI UN SICILIANO

La maglietta blu pendeva dal filo dell’alta tensione della ferrovia, sotto il binario divelto la buca dell’esplosione era profonda mezzo metro. I brandelli di carne erano sparsi per circa centocinquanta metri. Trovarono così quel che rimaneva di Peppino Impastato, due chilometri dalla stazione di Cinisi ed era quasi l’alba.
Nella guerra fra i Barbera e i Greco – medioevo mafioso, anni sessanta – Cinisi sta per i Greco. Cinisi: cioè i due o trecento delle famiglie che contano, quelli che hanno le terre, o il potere, o il rispetto. Per tutti gli altri, non rimane che stare a guardare: voltarsi da un’altra parte quando c’è lo sparato, in piazza per il lavoro all’alba, baciolemani a voscenza, e mai parlare di chi comanda. C’è qualche eccezione: un corrispondente saltuario dell’Ora, qualche iscritto al sindacato, un paio di militanti comunisti, un giornaletto – “L’Idea Socialista” -; tutto qui.

A distribuire il giornale, nell’estate del sessantasette, c’è un ragazzo di diciassette anni, Peppino Impastato. In paese, il ragazzo è conosciuto più che altro come nipote di don Cesare Manzella, uno dei vecchi uomini di panza. Ma pare che sia la pecora nera della famiglia: legge libri strani, fa discorsi che non si dovrebbero fare. Ma è un ragazzo, col tempo si calmerà.

Il giornaletto, si capisce, dura poco: i pezzi grossi del paese denunciano “quei quattro straccioni” in tribunale, e alla fine arriva l’invito: o chiudete o finisce male. Si chiude. Peppino però non s’è ancora messa la testa a posto, e un bel giorno sopra una porta scrostata compare una targa rossa fiammante: “Circolo Che Guevara”. Sono una ventina, braccianti edili e un paio di studenti, e anche a Cinisi è il Sessantotto. Dopo qualche mese, il Circolo confluisce in uno dei gruppi extraparlamentari di allora, “marxista-leninista”.

Strana faccenda il sessantotto in un paese di mafia. Da qualche parte nel mondo ci sono Mao, Karl Marx, Marcuse. Qui a Cinisi c’è don Tano Badalamenti. O stai zitto o al massimo parli di cose strane e lontane; oppure parli di don Tano Badalamenti e dei suoi amici. Questa è la scelta a Cinisi. E per Peppino è una scelta chiara. “Berranno i cavalli mongoli alle fontane di Roma?” fa il cartello dei fascisti. E la risposta dei “rossi”, poco marcuse e tanta fame, è “no, l’acqua buona è solo nel villino del sindaco”. “Organizzammo una protesta a Terrasini, che allora soffriva della mancanza d’acqua, con la partecipazione di Bastiano, netturbino”… E avanti che la rivoluzione è vicina.

Il sessantotto della mafia, invece, a Cinisi e dintorni consiste nella costruzione della Cuccagna di Punta Raisi. Una faccenda semplice, si prende un pezzo di terra pieno di rocce, di montagne e di vento, ma espropriabile con quattro soldi, e ci si fa una pista d’aeroporto. Non sarà granché per atterrarci, ma in compenso è ottimo per farci gli appalti e per vendere i terreni attorno, trasformati in lotti per edilizia turistica, alla gente della Palermo-bene. Favorevoli, le Famiglie. Contrari, i contadini della zona. Facile capire chi vince la guerra, dopo mesi di manifestazioni, occupazioni e scontri, sempre con Peppino in prima fila.

Passano i diciassette anni del ragazzo dai discorsi strani, adesso Peppino è un Capo-dei-Comunisti, un aizzapopolo, uno da fargliela pagare. A suo padre gliel’hanno già detto, del resto, di stare attento a suo figlio: ma ormai è troppo tardi per le nerbate, è finito il rispetto, ora Peppino vola. “Manifestazioni a Cinisi contro il progetto per la terza pista di Punta Raisi”, “Scontenti i proprietari dei terreni”, “Cominciati e subito sospesi i lavori per la terza pista”, “Lasceranno solo con la forza i terreni espropriati per la pista”, “Denunciati cinque giovani a Cinisi”, “DOMENICA SERA A ClNISI: COMIZIO DI LOTTA CONTINUA!”.

Inutile adesso ricostruire la storia di tutti quegli anni, accompagnare Peppino davanti ai cantieri edili e sulla pista dell’aeroporto e dentro la sede dei lottacontinua e nei cortei, e poi all’università a Palermo e su a fare il militare. Tanto, sono decine di sconfitte e nessuna vittoria. Ma se lo facessimo, ci accorgeremmo che ora è molto difficile trovare qualcuno che non sia un compagno accanto a lui nella piazza, a Cinisi. Non è più un ragazzo, ed è segnato.

Voce di Peppino: “E così, siamo nei paraggi del Municipio di Mafiopoli! E’ riunita la commissione edilizia. All’ordine del giorno, l’approvazione del Progetto Z-11. Il grande capo, Tano Seduto, si aggira come uno sparviero nella piazza…”. Adesso l’aizzapopolo ha trovato una nuova diavoleria, è riuscito a metter su una radio, tre scalzacani e quattro ferrivecchi, anche la radio ci mancava!

L’aizzapopolo, fra l’altro, ora si crede furbo e per non farsi denunciare un’altra volta le sue storie anziché a Cinisi le mette in una città chiamata, guarda un po’, Mafiopoli: corso Umberto diventa corso Luciano Liggio, il sindaco Gero Di Stefano diventa Geronimo Stefanini, il tecnico comunale l’ingegner Marpionese, e don Tano Badalamenti, con un sogghigno, Tano Seduto. Fra crepitii e scariche, per venti chilometri all’intorno la gente, la sera, si diverte a riconoscere i protagonisti di “onda pazza, trasmissione satiro-schizo-politica sui problemi locali”. “Qui radio Aut: onda pazza!”.

“Parola di Tano Seduto, grande capo di Mafiopoli! Ci sarà un porticciolo bellissimo, già in costruzione, da dove le nostre merci potranno partire indisturbate… Potremo sistemare le nostre veloci canoe che portano al di là del mare la sabbia bianca… Le nostre canoe cariche di EROI-che merci… Potremo FUMARE in pace il calumet, con tabacco BIANCO…”.
Non era una storia che poteva durare. E non è durata.

Non sappiamo dove e quando sia stato celebrato esattamente il processo contro Peppino (il processo vero, intendiamo; quello per Violazione di rispetto) ma che esso abbia avuto luogo, non abbiamo dubbi. La mafia usa dibattere “prima” la morte degli avversari più pericolosi, valutare i pro e i contro. “Pro”, ce n’erano tanti. Il figlio di Impastato, il nipote di don Manzella buonanima, non è più un caruso. E anche quando, ormai il gioco troppo grande è. Lasciamo andare le storie del municipio, gli appalti, i palazzi. Lasciamo andare gli amici offesi, che pure ragione hanno. Lasciamo andare manuàli e zappaterra che stanno alzando la testa peggio del quarantasei. Ma da Punta Raisi l’eroina per l’America parte. E stu cornuto questo dice alla radio. A Punta Raisi l’eroina, a Terrasini le armi via mare. E prima o poi qualche sbirro finisce che lo prende sul serio. Difficile è, ma non si può mai sapere. “Contro”: e quali contro? Chi se ne deve accorgere, di uno stracciato di meno? La questura? Gli onorevoli? I giornali?

“Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario” (Corriere della Sera), “Attentatore dilaniato da una bomba” (L’Avanti), “E’ saltato in aria da solo” (Cronaca Vera), “Probabilmente stava preparando un attentato” (Il Popolo), “estremista”, “esaltato”, “kamikaze”: no, i giornali no.

Sulla morte di Impastato, la tesi favorevole alla mafia – suicidio, attentato mancato – trova immediatamente d’accordo quasi tutta la stampa italiana. Le indagini ufficiali, d’altra parte, tardano parecchio a prendere la strada giusta: l’ipotesi del delitto di mafia viene presa in considerazione dopo diversi giorni; una manifestazione di studenti contro l’attribuzione di terrorismo all’ucciso, a Palermo, viene caricata dalla polizia. Ci vorranno anni per arrivare all’individuazione “ufficiale” di un esecutore materiale, e di un mandante: don Tano Badalamenti.

Quanto al messaggio contenuto nell’omicidio, e nel modo di compierlo, con l’uomo stordito o legato, e poi fatto saltare in aria con la dinamite, il suo significato era già estremamente chiaro fin dal primo momento, almeno a Cinisi: fatevi i fatti vostri.
“Era uscito dalla radio per tornare a casa sua”. “Ci rivediamo alle nove, ha detto”. “Domenica, al comizio, aveva ripetuto i soliti nomi”.


LA PAROLA COMPAGNO

Ci sono un sacco di cose che vengono su dovendo scrivere di Peppino e di quei giorni. Quei giornali, quelle indagini, quella bomba.Le lettere di Peppino e il corteo all’università e i lacrimogeni. Le corrispondenze sui giornali di Gelli, che allora non erano ancora di Gelli ma scrivevano esattamente come tutti gli altri, l’estremista ucciso dalla sua bomba. Il cartello scritto a mano e la gente ai funerali. Quelli che ai funerali non c’erano e quelli che guardavano da dietro le finestre. I compagni che piangevano e quelli che sarebbero diventati dirigenti di banca.

Peppino, difficilmente sarebbe diventato un dirigente di banca. Non era cosa sua, non era un manager e non era neppure – cosa che di questi tempi pare assolutamente necessaria alla carriera d’un dirigente di banca – un grande Leader sessantottino. Era semplicemente quello che parla con la gente, quello che raccoglie le storie e gira il ciclostile e ci fa un volantino, e poi se lo va a distribuire anche da solo. Pare impossibile, adesso, parlare di quegli anni senza usare parole difficili, senza Giorgio Bocca e Umberto Eco. La faccenda, per Peppino, era molto più semplice, e consisteva nel fatto che una volta c’erano quelli che stavano coi braccianti e occupavano le terre, e poi a fare il primo maggio di nascosto e scrivere le parole dei braccianti e metterle in giro, e a dirle l’uno all’altro, e quand’era possible in piazza, e prima c’era il re poi il duce e poi gli americani e poi la mafia, e lo stesso in tutto questo tempo bisognava fare queste cose, e magari avere anche paura di farle e sentirsi scoraggiato molto spesso però farle, e semplicemente questo per lui significava la parola compagno.

Ma sono storie che forse non hanno molto a che vedere con quello che bisogna scrivere su un giornale, e che d’altra parte è molto difficile scrivere e forse non significano niente. Perciò lasciamo andare.
Diciamo soltanto che Peppino Impastato, che è morto ammmazzato e che molto spesso ne aveva paura, non è stato un perdende. Peppino Impastato ha vinto, il clan Badalamenti ha perso. Quello che diceva Peppino, allora, non è caduto nel vuoto. Mafia e droga, mafia e traffico d’armi, mafia e potere politico, sono cose che adesso scrive anche il più fesso giornalista del nord (quelli del sud, quando capita, non è che siano fessi; ma hanno da viverci, al Sud, e non tutti sono Peppino Impastato). Allora, non le scriveva nessuno, salve qualche pazzo destinato ad una brutta fine,

Adesso, ci sono magistrati, ci sono uomini politici, ci sono poliziotti, ci sono giornalisti che sanno un sacco di cose sulla mafia, e che le dicono e ci lavorano e sono veramente decisi a farla fuori. Molti di loro sono già stati ammazzati, perché la guerra è guerra, ma gli altri rimangono. E stavolta, per la prima volta, si può sperare.
Ma se si fosse cominciato da allora. Se ogni Badalamenti avesse avuto il suo Peppino Impastato, già allora. Se ogni carico di eroina avesse avuto la sua guerra, già allora. Se ogni appalto mafioso fosse stato denunciato, già allora. Se tutti quelli che Le Indagini Proseguono, già allora; e quelli che Le Istituzioni Democratiche Non Permetteranno, già allora; e quelli che Lo Stato Borghese Si Abbatte E Non si cambia, già allora; e quelli…
Ma era troppo presto, ovviamente. E lui lo sapeva, solo non sapeva se sarebbe stato “un giorno” o sarebbe stato “mai”.

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10 Comments

  1. Non un solo commento su Peppino Impastato ??
    Onore a lui e a chi ha coraggio di mettersi contro i (pre)potenti.

  2. anch’io mi chiedo se i suoi pezzi non siano sprecati x macchianera: sono così poco gossip!
    complimenti
    ps: gli articoli sono estremamente toccanti e tristemente attuali

  3. Grazie per l’ennesima volta Orioles.

    Ti segnalo solo una cosa, abbastanza triste, se non sbaglio nell’elenco di Diario della Meglio Gioventù, tra i tantissimi ritratti manca quello di Peppino, un peccato davvero

  4. Il ’68 – e il periodo successivo di lotte, fino alla fine dei ’70 – non era solo Ferrara, Liguori, Rossella, Sofri, Mieli, Briglia e tutti gli altri big. Erano migliaia di studenti e operai che contestavano l’esistente pur avendo un’idea un po’ vaga e spesso sbagliatissima delle alternative. Piace pensare che Impastato, se avesse potuto vivere, non sarebbe diventato diventato direttore di Panorama. Piace pensarlo, tutto lì.

  5. è la prima volta che invio un commento a un post, di solito son un “osservatore silente”, ma quattro commenti per Peppino Impastato e Felicia Bertolotti Impastato mi sembrano decisamente pochi…
    Vabbe’ che non fa Gossip, come diceva Valentina…
    Antar

  6. Niente da fare, il complesso di superiorità di Orioles è irrefranabile.
    E la confusione regna sovrana. Impastato è morto ammazzato dai mafiosi quindi Orioles ha vinto perchè non è diventato come Ferrara e Liguori.

    Io invece sono Napoleone, non sono grasso e rosso come il Gabibbo, ma spezzeremo le reni alla Grecia con l’armata sagapò…

  7. Persino Francesco, Orioles ha SOLO detto che si vedrà chi vincerà, alla fine ( fra Stato e mafia )
    e che è bello, per lui, non essere diventato come Ferrara etc..
    non che ha vinto perchè non è diventato come Ferrarra o Liguori

    avrà il diritto di non stimarli e di essere contento di non avere seguito il loro stesso percorso?
    Sarcasmo del tutto gratuito, il tuo, stavolta

  8. Ci sono quelli che non hanno tradito (tremare possa la terra, sotto il tuo gagliardo passo d’ardito, tu và sicuro con il tuo motto: “non ho tradito”) e ci sono quelli che hanno la sindrome di Peter Pan. Prepara la molotov….

    France’, sei grande.

  9. Che gente.
    Certo, il rispetto voi l’ avete solo per i capimafia.

    Fascistelli basco a pero maialate su ocenero.:-P

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