“Sua Emittenza” – Biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi /5

LA BATTAGLIA DI SEGRATE

Sua Emittenza - Biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi (di Claudio Fracassi e Michele Gambino)La battaglia di Segrate (il paese dell’hinterland milanese dove ha sede, in un moderno grattacielo con laghetto, la casa editrice Mondadori) affonda le sue radici non soltanto nella corsa apparentemente inarrestabile del cavalier Berlusconi verso un controllo sempre più massiccio dei mezzi d’informazione, ma anche nella feroce rivalità – affaristica, politica e infine anche personale – tra la cordata craxiana e il gruppo editoriale ScalfariCaracciolo da un lato, l’ingegner Carlo De Benedetti, padrone della Olivetti, dall’altro. I primi erano accusati da Craxi, Martelli, Intini e compagnia di aver costituito un “Partito trasversale” contrario al Psi e alle sue ambizioni: proprio men-tre si preparavano le munizioni per la battaglia alla Mondadori, CraxiGhino di Tacco, riferendosi ad una serie di notizie riportate dall’Espresso e da Repubblica sul presunto fermo a Malindi di Claudio Martelli per una questione di marijuana, inveì sull'”Avanti!” contro «l’ispirazione e l’incoraggiamento dell’unico mascalzone grandissimo, incommensurabile e recidivo» (Eugenio Scalfari, capirono in molti). Quanto a De Benedetti, il fatto che non praticasse un anticomunismo professionale, e non avesse particolarmente familiarizzato con gli uomini della corte craxiana, aveva suscitato diffidenze e gli aveva attirato l’immeritata definizione di «ingegnere rosso».
Fu in questa situazione che, nel maggio del 1988, Carlo De Benedetti si insediò al vertice della Mondadori. E poiché la casa di Segrate era comproprietaria, al cinquanta per cento della società che editava l’Espresso e Repubblica, si cominciò a delineare una alleanza inedita nel settore dell’editoria. L’autonomia del gruppo Espresso era tuttavia garantita, ancora, dalla nomina di Scalfari ad arbitro e garante in seno al Consiglio di amministrazione.
Ma il vero scontro mortale si aprì nell’aprile del 1989, quando Scalfari e Caracciolo vendettero le proprie azioni e il loro gruppo editoriale fu di fatto assorbito dalla Mondadori. Nasceva nel campo dell’informazione una nuova, inquietante concentrazione di forze e di affari: essa comprendeva, accanto al primo quotidiano nazionale, i newsmagazine più venduti – e tradizionalmente concorrenti – Espresso e Panorama, molte altre testate periodiche, il settore librario, la “Manzoni” nel campo della raccolta pubblicitaria. Era il quarto polo monopolistico – accanto a quelli di FiatRizzoli, Berlusconi, Gardini – nei mezzi di comunicazione, e completava la spartizione di quel settore, strategico per la democrazia, tra le grandi famiglie che erano anche proprietarie dell’economia italiana, della finanza e della borsa.


L’iniziativa di De Benedetti e Scalfari – di per sé pericolosa per un pluralistico assetto della carta stampata – si rivelò tuttavia, ben presto, un boomerang. Essa creò infatti le condizioni materiali per un nuovo assalto alla libertà d’informazione, stavolta condotto in prima persona dall’uomo delle televisioni, Silvio Berlusconi. Egli era, per ora, azionista di minoranza, e apparentemente dormiente, all’interno della Mondadori. E anzi si lamentava del trattamento che gli veniva riservato : «Ho chiesto loro di accettarmi come passeggero dell’automobile, non di condurla… Mi è stato risposto di no e, anziché farmi accomodare sul sedile posteriore, mi si investe ogni settimana con articoli ostili, pubblicati sui giornali del gruppo».
Mentre il patron della Fininvest sonnecchiava sul sedile posteriore della Mondadori – ma era ben sveglio altrove, impegnato in una frenetica espansione in altri Paesi (Francia e Spagna, con l’aiuto dei locali governi socialisti) e, in Italia, in ogni campo della comunicazione (cinema, libri, distribuzione, tv, pubblicità) – nelle stanze del Palazzo subiva un ribaltone l’equilibrio politico: Forlani, all’inizio del 1989, scalzò De Mita dalla segreteria democristiana, e poi lo estromise dalla guida del governo, che fu affidata ad Andreotti, con Martelli come vice. Nasceva quell’accordo di ferro tra Craxi, Andreotti e Forlani che prese il nome di Caf: era, insieme, un patto di potere per il futuro (in vista della distribuzione, nella successiva legislatura, delle cariche di Presidente della Repubblica e presidente del Consiglio) e un patto di spartizione totale per il presente. Il Caf partì all’attacco di ogni carica, centrale o periferica, politica o bancaria, di ogni posizione di apparente autonomia. Secondo la logica del Caf furono assegnati i posti di direttore nei giornali, nelle agenzie di stampa, nella Rai. Il Caf pretendeva il controllo di tutto, e ogni giorno sull'”Avanti!” il direttore Antonio Ghirelli lanciava i suoi corsivi contro il Ptr (Partito trasversale di Repubblica), considerato indocile e ancora non allineato. Era, per molti aspetti, uno scontro che si combatteva con motivazioni, strumenti e uomini di Palazzo. Lo teorizzò il vice-presidente del Consiglio Claudio Martelli, che spiegò da par suo quali erano i concreti interessi in gioco: «Senza accesso ai media il politico non agisce, non comunica, non esiste. I media hanno il potere di innalzare o distruggere una carriera, un’idea, perfino un partito politico…». E tuttavia la battaglia riguardava un bene più grande, la libertà d’informazione, che era affare di tutti.
L’attacco di Berlusconi alla Mondadori si sviluppò nel dicembre del 1989, e fu preparato – a quanto si seppe – da un adeguato lavoro al corpo di Luca Formenton, ago della bilancia in seno alla società. Alle ore 17 del 25 gennaio 1990 il Cavaliere si insediò alla presidenza della Mondadori. Si formava così un monopolio senza precedenti nel mondo civile, nel campo della comunicazione: esso si estendeva dalla tv, al cinema, ai libri, ai giornali, al controllo pubblicitario. Esso era, per di più, un monopolio legato mani e piedi ai gruppi di potere dominanti: era insieme un loro strumento e un loro ispiratore. Aveva accesso illimitato al credito bancario, controllato politicamente (e ciò lo metteva in condizioni di dipendenza); ma nello stesso tempo era in grado di costruire dal nulla un personaggio – si pensi alla carriera di Vittorio Sgarbi – di appoggiare campagne politiche, di orientare l’opinione pubblica, le sue scelte politiche, la sua cultura. Quanto alla posizione strategica del nuovo Grande Fratello, essa fu ben definita da un raffinato intellettuale del momento, l’onorevole Paolo Cirino Pomicino: «Berlusconi è uno dei grandi imprenditori di questo Paese, e non mi sembra abbia mai legato la propria posizione a questo o a quello. Ha una serie di amici autorevoli, naturalmente: e tra questi ci sono certamente anche Craxi, Andreotti e Forlani…». Gli fece eco il solitamente prudente Fedele Confalonieri, che rivelò brutalmente il programma Fininvest: «La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti l’accettazione delle libertà».

IL CAVALIERE BUONO

L’arrivo di Silvio Berlusconi a Segrate, tempio dell’editoria italiana, avvenne nello stile dell’uomo. Un suo collaboratore lo aveva messo in guardia contro quell’agglomerato umano «pieno di belve comuniste». Sua emittenza decise di conquistarlo con una esibizione di potenza e insieme di magnanimità, così come gli era ben riuscito con i Milan club. Quei giorni sono stati ben raccontati da Claudio Bernieri, giornalista dell’Europeo. Berlusconi cominciò con l’invitare a cena, gruppo dopo gruppo, tuffi i giornalisti nella sua villa di Arcore. I presenti avevano diritto, nell’ordine, a: 1. Una cena, alla presenza del padrone, che scherzava amabilmente e raccontava barzellette; 2. Un regalino, del tipo orologio da tavolo, set di pennarelli in fodera d’argento, orchidea d’argento (per le direttrici dei periodici femminili), biglietti per le partite del Milan; 3. Visione e ascolto del Berlusconi medesimo mentre si esibiva al piano nell’esecuzione di “Après l’amour” di Charles Aznavour; 4. Visita alla reggia di Arcore, con sosta nella cappella, così raccontata a Bernieri da un vice-caporedattore di “Grazia“: «Berlusconi ha schiacciato il bottone, come nel film “Il caro estinto”, e s’è diffuso, preregistrato, un bellissimo canone mortuario di Bach. Qui lui si confessa e fa la comunione come vuole la mamma».
In Mondadori Berlusconi si presentò un giorno a mangiare alla mensa aziendale e, con delizia delle cameriere, pagò di tasca propria («Com’è il rancio, caporale?» «Ottimo e abbondante, signor colonnello»). Accadde poi che un fattorino dell’ufficio-posta, dopo la vittoria del Milan a Napoli, compose un poemetto e lo spedì al quinto piano, dove il presidente si era insediato. Dicevano i versi, denominati “L’Inno al Lambro”: «S’udiva intanto dalle curve armate / un urlo che arrivò sino a Lambrate / era un lieto presagio del tre a zero / e il Milan mormorò: non passa lo straniero!». Ammirato, il presidente mandò a chiamare il fattorino e conversò amabilmente con lui e con un altro commesso. Il fattorino così raccontò, poi, quell’indimenticabile incontro: «Ci ha parlato del Maldini che arriva in campo scoppiato per colpa della morosa e di quell’altro centravanti che ha le emorroidi. Io gli dico : “Dutur, non ho mai visto nessuno che scende in mezzo al popolo come lei”. Mi risponde: “C’è qualcuno che gli dà fastidio la mia popolarità, ovvero certi giornalisti con la puzza sotto il naso”».
La conquista di Segrate era tuttavia solo una nuova tappa nell’espansione del potere di Sua emittenza. Forte del patto di ferro stretto con il Principe politico, il padrone dell’informazione puntava ad un ulteriore rafforzamento: «Credo che i gruppi editoriali italiani debbano espandersi ulteriormente, e ciò è in contrasto con le manifestate volontà di porre tetti allo sviluppo. Questo significa tagliare le ali ai gruppi, guardando soltanto a problemi di cortile, anzi di pollaio! Quest’atteggiamento sconsiderato deve mutare!».
L’ordine era dunque dato, contro ogni progetto di normativa anti-trust. Prendeva corpo l’assalto decisivo: quello che avrebbe portato alla consacrazione per legge del monopolio dell’etere e della pubblicità, sotto il nome di legge Mammì.

UNA LEGGE SU MISURA

L’ascesa finanziaria ed editoriale di Berlusconi, come questa biografia è venuta dimostrando, si è svolta sotto un duplice segno: l’assenza, o l’elusione, delle regole e delle regolamentazioni; la protezione politica craxiana, che assicurava, nei momenti decisivi, l’impunità, rendeva possibili i grandi finanziamenti bancari, preparava le condizioni e le alleanze per la conquista di nuove posizioni. Tutto il contrario, cioè, della filosofia ufficiale proclamata dal Cavaliere, quella della “sana imprenditoria” e del “libero mercato”. Mai concentrazione finanziaria in Italia, in realtà, godette di un così ferreo protezionismo. A questi fini era stata funzionale, per tutto un periodo, l’assenza di una moderna normativa anti-monopolistica, così come prevista, sotto diverse forme, in tuffi i Paesi occidentali. Quella dell’“etere selvaggio” e dell’applicazione nel settore delle norme regolatrici di uno Stato di diritto è stato per lungo tempo un caposaldo della filosofia berlusconiana: «I nostri politici stanno fieramente meditando di darci presto una bella legge sulle televisioni private. Io, invece, sono convinto che non c’è bisogno di alcuna legge, perché il mercato ha in sé tutti gli anticorpi necessari per provocare un’autoregolamentazione». E ancora: «Sento dire che la pubblicità va disciplinata. Questi discorsi si ispirano ad una logica dirigistica, per non dire autoritaria, del tutto inaccettabile. Ancora più aberrante è l’idea di imporre un tetto artificiale al circuito pubblicitario dei circuiti televisivi nazionali».
Con l’avvento al potere del Caf, tuttavia, Sua emittenza poteva permettersi di cominciare a cambiare la sua filosofia. Conquistato il predominio assoluto nella comunicazione, la Fininvest aveva a portata di mano l’obiettivo massimo: quello della «legalizzazione dell’esistente», cioè dell’imposizione per legge del monopolio. Fu questo l’oggetto del braccio di ferro svoltosi attorno alla normativa che prese poi il nome di “legge Mammì. Da una parte, per la prima volta, si cercava di mettere ordine democratico nella giungla dell’etere, di limitare le posizioni monopolistiche, di garantire la concorrenza nel campo della raccolta pubblicitaria. Dall’altro, si cercava di cogliere l’occasione per dare il sigillo definitivo, e legale, alla posizione di predominio conquistata da Berlusconi proprio grazie all’assenza di regole e alle protezioni politiche. Da questo punto di vista ogni norma che si proponesse di modificare l’inaccettabile situazione di fatto era definita volta a volta «un abuso», «un sopruso», «una misura sconsiderata». Così accadde per l’emendamento, votato a maggioranza dal Senato, che vietava le interruzioni pubblicitarie dei film (come nelle tv di molti altri Paesi).
Silvio Berlusconi considerò quella misura un affronto personale: «Dopo il voto al Senato sulla legge Mammì il nostro stato d’animo è d’indignazione. Siamo affranti, per questa decisione. Sì, siamo affranti perché crediamo di aver svolto in Italia un ruolo importante, in questi ultimi dieci anni, migliorando, attraverso la televisione commerciale, la qualità della vita della gente e il tasso di democrazia…». In soccorso della Fininvest, naturalmente, si mosse l’intero rullo compressore craxiano. Si lamentò il capogruppo dei senatori Fabbri (destinato con gli anni ad essere promosso a ministro della Difesa) : «E’ stato un colpo di mano furbesco e politicamente grave». Si scatenò personalmente Bettino Craxi: «La legge contiene norme assolutamente irragionevoli… Il taglio degli spot è irragionevole e danneggia anche il cinema. Così com’è la legge Mammì non passa».
E tanto avvenne, in era di Caf trionfante. Negli unici punti positivi che limitavano il monopolio e l’indiscriminata raccolta pubblicitaria, la legge fu emendata alla Camera, e poi imposta con una raffica di voti di fiducia. Ciò costò le dimissioni dal governo Andreotti dei ministri della sinistra Dc, che si era unita alle sinistre nella battaglia di libertà. Ma il Principe a tre volti marciava come un treno. Nel Transatlantico di Montecitorio il messo Fininvest Gianni Letta si muoveva da padrone. Commenterà Beniamino Andreatta: «Non ho mai visto una lobby sfacciata come quella che sostiene Berlusconi in Parlamento».

(di Claudio Fracassi e Michele Gambino)
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1 Comment

  1. Queste sono alcune di quelle cose che anche se conosci benissimo ogni volta riescono a stupirti, come se durante la lettura si perdesse quella coscienza che si riacquista poi finito il capitolo. Mah.

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