Critica dell’amore. Breve saggio sulle disarmonie naturali

Filippo FacciQuella che segue è la prefazione di Filippo Facci a Critica dell’amore. Breve saggio sulle disarmonie naturali di Giuseppe Rensi, in uscita il 23 novembre per Biblioteca di Via Senato Edizioni. Rensi (1871-1941) era un filosofo già esponente di scuola interpretata da solitari come Martinetti e Tilgher, che parlando di lui, nel 1932, non esitò: “È il migliore scrittore di filosofia che abbia oggi l´Italia”, giudizio lusinghiero quanto probabilmente polemico contro Croce e Gentile che dominavano la scena. Schernito dal fascismo trionfante, emarginato dal neopositivismo e dal marxismo, il nichilismo di Rensi non ebbe scampo e molte sue opere finirono negli scantinati dove riposano per buona parte ancor oggi. Insegnante di filosofia in sedi diverse (a Genova tenne la cattedra di filosofia morale dal 1918 al 1930) fu confinato a bibliotecario sino al 1941 – anno della scomparsa – per insanabili contrasti col regime di Mussolini.
Quella che segue è appunto la prefazione di Facci, e che Facci (Facci sono io che scrivo, ciao) ha inspiegabilmente deciso di inviare a Macchianera prima che ad altri. La ragione probabilmente riposa nel fatto che Egli ritiene essere gli utenti di Macchianera – comunque vada – gente che non ci capirà comunque un cazzo o che non leggerà perché il testo supera le cento parole o che boccerà preventivamente la prefazione (signorino, io la boccio) per nota professione rosicona. Amen.

E basta con questo materialismo storico dell’amore, basta con la convinzione che basti un passo, un urto, un crollo, un cambiamento affinchè il problema dell’amore sia risolto alla stregua di tutti gli altri problemi sociali, ovverossia con la – solita – modificazione dei rapporti economici all’interno della società: come se amore e nutrizione fossero la stessa cosa, come se per esempio un pane e una donna racchiudesse appunto una soluzione. Basta coll’infantilismo socialista e comunista, con l’errore in cui mille volte inciampò l’umanità e in cui mille volte seguiterà a inciampare: l’eterna illusione dei giovani, l’istintiva illusione che il mondo abbia a cominciare con loro e che loro possano ricominciare il mondo. Non possono: sicchè ne abbiamo le tasche piene del loro impeto, del loro vano e ribollente miraggio.

In altre parole: si comincia dai preliminari – anche nelle prefazioni – e quindi siamo costretti a occuparci della prima e più noiosa parte di questo saggio, la parte che Giuseppe Rensi affronta sbrigativamente con l’ansia di chi i preliminari proprio non li regge: perchè vorrebbe, si capisce, fecondare subito la materia. E siccome non c’è tempo da perdere, facciamola nondimeno finita con l’idea che la realtà sia solamente puro atto di spirito in continuo sforzo di sviluppo, traduzione: basta coi crucchi, basta con l’anima tedesca cocainizzata, beccatevi i nostri Guicciardini e Machiavelli, i nostri Vico e Leopardi, evviva lo scetticismo moderno & occidentale, lo storicismo, il relativismo da spalmare su ogni cosa, evviva la convinzione che non esista un autentico corso totale umano – eterno processo dello spirito-atto – ma solo delle diverse civiltà che via via si succedono: ciascuna delle quali muore definitivamente, e i cui valori sono tali solo per essa, ciascuna con la sua filosofia, idee, passioni e volontà, vita e sentimento. Lo sviluppo etico non è cumulativo, non siano necessariamente migliori di nostro padre o dei nostri avi, cominciamo sempre da capo, il migliore dei nostri non è detto che sia eticamente migliore di un greco dell’epoca di Aristotele: e questo non l’ha detto Giuseppe Rensi, e neppure noi, lo disse l’economista Carlo Maria Cipolla.

Ci sono altre cose che Rensi non dice: forse perchè l’espressione riformismo era poco familiare alla sua epoca. Da una parte vi è dunque il materialismo storico degli innamorati di primo pelo, patetici rivoluzionari assetati di assoluto, giovinastri che agognano un rivolgimento da cui rinasca la società dei liberi e degli eguali, piccoli messia convinti che libertà e uguaglianza regneranno solo quando tutto sarà raso al suolo e ogni Bastiglia frantumata. Dall’altra c’è il fallimento storico delle rivoluzioni – aggiungiamo noi – che ipotizza come la Storia più solida, al pari d’ogni storia d’amore pienamente riuscita, sia maledettamente riformista: perchè non c’è passione che non vada regolarmente a schiantarsi contro il principio di realtà, perchè amore e Storia si sono sempre rivelati dei lenti grovigli di compromessi e pratiche, istituzioni e cartacce, valori e interessi: il tutto subordinato a riadattamenti cronici e insopportabilmente lenti tuttavia accompagnati, sin qui, da una sorta di riformismo permanente senza il quale muoiono sia la Storia che l’amore. Serve un passo da alpino, lento e regolare, altrimenti Storia e amore vanno in affanno, si rischiano scontri sociali (schermaglie di coppia) e dittature del vincitore (dispotismo coniugale) sino alla minacciata secessione (separazione) e sovente guerra (divorzio) come non accade quando Storia e amore sono invece governati dalla moderazione: ed è difficile da digerire, per noi passionali. Non ci piace. Noi ex ideologizzati o wagneriani fradici – qualche volta semplicemente stupidi – un amore senza passione lo sentiamo come espiantato di se stesso, agognamo una segreta estasi dell’annientamento e non di rado vorremmo guarire la malattia del vivere con la cura della morte. Vogliamo che Storia e amore siano perturbanti, passaggi verso l’ignoto, essere ninfe e satiri, menadi e amazzoni, dei e animali: vogliamo sedurre Afrodite con la bellezza, Ermes con la parola, Giove con il potere, una donna con la passione.


Ma a Giuseppe Rensi non gliene frega niente. Per il filosofo, la vita oscilla non solo tra dolore e noia – come vogliono Leopardi e Schopenhauer, suoi prediletti – bensì è disarmonia, dissimmetria, squilibrio nonchè teatro di lacerazioni prive di conciliazione. Se la vita insomma non pare granchè, e se la morale e il lavoro non permettono che lo spirito si dispieghi sino a ritrovar se stesso, tantomeno l’amore può tardare al fatale appuntamento col nichilismo: la libertà pienamente realizzata racchiude il conoscere attraverso l’amore, sicchè l’uomo essenzialmente è libertà, e la libertà non è altro che amore: ma quest’ultimo, all’atto pratico, si scontra con alcune irreducibili disarmonie della natura umana. Quali?

Comincia il divertimento.

Gli spiriti maschile e femminile hanno un diverso atteggiamento nei confronti del sesso – dice Rensi – e questo impedisce una soluzione razionale del problema amore: fine della questione. E se ciò pare istintivamente evidente a un qualsiasi adolescente, e parimenti a filosofi della scuola di un Franco Califano, è lo stile argomentativo a dividere la filosofia di Rensi da analoghe conclusioni già vendemmiate in un qualsiasi bar dello sport – se ne esistono ancora – o in qualsivoglia circolo di maschilismo acceso e compagnonesco. Oggi come allora.

Affrontiano gli snodi, dunque.

Quello fondamentale: l’uomo è poligamo e la donna è monogama. L’attività spirituale di entrambi i sessi, dice Rensi, non è diversa: è grandemente diversa. Mentre l’uomo non prova riluttanze morali di alcun tipo, la donna di riluttanze ne muove eccome: per costituzione psicologica. L’uomo – fioccano le citazioni – è portato all’instabilità e la donna alla stabilità, beccatevi Schopenhauer: “L’istinto poligamico dell’uomo (…) gli da la possibilità di trovare una soddisfazione sessuale pressochè identica, e solo diversificantesi per quasi impercettibili sfumature, con un numero indeterminato di donne”. E poniamo pure che sia vero, che la donna sia invero diversa: ma quanto? Risposta: “L’istinto monogamico della donna fa spesso sì che la soddisfazione sessuale sia per lei possibile soltanto con un determinato uomo (…) così da sentire un profondo ribrezzo al solo pensiero di un accostamento sessuale ad un altro”.

Non c’è niente da ridere. Disavventure di segno contrario da parte del lettore – donne che abbiano vinto un profondo ribrezzo e che ugualmente siano riuscite ad accostarsi ad altri uomini – sono rondini che non fanno primavera. Ma quali parassite, quali piante infestanti: le donne sono edere, muoiono laddòve si attaccano, sono realmente capaci di amare un solo uomo per tutta la vita. I poemi omerici citati da Rensi, e che peraltro oggi sono tornati di moda – al cinema – a esser sinceri descrivono delle donne indifferenti all’esser preda di questo o di quello: e forse il Rensi poteva fare a meno di citarci proprio Elena di Troia (Teseo, Menelao, Paride, ancora Menelao) e poteva semmai limitarsi a questa definizione femminile strappata a un commentario dell’Iliade: “Oggetto di possesso, oggetto prezioso, cosa di pregio”. Donna che in ogni caso, ogni volta, pare crederci davvero: ogni uomo sarà l’ultimo.

Le lettrici che frattanto avranno imbracciato la pistola non hanno ancora letto niente. Per contrappasso eccoti l’uomo: nella fisica dell’amore egli agogna ch’ella sottostìa e sia schiacciata, con lui che dunque soprastà, lui agente e lei passiva, lei che è sempre atta a prestarsi passivamente all’amore (insomma sta sotto) giacchè concava rispetto alla convessità maschile: e occorre che tutto questo le piaccia, come parimenti le piace inginocchiarsi davanti all’uomo. Certo. E perchè?

Perchè è una schiava. Lo dice Rensi: “Ella brama brama ed esige di sentirsi dominata e padroneggiata, ha desiderio e bisogno di provar almeno un qualche lontano sentore di schiavitù, vuole sentirsi prigione in mano altrui”. Chiara la spiegazione. Obiettivo della donna è che l’intera sua personalità sia annientata nella dedizione a un uomo, che la sua vita ne sia scolorita e distrutta: ella perde interesse per tutto fuorchè per lui. Quest’ultimo in compenso sarà magnete delll’anima e dei sensi di una femmina che trova nella prostrazione la più intensa delizia: giacchè l’uomo sente, poichè si vede letteralmente adorato, di essere diventato un dio.

Lui è un dio. Lei è una schiava.

Il mestiere del Dio: godere con gioia, restare se stesso, essere il padrone che comanda risolutamente e imperiosamente: è pur vero che la donna si da e l’uomo la prende. Obiezioni?

Questa: che la donna possa esser brutta come il peccato. Poco male, l’uomo la prende lo stesso: “Non vi sono donne brutte. La donna cosiddetta brutta è spesso solo come la musica difficile, che alla prima audizione sembra un accavallamento scomposto di suoni”. E va detto, nell’augurare al Rensi eccellente discografia, ch’egli attribuisce ogni spiegazione sempre alla natura: “Una donna bella può soddisfare sessualmente un uomo brutto o che non le piaccia, mentre un uomo non può soddisfare una donna brutta o che non gli piaccia (…) Occorre che avvenga in lui una certa modificazione fisiologica”. Ditelo con parole vostre. Non sappia il Rensi quanto ci costò, nei momenti difficili, ribellarci alla legge naturale. Con o senza farmaci.

Resta un dato intollerabile. Il Rensi si sofferma lungamente nel descrivere queste schiave e aggiunge che alcune avrebbero in particolare il genio dell’amore, inteso come inarrivabile capolavoro di assoluta dedizione e di passione spirituale inestingubilmente zampillante e mantenendesi sempre sulle vette più alte del rapimento febbrile, della devozione incrollabile, schiave ma parimenti muse, ancelle, gheishe, pupe del boss, femmine che non sono capaci che di amare: il dato intollerabile è che di tali donne il filosofo non non alleghi anche indirizzo e numero di telefono.

Ciò detto, il succitato filosofo proposto a comparazione – il Califano – ridurrebbe tutto a indegna sintesi: 1) gli uomini non pensano che a quello; 2) basta che respiri; 3) le donne sono tutte Elene. Sbrigativo, certo: del Rensi, al Califano, mancherebbe la capacità dimostrativa. Spiega infatti, il Rensi, che la donna è pur sempre cosa di lui che allo stesso modo assicura non solo il piacere dell’uomo, ma il proprio. Peraltro, l’uomo sguazza nella poligamia che è un piacere, “la donna, se non è di un uomo solo, rinnega l’essenza del rapporto medesimo”. Prove? “Spesso donne intelligenti riconobbero questo diritto alla poligamia”. Esempi? Aspasia con Pericle, Livia con Augusto. Nulla di più prossimo.

Colpa di questi tempi grami: domina l’assurdo enorme della – aiuto – uguaglianza dell’uomo e della donna in campo sociale e politico. Schopenhauer aveva già osservato come i ridicoli concetti della dama e della signora – queste venerazioni impastate di galanteria francese e di stupidità cristiano-germanica – sono qualcosa di innaturale che fa ridere alle nostre spalle tutta l’Asia e l’Africa. Diteglielo, a certe femministe che si battono contro l’infibulazione.

Poi c’è l’Oriente: giacchè – la citazione stavolta è di Nietzsche – l’uomo non può pensare che orientalmente circa la donna. E non è un caso che la medesima, da certi diritti, dice Rensi, si difende mani e piedi: anche perchè in caso contrario – nostra postilla – sovente glieli àmputano. Non come da noi, laddove la donna ormai ambisce a occuparsi della cosa pubblica: Chi, al pensiero che la donna che preme sotto di sè fa la deputatessa, non si sentirebbe diventare immediatamente frigido? Qualche nome e indirizzo stavolta potremmo fornirli noi.

Alle donne, oltretutto, piace essere menate. Rensi lo dice chiaramente: essenza del rapporto d’amore è far della donna “quel che si vuole” non rinunciando alle declinazioni della crudeltà già amate da entrambi: opprimere, martoriare, umiliare, disporre a capriccio, brutalizzare, sciupare, ciò in cui affondano le solide radici del piacere sessuale femminile. Non è colpa di Rensi: è la natura. Lo stallone e la cavalla, il gallo e le galline, queste cose: per natura l’amore è sempre imposizione. E’ per questa ragione che ogni uomo trae una voluttuosa eccitazione dal pensiero di violentare una donna, è per questo che i gesti d’amore rivolti dal primo alla seconda – cingere la vita, stringere il braccio, afferrare i polsi – sono pallide rappresentazioni della violenza. La donna deve trarre un’altrettanto viva e voluttuosa eccitazione al pensiero di venir violentata. E’ obbligatorio. Non la contino su, certe avvocatesse: “Una ragazza che passi per una via o una campagna deserta, deve possedere l’istesso senso di voluttà (…) e il pensiero «Se un uomo qui m’assalisse» ”. Se l’è cercato, signor giudice: “Nessun uomo, che non sia un bruto sensuale, molesterà mai una donna, nè di giorno nè di notte, nè in casa nè fuori, se ella non lo invita”.

Le donne, oltretutto, sono tutte – all’eufemismo abbiamo prediletto una gergalità più in linea, più maschia – puttane. Il Rensi dice chiaramente anche questo: non è la miseria che spinge una donna a far mercato di sè, altrimenti ci sarebbe un’equivalente domanda di prostituzione maschile. E non c’è. Dunque la meretricio è un surrogato dell’atavica violenza maschile, è la plusvalenza del suo desiderio, l’adeguamento del proprio impulso al mezzo di soddisfarlo. Nella prostituzione in fondo avviene quel che già avviene nel formarsi d’ogni rapporto normale: la donna è cercata e scelta. E’ tutto così solare, metaforizzabile: se noi non lo comprendiamo immediatamente è solo colpa del nostro tempo corrotto: “In nessun popolo dell’antichità preromana il fatto che la donna si concedesse a tutti era fuori dai confini della costumatezza. La prostituzione presso alcuni popoli aveva addirittura una consacrazione religiosa, il cui bando fu soprattutto opera del giudaismo”. Mancava. Bei tempi, quando nella Roma augustea la relazione con una prostituta era considerata alla stregua di qualsiasi altra; a certo moralismo di oggi resta piuttosto preferibile l’avversione dei greci verso i sofisti: giacchè vendere il proprio insegnamento era ritenuto peggiore che vendere il proprio corpo. “Quando una persona vende la sua bellezza a chi vuol pagarla, la chiamano bagascia. Nella stessa guisa, quegli che vende la sapienza per denari a chi la vuole, si chiama sofista”. D’accordissimo con Rensi. E con Socrate, prima di lui. Con Senofonte.

Tutto ciò premesso, è una catastrofe. Milioni sono le combinazioni, gli amori possibili, le felicità o le infelicità possibili. Quel che è incredibile – spiega Rensi – è che amore e matrimonio siano considerati diversamente da altri rapporti umani: indegni cioè di una prova. Eppure non v’è automobile, radio, motore, macchinismo di sorta che esiga una prova così attenta, delicata, lunga come come il coniugio tra uomo e donna. Ineccepibile. “L’unica prova adeguata – insiste – sarebbe una prova completa (…) in diverse circostanze ripetuta”. La nostra epoca, va detto, non difetta di uomini disponibili a prove anche estenuanti e capillarmente diffuse: è semmai la donna, al solito, a voler restringere i tempi della prova e dell’acquisto finali.

Catastrofe, dunque. L’unione familiare serve normalmente a due scopi: quello dello appagamento del bisogno sessuale e quello della soddisfazione del bisogno di creare una famiglia. Una cosa naturalmente nega l’altra: “Bisognerebbe che la stessa persona che si apprezza intellettualmente e spiritualmente fosse quella medesima che avesse una bellezza incendiante e sferzante i sensi”. E siccome non succede, rispunta Schopenhauer: la monogamia è contro natura, la donna è come un libro di lettura amena: lo si legge con piacere, non lo si rilegge senza noia. “Molti contraggono matrimonio – si amareggia Rensisoprattutto con la mira di non finire la loro vita nell’isolamento e senza lasciare eredità d’affetti”. Naturalmente è tutto inutile, perchè l’uomo poi ridiventa solo come all’inizio, sinchè la sua “società stretta” (Leopardi) vada a sfilacciarsi. E intanto, tra uomini e donne, comunque sia, “la mancanza temporanea di coincidenza sensuale” fa sfracelli. E’ per questo che “le brutture, le iniquità e le tragedie sessuali continueranno a contristare l’umanità”. Tutto qui. Tutto qui?

No. Liquidata la natura maligna, mancano all’appello gli dei. Nella versione pagana, in principio, i sessi erano tre: primeggiavano una sorta di uomini-femmina ed erano terribili per forza e vigore, tanto che giunsero ad assalire gli Dei sinchè Giove decise di spartirli ciascuno in due: da allora viviamo segati come sogliole e ognuno di noi è eternamente alla ricerca del contrassegno di se stesso. Fummo interi: e al desiderio di riunione diamo il nome di amore: lo dice Platone nel Convito. Allo stesso modo è la versione cristiana, la Fraude, la sorgente di tutte le trasformazioni: “Egli creò l’uomo a sua immagine: lo creò maschio e femmina”. Da qui ogni disgrazia, ogni cagione di iniquità. Maschio e femmina, creatori della forza e della tenerezza, entità necessarie all’evoluzione dell’essere completo: la loro separazione è dunque genesi di ogni ingiustizia e disuguaglianza. L’amore esige la coincidenza, l’incontro perpetuo, l’unità che è irrimediabilmente mancante e irraggiungibile: è la contraddizione originaria della vita, quella per cui ciascuno ha bisogno dell’altro da sè, dell’antitesi. Degli altri.

Da qui la mancata soluzione del problema amore: e il caso volle che tale disarmonia toccasse l’apice in una specie (umana) che frattanto aveva annacquato l’impulso sessuale con l’amore spirituale. L’umanità, da allora, sconta con sovrapprezzo l’arcana deviazione. Una fregatura, una frode che, nel complesso, secondo Rensi, ha riservato a una parte della specie l’attivo godimento della procreazione (gli uomini) mentre all’altra (le donne) solo il fardello della gestazione dolorosa.

Un bel quadretto. Quest’ultimo affondo di Rensi, tuttavia, questo suo perpetuo compiacimento nello sfregiare la figura femminile oltre il necessario, questo suo negare al destino materno financo la dignità di chi è meramente insostituibile, questo accanimento, insomma, pare infine – nostro parere – il millesimo indizio di ciò che in questa Critica dell’amore è il convitato di pietra, la grande assente, l’innominabile, la grande rimozione del Rensi: la paura maschile delle donne.

E’ come se il filosofo scambiasse per immutabile fisiologia dell’uomo, assai spesso, ciò che potrebbero invece definirsi sue preferenze caratteriali o addirittura culturali: perchè non è vero – come invece dice Rensi – che agli uomini piacciano solamente le schiave, le contadine, le serve, le operaie: è vero semmai che gli uomini mediamente le preferiscono e se ne rassicurano. Non è vero – come pure dice – che gli uomini non siano mai veramente attratti da una donna di condizione superiore alla loro: è vero semmai che preferiscono dominare, e che parimenti tendono a rifuggire anche le loro pari grado. Non è neppure vero – come sempre dice il Rensi – che un uomo non possa giacere con una donna brutta o che non gli piaccia: andrebbe semmai indagato il perchè non gli piaccia, dunque che cosa, in lei, vada a minare le di lui velleità dominatrici. Si prenda, per licenza, il dissoluto Don Giovanni: il temerario, colui che non teme il fantasma del Commendatore nè quello femminile; egli annovera, nel suo celeberrimo catalogo, ogni variegata tipologia sociale – v’han fra queste contadine cameriere cittadine, v’han contesse baronesse marchesane principesse – e così pure annovera ogni categoria estetica – la bionda, la bruna, la magrotta, la grande, la piccina, la vecchia, la principiante, la brutta, la bella: purchè porti la gonnella – e questo semplicemente perchè non ha paura. Di nulla, nel suo caso: sicchè è un esempio da prendere con le pinze. Ma al pari dello stra-citato filosofo già proposto a comparazione – il Califano – il Don Giovanni non vede come inferiore anche la donna che non lo è. Mai.

Questo fa invece il Rensi, temiamo. Ciò probabilnente fece anche Schopenhauer: il quale, pure, disse che l’affidarsi al responso delle donne poteva rivelarsi cosa utile. Perchè sono sibille – disse – le quali vedono le cose semplici che di norma sfuggono alla vista dell’uomo. Sibille. “Essendo più calme di noi – parole sue – non vedono nelle cose più di quel che realmente c’è, mentre noi, eccitati dalle passioni, vi aggiungiamo l’immaginario”. Troppa grazia: ci pensa il Rensi a tradurre tutto ciò in mera “mancanza di logica” e insomma nel cosiddetto e stranoto “intuito femminile”. Intuito. Qualcosa che sfugge e che sovente portò le donne a “essere ritenute – annota il Rensiesseri che potevano aver rapporto con le forze occulte, sibille o streghe”.

La paura dell’uomo tuttavia cresce con esse. Nel tempo. Tra il 1450 e il 1800, l’ottantacinque per cento delle vittime torturate, e arse vive, erano streghe, erano donne. Sulla fragilità emotiva dei maschi inquisitori di fronte a tali presunte streghe – nonchè sulla scoperta dei primi seri anticoncezionali da parte di quest’ultime, motivo ritenuto sufficiente per sterminarle tutte – si potrebbe aprire un trattato di psicologia spicciola: non ne uscirebbero risparmiate le modalità tecnico-sessuofobiche impiegate dagli uomini per cotanto strazio. Ciò che per il Rensi è dunque e solamente il fardello della gestazione dolorosa, visto di spalle, diviene l’irraggiungibile potere di creare e distruggere la vita entrò di sè: ciò che è negato a ogni uomo quand’anche fosse, di una donna, signore a padrone.

Il genio profetico di Friedrich Nietzsche, per quanto ingenuamente citato da Rensi, aveva già compreso tutto. Nell’insultarla di continuo – gatto, uccello, nel miglior caso vacca – la donna di Nietzsche è sì eterea e soave: ma conserva le sue grazie solo perchè la virilità degli uomini la tengono all’ordine. La donna di Nietzsche vive sì di ninnoli e sciocchezze, ma è anche vero – lo scrive in Al di là del bene e del male – che la medesima “è stata veramente trattenuta e dominata fin qui dalla paura dell’uomo”. Il quale uomo, libero suo malgrado da impegni biologici, frattanto, non ha mai avuto di meglio da fare che badare ai ninnoli propri: il teatrino della Storia e del potere, la rappresentazione di un gioco di vita di morte che in realtà gli è precluso: fisiologicamente. La donna invece della Storia se ne frega, cancella il passato ed è capace di tagli netti che lasciano basita la controparte, ha cose più importanti da fare, vive e conosce il linguaggio del corpo assai meglio dell’uomo – quest’ultimo appeso null’altro che alla propria protuberanza – e partendo da tale consapevolezza è infine capace d’ogni cosa: non del genio, forse, ma ugualmente di una determinazione e di una consapevolezza e di un odio (amore) che un giorno ci spazzeranno via tutti.

Inchinati come siamo al totem tecnologico, e da tempo celebrate le esequie divine – checchè se ne dica – gli uomini-femmina già cari all’era pagana andranno infine a ricomporsi: e saranno terribili per forza e per vigore. Due sessi furono, ne resterà uno solo.

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34 Comments

  1. Devo ammettere che è troppo lungo da leggere… sono arrivata alla prefazione ma mi impegnerò per finire… mi sembra interessante..

  2. micaela, mi premetto di svelarti un mistero : quella di facci è la prefazione. Il libro esce a fine novembre.

  3. micaela, mi permetto di svelarti un mistero : quella di facci è la prefazione. Il libro esce a fine novembre.

  4. “L’uomo si vendica sulle donne tenere di non essere stato amato dalle briccone. Egli chiama questo : essere diventato molto forte.” ” Per un’orribile legge della natura maschile, essere amato da una donna senza amarla ci rende cattivi, e i nostri rimorsi poi, dopo che l’abbiamo stancata, sembrano il rimpianto del contadino che, avendo ucciso il suo cane da guardia a calci, si pente…di essere meno difeso.” “Ho rinunciato a compiangere le donne che amano da quando ho sentito quella donna , la più maltrattata…dirmi:” Egli è molto duro, ma se non ci fossi io, chi si occuperebbe della sua biancheria?” Ed ebbe un sorriso d’indicibile estasi….La invidio quando ci penso e mi ricordo di aver letto…in una lettera … scritta da una donna questa strana frase, che lo faceva ridere, e che mi dà…voglia di piangere : ” Non rimproverarti i miei dolori. Se tu non mi avessi fatta soffrire, non mi avresti conosciuta.” Fisiologia dell’amore moderno -Paul Bourget,1888 o giù di lì…

  5. Yawn. Sono arrivato alla fine ma non ho capito perché bisognerebbe leggere questo libro invece di ascoltare un disco di Califano. Il bello è che anche Facci sembra pensarla così. O forse è un suo subdolo modo per sottolineare un altro merito del Duce, oltre alla bonifica delle paludi pontine e ai treni in orario.

  6. Mai letta una prefazione di un libro di filosofia in vita mia. Se mi interessa l’autore, leggo quello che l’autore ha da dirmi. Rassegnati Facci, hanno chiesto la tua prefazione solo per dare un po’ di visibilita’ al libretto.

  7. si scrive “perché”, con l’accento acuto, non “perchè” con l’accento grave. Speriamo che i correttori di bozze facciano il loro mestiere.

  8. Già che ci sono. C’è un “non” ripetuto e per ultimo non so che armerie frequenti l’autore dello scritto ma difficilmente una pistola si “imbraccia”, piuttosto si “impugna”. Provare per credere.
    La prefazione la trovo pessima nonostante la simpatia (orrore!) che provo per il prefatore.
    Del filosofo non avevo mai sentito parlare, a leggere la prefazione sembra piuttosto modesto.
    Auguri.

  9. volevo scrivere qualcosa sulla relazione che corre tra lo smalto per unghie e la piena dell’Arno.
    Ho le idee ancora un po’ confuse ma una prefazione così potrebbe farmi molto comodo.
    Posso contarci?

  10. Ancora non ho letto questa prefazione. La stampo e poi la leggo con calma.
    Però il post su Oce di Giordanobruno non fa riferimento a questo post, essendo stato scritto parecchie ore prima. Non tratta di filosofia e neppure d’amore. Tratta delle tendenze politiche più o meno confessate o confessabili di FF.

  11. per poter scrivere l’introduzione alla prefazione del libro, sarei disposto a pagare di tasca mia (non sottovaluti le mie risorse economiche, che al limite ci sono gli usurai)

  12. Io l’ho letta tutta (signorina, io la promuovo). Mi permetto di lamentare la mancanza dell’aspetto biologico ovvero la storia che gli uomini siano tendenzialmente poligami perchè in grado di procreare in qualsiasi momento, mentre la monogamia femminile sarebbe funzionale al fatto che durante il periodo di gravidanza e nei primi mesi dopo il parto la donna non è sessualmente disponibile. Da notare però che su questo ultimo punto il Califano nella sua biografia avanza più di qualche dubbio, dimostrando anche con esempi di vita reale di avere brillantemente superato il problema.

  13. Con tutto il rispetto per il Vate: del che talune donne siano sessualmente disponibili financo nel mentre della gravidanza ebbi ad accorgermi.

  14. Tutto questo non tiene conto che le cose sono cambiate e che ora esiste la contraccezione, per merito della quale la donna non ha più bisogno di un uomo che procuri cibo ai suoi figli. Quindi può cambiare come e quando le pare.

    E se è vero che non siamo necessariamente migliori di nostro padre o dei nostri avi, è anche vero che alcune scoperte scientifiche cambiano in meglio l’esistenza di alcuni. La pillola ha cambiato in meglio l’esistenza della donna.
    Quindi il trattato di Rensi sembra datato, anche se non mi stupirei che in epoca in cui si blatera tanto di valori morali, convinca qualcuno.
    E tralascio di evidenziare che questo Rensi probabilmente apparteneva alla categoria dei pervertiti con gravi problemi sadico-narcisistici che credono che il mondo sia popolato solo da donne isteriche-masochiste.

  15. Era una domanda in buona fede. Bastava dire che non le va o non è in grado di rispondere, non c’era mica bisogno di offendere.

  16. Povero Rensi. Solo un’osservazione perla datazione del libro. Le tesi rensiane sull’amore si trovano esposte per la prima volta nelle “Antinomie dello spirito” del 1910. Quindi sono riprese, dopo la svolta scettica, ne “L’irrazionale, il lavoro e l’amore” del 1923. Per quel che ne so, la “Critica dell’amore” è la riproposizione del capitolo di quel libro dedicato all’amore.

  17. E basta con questo scopare in giro, basta con la convizione che basti un passo, un urto, un crollo, un cambiamento affinché ve la possano dare una volta per tutte, ovverosia con la – solita – modificazione dei rapporti economici, cioè scucendo come faccio sempre i 100€ per dieci minuti di scopata: come se amore e nutrizione fossero la stessa cosa, mentre te, maledetta baldracca, guadagli 1000 volte più di me. Basta con il comunismo della passera, con l’errore in cui sono inciampato molte volte e continuerò ad inciampare: l’eterna illusione che una tipa finalmente me la voglia dare, l’istintiva illusione che non sia l’unico al mondo a non scopare, che finalmente possa cominciare anch’io a tocciare il biscotto. Non posso: sicché ne ho pieni i coglioni dei miei ormoni, del loro impeto, del loro vano e ribollente miraggio
    Paolo Mombelli

  18. mi sono inbattuta per caso in questo sito, mi è caduto l’occhio sulla seguente frase:

    “Lui è un dio. Lei è una schiava.

    Il mestiere del Dio: godere con gioia, restare se stesso, essere il padrone che comanda risolutamente e imperiosamente: è pur vero che la donna si da e l’uomo la prende. Obiezioni? ”

    Non vi sembra che siano parole un po’ esagerate e che non portano alla felicità di coppia?

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