Fumo negli occhi /7 (Mostruosa requisitoria finale)

Filippo FacciQuesto non è un libro, questa è dinamite. E io non sono un uomo, io sono un carciofo. Insomma, non so più che cazzo inventare per piazzare questo “Fumo negli occhi. Le crociate contro il tabacco e altri piaceri della vita“, Biblioteca di via Senato Edizioni, ben 14 euro (ma se cliccate qui lo pagate solo € 11,20 e ne risparmiate 2,80) eccetera. Compratelo, diffondetelo. Un lettore di sinistra di Macchianera che aveva ignorato questo avviso si è svegliato una mattina e sapete in che cosa si era trasformato? Terribile: in niente, era ancora un lettore di sinistra di Macchianera. Chi avesse perso le puntate precedenti può portarsi alla pari e reperire tutti i capitoli nella tabella gialla qui sotto.


Cap. 1Vietato Puzzare
Cap. 3Vietato Fumare (parte I)
Cap. 4Vietato
Append.Ottoemezzo sul fumo (puntata trascritta)
Cap. 2Vietato Mangiare
Cap. 3Vietato Fumare (parte II)
Cap. 5Requisitoria

REQUISITORIA

E uno potrebbe sopportare di svegliarsi in camera da letto dove ovviamente non si fuma, passare in bagno dove pure non si fuma, in cucina dove non si fuma e così pure in salotto, dove non si fuma perché il fumo dà fastidio anche in salotto – la mattina, sei pazzo – e quindi in ascensore dove non si fuma e sul taxi dove non si fuma, anche se il tassista ha le sigarette sul cruscotto: e però non fuma, tu non puoi fumare, ci sono clienti che sentono l’odore e poi si lamentano, e allora dritto all’aeroporto e mai più in stazione – sull’Eurocity non si fuma, per ore intere non si fuma – ed eccoti all’aeroporto (piove) e dentro non si fuma, in biglietteria non si fuma, al bar dell’aeroporto non si fuma, e nei bagni dell’aeroporto non si fuma perché c’è una tizia che pulisce e sorveglia, ecco il metal-detector che suona e un agente che dice lei forse ha le sigarette perché la carta stagnola del pacchetto fa suonare tutto, e pure l’accendino fa suonare tutto, poi naturalmente non si fuma sulla navetta che porta all’aereo e ovvio che sull’aereo non si fuma, lo sanno anche le giraffe che sull’aereo non si fuma: però c’è la voce suadente che dice su questo volo non è consentito fumare e ci ripensi ogni volta, e quando decolli, poi, e leggi il giornale, c’è sempre un articolo che annuncia nuove norme antifumo, interviste a Silvio Garattini col suo dolcevita da infelice, una ricerca che dimostra come la nicotina renda nani e impotenti e portoricani, un’altra ricerca dell’università di Kabul che dimostra come il fumo passivo uccida anche l’inquilina della palazzina di fronte, e alla fine atterri e sei d’accapo, perché in aeroporto non si fuma, al bar e nei bagni e nel taxi e in ascensore e in redazione non si fuma: e se poi decidi che tuttavia adesso basta me ne fotto fa niente, spunta regolarmente la collega incinta, e allora suvvia, fai uno sforzo: le uccidi il bambino, e allora eccoti sul balcone (piove) a inspirare benzene che secondo il criterio farlocco delle sigarette dovrebbe ammazzare intere nazioni ogni anno, eccoti a guardare un cretino che fa jogging vicino a un Ford Transit perché correre fa bene e fumare fa male, anche se non è vero, fa male anche correre, fa male tutto, e comunque tu guardi il cretino che correrà sinchè gli si piallerà un legamento, e allora ecco, peserà sul sistema sanitario nazionale, gli verrà un colpo e peserà sul sistema sanitario nazionale – muori ma coi soldi tuoi, è il ragionamento – ma intanto lui corre e finisce quasi arrotato da una Saab col portasci: altra gente che andrà a spaccarsi le gambe e inevitabilmente peserà sul sistema sanitario nazionale, sinchè drin, ti accorgi che squilla il cellulare perché è già l’ora dell’appuntamento, un pranzo di lavoro, e in ascensore non si fuma e in taxi eccetera, al ristorante la sezione fumatori è strapiena e presto comunque l’aboliranno, gli esercenti dovranno scegliere, ma ecco, si è liberato un angoletto umiliante tra i fumatori, e però no, dài, il fumo dà fastidio a Caia, resta qui, non andartene a fumare che non sta bene, fumerai dopo, le sigarette restano sul tavolo con sopra scritto il fumo provoca il cancro sinchè più tardi, quando mandi tutti in malora e finalmente te ne vai fuori a fumare la sigaretta (piove) poi alla fine butti il mozzicone per terra e passa una vecchietta che ti guarda male. E uno potrebbe anche sopportare tutto questo. 

Ma è la stupidità che non sopporta. È l’ignoranza bruta e informe di chi pensa che al mondo ci sia davvero il problema delle sigarette. È l’ottusità imbecille di chi ti dice che non puoi fumare nel suo soggiorno, d’accordo, ma che poi, se vai in terrazzo, ti dice che non puoi fumare neanche in terrazzo: perché lui non vuole che fumi. E basta. Non capisce. Non sa.


Non capisce che esiste una sola arroganza peggiore della sua, ed è la nostra nel momento in cui dobbiamo difenderci da chi vorrebbe peggiorare la nostra vita per via della sua ignoranza: eppure il problema è lui, perché è lui che non fuma, è lui il carente, è lui che ha qualcosa in meno di noi. Forse non gli è chiara una cosa: fumare è meraviglioso. Noi facciamo una cosa meravigliosa e altri non la fanno. E se cercano di liquidarci, se ci parleranno della sigaretta come un banale tubicino di carta a cui non sapremmo meramente rinunciare, se diranno che noi facciamo tutto questo casino solo perché non siamo capaci di smettere, be’, allora è guerra, e noi ci sentiamo più tranquilli perché tanto sappiamo che vinceremo, e che loro perderanno. Sappiamo che i peccatori alla lunga battono sempre i loro persecutori perché i primi da sempre reggono le redini del mondo, lo fanno pulsare con irresponsabile allegria.

Vogliono la verità? E noi gliela diciamo. Eccola: fumare è meraviglioso ma il più delle volte diviene un vizio e una dipendenza, e se potessimo tornare indietro probabilmente non inizieremmo a farlo. Fumare è meraviglioso in particolare per chi si fermi ai sigari e alla pipa o appartenga alla cerchia dei fortunati che non oltrepassano le dieci sigarette al giorno. Fa male? In tal misura, o di poco superiore – sia scientificamente che statisticamente – no, non fa male: o fa male in misura risibile per sé e soprattutto per gli altri. Quel che fa male assai spesso è smettere di fumare: un inferno in vita, un rimpianto eterno che non sparisce mai – perché la voglia di fumare è per sempre, non c’è sincero ex fumatore che non l’ammetta – senza contare il dissesto fisiologico che ne consegue, l’aumento di peso che non si riassorbe mai del tutto, l’ansia, l’insonnia, il rincitrullimento, la difficoltà di concentrazione, irritabilità, il craving, la bramosia irrefrenabile, le spaventose depressioni, tutte cose che col cazzo che spariscono in un mese.  Sì, è vero, alcuni di noi sono dei veri drogati. Ma – e pure questo è assodato, non è una statistica – è una droga anche buona, può fare anche bene, la nicotina pare sia l’unica droga che possa dare benefici al cervello e ne prevenga alcune malattie. Ma di queste cose, che ai più parranno vaneggiamenti, parleremo poi: non è che adesso puoi spiegarle a uno che non vuole neppure farti fumare in terrazzo, e tantomeno le puoi spiegare a tante brave persone impegnate a confondere ciò che noi reputiamo sia bene (per noi) con ciò che loro reputano sia bene e basta, e tantomeno puoi spiegarle ai salutisti istericamente corretti che da sinistra vanno soavemente a braccetto con un certo becero conservatorismo della destra. Non vogliono, questi, che bevi, che assumi grassi, che ti fracassi il cranio con la motoretta: e intanto ti propinano qualche corano statistico infarcito di junk science che poi è la stessa brodaglia propinata dal ministro della Sanità o da altri signori che mentono sapendo di mentire, ripetiamolo bene: mentono sapendo di mentire, ma voi dovete dirglielo: il loro camice bianco non aggiunge una virgola a una competenza che è di chiunque sappia anche minimamente maneggiare uno studio statistico, e soprattutto – soprattutto – di chiunque disponga della merce purtroppo più indisponibile a riguardo: una po’ di informazione: non c’è. E quando c’è è indiretta, bisognosa di conoscenze specifiche e poco intuitive, senz’altro assai meno smerciabile dello studio allarmistico numero trentamila sul fumo: che è una cosa che notoriamente si vede, è lì, si sente, suggerisce perennemente che qualcosa non vada, come per le antenne e i tralicci, è una minaccia perfetta anche perché associabile a tossi e ingolfamenti respiratori, e beninteso, può veramente dar fastidio: anche se le persone cui dava veramente fastidio, un tempo, erano una su cento e le riconoscevi perchè il fumo arrossava loro gli occhi, forme allergiche, sorry, si provvedeva, bastava l’educazione e il buonsenso come sempre: ora invece quelli che “il fumo mi da fastidio” spuntano come cinesi e probabilmente l’hanno deciso giovedì scorso, hanno letto un articolo su un settimanale, ne hanno parlato con la cognata, dopo quarant’anni e hanno deciso che il fumo fa male, che poi, dicevamo: fa male? Ecco, l’incredibile paradosso è che per capirlo devi cavartela da solo. L’ideale è avere un amico statistico-oncologo-pneumologo provvisto del famoso buonsenso, possibilmente un non fumatore che ti sussurri una sola tra le pochissime certezze disponibili: che fumare sino a dieci sigarette il giorno equivale praticamente a non fumare, fortunato chi vi riesca, che ti dica che il ristagno del fumo passivo nei locali è un problema dei locali e non del fumo, che ti menzioni magari il più vasto e serio studio sul fumo passivo mai effettuato: quello commissionato dal Dipartimento dei Trasporti americano nel 1989. Vi si dimostrò che un non fumatore seduto nella sezione fumatori di un aereo, per inalare l’equivalente di una sigaretta, dovrebbe volare senza interruzione per cinque anni e mezzo; mentre i raggi cosmici, basti dire, rispetto al fumo passivo costituiscono un pericolo di malattia ben 641 volte maggiore. Andrebbe menzionato anche il colossale studio commissionato dall’Organizzazione mondiale della sanità all’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, anno 1998: non venne trovata nessuna (nessuna) relazione tra fumo passivo e tumori. E però vediamo che di circa cento altri studi con risultati analoghi ce n’è uno solo che è considerato la Monna Lisa degli studi statistici: quello dell’Enveronmental Protection agency, secondo il quale il fumo passivo ogni anno causa tremila morti negli Stati Uniti. È il moloch, il punto di riferimento della junk science già ridicolizzato dagli studiosi di tutto il mondo, ma è anche l’unico ad esser stato abbracciato come un vangelo dai mass media e dai vari profeti che reggono lo scettro della più violenta campagna neosalutista che l’Occidente abbia mai conosciuto. Ebbene, la Corte federale americana ha definito quello studio “fraudolento” nonché una frode scientifica, tanto che il fumo passivo fu cancellato dalla lista dei cancerogeni. Ma quanti sanno queste cose?  Che poi: va bene, d’accordo, il fumo passivo può dar fastidio lo stesso, ci mancherebbe. Nondimeno, l’amico medico potrebbe aggiungere che tra fumo e tumore ai polmoni esiste probabilmente (probabilmente, perché prove certe non ce ne sono) una relazione la cui valenza rimane però da stabilire e soprattutto da mettere in equa relazione a un’esistenza intera. L’amico ti dirà, se in malafede: “Molti studi dimostrano che il rischio di tumore al polmone è maggiore del 30 per cento tra coloro che fumano”: E invece ti dirà, se è in buona fede: “L’incidenza del fumo in un campione di popolazione esaminata è risultato maggiore del 30 per cento tra le persone con un tumore al polmone rispetto alle persone sane”. È chiara la differenza? No? Forse è perché la citata ricerca dimentica di menzionare, nel quadro generale, quante probabilità abbia comunque una persona normale di prendersi un tumore al polmone, al netto di tutto questo: fumatrice o meno che sia. Per recuperate il senso delle proporzioni si potrebbe sbirciare un’altra celebre ricerca statistica – ne parleremo – secondo la quale i giovani fumatori hanno quindici volte più probabilità di ammalarsi di cuore rispetto ai coetanei non fumatori; in effetti, secondo i dati di questa ricerca, risultava che si erano ammalati sette giovani su centomila tra coloro che non fumavano e centoquattro giovani su centomila tra coloro che fumavano: e siccome il rapporto tra sette e centoquattro è circa quindici (7×15=104) tutto quadra, e detto così fa spavento. Ma in altri termini, rielaborando gli stessi dati e tenendo conto delle medie possibilità che ha una persona normale si ammalarsi di cuore, in fin dei conti significa che un fumatore ha il 99,8 delle probabilità che ha un non fumatore di sfuggire alla morte per problemi di cuore. Chiaro? Non ancora? 

Allora avete solo da tornare a scuola e da tentare una carriera da ministro della sanità, o, ancora, da scienziato allarmista, quella genia di studiosi che sparano enormità per far andare le ricerche sui giornali e ottenere sovvenzioni dallo Stato; avete da pronunciare, insomma, frasi come queste: “Tra i contaminanti dell’aria, il fumo è il più pericoloso per la salute pubblica perchè è dotato di proprietà cancerogene sulle quali non è più lecito discutere”. L’ha detto il ministro della Sanità del governo Berlusconi, questo. Ha detto che non è più lecito. Ecco, voi a questo signore non dovete dirgli: io dissento. Voi dovete dirgli: tu sei un ignorante. Tu sei un venditore di fumo passivo.

Detto questo, però, con le persone in buonafede, devi seguitare a spiegarti: sennò risulti un provocatore e basta. Accanto alle fisime di un ministro di passaggio devi sforzarti di spiegare all’interno di quale corrente para-scientifico-ideologica si sta muovendo tutto questo; di quale circolo demente. ossia, siano vittime e pedine sia la donna incinta che il cretino salutista che ti dicono che se fumi avveleni anche loro.

E allora accenniamo  a che cosa sta succedendo nel mondo. Vediamo l’altra guerra americana. Sappiamo che a New York è vietato fumare in qualsiasi bar o ristorante o nightclube, la multa è di 400 dollari e non sono ammesse aree riservate: il sindaco Michael Bloomberg, nonostante la crisi di bilancio, ha fatto assumere dei nuovi poliziotti che affianchino gli agenti delle squadre antifumo anche la notte. Negli Stati Uniti, in generale, il divieto di fumare è stato esteso non di rado nelle strade, nei giardini pubblici, nella propria auto e addirittura nella propria abitazione: il fumo passa da sotto la porta, dicono. In una contea del Maryland se esce fumo dalla tua finestra puoi essere denunciato dal Dipartimento di protezione ambientale che ti notificherà una multa di 750 dollari. Le squadre antifumo, in generale, possono irrompere senza mandato in qualsiasi locale e mettere tutto a soqquadro sinchè non trovino il corpo del reato: è sufficiente un portacenere anche pulito, imboscato in qualche cassetto. Un’inchiesta della New York Nightlife Association ha dimostrato che il proibizionismo ha causato danni per miliardi di dollari alla vita notturna: il sindaco ha dovuto promuovere una legge che permetta esenzioni dal divieto per quei locali che possano dimostrare d’aver perso più del 15 per cento dei profitti: e anche in Italia, più silenziosamente, si avvertono cali di produttività legati al fatto che è pieno d’imbecilli disposti a passare ore intere a fumare sul balcone (piove) posto che naturalmente il fumo è stato bandito da tutti i voli aerei, resistono giusto delle compagnie africane: il divieto fa risparmiare circa mille dollari per tratta transoceanica giacchè su un aereo con zona fumatori occorreva cambiare il novanta per cento dell’aria e farne ricircolare il dieci per cento: mentre, se non si fuma, le percentuali sono invertite e tuttavia l’aria è più inquinata da virus, batteri, spore e legionella; il risultato è che l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato un’esplosione di Tbc attiva fra chi vola. Alla citata Organizzazione, diciamo di passaggio, è addebitata la definizione più illuminante circa i pericoli della nicotina: il fumo – dicono – è la prima causa di morte considerata rimuovibile. Considerata rimovibile: significa che altre cause di morte magari più gravi – sicuramente più gravi – semplicemente non lo sono, sicchè le si tralascia e per intanto dagli alle sigarette. In Inghilterra, dunque, se un fumatore si ammala, finisce in fondo alle liste d’attesa sanitarie: perché spreca risorse ed energie del corpo medico. In Francia, in maniera ancor più macabra che in Italia, sui pacchetti di sigarette c’è scritto che se fumi “morirai di morte lenta e dolorosa”. In Brasile fanno vedere le fotografie dei bambini morti di tumore e da ottobre 2004 vogliono farlo anche in Europa. L’apocalittico in salsa italiana rimane il presidente dell’Istituto Mario Negri, il citato Garattini: ha detto che i fumatori sono dei parassiti sociali e ha proposto che i medici fumatori siano radiati dall’albo, e così pure che bisognerebbe vietare il fumo anche parlamentari e insegnanti. Ma di ritorno a New York, là dove succedono cose che poi si riflettono quasi sempre da noi, vediamo che è entrata in vigore anche una norma contro l’obesità che è preludio al dimagrimento di massa per legge, mentre in altri stati americani è già prevista la scritta “nuoce gravemente alla salute” per le bottiglie di vino. E qui il discorso comincia a estendersi non solo all’alcol ma a tutta l’alimentazione, ai cibi grassi, ai famosi panini striminziti del dottor Sirchia: in America si vuol mettere le etichette terrorizzanti anche sulle merendine e con ciò prevenire ogni genere di dipendenza alimentare; una ricerca, che in Italia è stata tradotta sulla rivista Industrie alimentari, spiega che il formaggio e la carne andrebbero aggiunti alla lista dei cibi che danno dipendenza come già sono classificati il cioccolato e il caffè: questi alimenti – si spiega – rilasciano componenti narcotici simili alla morfina e ne consegue che in giro c’è gente drogata per esempio di Taleggio. “Non sono ingordigia o mancanza di volontà che ci legano a certi alimenti – si legge nello studio – ma una ragione biologica: molti di noi sentono di non poter vivere senza una dose quotidiana di formaggio”. Verissimo, e allora? E allora, dopo aver illustrato una complicata teoria secondo la quale le persone sovrappeso corrono maggiormente rischio di dipendenza, viene indicato il nuovo nemico da battere: la “nutrizione emozionale”, qualcosa che si combatta studiando la maniera di controllare appunto i desideri alimentari che inducono una dipendenza basata su risposte emozionali. Delirio? Ma allora non avete capito di quale iceberg le sigarette sono lucente apogeo. Uno studio ha confermato che la combustione dell’incenso produce anche dei componenti cancerogeni – com’è ovvio – e che le sue emissioni sono paragonabili a quelle di una strada trafficata: in Minnesota sono comparse le prime chiese cattoliche che offrono messe incense-free, prive dell’incenso passivo. L’Environmental Protection Agency, la citata istituzione già responsabile dello studio-patacca sul fumo passivo, ha fatto sapere che oltrechè l’incenso “il fumo delle candele eccede gli standard di inquinamento dell’aria all’aperto”, e su questa base l’agenzia ha chiesto la chiusura di un negozio di tostatura di caffè aperto da 163 anni dopo aver già fatto multare per odori molesti centinaia di negozi e pizzerie e ristoranti indiani. A Shutesbury, in Massachusetts, il nuovo regolamento prevede che il consiglio comunale abbia spazi divisi tra chi non usa deodoranti e chi li usa e chi li usa talvolta: il disgraziato estensore ha dichiarato che “profumarsi in pubblico è come fumare”.  E rieccoci. In Canada è già vietato profumarsi su alcune linee aeree, e il Canada è uno stato che va sbirciato con attenzione, perché in alcune cose, in alcune fobie, anticipa regolarmente gli Stati Uniti: i deodoranti sono vietati anche in alcuni uffici al pari dei dopobarba e dei colluttori orali, un po’ come accade sui mezzi pubblici di Ottawa; l’alcool è visto come il demonio e sovrabbondano controlli col palloncino su tutte le strade, i vetri dei pub sono pitturati di nero e c’è il divieto di bere in pubblico. Se compri una cassa di birra al supermercato e ti limiti ad appoggiarla sui sedili posteriori, anziché imboscarla nel bagagliaio, ti danno una multa da levarti la pelle. Se fumi, poi, possono toglierti la potestà sui figli: e lo sa bene Gian Turci, fumatore che dopo anni da oriundo dovette tornarsene in Italia a fondare la sezione nostrana di Forces, associazione libertaria che annovera tra le proprio file anche Sergio Ricossa e Antonio Martino: è grazie a Turci se circola almeno un po’ di controinformazione in Italia, ed è stato Turci per esempio a tradurre Science without sense di Steven J. Milloy, ex direttore delle politiche scientifiche del National Environmental Institute e già relatore al Congresso degli Stati Uniti sui criteri di valutazione dei rischi ambientali. È un libro fondamentale per comprendere l’assurdità potenziale di certi metodi statistici che vengono applicati e propinati di continuo a tutti, roba in grado di dimostrare qualsiasi cosa: Milloy ha già demolito scientificamente una quantità straordinaria di studi-patacca e ha così pure rilevato, adottando il medesimo criterio utilizzato per dimostrare la pericolosità del fumo passivo, per esempio: 1) che la calvizie aumenta le possibilità d’infarto del 40 per cento negli uomini sotto i 55 anni; 2) che  il colluttorio aumenta del 50 per cento le possibilità di cancro alla bocca; 3) che lo yogurt aumenta del 100 per cento le possibilità di cancro alle ovaie; 4) che il consumo di dodici hot dog al mese aumenta dell’850 per cento le possibilità di prendere la leucemia; 5) che l’uso del reggiseno, per tutto il giorno, aumenta le possibilità di cancro al seno del 12mila per cento. Ne consegue che tutto è dimostrabile, e che migliaia di ricerche pseudo-scientifiche non si preoccupano se un’associazione sia vera o fasulla: si preoccupano soltanto di trovarla e di piazzarla poi a mass-media che non aspettano altro. Gli studi non allarmistici non vendono, non li pubblicano, non fanno notizia, non fanno fare carriera. Perciò, beffardamente, da esperto del settore, Milloy ha illustrato minuziosamente come scoprire qualsiasi rischio e come dimostrarne l’esistenza, confezionarlo, venderlo in direzione di fama e sovvenzioni. Esistono studi, e non stiamo scherzando, che hanno statisticamente dimostrato che il fumo fa guarire dai tumori. Del resto, secondo un altro studio dell’università del North Carolina reso noto dalla Cnn, le donne che praticano la fellatio hanno il 40 per cento di probabilità in meno di contrarre un tumore al seno: abbiano a regolarsi. Le lavande vaginali aumentano le possibilità di cancro della cervice del 300 per cento, tre tazze di caffè alla settimana aumentano del 30 per cento la possibilità di una morte prematura, il lavoro sedentario aumenta del 30 per cento la possibilità di un tumore al sedere, per non parlare di tutto il ciarpame sui campi elettromagnetici, il radon nelle case, la diossina, il cloro nell’acqua, il surriscaldamento, gli animali pazzi. In Nuova Zelanda da tre anni che stanno studiando una tassa sui peti animali, un balzello sulle flatulenze di ovini e bovini che siccome emettono metano dicono che danneggiano l’ambiente. Basta leggere l’ultimo numero dell’edizione inglese di New Scientist per apprendere che il fumo da cucina uccide più del morbillo e della malaria e dell’Aids; si sostiene che ogni anno un milione e mezzo di persone, soprattutto donne e bambini, muoiano a causa di queste esalazioni e si deve considerare che nel mondo circa due  miliardi e mezzo di persone cucina con delle stufe che bruciano legna o sterco o resti di piante: chi le utilizza, secondo lo studio, inala ogni giorno l’equivalente delle sostanze tossiche contenute in due pacchetti di sigarette. E tutta questa strage si consuma mentre noi ce ne stiamo sul balcone a fumare come dei deficienti (piove) per via dell’ignoranza colpevole o incolpevole di donne incinte e cretini salutisti e altra gente mediamente troppo astenuta e nervosa e magra perché davvero possa vivere più a lungo di noi gaudenti. Che fare? Fumare. Informarsi: tempo fa il Corriere della Sera ha scritto che il medico nazista Karl Aspell, nel 1940, fu il primo a dimostrare la dannosità delle sigarette. Non è vero: nel 1939 un altro medico nazista, Fritz Lickint, aveva già pubblicato Tabak und Organismus, un volume di 1.100 pagine edite in collaborazione col Comitato del Reich contro le droghe e con la Lega tedesca antitabacco; lo studio sosteneva per la prima volta che il fumo faceva complessivamente male e adottava per la prima volta il termine Passivrauchen, fumo passivo. Lo stiamo raccontando perché la ricerca venne usata per scopi politici sicchè il tabacco venne abbinato alle culture cosiddette degenerate dei paesi ostili (gli Usa tra questi) e venne impostata una campagna rivolta ai giovani e imperniata sul Gesundheitsplifcht, il dovere di mantenersi sani: è arcinoto che Hitler fosse un vegetariano e un maniaco salutista. Ma a parte ogni analogia inquietante – è negli Usa si dice che fumino, ormai, solo i negri e i portoricani – ciò che interessa è il dato che ne seguì: prima della campagna antifumo, nel 1932, i tedeschi fumavano una media di 570 sigarette pro capite l’anno, come i francesi; dopo la campagna, nel 1940, ne fumavano 900 quando i francesi arrivavano solo a 670. Tu proibisci e io voglio. E infatti, negli ultimi quattro anni, dopo la spaventosa campagna antifumo del governo americano, i giovani fumatori statunitensi sono aumentati del 30 per cento.

Complimenti. In altre parole gli antifumo avevano la vittoria in mano e sia in America che in Europa il fumo andava sparendo perché non aveva più appeal, aveva perso status, faceva socialmente arretrato, relegava sigarette e fumatori nella loro faccia oscura: quella del vizio, dell’orrenda dipendenza. Sarebbe stata la via giusta via anche in Italia, perché, a quanto pare, il sentirsi sfigati fa molta più paura del cancro.

Invece no. Adesso fumare è quasi ridiventato snob. E anche da noi c’è gente che si è stufata, che è sempre fuori stanza per riprendersi il sacrosanto diritto di fumare e ciacolare e farsi un pericolosissimo caffè, che progetta di non prendere più treni e boicottare ristoranti. Ancora complimenti. Avevano la vittoria in pugno e potevano limitarsi a dire: signori, scusate, in tutto il mondo cala la spesa per l’istruzione e per l’assistenza, il welfare è finito, la pacchia pure, dobbiamo ridimensionare la sanità pubblica, dobbiamo sfrondare, tagliare, soprattutto dobbiamo prevenire quelle che in gergo sono chiamate cause di morte rimuovibili (evitabili) mentre sappiamo benissimo quali sono inevitabili: sappiamo, cioè, che l’inquinamento di qualsiasi città del mondo è assai più cancerogeno e dannoso di qualsivoglia sigaretta e caffè e bicchiere di vino e lardo di Colonnata: ciò che ci fa scoprire ogni giorno, insomma, che si muore perché si vive. Ma non possiamo eliminare milioni di motori a scoppio da un giorno all’altro, e inventare l’energia perfetta, pulita, indi riconvertire tanto in fretta – come diceva un tempo la sinistra – il modello di sviluppo. Non subito, cioè. Dateci tempo. Per intanto, signori, fate buon uso di una seria campagna di prevenzione e di informazione che senza terrorizzarvi o trattarvi da imbecilli possa rendervi edotti circa gli squilibri del vostro vivere urbanizzato. Certo, voi singolarmente pensate di essere unici e insignificanti, probabilmente pensate di non essere inseribili in nessun campione statistico: resta che la somma delle vostre unicità sta affollando i nostri ospedali. Dunque le sigarette, le droghe, il vino, il caffè, il cibo, il caschetto non allacciato sui giovinastri: valutate bene, leggete quali rischi e incidenze possano comportare sulla vostra salute e sulle nostre finanze: e ve lo diciamo su basi scientifiche serie, non farlocche e allarmistiche.  Ecco, questo è un discorso: ma non è che si possa pretenderlo dai crociati antifumo: sono solo dei poveracci strumentalizzati da chi regge le fila. E chi regge le fila non al è certo interessato alla nostra salute per moralità, è interessato semmai a che a certi nostri stili di vita possano corrispondere dei costi economici e sociali. Gli interessa questo. 

Da che altro potevano cominciare, del resto? In teoria da molte cose, stando ai numeri e alle nocività acclarate. Per essere retorici: le automobili, gli incidenti, i tumori all’apparato respiratorio nelle zone – come si dice – ad alto traffico veicolare. Ma non ci interessa questo discorso. E poi questo è un rischio non rimuovibile, certo: non è che puoi scrivere nuoce gravemente alla salute sul cofano o sulle portiere, non è che puoi promuovere una campagna contro una maggioranza, insomma non è che puoi levare la macchina alla gente: e però hanno pensato di poter levare le sigarette a noi, quattordici milioni di viziosi che peraltro notoriamente – pardon, statisticamente – siamo più simpatici e goduriosi di chi non avrà neppure un’ultima sigaretta da chiedere, quel giorno.

Morale, hanno puntato tutto sulla campagna morale e salvifica ai danni del buon senso, e siamo alle derive ideologiche, alle pubblicità progresso, ai neosalutismi religiosi semplicemente improbabili, a veri e propri fanatismi di gente che spesso vive di diete e palestre e ginnastiche, tutti figli di un prossimo Stato-madre che non appare solo intollerante e bugiardo nel suo ragguagliarci per il nostro bene: si sta facendo anche decisamente arrogante e ridicolo. L’ennesimo studio patacca, alla fine di agosto 2004, spiegava che “Sposarsi fa bene alla salute e allunga la vita”, e che lo stile di vita dei single sarebbe la prima ragione “che mette a repentaglio la vita delle persone”, questo con un tasso di mortalità che “fra i single è simile a quello fra i fumatori”.

Roba da divorziare subito e immediatamente. Niente di strano, poi, per reazione, che nei paesi anglosassoni vadano di moda le sigarette  Death, vendute in un pacchetto nero con l’effige di un teschio. Niente di strano che ci sia un modesto ma crescente numero di persone cui cominciano seriamente a girare le palle. A Indianapolis l’amministrazione comunale ha respinto ufficialmente il divieto di fumare in pubblico: 15 voti contro 13. A Denver, addirittura, un gruppo di ristoratori ha denunciato le autorità sostenendo che il divieto in questione violerebbe le libertà costituzionali e sarebbe basato su una scienza fraudolenta. A New York, ancora, il candidato sindaco Fernando Ferrer ha fumato pubblicamente in faccia a Bloomberg, mentre Graydon Carter, l’editore di Vanity Fair, ha deciso di continuare a fumare in pubblico nonostante le ripetute irruzioni dei poliziotti antifumo che l’hanno già ricoperto di multe per aver trovato dei posacenere. E in Italia è arrivato il ministro Gerolamo Sirchia, no comment. Per ora.

Ci stanno investendo con un fanatismo che ha inevitabilmente risvegliato il nostro, e questo con una tracotanza che però in confronto alla nostra – quella, appunto, solo in Italia, di quattordici milioni di fumatori incazzati – semplicemente non può farcela. Lasciali perdere, i fumatori e i peccatori in generale: sono gente pericolosa, sino a un certo punto sono estremamente civili e chiedono il permesso, non fanno tragedie, cercano di non dar fastidio – e se ne dessero, fustigateli: non sono fumatori, sono maleducati – e comunque stringi stringi è gente che si adegua: lo fecero quando vietarono il fumo qua e là, dai cinema ai mezzi pubblici alle scuole, si rassegnarono a un’umanità che non li lascia più fumare quasi da nessuna parte. Negli aeroporti, per esempio: potevano mica riservare – domanda – un tugurio di saletta per quanti sono incastrati tra un volo e l’altro? Per ore? E perché dovrebbero rinunciare, costoro, a una delle più grandi invenzioni della Storia dell’umanità: la sigaretta dopo il pranzo? Per non dire della carognata dei treni, questi mezzi così amabili, questo lusso vero, questo tempo ritrovato, spazio e lettura, sonnolenza dolce, e a un certo punto una sigaretta che in treno era proprio una sigaretta, dio, era proprio una sigaretta come sempre dovrebbe esserlo. Invece no. Non devi fumare, mai: neppure in una sola e apposita carrozza pagata come tale. Eccolo dunque il punto di ritorno, la dichiarazione di guerra, l’annuncio solenne che ci siamo rotti.

L’abbiamo detto: vinceremo noi. Lo sappiamo che non siste tutti in guerra, che non siete tutti degli sceriffi antifumo, che tra voi c’è anche tanta gente normale. Sappiamo che molti di voi semplicemente dicono: ma che c’entro, io, con tutto questo? E che c’entra, tutto questo, col diritto di non farsi fumare in faccia, il diritto di non patire le prepotenze di gente maleducata e sbuffante? Che c’entra questo col buttarla in letteratura, coi diritti civili, con la filosofia da tabaccheria?

C’entra. Perché le persone normali, pure, martellate qua e là, stanno diventano inconsapevoli fiancheggiatori di quei che ci costringono a difenderci  e che anticipano una crociata che sta diventando globale – il fumo, il cibo, il vino, il caffè, gli odori, il linguaggio – e che avrà i toni isterici e salvifici di chi non si limita a lottare contro la scortesia di certi fumatori, macchè: ci oppone anche la scortesia sostanziale di chi vuole a tutti i costi allungarci la vita, e ne fa esondazione ideologica, pubblicità progresso, neosalutismo religioso e fanatico di chi vive di diete, palestre, ginnastiche, e beve acqua con una sola sperduta molecola. Se la bevano pure. Non non la beviamo.

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1 Comment

  1. Avrei voluto scriverlo io

    E’ più di un mese che ho smesso di fumare.
    Le cose sono cambiate per me; è cambiato mio rapporto con la sigaretta o meglio con le 40-50 sigarette che mi fumavo ogni giorno…
    Adesso, dopo 22 anni passati a fumare, non mi sento più in obbligo (i fum…

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  1. 02blog

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