Lega amore e fantasia

Tanto per abbaiareDai, dai! Vendiamo il Colosseo! Anzi, Totò e Peppino (però con l’accento bergamasco) lo vendono a un turista ricco, che però è romano… Perché non proviamo a rimescolare le carte, per una volta?

Lega amore e fantasia. L’idea dei leghisti di vendere il Colosseo per ripianare i debiti dello stato è semplicemente meravigliosa e io, con l’amico De Curtis, mi associo di tutto cuore. Meravigliosa anche la reazione del federale di Roma, Storace, che prima s’è incazzato e poi, a mezza voce: “mmm… in caso ce lo potremmo anche comprare noi…”. Allora: Totò e Peppino, che parlano rispettivamente in veneto e in milanese, sono davanti al Colosseo con l’aria affaccendata. Arriva il turista americano, che parla in romanesco ed è Storace: “Chedè, davvero ve state a venne ‘sto coso?”. “Si, sior! Ostia! Certo che lo vendemo! Solo cento zecchin!”. E segue tutto il resto. (Poi voglio anche Totò e Peppino in piazza san Pietro: “Escusè muà, mussier, s’è kwesta kwà la catedràl?”. Però con l’accento bergamasco).

Laziali su Marte. Accordo fra la Regione Lazio e l’Unione Sovietica. In un comunicato congiunto i responsabili dei progetti missilistici dei due Paesi hanno annunciato il lancio, nella prossima primavera, di una capsula spaziale con a bordo un astronauta russo ed uno viterbese. La Storax (il nome della stazione spaziale) orbiterà per un anno e mezzo a trentamila spanne d’altezza, avrà una capacità di carico di milleduecento fojette e svilupperà una potenza superiore alle cinquemila pecore/vapore.

Teatro. “Santa Giovanna Dei Macelli” di Bertolt Brecht in scena a Milano, stavolta non al Piccolo ma a Palazzo di giustizia. La trama è quella di sempre: una serie di speculazioni finanziarie sulla pelle dei piccoli risparmiatori (il “parco buoi”) sfugge al controllo di Mauler e soci, la folla in tumulto minaccia rivoluzioni, ma alla fine tutto torna a posto (tranne i soldi) e l’ordine regna di nuovo a Chicago. Neve, disoccupati, arringhe, pensionati in miseria, poliziotti. Memorabile interpretazione di Tino Buazzelli nel monologo di Tanzi (“Meditate gente, meditate”), buono il Coro dei Giornalisti Economici (“Orsù/ anche tu/ investi su”) alla fine del terzo atto, ottimo il Lamento dei Buoi (“Muuu… Beeee… Ahimè”), peccato per l’assenza della Bocassini (sarebbe stata un’ottima Santa Giovanna), allestimento in complesso non originale (meglio Strehler e Borrelli) ma sufficiente. Alla fine Bondi accusa direttamente la Banca d’America, interpretata da un mefistofelico Adolfo Celi.


Una giornata particolare.
“Caro R., sono Totò del Laboratorio Zeta di Palermo, ricevo ormai da tre anni la catena e ti seguo dai tempi dei Siciliani. Questo è il resoconto della giornata dei rimpatri illegali da Lampedusa verso la Libia, il 6 ottobre. Alcuni di noi erano lì, hanno visto, hanno filmato, hanno fotografato, hanno parlato, hanno gridato. Ma le televisioni e la stampa di qualsiasi colore hanno totalmente ignorato questi fatti”.

Siamo in cinque della rete antirazzista siciliana insieme a Lillo Miccichè, deputato regionale dei Verdi. Arriviamo alle nove del mattino a Lampedusa. Jeep, polizia, carabinieri. Dalle vetrate dell’aeroporto si vede un pezzo del cortile del campo dove sono trattenuti i migranti. Il sole è a picco, fa un caldo estivo. Li vediamo lì fuori nel cortile ammassati sotto l’unico filo d’ombra disponibile, attaccati ai muri. Alle 12 e 20 atterra un cargo militare. Ci sono tre gruppi di uomini, per ognuno circa 50 persone. Quelli del gruppo più vicino al cancello vengono fatti mettere in fila contro il muro. Vengono caricati direttamente sull’aereo, c’è una distanza di soli 40 metri. Ma il trasporto degli uomini dal cancello del campo all’aereo ha tutte le modalità di una deportazione. In fila per due, scortati da uomini in borghese con guanti e mascherine e da carabinieri e soldati in mimetica, i polsi legati da corde di plastica, trascinati quasi di corsa a gruppi di venti.

Miccichè inizia a urlare. Grida che questo è un crimine, che si stanno violando tutte le leggi nazionali ed internazionali, cerca di forzare il cordone dei carabinieri per arrivare sulla pista. Ovviamente viene spintonato e buttato a terra. Scriviamo su un cartello Hurria, libertà in arabo. Ci intimano di metterlo via, non si può comunicare con i deportati. Le nostre voci sono coperte dal rombo dei motori degli aerei, i deportati non possono sentirci anche se ci vedono attraverso i vetri.

Non possiamo far niente. Ne hanno portati via circa 400, più o meno 100 per aereo. Nessuno dice per dove. Alle 15 sono partiti tutti. Il centro ora è quasi tornato alla normalità: “solo” 200 ospiti. A un bar incontriamo due poliziotti che si fermano a parlare. Sono stanchi, ci dicono: ne hanno stivati da 65 a 70 per cargo. Ieri pomeriggio uno ha tentato di impiccarsi e loro gli hanno salvato la vita. Non capiscono il perché di questo gesto. Ma perché le manette, per quei 40 metri? Rispondono che basta guardarli in faccia, questi clandestini, per capire che sono pericolosi e non hanno rispetto di niente.

Nel pomeriggio entrano al Centro Lillo Miccichè, e Ilaria come interprete di arabo e inglese. Li accoglie un odore acre d’immondizia, circa trenta sacchi celesti accatastati tra il cancello e uno dei container-dormitorio. Sono scortati da carabinieri in tenuta antisommossa leggera, in tuta anfibi e manganelli, da poliziotti, da qualcuno in borghese, e dall’interprete di lingua araba del Campo. Vengono presentati a tale signor Scalia, direttore del Campo per la Misericordia di Palermo. Indossa una maglietta rosanero del Palermo “Voliamo in serie A”.

Rivoli di liquame scorrono tra gli spazi che circondano i dormitori, la mensa e i servizi igienici. Il signor Scalia dice che è solo acqua e che hanno fatto spurgare i pozzi sei volte al giorno. 1200 ospiti fino a lunedì, nei container, nella mensa, nei cortili a cielo aperto.

Sull’altro corridoio di asfalto ci sono i servizi igienici. La porta deve restare aperta. Gente che piscia all’interno, alla vista di tutti. Nei dormitori, 20 metri ciascuno con file di letti a castello, ci sono giacigli di gommapiuma gialla, a volte senza niente sopra, a volte con piccole coperte di lana.

Incontrano per primi tre africani. L’onorevole si presenta, comunica ai tre uomini perché si trova lì. Loro si sciolgono in un sorriso nervoso. Iniziano a rispondere alle domande. Si parla in inglese. Sono nigeriani e stanno male. Non si sono potuti lavare, sono arrivati malati. Sono spaventati. Con loro, il 3 ottobre, erano arrivati anche due bambini col padre, ma lunedì li hanno portati via, non sanno dove. Gli è stata comunicata la possibilità di chiedere asilo politico? Rispondono di no. C’è un gruppo di 15 uomini che parlano in arabo. Vengono dalla Tunisia, dal Marocco, uno di 70 anni dalla Palestina. C’è l’interprete arabo del campo. Davanti a lui tutti dichiarano che va tutto bene, che tutti sono gentili con loro e che non hanno bisogno di niente. L’onorevole spiega anche a loro perché è lì. Poi si allontana per visitare il posto di polizia che dovrebbe raccogliere le identificazioni e le richieste di asilo e che – scopre – è completamente inutilizzato da mesi.

Nel container resta Ilaria con l’interprete ufficiale. Lei spiega ai migranti che c’è una violazione dei diritti umani. L’interprete si allontana in fretta e subito dopo torna con le forze dell’ordine. Il capitano e il direttore del centro iniziano a gridare. “Ecco, avete visto cosa avete fatto. Ora uscite… presto succederà qualcosa”. I migranti in realtà sono tranquillissimi. Miccichè chiede di continuare la visita nel campo e invita 4 uomini trattenuti lì, provenienti da paesi diversi, a parlare con lui fuori dal primo cancello. Scortati dall’interprete del campo, e dai carabinieri, parla coi 4 uomini e si fa raccontare le loro storie. Dice loro ciò che farà quando sarà fuori di lì: racconterà quanto siano difficili le condizioni dei paesi di provenienza di chi è trattenuto al centro e si batterà perché escano tutti da lì e possano circolare liberamente in Italia. Una conversazione bella, serena, conclusa in un applauso. Gli altri migranti, ammassati contro la recinzione applaudono i loro 4 rappresentanti, salutano, rimangono lì.

Stefano Pravettoni wrote:

L’anno scorso i tranvieri milanesi non hanno, come ben sai o dovresti sapere, scioperato, bensì hanno deliberatamente bloccato una città. Spendi una tua illuminata parola anche per chi, in tale circostanza, ha cercato disperatamente, a volte senza riuscirvi, di raggiungere l’ospedale per sottoporsi a dialisi. Valutiamo poi se le regole di convivenza civile meritino di essere rispettate sempre o a seconda delle convenienze del caso.

Massimiliano wrote:

Sii corretto… perchè non parli dei 39 bambini uccisi dai, per voi comunisti, SANTI guerriglieri irakeni… quei santi che le due simone si sono affrettate a ringraziare nel loro comizio elettorale l’altra settimana… ipocriti che non siete altro… buffoni. invece di fare battute di cattivo gusto, raccontate le cose come sono… o continuerete a fare come sempre hanno fatto i comunisti: raccontare le notizie a modo loro evitando di dire tutta la verità. vergogna… e questo sarebbe il giornalismo obiettivo di cui parlavi tanto?

Lia Righi wrote:

Queste due ragazze, giovani e belle, anziché sculettare dicendo idiozie in un Grande Fratello qualsiasi, sono andate, nonostante il pericolo, a testimoniare sul posto e con i fatti la loro solidarietà. E se anche lo hanno fatto per soddisfare un’urgenza privata di “fare del bene”, dovremmo ringraziare il cielo che la nostra comunità produca nonostante tutto dei frutti così apprezzabili. Doppiamente fortunate le loro madri, che le hanno viste ritornare sane e salve e che possono guardare con orgoglio a queste figlie.
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