Il caso Moro /5

CAPITOLO V

Il caso <b data-recalc-dims=Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)” align=”left” hspace=”4″ vspace=”2″ />Martedì 2 maggio

Sulla rivista O.P. Carmine Pecorelli, un giornalista iscritto alla P2 e portavoce di alcuni settori dei servizi segreti, definisce l’agguato di via Fani: “Il segno di un lucido superpotere”. Per Pecorelli “le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”. Per alcuni dei terroristi egli prevede “trattamenti di favore quando la pacificazione nazionale sarà compiuta”.
Pecorelli mostra di sapere molte cose sul caso Moro, forse troppe. Al punto che i magistrati impegnati nel quarto processo Moro rileggeranno con attenzione tutte le vecchie annate di O.P., alla ricerca di nuovi spunti di indagine.
Parecchio tempo prima dell’agguato di via Fani Pecorelli già scrive su Moro…Bondo”, fa un oroscopo in cui prevede per il politico democristiano la morte dopo una lunga detenzione: commissiona e pubblica una vignetta in cui Moro ha falce e martello appuntati sul petto; sembra conoscere fin dall’inizio i retroscena: “Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro – scrive Pecorelli dopo il sequestro – non ha niente a che vedere con le Brigate Rosse tradizionali. Il commando di via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana. Curcio e compagni non hanno nulla a che vedere con il grande fatto tecnicistico politico del sequestro Moro. E ancora: “Il caso Lockheed e l’agguato di via Fani sono due episodi di stabilizzazione ad altissimo livello, episodi di solito trattati dalle reti internazionali dello spionaggio”.

Il 23 maggio del 1978, sul primo numero dopo l’uccisione di Moro, O.P. pubblicò una sibillina cronaca del ritrovamento del cadavere: Pecorelli si soffermò sul muro al quale era addossata la Renault rossa: “Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma; ho letto in un libro che a quel tempo gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi”. Quell’accenno a schiavi e prigionieri che combattono nell’arena, piazzato nel mezzo di un articolo che parlava d’altro era allora incomprensibile. Diventò trasparente dopo la scoperta di Gladio. Chi altri, se non i gladiatori, “combattono nell’arena” tra di loro?
O.P. è anche il solo giornale a scrivere dei rapporti tra criminalità organizzata e Br intorno al sequestro: la magistratura inizierà ad occuparsene molti anni dopo.
Scriveva Pecorelli nel numero del 17 ottobre 1978, alcuni mesi dopo l’uccisione del presidente della Dc: “Il ministro di polizia (Cossiga, N.d.R.) sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero Moro, dalle parti del ghetto… perché un generale dei carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza”. Continuava Pecorelli: “Il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto… magari fino alla loggia di Cristo in paradiso (la massoneria, N.d.R.).


Ed ecco, sempre secondo Pecorelli, la risposta di Cossiga al generale dei carabinieri: “Abbiamo paura di farvi intervenire perché se per caso ad un carabiniere parte un colpo e uccide Moro, oppure i terroristi lo ammazzano, chi se la prende la responsabilità?”.
Il fatto che le forze dell’ordine avessero individuato la prigione di Moro durante i giorni del sequestro ha avuto, nel corso di questi anni, diverse conferme: l’ultima, a sorpresa, dallo stesso Cossiga: il 10 giugno scorso 1991, poco dopo la riesumazione delle rivelazioni di Pecorelli fatta da “Avvenimenti“, il presidente rivelò che reparti speciali degli incursori della Marina erano stati sul punto di intervenire “dove si era convinti di aver trovato la prigione di Moro; Cossiga parlò anche di un ufficiale medico che si era offerto “per fare scudo a Moro col suo corpo durante l’assalto alla prigione Br.

Cossiga, ascoltato a lungo dalla commissione di indagine sul sequestro Moro nel maggio del 1980, non aveva parlato di questo e di altri episodi. L’“eroico” ufficiale medico citato da Cossiga è Decimo Garau, istruttore di Gladio, che al giudice di Venezia Carlo Mastelloni ha confermato le rivelazioni di Cossiga; Garau ha anche detto che il reparto incaricato di liberare Moro si allenò nei giorni del sequestro all’interno della caserma del Rud (Raggruppamento Unità Difesa) di Cerveteri; che è, come si è poi scoperto, il centro di addestramento degli uomini della specialissima e segreta “sezione K” del Sismi. C’è anche una coincidenza impressionante: Garau e i suoi si addestravano tra i casolari della Tolfa, a nord di Cerveteri; nelle suole delle scarpe di Aldo Moro i periti hanno trovato terra proveniente proprio dalla zona della Tolfa. E ancora: “gli incursori si esercitavano in operazioni di esfiltrazione” immaginando che il sequestrato venisse rinchiuso in una cassa; si tratta proprio del metodo usato dai brigatisti per trasportare Moro nel loro covo subito dopo il sequestro. Si ricorderà che il colonnello Guglielmi, l’uomo che ritroviamo “casualmente” la mattina del 16 marzo 1978 a pochedecine di metri dal luogo in cui viene sequestrato il presidente della Dc, apparteneva alla “sezione K”.

Pecorelli, l’uomo dei misteri, venne ucciso nel novembre del 1979 da un killer mai identificato. Due mesi prima aveva scritto: “Torneremo a parlare di questo argomento (il caso Moro, N.d.R.), del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbotto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all’operazione, del prete contattato dalle Br, della intempestiva lettera di Paolo (il papa, N.d.R.), del passo carraio al centro di Roma, delle trattative intercorse”.
Tra le cose a cui accenna Pecorelli alcune non sono mai entrate nelle indagini. Si tratta probabilmente di quella “zona d’ombra” del caso Moro conosciuta solo da pochissimi di coloro che allora ebbero un ruolo nella vicenda. Tra le molte carte sparite ci sono anche quelle di Pecorelli: secondo una nota inviata alla commissione Moro dal comando generale dei carabinieri molto materiale venne sequestrato in casa e nell’ufficio del giornalista dopo la sua morte. Ma nessuno è in grado di dire che fine abbia fatto.

Mercoledì 3 maggio, ore 17

In piazza Barberini, sotto un bel sole, Mario Moretti incontra Morucci e la Faranda e comunica loro la decisione di uccidere Moro. I due sono contrari, ma non c’è più nulla da fare.

Venerdì 5 maggio, ore 10

Le Br diffondono il comunicato numero 9: “A parole non abbiamo più niente da dire alla Dc… Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato”.

Lunedì 8 maggio, ore 11

Un brigatista telefona a un parroco della Val di Susa e gli chiede di riferire ad Eleonora Moro che “Il mandarino è marcio”. E’ l’anagramma della frase “il cane morirà domani”.

Martedì 9 maggio, ore 10

Il cadavere di Aldo Moro viene lasciato dai brigatisti nel cofano di una Renault 4 rossa, in via Caetani, a uguale distanza dalle sedi della Dc e del Pci (*). Il presidente della Dc è stato ucciso, dopo che i brigatisti gli hanno ordinato di rannicchiarsi nel portabagagli dell’auto, da una raffica di pistola mitragliatrice Skorpion al petto e da due colpi di una pistola calibro 9. L’esecuzione materiale è stata attribuita in diversi processi a Prospero Gallinari, ma esistono dei dubbi sul fatto che sia stato realmente lui a sparare. E’ solo l’ultimo dei misteri del caso Moro: a distanza di quattordici anni e di quattro processi non ci sono certezze su nulla di ciò che riguardi il più traumatico omicidio della storia italiana del dopoguerra. Anche per questo, all’ombra del caso Moro, si gioca ancora oggi una partita dai contorni non sempre decifrabili.

(di Sergio Flamigni e Michele Gambino)
Via Caetani - Via delle Botteghe Oscure - Piazza del Gesù(*) In realtà questo passaggio del racconto contiene un’imprecisione: magrado per anni i cronisti abbiano riportato l’aneddoto del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in un luogo che si trovava ad eguale distanza tra le sedi del Pci e della Dc, come si evince dalla piantina allegata, ciò non risponde a verità: via Caetani non è affatto equidistante da via delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. Resta comunque nelle vicinanze di entrambe (motivo per cui, probabilmente, dal punto di vista giornalistico, la dicitura “nei pressi” è risultata meno accattivante di “equidistante”), ma risulta più vicina alla prima (della quale è una traversa) che alla seconda. In ogni caso, per arrivare a via Caetani partendo da Piazza del Gesù e facendo tappa forzata in via delle Botteghe Oscure, si percorrono a piedi in totale solo 204 metri (N.d. Gianluca Neri).
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7 Comments

  1. Gianlu’, in confronto al casino successo per le liste (vecchie, unte e bisunte) della massoneria, le reazioni a questi tuoi post sono sconfortanti.
    La vagonata di cacchiate mediatiche successe da fine ’93 ad oggi ha cancellato la memoria ad un’intera generazione. Che non conosce Moro e Berlinguer, che non apprezza la complessità della politica e dell’economia e che si affida a nani liftati.

  2. A Giallù, nun t’azzardà a smette de pubblicà ‘sto libbro che ce l’avevo e l’ho perso, e che con piacere sto a rilegge ogni giorno.
    Grazie
    Giancarlo

  3. Domanda: “Sei stato tu?”
    Risposta: “Si”
    D:”Si è detto che era Gallinari”
    R:”No. Non avrei permesso che lo facesse un altro.Era una prova terribile, uno si porta la cicatrice addosso per la vita”
    D:”Tutte le sentenze hanno indicato Gallinari e lui non hai mai smentito”
    R:”Perchè Prospero ha sempre visto, come tutti noi, l’aspetto politico. E in questo quel che aggiungo ora non cambia niente. Io ne parlo per la prima volta, non l’ho mai fatto neppure con i compagni. Non è nostro costume. Ma stavolta è diverso, non mi pare onesto lasciare all’infinito un peso su altri, anche se politicamente e giudiziariamente non conta. Quando ho deciso di fare con voi questo lavoro sugli anni della lotta armata, ho deciso di non tacere più nulla, e prendermi le mie responsabilità senza lasciare non dico zone oscure, ma neppure ombre.”

    Mario Moretti, “Brigate Rosse, una storia italiana. Intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda”, Baldini e Castoldi, Milano 2000

  4. Zanna, ancora migliore e’ la deposizione di Maccari, che era con Moretti, ma non sapeva come era stato ucciso, non sapeva dei fazzoletti e non sapeva della posizione del corpo rispetto alla direzione dei colpi.

  5. Fabrizio, forse sono stato frainteso. Ho postato l’estratto dell’intervista di Moretti perchè credo che, almeno per quel che riguarda la morte di Moro, è chiaro chi ne è responsabile. Abbiamo una persona , Moretti, che se ne assume l’intera responsabilità. Lo stesso Maccari, a differenza di quanto dici, conferma quanto detto da Moretti
    (http://www.almanaccodeimisteri.info/audizioneMaccari21gennaio.htm#mac). I “non ricordo” di cui parli a mio avviso non sono così gravi, tenendo presente il lasso di tempo che intercorre tra l’audizione di Maccari e l’uccisione di Moro.

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