Ustica – Un caso ancora aperto /5

5 – GUALTIERI: NON C’E’ INNOCENZA

Ustica - Un caso ancora aperto (di Annibale Paloscia)L’oscuramento della verità sul disastro avviene attraverso depistaggi, distruzione di dati, testimonianze reticenti e false. Chi ha frodato la giustizia, forse credendo di servire la ragion di Stato, sicuramente ha avuto l’assicurazione dell’impunità. Solo dopo dieci anni, quando la commissione parlamentare stragi – anche per gli stimoli di un’opinione pubblica resa vigile dall’iniziativa dei familiari delle vittime e di un manipolo di giornalisti e avvocati testardi e coraggiosi – decide di occuparsi di Ustica, si muovono le acque e si ha l’impressione che cominci ad aprirsi qualche crepa nella torre dell’impunità. Prima di abbandonare l’inchiesta, senza aver raggiunto alcun risultato utile, il giudice Vittorio Bucarelli incrimina una ventina di ufficiali in servizio quella sera del 27 giugno 1980 ai radar di Marsala e di Licola.
Il clima a lungo stagnante delle indagini non trova più una sponda nell’apatia politica. La commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Libero Gualtieri, rende note nel giugno 1990 le sue prime conclusioni, che presentano uno sconcertante scenario delle bugie di Stato su Ustica. Attaccata a picconate da Cossiga, la commissione va avanti e nel febbraio 1992 trasmette al parlamento un nuovo documento di 64 pagine in cui lancia un’accusa pesantissima: il governo, i pubblici poteri, le istituzioni militari hanno trasformato quella che doveva essere una normale inchiesta sulla perdita di un aereo in un cumulo di menzogne. Per chi ha fatto questo “non c’è innocenza”. Alle 81 vittime del disastro “se ne è aggiunta un’altra: l’aeronautica militare, che per quello che ha rappresentato e rappresenta, non meritava certo di essere trascinata, nella sua interezza, in questa avventura”. Al giudice Rosario Priore, il magistrato che ha ereditato l’inchiesta nel 1990, la commissione riconosce di aver dato dato grande impulso alle indagini dopo che i suoi predecessori non avevano saputo fare di meglio che lasciarsi pilotare dal generale Zeno Tascio, comandante del Sios aeronautica, e processare il presidente della compagnia Itavia perché sosteneva l’ipotesi del missile. Rimangono nel vago le responsabilità politiche. Se non c’è innocenza per i militari, lo stesso giudizio può valere per i politici: presidenti del Consiglio, ministri della Difesa, quelli, in particolare, che per dieci anni hanno coperto la menzogna e sigillato l’impunità.


Contemporaneamente all’evoluzione dell’inchiesta parlamentare, l’indagine giudiziaria prende grinta: alla fine di gennaio trapela la notizia che il giudice Priore ha aperto un formale procedimento penale contro tutto il vertice dell’aeronautica ché ha gestito per dieci anni il disastro di Ustica. Ci sono dentro i quattro generali che nel 1980 avevano le più alte responsabilità nello Stato Maggiore: Lamberto Bartolucci, capo di Stato Maggiore, Franco Ferri, sottocapo, Corrado Melillo, capo del terzo reparto, Zeno Tascio, capo del Sios, il servizio segreto dell’aeronautica. A questa prima fila si aggiungono altri ufficiali che in quello stesso periodo o in periodi successivi si sono occupati del DC9. Tra loro il generale Franco Pisano, capo di Stato maggiore fino al 1990, altri due generali, Domenico Zauli e Giovanni Cavatorta, e il colonnello Gianluca Muzzarelli, che con Pisano firmarono la relazione dell’inchiesta dell’aeronautica su Ustica. Poi, ancora, tra gli inquisiti dal giudice, il generale Giorgio Russo, ex capo del servizio informazioni volo a Ciampino, i colonnelli Adriano Piccioni e Claudio Castelli, collaboratori del radar di Licola. Infine un ufficiale non appartenente all’aeronautica, Federico Benincasa Mannucci, capo per 18 anni dell’ufficio Sismi di Firenze. Il giudice Priore si è interessato di lui indagando sul primo depistaggio. Il giorno dopo il disastro, alle 12,10, una telefonata al “Corriere della sera” annunciò a nome dei Nar, un gruppo armato di estrema destra, che sul DC9 precipitato viaggiava il “camerata Marco Affatigato, un terrorista che era stato legato a quel gruppo ma che poi era passato al soldo dei servizi segreti francesi. Come prova che tra le vittime c’era Affatigato, il telefonista dei Nar indicò che aveva un orologio Baume Mercier.
Era uno strano messaggio perché Affatigato, trasferitosi in Francia dove si era legato ai servizi, era considerato dai capi dei Nar un traditore. Le indicazioni date con la telefonata anonima aprivano quindi il sospetto di un attentato compiuto da organizzazioni di estrema destra contro il DC9 per eliminare Affatigato. Quest’ultimo, ben vivo in Francia, non se ne stette zitto e per rassicurare la madre chiese alle Digos di Palermo e di Lucca di smentire la notizia della sua presenza a bordo dell’aereo precipitato. Il depistaggio non ottenne completamente l’effetto voluto ma servì a mantenere calda l’ipotesi di un attentato terroristico a bordo del DC9, verso la quale si orientò poi la commissione governativa d’inchiesta nominata dal governo presieduto dall’on. De Mita nel 1988. Chi aveva fatto quel depistaggio sapeva che l’aereo era stato abbattuto da un ordigno ed evidentemente aveva calcolato che sui reperti del DC9 sarebbero spuntate tracce di esplosivo: con previdenza aveva prefabbricato un’ipotesi alternativa a quella del missile.
Dopo la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, rispuntò la pista Affatigato. I servizi segreti italiani fecero sapere che il terrorista era coinvolto nella strage, ma questa volta i camerati smentirono fiutando una trappola. I servizi segreti francesi liberarono definitivamente Affatigato dai sospetti. Probabilmente anche il tentativo di collegare Ustica con Bologna attraverso Affatigato aveva lo scopo di dar forza alla tesi dell’attentato terroristico contro quella del missile.
Il colonnello Benincasa Mannucci, dopo le notizie sulla comunicazione giudiziaria inviatagli da Priore, si dichiarò indignato per le interpretazioni lesive del suo onore date dalla stampa e precisò che il procedimento che lo riguarda è motivato da “pretesi dubbi” sull’autenticità di alcuni documenti. L’ufficiale del Sismi era così ritratto in una dichiarazione fatta il 21 novembre 1989 dal generale Pasquale Notarnicola davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta: “Quello è coinvolto in tutte le storie più strane accadute in Italia. Anche se non è un uomo delle liste piduiste è un elemento di quell’aerea, ma nessuno ha mai pensato di rimuoverlo”. La figura di Federico Benincasa Mannucci è stata anche oggetto di un’ interrogazione presentata nel dicembre 1989 dal parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani, il quale voleva sapere la ragione per cui l’ufficiale, dopo l’arresto in Svizzera di Licio Gelli, era andato oltre confine a incontrare il magistrato che aveva emesso il provvedimento.
L’accusa di Priore contro i generali e gli altri ufficiali dell’aeronautica ha ipotizzato falsificazioni e manipolazioni di dati radar per nascondere la presenza del caccia nei pressi del DC9; falsa attestazione e soppressione di atti per far risultare che non erano in volo aerei militari americani la sera del disastro aereo; la mancata presentazione all’autorità giudiziaria di documenti relativi a comunicazioni telefoniche per far scomparire le tracce delle ricerche di aerei e navi degli Stati Uniti; la mancata custodia del registro delle presenze degli operatori radar (che risulta scomparso); la dolosa omissione di informazioni essenziali per la ricostruzione del disastro, non solo nell’immediatezza del fatto, ma anche nel corso dell’attività della commissione d’inchiesta ministeriale.
Il giudice Priore ha informato la Presidenza del Consiglio del procedimento avviato contro il gruppo di ufficiali. Quasi tutti nei dieci anni di impunità hanno potuto completare le loro carriere. Degli alti gradi dell’aeronautica è rimasto in servizio solo il generale Zeno Tascio che il ministro Rognoni, dopo l’iniziativa di Priore, ha spostato dall’ispettorato logistico allo Stato Maggiore dell’Aeronautica: strano trasferimento, considerato che si tratta dell’ufficio che coordina tutte le attività dell’aeronautica e che almeno oggi dovrebbe dare una leale collaborazione al giudice che indaga su Ustica. Il ministro Rognoni ha dato anche un annuncio che ha provocato lo sdegno dei parenti delle vittime del disastro aereo: lo Stato ha deciso di non costituirsi parte civile contro i generali che, innalzando sull’altare una malintesa ragion di Stato e calpestando la giustizia, hanno impedito l’accertamento della verità.

(di Annibale Paloscia)
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2 Comments

  1. Non mi arrendo, anche se nessuno legge questi articoli di detriti putrefatti.
    1. “Chi aveva fatto quel depistaggio sapeva che l’aereo era stato abbattuto da un ordigno ed evidentemente aveva calcolato che sui reperti del DC9 sarebbero spuntate tracce di esplosivo: con previdenza aveva prefabbricato un’ipotesi alternativa a quella del missile”.
    Questa frase è l’emblema dell’assurdità dello scritto che seguitate a pubblicare: le tracce del missile (che non esiste) sono del tutto diverse da quelle di una bomba (che a sua volta non esiste). Quindi il depistaggio ipotizzato nell’articolo (so che c’è il missile e che risulterà dai reperti dell’aereo quindi metto in campo Affatigato e la sua bomba per confondere le acque) è semplicemente un’idiozia.

    2. Lo Stato si è costituito parte civile contro i generali accusati di depistaggio (appena assolti, tra un pò leggeremo come).

    Saluti da Francesco

  2. Pienamente d’ accordo con te, a parte il fatto che ritengo la bomba come causa + probabile.

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