Il caso Moro /2

CAPITOLO II

Il caso Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)La sera del 15 marzo, una manciata di ore prima del sequestro di Aldo Moro, un non vedente di Siena, Giuseppe Marchi, racconta in trattoria il seguente episodio: mentre rientrava a casa col suo cane ha udito alcuni uomini parlare con accento straniero dentro una macchina in sosta. Uno di loro ad un certo punto ha detto: “hanno rapito Moro e le guardie del corpo”.
Scriverà il giudice Ernesto Cudillo: “E’ possibile che il Marchi non abbia afferrato bene il significato della frase, che non si riferiva ad un fatto accaduto, ma che doveva accadere”. L’episodio comunque venne lasciato cadere. Marchi abitava in una zona del centro storico chiusa agli automezzi. Nessun accertamento venne fatto sulle auto che avevano accesso alla zona chiusa.
Alle 8,30 del 16 marzo, mezz’ora prima dell’agguato, Renzo Rossellini, direttore di Radio Città futura, parlò di un possibile attentato a Moro. Rossellini spiegò in seguito che la voce sul sequestro di Moro circolava da tempo. Nel febbraio del ’78 il “Male” aveva addirittura pubblicato una finta “lettura della mano” del presidente della Dc: “La mano di costui, forse ripresa in un carcere, è inequivocabilmente di tipo assassino… e la linea del destino indica che il soggetto, dopo alterne vicende, farà una brutta fine. Notevole il reticolo sull’indice, segno certo di carcerazione”. Ad un sequestro di un esponente Dc, e alla fine di Aldo Moro, avevano alluso anche alcuni detenuti e il giornalista Mino Pecorelli, direttore della rivista Op, legata ad un preciso settore dei servizi segreti, quello che faceva capo al piduista Vito Miceli.
Il sequestro Moro piomba su una struttura dei servizi segreti completamente trasformata sotto la pignola guida del superesperto ministro dell’interno Francesco Cossiga: a capo dei due nuovi servizi segreti, il Sismi (militare) e il Sisde (civile), sono stati nominati i generali Giuseppe Santovito e Giulio Grassini; la nomina di quest’ultimo ha suscitato molte polemiche tra le forze dell’ordine, poiché Grassini, un carabiniere, si trova a guidare una struttura di polizia. Molti, inoltre, si aspettavano per quel posto la nomina di Emilio Santillo, abile e apprezzato capo del Servizio di sicurezza antiterrorismo. Santillo invece non solo non avrà quel posto, ma verrà scientificamente messo da parte. Lui, massimo esperto di antiterrorismo in Italia, sarà praticamente escluso dalla gestione delle indagini su Moro. Forse paga il fatto di aver stilato, negli anni precedenti, ben tre rapporti allarmati sulle attività di Licio Gelli e della Loggia P2. Nell’unica occasione in cui gli chiederanno un consiglio sulle mosse da fare, Santillo – significativamente, provocatoriamente – consiglierà una retata intorno a villa Wanda, la villa di Gelli nei dintorni di Arezzo.
Ma il gioco ad incastro delle coincidenze nefaste non è finito: il 21 gennaio del 1978 Cossiga crea l’Ucigos (ufficio centrale informazioni generali operazioni speciali) e vi pone a capo un suo uomo di fiducia, il questore Antonio Fariello, che in almeno un paio di occasioni avrà un ruolo non indifferente nel ritardare e intralciare le indagini sul sequestro Moro.


A capo del Cesis, l’organo incaricato di coordinare il lavoro dei due servizi segreti in quel marzo 1978, c’è da due mesi Gaetano Napoletano, un ex partigiano con alle spalle una brillante carriera di prefetto e una fama di uomo lontano dai giochi di Palazzo. Quando esplode il caso Moro, Napoletano si accorge subito di essere una specie di intruso nel gruppo di piduisti incaricato di gestire le indagini. Non viene invitato a far parte del Comitato tecnico operativo incaricato di gestire la crisi; non ha ancora una sede, i suoi uomini vengono pagati una miseria e Cossiga (insieme al presidente del Consiglio Andreotti) continua allegargli la promessa nomina ad ambasciatore, l’unica che gli avrebbe permesso di stare gerarchicamente un gradino sopra Santovito e Grassini. I due capi piduisti dei servizi, infatti, trattano Napoletano come un rompiscatole, non rispondono alle sue lettere, gli impediscono persino l’accesso ai loro uffici. “Non prendo ordini da nessuno” è la risposta di Santovito all’ennesima sollecitazione del Cesis.
Sette giorni dopo il sequestro di Moro, sconsolato, Napoletano prende carta e penna e scrive ad Andreotti e Cossiga: “nulla si sa di quanto il Sisde stia predisponendo per accentuare una valida lotta al terrorismo”. Nessuna risposta, e Napoletano si arrende: il 23 aprile, con Moro ancora prigioniero delle Br, il capo del Cesis si dimette dall’incarico (“Motivi di salute”, spiegherà Andreotti). In realtà di salute Napoletano sta benissimo. Ciò che gli duole, semmai, è la coscienza. Lo sostituisce Walter Pelosi, piduista. E con lui si completa l’allegra brigata di uomini legati a filo doppio a Licio Gelli incaricati di condurre le indagini sul rapimento del presidente della Democrazia Cristiana; l’uomo che, contro il parere degli americani, della destra Dc e della massoneria conduce una politica di collaborazione con il Pci, magari solo alla scopo di depotenziarlo. Parlando dell’operato degli investigatori davanti alla commissione d’inchiesta sul caso Moro l’allora procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma Pietro Pascalino si lascerà sfuggire queste parole: “Non spetta a me dire perché si preferì fare operazioni di parata invece che ricerche. Ma allora si fecero operazioni di parata”.

Roma, sabato 18 marzo, ore 9,30

Gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si presentano al terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia. Una “soffiata” molto precisa, forse proveniente da ambienti vicini ai servizi segreti, ha segnalato che lì, all’interno 11, c’è un covo delle Br. Gli agenti bussano alla fragile porta di legno, ma nessuna risponde. Apre invece l’inquilina dell’interno 9, Lucia Mokbel, e racconta di aver sentito provenire dall’appartamento sospetto dei ticchettii simili a segnali Morse. Secondo le disposizioni vigenti i poliziotti dovrebbero a quel punto sfondare la porta, o quantomeno piantonare il palazzo. Invece vanno via. Al processo Moro presenteranno un rapporto di servizio grossolanamente falso, costruito a posteriori, stando al quale i vicini avrebbero fornito “rassicurazioni” sull’onestà dell’inquilino dell’interno 11, il ragionier Borghi, alias Mario Moretti. Saranno sbugiardati pubblicamente, ma mai puniti.
Il 3 aprile si riparlerà di “Gradoli”: nel corso di una seduta spiritica, a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una “entità” avrebbe indicato “Gradoli” come luogo in cui è tenuto prigioniero Aldo Moro.
Sulla base della segnalazione dall’aldilà il 6 aprile una perlustrazione viene organizzata a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E’ la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle.
Il 18 aprile quella porta dietro cui forse era stato nascosto, fino a qualche giorno prima, lo stesso Aldo Moro, viene finalmente sfondata. Non da polizia e carabinieri però, ma da pompieri; che ci arrivano a causa di un allagamento. Anche se i brigatisti lo hanno sempre negato, si tratta di una messinscena organizzata perché il covo venga scoperto: il telefono della doccia è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme.
L’allagamento si verifica lo stesso giorno in cui un falso comunicato delle Br spedisce migliaia di carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Si tratta di due episodi di difficile lettura. Alcuni brigatisti del gruppo dirigente dichiareranno, molti anni dopo, che la scoperta del covo e il falso comunicato li spinsero ad affrettare i tempi dell’operazione Moro verso la decisione di sopprimere l’ostaggio; proprio come voleva Moretti, rappresentato della cosiddetta “ala dura” delle Br.

Ore 12

Desta grande sensazione un editoriale del “Washington Post“, riportato dal “Corriere della Sera“. Il titolo è: “Si spera che dopo il delitto nasca un nuovo modo di governare”. Secondo gli americani l’uccisione di Moro (che peraltro è ancora vivo) potrebbe concludere “la vecchia tradizione italiana di governi deboli”.
Quell’editoriale è un riflesso di un fastidio molto diffuso negli ambienti politici statunitensi verso Aldo Moro, ritenuto il principale colpevole della “apertura” verso il Pci.
Nel settembre del 1974 Moro, in veste di ministro degli Esteri, aveva incontrato a Washington il segretario di Stato americano Henry Kissinger. L’uomo “forte” dell’ amministrazione americana, notoriamente legato ai circoli massonici internazionali, aveva affrontato il ministro italiano a muso duro: “Onorevole – gli aveva detto – lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”.
Moro fu molto turbato. Interruppe la visita con qualche giorno di anticipo, a causa di un malore, e confidò al suo segretario, Corrado Guerzoni, la volontà di non fare più politica per due o tre anni. Tornato a casa riferì alla moglie, parola per parola, ciò che gli era stato detto. Non lo faceva quasi mai.
Il 3 marzo del 1978, tredici giorni prima di via Fani, la Corte Costituzionale aveva scagionato Moro dall’accusa di essere “Antelope Cobbler“, nome in codice dell’uomo politico italiano che aveva intascato una tangente da un milione di dollari per l’acquisto dagli americani della Lockheed di 18 aerei militari. La complessa manovra di accusa nei confronti di Moro era partita dagli uffici di Kissinger; in Italia vi aveva attivamente partecipato Howard Stone, ex capo stazione della Cia a Roma e iscritto alle liste della P2.

(di Sergio Flamigni e Michele Gambino)
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10 Comments

  1. Aderisco con piacere al progetto Fahrenheit e contribuisco con un documento:

    VERBALE:
    «Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perche’ era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno ne sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stato Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto e’ che il nome era sconosciuto, e allora ho riferito immediatamente»»
    Con queste parole, il 10 giugno del 1981, davanti alla Commissione Moro, Romano Prodi rievoca la seduta spiritica che si svolse nell’aprile del ’78 nel casa di campagna di amici.
    Ma dopo tanti anni, quando non e’ stato ancora chiarito se fu fatto
    tutto il possibile per salvare Moro, Galloni mette in dubbio la ricostruzione fatta in Parlamento (nell’81, davanti alla Commissione
    Moro) da Romano Prodi che ha sempre detto di aver riferito
    personalmente a Umberto Gavina, che riferi’ a Zaccagnini, che riferi’ a Cossiga allora Ministro degli Interni..
    «Fu Paolo Prodi, allora professore all’Universita’ di Trento, a venire da noi durante i 55 giorni per riferire della segnalazione». La ricostruzione di Galloni e’ questa.
    Ma nel giro di poche ore arrivo’ la secca smentita di Paolo Prodi:
    «Non solo non e’ vero ma non ci sono nemmeno gli appigli per una
    veridicita’. Si tratta di un’invenzione assoluta, forse Galloni fa
    confusione». Va avanti il fratello del presidente del Consiglio: «Della seduta spiritica seppi da Romano, qualche giorno dopo che era stata fatta. Lo andai a trovare e lui mi fece il racconto con molta tranquillita’…

    Sono passati gli anni ma quella seduta spiritica non ha mai convinto nessuno. Lo stesso Belzebu’-Andreotti aveva deposto davanti alla commissione stragi sussurrando alla sua maniera:
    «Non credo allo spiritismo»
    E allora, Romano, via un bel gesto di coraggio. Lo so chi il coraggio non ce l’ha non e’ che possa farselo venire, ma sono passati tanti anni e non c’e’ piu’ nessuno da proteggere e non c’e’ piu’ niente di cui vergognarsi.
    Faccia uno sforzo e dica agli italiani quello che si aspettano che lei dica: Che la spiata le venne da alcuni componenti di Autonomia di Bologna.
    La smetta di prenderci in giro con gli spiriti e con i medium, altrimenti, come faremo a darle il voto, la prossima volta?

    Aldo Vincent
    Il Gelataio di Corfu’

  2. Un altro fatto curioso che ebbe per protagonista un non vedente:
    In un rapporto del commissario di PS presso l’università di Roma, dottor Parasole, si legge che allo stesso venne riferito che il professor Eusepi, docente presso l’ateneo romano, nel pomeriggio del 10 marzo 1978, avrebbe udito un dialogo tra due persone svoltosi in questi termini: “Hai messo tu la bomba all’università?” “lo queste cose non le faccio, tanto rapiremo Moro.” Il professor Eusepi è cieco e dalla voce avrebbe riconosciuto nel secondo interlocutore Gianmarco Ariata, noto appartenente alla sinistra extraparlamentare.

    Fonte: http://www.apolis.com

  3. Vincent poteva scrivere anche sul sito di Pacciani, ma questo non toglie nulla alla notizia. E cioè che Prodi abbia sostenuto di avere saputo il nome “Gradoli” durante una seduta spiritica.
    E che questa ridicola versione non può più essere (se mai lo è stata) catalogata come seria.

  4. aldo vincent, lo stesso che scriveva su svanityfair.com, si?

    Carissimo, se vai su Virgilio e digiti “gelataldo” troverai 38 blog che riproducono le mie amenita’.
    Se digiti “Aldo Vincent” potrai leggere 238 siti che riportano i miei scritti.
    Chiunque puo’ riprodurre le mie cazzate, persino un coglione.
    Persino tu.

  5. Sono sconcertato…e secondo voi per quale ragione Prodi ha parlato di “seduta spiritica”? Secondo voi non è stata una formula per non dire “ho avuto da fonti attendibili l’informazione sulla prigione di moro ma non posso rivelarla per ovvi motivi”???

  6. Questo non avrebbe senso… Perchè saltar fuori con una trovata ridicola (o che quantomeno sarebbe stata bollata come tale) come una seduta spritica quando sarebbe bastata la consueta e collaudatissima lettera/telefonata anonima? Anonima, certo, ma di sicuro più attendibile di uno spiritello evocato da quattro professori emiliani in una serata di noia.
    E poi c’è il fatto di Gradoli… Mica il Governo ha “bollato come ridicola” l’intera storia come sarebbe stato logico, no? Ma ve l’immaginate mezza intelligence e una parte consistente dei servizi di polizia italiani che corrono a buttare all’aria un tranquillo paesino sul lago di Bolsena dietro sollecito dell’aldilà? Mi meraviglia il fatto che il mondo intero non ci stia ancora deridendo per questo! Eh si, perchè forse il loro spiritello non era poi così bene informato come voleva far credere, e anzichè fornire l’indirizzo completo (cioè via Gradoli a Roma, dove Moro era effettivamente detenuto dalle BR n.d.r.) ha depistato i nostri “prodi” al paesello di cui sopra… Un vero spasso Signore e Signori! Sai come sono questi spiriti dell’aldilà… sempre un po’ dispettosi! Ridicolo, ridicolo e ancora ridicolo. Non stà in piedi, neanche per un attimo. Vacilla peggio dei castelli di carte che costruivo da bambino.
    Io credo che non abbia senso che si siano inventati una barzelletta del genere sulla seduta spiritica per non rivelare come in realtà abbiano avuto l’informazione.
    Ma il tarlo che continua a rosicchiarmi il cervello è:”PERCHE’ MAI UNA INFORMAZIONE COSI’ PARZIALE E FUORVIANTE?”
    E’ a questo punto mi viene in mente l’ipotesi di GRADO-LI, ovvero >…

  7. siete dei grandi….grazie …..ancora…che bello sputtanare…vi voglio bene….forza e coraggio…
    viva lo sputtanantesimo…

  8. Che Domenica bestiale!!(-28) Il caso Moro: Romano Prodi, via Gradoli e la seduta spiritica Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una avrebbe indicato come luogo in cui e

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