Fumo negli occhi /5

Filippo FacciQuella specie di odontotecnico wagneriano bello e intelligente e drogato che poi sarebbe Filippo Facci (il quale non sono io che scrivo, ovviamente, c’è un limite a tutto) ci ha sgocciolato per giorni questo suo torrone titolato “Fumo negli occhi. Le crociate contro il tabacco e altri piaceri della vita“, Biblioteca di via Senato Edizioni, ben 14 euro, da comprare sennò vi reincarnerete in quello che diceva “Mai provato Hurrà?” nella pubblicità dei wafer Saiwa. Ma Facci scherzava. Erano solo i preliminari, erano dei lubrificanti. E ora, ora che siete pronti, lui prende questo suo capitolone, lo divide in due, e lo infila nel cumulo delle vostre eventuali deficienze in materia. Questa è la seconda ed ultima parte.
Cap. 1Vietato Puzzare
Cap. 3Vietato Fumare (parte I)
Cap. 4Vietato
Append.Ottoemezzo sul fumo (puntata trascritta)
Cap. 2Vietato Mangiare
Cap. 3Vietato Fumare (parte II)
Cap. 5Requisitoria

VIETATO FUMARE (seconda parte)

[ …continua ]
A questo punto sembra obbligata la conoscenza di quello che personalmente riteniamo un eroe dei nostri tempi: Steven J. Milloy, direttore degli studi sulle politiche scientifiche del National Environmental Policy Institute, già testimone al Congresso degli Stati Uniti sulle valutazioni dei rischi ambientali e noto ai media americani non solo per la sua biografia scientifica ma soprattutto per i testi e innumerevoli articoli, suoi, che hanno rivelato la metodologia interessata e truffaldina di certa industria scientifica.
Milloy ha scritto pagine memorabili per chiarezza – inconfutabili, soprattutto – su come la valutazione dei rischi nei campi della statistica e dell’epidemiologia e della tossicologia sia utilizzata per accelerare carriere nella sanità pubblica nonché per accedere ai fondi per la ricerca che i governi mettono a disposizione. Ha spiegato ironicamente, Milloy, come scoprire e pubblicizzare e provare un rischio sanitario e dunque come scegliere quello giusto, sottoporlo all’esame dei colleghi, su quali riviste scientifiche pubblicarlo così da elettrizzare le masse. Si parla di studi statistici il cui presupposto, per dirla male, non è la dimostrazione di un rischio concreto bensì l’impossibilità di dimostrarne l’inesistenza. Tra i più conosciuti e indimostrabili rischi di tumore vi sono per esempio la diossina – che in natura è semplicemente ovunque in quantità rilevantissime, nell’aria e nell’acqua – e poi i campi elettromagnetici, il radon nelle case, il cloro nell’acqua del rubinetto e naturalmente il fumo passivo.
Milloy, inoltre, a margine dei propri studi, ha notato più volte come la scelta dell’evidenziare strategicamente un rischio rispetto a un altro – indipendentemente dalla valenza – tenda a privilegiare dei pericoli che mettano una minoranza contro una maggioranza: questo a svantaggio di studi che presuppongano la rinuncia, pressochè per tutti, a qualcosa di caro come automobili e telefoni cellulari. Avversario perfetto sono invece genericamente lo Stato. il Comune, le fabbriche, i proprietari di qualcosa, una determinata categoria di consumatori. Eccezione a questa regola – ad avviso dello scrivente, non di Milloy – sono forse le campagne sui rischi dell’alimentazione.
Per comprendere quanto siano farlocche certe ricerche statistiche, senza complicarsi la vita, occorre imparare una cosa sola: che non esiste studio realmente serio – è accademia – che consideri rilevante un rischio che risulti inferiore al doppio del normale, ossia del 200 per cento (in gergo: 2.0), se non addirittura del 300 per cento (3.0). Ogni percentuale di rischio inferiore al doppio è considerata debole e insufficiente: e infatti un trucco classico è dire che un rischio va dalla percentuale x alla percentuale y, un po’ come visto pagine addietro per lo studio britannico che associava i tumori all’alimentazione per una percentuale “dal 30 per cento al 70 per cento”.
Piccola anticipazione: il rischio che associa fumo passivo e tumore ai polmoni è mediamente indicato in 1.19 (19 per cento: come detto la soglia minima sarebbe 2.00) e in teoria non dovrebbe essere neppure preso in considerazione, tanto per chiarire.
In compenso è al centro di una campagna mondiale. Non lo sono, invece, e giustamente, altri rischi che vi invitiamo a esaminare senza trasalire:

  • Uso di reggiseno tutto il giorno e cancro della mammella: indice 12.500 (+12.500 per cento).
  • Lavande vaginali e cancro della cervice: indice 4 (+300 per cento).
  • Stress sul lavoro e cancro colo-rettale: indice 4,5 (+350 per cento).
  • Calvizie in uomini sotto i 55 anni e infarti: indice 1,4 (+40 per cento).
  • Assunzione di olio di oliva e cancro della mammella: indice 1,25 (+ 25 per cento).
  • Vasectomia e cancro della prostata: indice 1,3 (+ 30 per cento).
  • Obesità in donne e morte prematura: indice 1,3 (+30 per cento).
  • Lavoro sedentario e cancro al colon: indice 1,3 (+ 30 per cento).
  • Tre tazze di caffè alla settimana e morte prematura: indice 1,3 (+30 per cento).
  • Peso alla nascita in eccesso di 4Kg e cancro della mammella: indice 1,3 (+30 per cento).
  • Assunzione quotidiana di margarina e malattie cardiache: indice 1,5 (+ 50 per cento).
  • Assunzione di acqua del rubinetto e aborto spontaneo: indice 1,5 (+50 per cento).
  • Uso regolare di collutorio e cancro della bocca: indice 1,5 (+50 per cento).
  • Aborto e cancro al seno: indice 1,5 (+50 per cento).
  • Assunzione di yogurt e cancro delle ovaie: indice 2 (+100 per cento).
  • Assunzione di latte intero e cancro polmonare: indice 2,14 (+ 114 per cento).
  • Obesità in donne non fumatrici e morte prematura: indice 2,2 (+120 per cento).
  • Assunzione di carne rossa e avanzato cancro della prostata: indice 2,6 (+ 160 per cento).
  • Acqua potabile clorata e cancro della vescica: indice da 2 a 4 (da 100 per cento a 300 per cento).
  • Assunzione in eccesso di 12 hot dog al mese e leucemia: indice 9,5 (+850 per cento).


E’ possibile tutto questo? Statisticamente sì.
Allo stesso modo, laddove tutto è dimostrabile, persino il sito di Cnn Italia è potuto cadere nell’imboscata dell’ennesimo studio secondo il quale le donne che praticano la fellatio e soprattutto ingoiano lo sperma (almeno una o due volte a settimana) hanno il 40 per cento di probabilità in meno di contrarre un tumore al seno. Era uno scherzo ma ci sono caduti in tutto il mondo.
La stampa, appunto, tende ad accorgersi molto di rado di quanto certe ricerche siano ridicole e allarmistiche. Fece eccezione il Times, nel 1997, quando rilevò che, se un non fumatore aveva circa una possibilità su diecimila di contrarre un tumore ai polmoni per fumo passivo, le possibilità che il medesimo contraesse lo stesso tumore dall’assunzione di latte o pasta di riso – alimenti diffusi nei Paesi anglosassoni – erano quattro su diecimila, ossia molte di più. Nello stesso periodo ebbe a scrivere l’Economist: “Le possibilità di contrarre un tumore a causa delle sigarette sono sovrastimate di almeno quattro volte”. Almeno.
Quel che stiamo cercando di sostenere, non fosse chiaro, è di una banalità sconcertante, nonché alla portata di qualsiasi persona intelligente e istruita: che la moderazione e il piacere, per la salute, sono guide migliori di qualsiasi regime autoflagellante.
Qualcosa sul fumo passivo tuttavia occorre dirla, altrimenti s’incapperebbe nella stessa distorsione di chi mette fumatori e non fumatori sullo stesso piano. Non è lo stesso piano: perché il rischio per i fumatori bene o male esiste – vedremo – mentre quello per i fumatori passivi si può definirlo senza complessi una panzana. Non bisogna aver paura delle parole: abbiamo scritto panzana.
Nella Requisitoria già si citava la Monna Lisa degli studi statistici, il moloch, insomma il rapporto dell’Enveronmental Protection agency secondo la quale il fumo passivo ogni anno causa tremila morti negli Stati Uniti: è il punto di riferimento della junk science per quanto già ridicolizzato e sbugiardato dagli studiosi di tutto il mondo, ma è anche l’unico ad esser stato abbracciato come un vangelo dai mass media e dai vari profeti che reggono lo scettro della campagna anti-fumo. L’Enveronmental protection agency (Epa) è l’ente americano che sovrebbe sovrintendere alla protezione dell’ambiente, e nel 1992, appunto, pubblicò un sunto di undici altre ricerche che furono successivamente utilizzate per classificare il fumo passivo nel cosiddetto Gruppo A degli agenti cancerogeni riconosciuti. Negli anni precedenti, l’Epa aveva altre ricerche sui motori diesel e aveva attribuito loro rischi-tumore piuttosto alti (2.6) ma per motivi che non siamo riusciti a comprendere il diesel era finito nel gruppo B dei cancerogeni. Un altro studio dell’Epa sui campi elettromagnetici aveva evidenziato un fattore di rischio superiore a 3.00 (dunque statisticamente rilevante) eppure l’elettrosmog non era stato classificato in alcun modo. Neppure sfrugugliando le varie ricerche mondiali – via internet – siamo riusciti a capirni di più.
La ricerca dell’Epa sul fumo passivo in ogni caso evidenziò un fattore di rischio del 1,19: come detto, tale da non dimostrare nulla. Ma questo è niente. Dopo infinite e sottaciute polemiche, il 17 aprile 1998, la Corte federale americana definì quello studio come fraudolento e manipolatorio, tanto che il fumo passivo fu cancellato dalla lista dei cancerogeni: e va detto che il giudice estensore in passato si era distinto per decisioni piuttosto dure contro le multinazionali del fumo. In particolare, la Corte ordinato la cancellazione totale dei seguenti passaggi:

  • “Sulla base del peso dell’evidenza scientifica disponibile, la U.S. Environmental Protection Agency ha concluso che la vasta esposizione al fumo passivo ha un serio e sostanziale impatto sulla sanità pubblica”.
  • “Il fumo passivo è un cancerogeno responsabile per circa 3.000 morti l’anno da cancro polmonare nei non fumatori americani”.

Non sarà un caso che negli Stati Uniti non esista un solo certificato di morte attribuibile a un decesso da fumo passivo, anche se va detto che quella dell’Epa non è certo l’unica ricerca del mondo, e neppure la più imponente. La più colossale l’ha condotta l’Organizzazione Mondiale della Sanità ed eccone in sintesi le conclusioni:

  • L’esposizione al fumo passivo durante l’infanzia non è associabile al tumore ai polmoni.
  • Il fattore di rischio incrementato per esposizione sul lavoro è di 1.17 [statisticamente insignificante, N.d.A.].
  • L’esposizione al fumo passivo da altre fonti non è associabile al tumore ai polmoni.

Qualora si obiettasse che altri studi dimostrano il contrario, s’invita anzitutto a verificarne l’affidabilità e soprattutto a sbirciare il citato valore di rischio che – ripetiamo ancora una volta – deve corrispondere almeno a 2.00. Sulla maggioranza degli studi non vale neppure la pena di soffermarsi. Nel tardo agosto 2004 sul Corriere della Sera si è giunti a leggere che tre sigarette equivalgono a mezz’ora del gas di scarico di un diesel, o in alternativa che tre sigarette inquinano come dieci diesel, o, ancora, che che il fumatore inquina mediamente come dieci diesel. La scoperta, a dispetto dei mega-studi mondiali che sostengono ben altro, sarebbe di due medici dell’Istituto dei Tumori di Milano. Anche qui, senza complessi, c’è solo e oggettivamente da ridere.
Sulla creatività di altri studi resta solo da suggerire l’ampia letteratura scientifica che ne fornisce testimonianza, o più celermente da considerare quanto detto al New York Times da Charles Hennekens, docente della Harvard School of Public Health: “E’una scienza rozza e inesatta. L’ottanta per cento dei casi sono solo ipotesi. Tendiamo a esagerare i risultati sia perchè vogliamo attenzione sia perchè vogliamo denaro pubblico”.
In terza ipotesi, quasi un istruttivo fuori programma, si potrebbe riassumere la tristissima storia della Sids, la cosiddetta morte del bambino nella culla per cause ignote. Per essa furono ipotizzate le cause più varie sin dagli anni Sessanta, tuttavia la Sids rimaneva quella malattia che si osserva quando un bambino muore per ragioni sconosciute. Cavalcando l’onda montante, e su nessuna base scientifica seria, ovviamente si prese ad attribuire i decessi anche al fumo passivo: e questo ebbero a predicare, come ancora predicano, medici e specialisti. Dall’inizio degli anni Novanta le morti per Sids calarono però improvvisamente, e questo a seguito di massiccia campagna informativa affinchè le madri mettessero a dormire i bimbi non in posizione prona – come spesso avevano fatto – ma in posizione supina: il che peraltro appare più naturale e gradito al bambino. La campagna portò a una diminuzione delle morti pari addirittura al 60 per cento, un esito insperato: un solo dato non quadrava. Se ne accorse in più occasioni la studiosa australiana Susan Beal che abbe a chiedersi per quale misteriosa ragione – per decenni – i bambini erano stati messi a dormire nella posizione prona: avvolta da un silenzio che in parte perdura, la studiosa impiego undici anni a dimostrare che il precedente e spaventoso aumento della Sids era da attribuirsi a dei consigli sbagliati che riguardavano appunto la posizione per dormire. Consigli forniti da chi? Degli stessi medici e specialisti. Scrisse il Daily Telegraph del 30 maggio 1993: “Vent’anni fa, durante un convegno internazionale tenuto in Olanda, pediatri ed esperti conclusero che i bimbi nati prematuri sarebbero cresciuti sani e forti se fossero stati messi a dormire in posizione prona. Il consiglio alla moda fu generalizzato a tutti i bambini anche se lo studio parlava solo di quelli prematuri… ma negli anni Settanta la maggior parte dei dottori e delle ostetriche consigliavano di mettere i bambini in posizione prona… non farlo sarebbe stato equivalente a un eresia”. In Oriente, frattanto, lontani dai consigli occidentali, le morti per Sids erano sempre rimaste sotto la soglia. Di quel periodo di valutazioni nefaste, alla stregua di una leggenda metropolitana senza fondamento scientifico, rimane in piedi solo l’abitudine di medici e specialisti – allora come oggi – di attribuire le morti per Sids al fumo passivo: con ciò terrorizzando regolarmente le donne incinte e sollevando isterismi alla sola vista di una sigaretta.
La vicenda del divieto di fumare sugli aerei sembra ultraleggera, in confronto: in compenso, nel settembre 2001, un immigrato iraniano di 37 anni, sorpreso a fumare nel bagnetto di un aereo di linea americano, si è visto comminare due anni e nove mesi di prigione più 6.000 dollari di multa. Probabilmente c’entrava una legittima sindrome da terrorismo, diversamente dal fumo passivo che ancora una volta non c’entra niente. Fumare sugli aerei è vietato da dieci anni – per quanto venga ossessivamente ricordato a ogni decollo – ed è assodato che ciò fa risparmiare alle compagnie circa mille dollari per ogni tratta transoceanica. Questa, in primis, la ragione del divieto. Su un aereo dove si fuma, infatti, occorre cambiare il 90 per cento dell’aria e ricircolarne il 10 per cento, invertendo le proporzioni se non si fuma. In quest’ultimo caso c’è dunque un notevole risparmio di energia e quindi di carburante perché le pompe funzionano a ritmo ridotto. La minor circolazione, in compenso, ha favorito una maggior presenza di virus e batteri: l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato un netto aumento di alcune malattie tra chi vola. Altre rilevazioni hanno registrato che ogni aeroplano commerciale emette l’equivalente di sette milioni di sigarette a ogni decollo, parte delle quali trovano il modo di entrare in cabina: il 16 dicembre 2001 la National Academy of Sciences ha analizzato la qualità dell’aria negli aerei e vi ha trovato ossidi di carbonio, fluidi idraulici, liquido antigelo, ozono e vapori dei motori. Nessuna traccia di nicotina, in compenso.
E nessuna traccia della velleità di negare, da parte nostra, che il fumo possa anche fare davvero male: quantomeno ai fumatori.
Lord Deeds, un personaggio maiuscolo del giornalismo anglosassone, la mise così: “Lo ammetto, sono di parte. Ho fumato fino all’età di quasi 70 anni. Poi ho dovuto smettere perché il fumo aumentava la disponibilità del mio fisico a contrarre bronchiti dopo i raffreddori. Non tutti sono affetti da questo disturbo, ma io sì. Il fumo può portare a problemi di carattere respiratorio, così come bere può portare a problemi del fegato, però di bere non ho mai smesso. Così gli esperti possono cortesemente far presente che è meglio non fumare o non bere. L’aver ecceduto nell’una o nell’altra cosa è sempre stato una scelta puramente individuale, ed è importante che tale rimanga. Siamo arrivati al punto che occorre una buona dose di coraggio per difendere i fumatori”.
Come già detto, a nostro dire, il vizio del fumo non vale la candela se non in proporzioni che siano moderate quanto sostanzialmente innocue per sé e per gli altri: e tuttavia assai difficili a ottenersi. Tutto sommato, calcolando le probabilità che il tabacco divenga un vizio e non solo un piacere, forse non varrebbe la pena neppure di iniziare: quindi niente di male nel scoraggiare i giovani dal farlo – senza terrorizzarli: si è visto come sia controproducente – e così pure niente di male nel vietare la pubblicità del tabacco: è stato dimostrato che il 30 per cento dei ragazzi ha iniziato a fumare perché attirato da messaggi pubblicitari.
Le compagnie di tabacco da quest’ultimo punto di vista hanno un atteggiamento insopportabile: da una parte promuovono altri prodotti col marchio bellamente in evidenza – vestiti, viaggi, safari, tutto quanto sia riconducibile a una vita avventurosa – e dall’altra, ufficialmente, “non vogliono che i minori fumino” e giungono a mettere per iscritto:

“La nostra risposta è semplice: la prevenzione del fumo tra i giovani ha un intrinseco valore commerciale… Non si può gestire un’impresa di successo senza tenere conto delle aspettative della società. E allora sì, la prevenzione del fumo tra i giovani fa parte dei nostri interessi commerciali. Ma va ben al di là di questo. In realtà, visti i gravi danni alla salute causati dai nostri prodotti, crediamo che impedire ai minori di fumare sia un nostro dovere. Prendiamo sul serio la nostra responsabilità sociale. E il fumo tra i giovani è un problema sociale. È improbabile che delle misure a breve termine e delle campagne antifumo una tantum possano risolverlo.Quello che occorre è un impegno costante e diffuso, e il nostro intento è quello di collaborare con tutta la società per elaborare una soluzione a lungo termine… Attualmente sosteniamo circa 100 programmi antifumo rivolti ai giovani in quasi 90 paesi, con l’obiettivo principale di insegnare ai ragazzi a dire di no al fumo e di stabilire delle leggi che impediscano loro di acquistare sigarette”.

Bene, occorre essere dei deficienti per credere davvero che una multinazionale conduca una campagna seria per non vendere i propri prodotti. La loro è chiaramente una politica, e pure abile. Da una parte sanno che il tabacco difficilmente verrà affatto proibito, dalla’altra confidano – e con ragione, per ora – sul fallimento delle campagne mondiali contro il fumo così come sono condotte ora. Non meno stucchevoli paiono le miriade di iniziative “sociali” sostenute da varie fondazioni legate alle multinazionali, le quali, ancora, giungono a elaborare strategie di marketing all’apparenza suicide:

“Supportiamo le leggi che richiedono ai produttori di sigarette di apporre avvertenze sanitarie sui pacchetti di sigarette e nelle pubblicità. Nei paesi in cui non esistono tali leggi apponiamo volontariamente avvertenze sui pacchetti, sulle stecche e nelle pubblicità… Sosteniamo le organizzazioni che lottano contro la fame nel mondo, forniscono soccorso in caso di calamità, assistono le vittime della violenza domestica… Si prega di consultare la sezione “Smettere di fumare” del nostro sito web”.

Insopportabili. E ipocriti due volte: nel 1994, negli Stati Uniti, vennero alla luce dei documenti che sino ad allora erano stati scrupolosamente custoditi: dimostravano come il potere della nicotina di dare dipendenza fosse noto sin dagli anni Sessanta, cosa che le multinazionali avevano sempre negato. Invece non solo gli era noto, ma nel segreto del loro laboratori trovarono il modo di sfruttare e ampliare le dipendenze: aggiunsero dei composti a base di ammoniaca per accelerare il rilascio della nicotina e ne aggiunsero altri a base di cacao per produrre teobromina, una sostanza che dilata i bronchi agevolando l’aspirazione e l’afflusso del fumo. Solo per questo le multinazionali meriterebbero i miliardi di dollari che sinora hanno dovuto pagare per cause penali e civili che, viceversa, appaiono quasi sempre improbabili perché legate al fumo passivo.
Le multinazionali su questo seguitano genericamente a negare ma l’evidenza è concreta e, come detto, i produttori non negano perlomeno la dipendenza da nicotina, che è molto più subdola di quanto non pensino soprattutto i non-fumatori. La sigaretta è una droga a tutti gli effetti. La Food and Drug Administration negli Stati Uniti ha rilevato dati impressionanti:

  • L’87 per cento dei fumatori fuma ogni giorno.
  • Quasi due terzi dei fumatori accendono la prima sigaretta entro mezz’ora dal risveglio.
  • L’84,3 per cento di coloro che fumano 20 o più sigarette al giorno hanno tentato senza successo di ridurne il numero.
  • Un fumatore che fa un serio tentativo di smettere ha meno del 5 per cento di probabilità di esserci realmente riuscito un anno più tardi.
  • Il 70 per cento dei fumatori sostiene di voler smettere completamente di fumare.
  • L’83-87 per cento delle persone che fumano più di 26 sigarette al giorno ritiene di aver sviluppato una dipendenza.- Quasi la metà dei fumatori che si sottopongono a intervento chirurgico per cancro al polmone riprende a fumare.
  • Anche dopo l’asportazione della laringe, il 40 per cento ha tentato di riprendere a fumare.
  • Tra coloro che appaiono fortemente determinati a smettere, e ricevono un’assistenza medica ottimale, la metà è in grado di smettere solo per una settimana, mentre a lungo termine la percentuale di fallimento è pari a oltre l’80 per cento.

La dipendenza è curiosamente riscontrabile anche da quanto accadde nel Moors Valley Country Park (sud dell’Inghilterra) laddove si registravano periodiche aggressioni di scoiattoli che giungevano a mordere i visitatori senza un apparente motivo. Il responsabile del parco notò che ciò avveniva solo nei periodi di siccità e cioè quando era proibito fumare per il pericolo di incendi: si giunse alla conclusione che gli scoiattoli, che in precedenza erano stati visti mangiare i mozziconi abbandonati a terra, diventavano aggressivi perché in crisi di astinenza da nicotina: con un conseguente nervosismo e un’aggressività mai riscontrati in precedenza.
Dipendenza a parte – si fa per dire: è il problema principale – in linea di massima, e per dirla sbrigativamente, tutti i malanni legati al fumo – quando ci sono – si presentano come direttamente e immediatamente percepibili da chi fuma. Questo pensiamo. In altre parole, il fumatore tende a rendersi perfettamente conto se le sigarette che sta fumando gli stiano facendo male, e in che misura. Per quanto eretica e mai ufficiale, questa è anche l’opinione di molti specialisti.
Non c’è dubbio che il fumo diminuisca o complichi l’ossigenazione – dipende ovviamente dalla quantità, non staremo più a ripeterlo – e più di altri se ne accorgono gli sportivi anche se quest’ultimi ne risentono meno perché sollecitano di continuo un ricircolo dell’aria. Il bomber Gigi Riva correva come un forsennato e fumava due pacchetti al giorno, così come il tennista Adriano Panatta: ma se lo potevano permettere, e comunque sono eccezioni al pari dell’olimpionico di salto in alto Patrick Sijoberg, solito fumarsi una sigaretta prima di ogni performance. Ma uno sportivo della domenica, due pacchetti al giorno, li sente eccome. Sostenere che “il fumo riduce notevolmente le prestazioni atletiche” resta in sé una sciocchezza a meno che un tizio fumi appunto come un pazzo: la nicotina, in quantità smodate, restringe i vasi sanguigni sicchè il cuore batte più velocemente perchè il corpo richiede più ossigeno, e va da sè che questo sia un cattivo segno perchè a lungo andare gli organi vengono sottoposti a uno sforzo troppo intenso, soprattutto se a distruggerci al solito basta una rampa di scale o un quarto d’ora di sesso. E’ anche vero che il fumo contiene modeste quantità di monossido di azoto, un vasodilatatore e che in parte controbilancia l’effetto vasocostrittore della nicotina: al punto che la sigaretta, un tempo, era consigliata a chi aveva attacchi di asma. Ma è una argomento che non pare convincente e che però dovrebbe mettere in guardia dall’assunzione dei famosi cerotti o gomme da masticare alla nicotina, prodotti potenzialmente nocivi perchè non controbilanciati da niente: ma su questo, sugli interessi delle multinazionali farmaceutiche, giacchè sono esse stesse che sovvenzionano la maggior parte degli studi anti-fumo mondiali, occorrerebbe davvero aprire un capitolo che porterebbe davvero lontano. La Robert Wood Johnson Foundation, organizzazione non-profit americana controllata dalla Johnson & Johnson – la grande multinazionale farmaceutica produttrice tra l’altro di vari prodotti di cessazione dal fumo – ha investito 34.997.194 dollari nel cartello antifumo solo nel 1996. Questo denaro, usato per la produzione e diffusione d’informazioni contro il fumo, sovvenziona in particolare la Società Americana contro il Cancro; quest’ultima, a sua volta, spende meno del 4% delle sue entrate nella ricerca e impiega moltissimo denaro in campagne antifumo gestite da gruppi privati e registrate sotto la voce “prevenzione”. Lo stipendio del presidente dell’American Cancer Society è il doppio di quello del presidente USA, ovvero 400.000 dollari l’anno.
Ma tornando alla respirazione dei nostri fumatori: il deficit di ossigeno, per gli incalliti, non supera mai il dieci per cento: gli è che i tabagisti tendono a colpevolizzare il fumo anzichè le carcasse che spesso sono diventati. Coloro che smettono, superato il compiacimento iniziale, tendono ad accorgersi che le prestazioni sono quelle di prima o che sono addirittura peggiorate perchè il conseguente aumento di peso – semplicemente inevitabile, se si smette di fumare – sostituisce la nicotina nello sforzare cuore e vasi sanguigni. L’ex fumatore si ritrova spesso affannato come prima ma più grasso e incazzato perchè appunto ha smesso di fumare.
Così ci pare, ma se avessimo voluto difendere i fumatori a tutti i costi circa i malanni del cuore, per esempio, avremmo detto ben altro. Conta il senso della misura, mentre in termini generici non c’è studio allarmista che possa dimostrare che “il fumo provoca malattie cardiovascolari” come c’è scritto sui pacchetti. La ricerca più importante del mondo sul tema dimostra semmai che non esiste correlazione apprezzabile: per gli uomini il rischio arriva a 1.3 (minimo: 2.0) fumando due pacchetti al giorno. Un’altra nota ricerca ha evidenziato addirittura che i non fumatori hanno una frequenza di infarti più alta dei fumatori: ma molte ricerche lasciano il tempo che trovano e così dovrebbe essere anche se i suoi esiti incontrassero il nostro favore. Vero è, in età avanzata e dopo milioni di sigarette, che il fumo può favorire la calcificazione dei vasi sanguigni e comportare disturbi circolatori alle gambe: trattasi delle cosiddette “gambe del fumatore”, conseguenza del restringimento e dell’occlusione delle arterie con evidente dolore nel camminare. Un forte fumatore che abbia questo problema farà bene a calare sotto una soglia di sicurezza, come del resto altre malattie della senescenza potranno richiedergli di fare circa altri piaceri della vita, tipo bere e mangiare smodatamente. E’ anche vero, passata una certa età, che ogni autentica emozione – del sesso neppure parliamo – può favorire un angina pectoris, insomma un infarto: non pare il caso, tuttavia, per scongiurare la morte, di smettere di vivere.
Poi, ecco, c’è la questione dei tumori ai polmoni. C’è un fatto: la maggioranza di essi viene a fumatori, su questo non c’è dubbio. Secondo alcuni è colpa dei depositi di catrame che dopo parecchi anni di tabagismo – e fumando in maniera spropositata, siamo sempre lì – può appunto condurre al tumore. Le citate quantità di fumo tendono a distruggere il sistema di filtraggio che difende i polmoni dalle varie polveri e sostanze tossiche, dunque li rendono più esposti a smog e varie sostanze inquinanti che alla lunga possono appunto portare al tumore. La classica tosse dei forti fumatori deriva da questo cattivo filtraggio che pure può condurre a bronchiti croniche o a enfisemi. Ma, detto così, equivale a dire che bere alcolici porta alla cirrosi epatica o al delirius tremens. Anzitutto bisognerebbe anche dire che l’età media delle persone colpite da tumore ai polmoni è di 72 anni, età nella quale il cancro uccide un terzo delle persone in generale: il solo fatto di appartenere al genere umano – è una statistica anche questa – comporta il 33 per cento di probabilità di avere un tumore prima o poi. Senza, avventurarsi in terreni troppo impervi, occorre inoltre ricordare che l’aspettativa di vita in Occidente è incredibilmente salita e che di conseguenza, complice la crescita zero, vi sono sempre più persone anziane che tristemente contribuiscono alla suddetta media. A questo andrebbe aggiunto che la diagnosi dei tumori in passato era probabilmente sottostimata – sicchè ora svetta – anche perché si tendeva a liquidare gli smagriti e i tossosi come dei tubercolotici finali, soprattutto se fossero stati dei poveracci da seppellire senza troppe cerimonie. Infine, nota curiosa, non mancano studi che basandosi su una comparazione di settantacinque ospedali hanno verificato che il 33 per cento dei casi diagnosticati come tumori ai polmoni erano in realtà qualcos’altro, mentre il 46 per cento dei casi diagnosticati come qualcos’altro erano in realtà tumori ai polmoni. Rileggete la frase.
La maggioranza dei malanni sinora citati, genericamente, viene ammessa anche dalle multinazionali del fumo in maniera automatica e acritica: come visto, mantengono mediamente una politica insopportabile che le porta a convenire su qualsiasi allarmismo – fondato o meno – che le varie autorità sanitarie chiedan loro di condividere. Che gli frega. I dati di vendita intanto sono a mille.
Tornando al senso delle proporzioni, un paragone col vino è pertinente e così pure non lo è. Il famoso bicchiere di vino al giorno – quello che non fa mai male, posto che tutto fa male – potrebbe equivalere in effetti a meno di dieci sigarette quotidiane, ma poi i rapporti cambiano. Venti sigarette non equivangono a due bicchieri di vino: ma almeno a tre. E così via. Allo stesso modo funzionano le incidenze del fumo sul tumori al polmone: se venti sigarette comportano un rischio dieci mentre quaranta sigarette comportano un rischio venticinque mentre dieci sigarette un rischio quattro.
Poi, d’accordo, ci sono quelli che io non bevo e non fumo e non bevo caffè, nella speranza che si rifacciano in altri modi. Potrebbero anche decidere di vivere in campagna lontani dallo smog, e mangiare alla contadina lontani dai conservanti: auguri, anche se nessuna ricerca ha mai dimostrato che pescatori o contadini o anche istruttori di golf vivano mediamente più degli urbanizzati.
Per altre cose nessun dubbio: il fumo ingiallisce i denti, trasforma la voce, invecchia la pelle. Tutto nella giusta scala, al solito: Naomi Campbell è una fumatrice. Claudia Cardinale, da sempre, fuma come una ciminiera e alla sua età ha una pelle invidiata da tutte le donne. Se il futuro è nella genetica, spesso lo è anche il presente.
Il resto sono terrorizzanti sciocchezze. Lo sono i luttuosi elenchi di tumori in ogni parte del corpo, lo sono tutti gli altri moniti che paventano dall’impotenza alla caduta dei capelli. Gli allarmismi secondo i quali il fumo diminuerebbe la fecondità, e altererebbe le gravidanze, pur avendo un fondamento statistico, andrebbero perseguiti per il terrore e l’isteria che generano sulle donne incinte. Molti medici parlano in buona fede o per sentito dire, altri sono ricercatori pagati a suggestione mediatica: profeti di sciagure atti a dimostrarti che non c’è vita dinamica che presto o tardi non ti porti al creatore, in buona sostanza dei menagrami.
Il fanatismo della campagna antifumo s’intuisce anche da come ogni possibile ripiego adottato dal fumatore venga ogni volta demolito. Milioni di persone, negli anni, sono passate a sigarette iperleggere che parevano infumabili ma ecco, sempre nuove ricerche spiegano che non serve a niente. Ce ne sono alcune, neppure da citare, secondo le quali fumare tanto o fumare poco sarebbe dannoso nello stesso modo.
Nelle note del libro si potrà apprezzare una serie di confutazioni scientifiche – non statistiche – atte a demolire altri luoghi comuni che riguarderebbero la nocività di alcuni composti sprigionati dal fumo.

Poi, ecco, come dire: per completezza bisognerebbe anche dire che il fumo può anche far bene. Non solo allo spirito.
Esistono prove tangibili di effetti benefici su alcune patologie. Il British Medical Bulletin del 1996 ne descrisse alcuni: i fumatori hanno una minor incidenza percentuale di tumori intestinali, di diabete, del morbo di Parkinson, di nevralgie al trigemino, di tumori del sistema nervoso centrale; le donne sviluppano meno fibromi dell’utero; fumare durante la gravidanza, poi, riduce i rischi dei disordini ipertensivi.
Il più rilevante e clamoroso dei benefici riguarda però una delle peggiori e purtroppo diffuse disgrazie del genere umano: il Morbo di Alzheimer. Per quanto comprensibilmente sottaciuto, il fumo è l’unico metodo di prevenzione oggi conosciuto per questa malattia. Il New Scientist del 9 ottobre 1993 sottolineò come i fumatori mediamente dimezzano le possibilità di contrarre questo morbo e che, paradossalmente, più si fuma e più questo rischio appare ridotto. Si giunge a incoraggiare i medici affinchè convintano gli ultrasessantenni a fumare, per quanto – scrive la rivista – l’argomento non sia seriamente proponibile per via della campagna anti-fumo. “Val la pena di ricordare – si legge – che la nicotina è l’unica sostanza che offre piacere e che ha un effetto positivo sul cervello. L’alcool non ha queste qualità. Anche la più leggera delle cannabis produce sintomi di paranoia nel 30 per cento dei consumatori”.
Che dire, anche qui? Niente. I benefici del fumo sul morbo di Alzheimer paiono realmente assodati, ma per il resto lascia sbigottiti anche la ridondanza di studi e ricerche anche autorevoli – apparentemente – che anche sostengono qualsiasi cosa anche sui benefici del fumo: e circa la loro affidabilità non pare il caso di avere due pesi e due misure. Il Center for Disease Control degli Stati Uniti, per dire, in una ricerca, ha sostenuto che i fumatori hanno una vita media più corta dei non-fumatori; in un’altra ricerca ha poi sostenuto che i fumatori hanno la vita media di un anno e nove mesi più lunga di quella dei non-fumatori. Così.
Sempre nelle note del libro abbiamo accluso un’altra copiosa seria di studi che dimostrerebbero una serie impressionante di benefici dovuti al fumo. Ma siamo stufi. Non crediamo più a nessuno.
La frase abbiamo letto così tanto sui pericoli del fumo che abbiamo smesso di leggere ha un suo fondamento.
Scientifico.

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