Tara-ta-tan! Torna l’Indipendente

Tanto per abbaiareUn giornale fighetto, fatto per portare il giornalismo inglese a Roma, che in un pomeriggio diventò l’organo dei Longobardi. Ora riapre come giornale di governo…

L'IndipendenteGiornali. Torna (coi soldi e il sostegno di un partito di governo) l’Indipendente, il famoso giornale liberal che doveva portare in Italia l’aplomb del giornalismo britannico. Il primo direttore, una dozzina di anni fa, era un signore di cui non ricordo il cognome, che era comunque bellissimo e doppio, italo-scozzese. Costui si fece fare una testata identica a quella dell’Indipendent di Londra, con solo – a malincuore – una “e” in più. La riunione di redazione si faceva alle cinque in punto, davanti a una tazza di tè. C’era una colonna sul campionato (inglese) di cricket e i commenti politici erano del tipo “per quanto diversamente opini l’onorevole Tale…”. I personaggi politici allora – almeno a Roma – si chiamavano “Lo Squalo”, “Er Pecora”, “A-Fra-Che-Te-Serve” e roba del genere. Questa faccenda durò un paio di mesi, con redattori in cachemire e nodi di regimental stretti alla gola. Poi successero un sacco di cose e tutte in una volta, il capo dei figiciotti romani diventò un intellettuale lib-lab, un sassofonista di Varese sentì parlare dei Celti, il capo del Pci cominciò a baciare sua moglie pubblicamente, la moglie del dottor Mario Chiesa andò a trovare un ufficiale dei carabinieri, le folle portarono in trionfo (scambiandolo per chissàchi) il figlio di Mario Segni. Saltò fuori Sgarbi. Mancava solo Helmuth Berger travestito da Marlene Dietrich travestita a sua volta da Helmuth Berger. E insomma, “grande è la confusione sotto il cielo e la situazione è eccedente”.

In questo Gotterdammerung generale, naturalmente fu cataminato a testa in giù e gambe all’aria pure l’Indipendente: il quale dal pomeriggio alla sera, con le tazzine da tè ancora calde, si trovò improvvisamente trasformato da newspaper britannico a Organo de Noantri, e precisamente di una specie di dopolavoro partitico (con scritte rigorosamente in dialetto) il quale si proponeva di distruggere Roma, ripristinare il regno longobardo, vendicare Vercingetorige Brenno e gli altri Galli e nel frattempo ammanettare o impiccare tutti i ladri, cioè tutti i politici esclusi quelli di Varese.

Le articolesse politiche divennero rapidamente appelli incendiari al popolo per fare piazza pulita con ogni mezzo; il cricket fu sostituito dal lancio del tronco d’albero o della scure (sport celti); piazza Montecitorio diventò la gheenna biblica Roma Ladrona; e via con tutto il resto. Il direttore italo-britannico si accorse, dopo due giorni, che forse qualcosa era cambiata. Si alzò dalla scrivania, chiamò un tassì, parti per destinazione ignota e da allora non fu più mai visto. Tutti gli altri giornalisti rimasero flemmaticamente ai loro posti, con l’unica avvertenza di togliersi cilindri e bombette e calcarsi invece sulla fronte coppole, cappelli a cono e altri copricapi briganteschi (l’unico che se ne andò fu un mio amico, solidale con l’Inghilterra e un poco sconcertato dai rutti e dagli altri rumori fisiologici con cui ora obbligatoriamente iniziavano le riunioni di redazione).


Seguirono anni di rivoluzionie e di lotta, che come tutte le cose del genere in Italia alla fine approdarono a un ministero. Ministri, sottosegretari, direttori di enti, capiservizio, capiredattori, inviati… Roma ladrona assorbì, come sempre, anche questi longobardi (non fu Furio Camillo a salvare Roma dai Galli: dettero loro, semplicemente, un sottosegretariato) e l’Indipentente celtico continuò serenamente a distribuire paghe. L’unico problema, non previsto da alcuno nè al Foreign Office nè all’orda longobarda, era che i giornali, per vivere, ogni tanto debbono essere anche letti da qualcuno. Difatti, se guardate bene davanti a quei chioschi che si vedono in giro per Roma e vendono grattachecche, Cd, giocattoli per bambini e simil-vasi cinesi, osserverete a volte un cittadino che si avvicina, contratta qualcosa con l’edicolante, gli dà delle monete e poi si allontana stringendo in pugno qualcosa di rettangolare e stampato, detto giornale. Ecco: questi qua si chiamano “lettori” e, per quanto possa sembrare strano, hanno qualcosa a che vedere coi giornalisti, l’Indipendente, i giornali e tutto il resto. Questo dato, purtroppo, all’Indipendente – nelle sue molteplici traversie – era ignorato. Così che alla fine chiuse, lasciando redattori e tipografi liberi di fare una brillante carriera politica (se avevano amici importanti) o di finire in mezzo a una strada (se non ne avevano).
Adesso, all’inaugurazione dell’Indipendente révenant, c’erano tutti ma proprio tutti: l’eccellenza Fini, l’eccellenza Storace, la marchesina Figueroa-Dallinfretta, il cardinal Giordano, il Ministro alla Concussione Pubblica e quello alle Faccende Loffe, l’Ambasciatore di Paranà, i direttori dei sei Tiggì, Gad Lerner, e tutta la Nobbirtà Capitolina. Mancava solo quello là, il lettore, che nessuno (non conoscendolo) aveva mica invitato.

Attenzione, Beware, Attention, Achtung. “In questo pianeta è vietato inquinare. I viaggiatori inquinanti sono pregati di accomodarsi nell’apposito pianeta fumatori (il terzo a partire dalla testa del sistema)”.

Spot. “Abbiamo rinnovato il sito, con documenti, articoli, attività della Fondazione Caponnetto, libri e vignette. Interventi e articoli di Massimo Del Papa, Nando dalla Chiesa, Saverio Lodato, Marco Travaglio, Barbacetto, ecc. A parte questo, stiamo promuovendo una serie di incontri pubblici e nelle scuole sui valori della legalità e della giustizia, in collaborazione”.
Bookmark: www.antoninocaponnetto.it

alessandro.paganini@cheapnet.it wrote:

Non ho più voglia di scrivere ai giornali. Intanto, mi sembra che sia già state dette e fatte cose così gravi, senza che ne sia scaturita una reazione importante, che non serva altro. Le prove di una situazione agghiacciante di illegalità, crimini di guerra, corruzione, ci sono tutte. Chi ne è cosciente non necessita d’altro: agisca subito anche con piccole azioni di consumo responsabile, con l’associazione, con la protesta civile. Chi nega che la situazione sia grave non sarà convinto da alcunché se non toccato pesantemente e personalmente: quando sarà lui l’esubero, il picchiato in manifestazione, il padre di un figlio ammalato di uranio impoverito. Cosa che in ogni caso non auguro a nessuno.
D’altra parte ribattere alle assurdità equivale ad innalzarle al rango di argomenti. E a questo punto vince chi ha i mezzi per urlare più forte. Le sparate di questa classe politica, amplificate dai media, commentate e ricommentate, servono perfettamente a occultare politiche e risultati. Consiglio ai miei concittadini, ad esempio, di leggersi la finanziaria, piuttosto che attaccarsi alle dichiarazioni di questo o quello, e al commento sul commento del commento. Mettere mano alla calcolatrice e calcolare l’inflazione reale. Dopodiché chiedere immediatamente un adeguamento salariale. Barattare cose e servizi, spegnere la tv, associarsi e frequentarsi, aprirsi.

Gabriella wrote:

Caro R., per favore da oggi in poi può inviarmi le sue interessanti e simpatiche e-mail al seguente indirizzo… Grazie mille, e buon lavoro.

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“Simpatiche”? “Interessanti”? Ehi, ma che festa è oggi? :)

Paolo Baruffa wrote:

Sono 10 anni precisi che vivo in Veneto. la domanda e’ d’obbligo: cosa ho imparato? beh. per prima cosa ho imparato a comprendere i dialetti veneti… vi giro questa “antibufala” in dialetto, di una persona incazzatissima per tutte gli spam che gli arrivano!
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“Gavì da piantarla de mandarme cadene del porco… e simili, tipo che el mondo l’e belo ma solo se rispedisso tuto subito, se no son sfigà, come el negro de l’Alabama che no là risposto a quatromilasinquesento imeil e no làfato in tempo a dir “a” che l’era sa col vestito de legno (o el cauboi John, tessano, che ghe cascà i maroni parche nol ga risposto etc etc). Par no parlar de quei che me manda imeil disendome che sicome ghe un provaider che par ogni imeil che ghe riva el da un centesimo in beneficensa ala lota contro la peste scaveona, e alora bisogna mandarghene a seci… me ga rotto i cojoni! Ancora quei contro i giaponesi, che secondo lori i metaria i gati ele butiglie, co l’urlo de bataglia “impenemoghe el sito!”… Par non desmentegarme de ci me manda scrito che ghe quei dela Erisson che i da via i telefonini come i fusse bagigi: basta “inviar el mesagio a tuti quei che te conossi” e te si a posto: el sior Erisson, Mario Erisson in persona, sa tute le meil che te mandi, e te porta sul porton de casa el scartosso col telefonin ultima generasion… A sto punto feme un piaser: mandime foto porno, film porno, barzelete, putanade varie ma BASTA CO STE CADENE! Che n’altro po’ e verzo na feramenta e taco a vendarle.

“E poi c’era il rituale di salire sul ponte e mangiare gli arancini che, già a quel tempo, erano favolosi. Questo misto di odore di mare e odore di arancini… bellissimo. Lì ebbi per la prima volta la cognizione precisa che vivevo in un’isola” (Andrea Camilleri a Saverio Lodato, “La linea della palma”)

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7 Comments

  1. Va ricordato però,per completezza d’informazio-ne,che fra i direttori dell’indipendente ci fu pure Daniele Vimercati,che era un gentiluomo e
    un vero giornalista. Al timone di “Iceberg” su Telelombardia dimostrò di essere il vero “Santoro di destra” – il primo ad accorgersene fu Aldo Grasso – e lì rimase non essendo disposto a fare interviste in ginocchio.

  2. Già che ci siamo (e solo per difendere la bistrattata categoria dei sassofonisti), ricordo che Bobo Maroni NON HA MAI SUONATO UN SASSOFONO in vita sua. Si è fatto fotografare con un sassofono in mano, che è diverso.

  3. … Luca? Me sto a rincoglioni’, scusa Riccardo. Non devo parlare con più di una persona alla volta, mi si incrociano i nominativi :D

    Aribuonapasqua.

  4. ma fra i primigeni direttori [o semplici maieutici, non ricordo bene] non c’era anche quella pasta pasta d’uomo buonanima di Andrea Barbato? di cui ricordo ancora con piacere le “cartoline”…

  5. inoltre, if non remembro male, il signor Maroni suonava un qualche strumento [presumibilmente un sassofono] in un gruppo lo quale, ispirandosi al celebre Larry Mannino [da non confondere con l’omonimo Calogero] di cui tutti i lettori di Lanciostory ricordano le gesta, aveva, in piena libertà di coscienza, di chiamarsi “Precinto 51” o un numero simile.
    E’ possibile tuttavia, non avendo io mai assistito a un concerto del sunnominato “Precinto 51”, che il suddetto signor Maroni facesse solo finta di suonare. Temo che solo un qualche residente delle provincie settentrionali della Lombardia possa sciogliere il m istero.

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