Riforme! Fra poco arriva il CoCoCà

Tanto per abbaiareLo so che ti lamenti: questo lavoro è precario, mi trattano come una pezza, mi possono sbattere fuori a ogni momento… Eppure sei ancora fortunato, ragazzo. E ora ti spiego perché

Cococò e Cococà. Il lavoro interinale è una cosa bellissima, se fai il cococò sei un ragazzo felice, piantiamola di cercare il pelo nell’uovo e basta con queste accuse assurde di “precarietà”. Non è Tremonti a dirlo e neppure D’Alema: è proprio quel che penso io e credo che nel giro d’un paio d’anni lo penserai anche tu. Qua nella vecchia Europa ancora facciamo ancora gli schizzinosi: in America invece hanno superato da un pezzo lo stadio del lavoro temporaneo e stanno già applicando su larga scala i “nuovi” contratti a tempo lungo: minimo tre anni, ma puoi arrivare anche a venti.

L’unico particolare è che, per ottenere un contratto del genere, devi stare in galera. Già, perché il lavoro dei carcerati (“jail job”) è il nuovo trend negli Stati Uniti: è stato già adottato da dieci Stati su cinquanta e, dove lo è stato, va dando ottimi risultati. Il che è logico, tenuto conto che la popolazione carceraria globale in quel Paese è vicina ai due milioni d’individui e che, tolti i vecchi, le donne, i white collars, i militari e i bambini, non si capisce dove le aziende dovrebbero andare a cercare i lavoratori di cui hanno bisogno, se non nei penitenziari. I quali ultimi, in buona parte già privatizzati, costituiscono già di per sè un bel giro d’affari.

Qualche anno fa destò sensazione (s’era all’inizio della new economy) l’outsourcing spinto di parecchie multinazionali che cominciarono a spostare non solo gli stabilimenti industriali ma anche gli uffici amministrativi, i call-center ecc. in paesi in cui la manodopera anche impiegatizia costava meno. La prima a spostare gli uffici prenotazione a Delhi fu la Swissair (poi fallita); quanto ai call-center, a un certo punto diventò uso abbastanza comune quello di trasferirli aumma aumma in India, non senza però aver sottoposto le ragazze ad accurati corsi di dizione (dovevano parlare non solo in inglese, ma anche con uno specifico accento West Coast o New England, secondo i casi) e ordinar loro di presentarsi ai tele-clienti con nomi anglosassoni e false località di chiamata.


Adesso cominciano a spuntare i primi call-center fisicamente ubicati non a Bangalore o a Delhi ma nel cuore dell’Oregon, dentro un penitenziario statale. I clienti, naturalmente, non lo sanno (come non sapevano che Nancy o Paulette in realtà chiamavano da Bangalore): risponde una cortese voce da funzionario, dà le informazione richieste, rimane educatamente in attesa, e quando non hai più niente da chiedergli, prima di riattaccare, ti saluta. Rispetto ai call-center normali (che già costano un quarto dei lavoratori di prima) il cococò carcerario costa un niente: Insides Oregon, società di lavoro “da dentro”, ai suoi dipendenti fattura a partire da 0,15 dollari l’ora; e non c’è sindacato.

Non c’è il minimo dubbio che questa bellissima riforma prima o poi sbarcherà, come le rimanenti, anche in Italia. Verranno istituiti i Cococà (Contratti di Collaborazione Carceraria) rispetto ai quali i vecchi Cococò sembreranno dei privilegiati, con la fortuna di poter essere in qualunque momento rispediti con un calcio nel sedere in mezzo alla strada. Mentre i poveri Cococà, per riveder la strada, dovranno aspettare il fine-contratto, cioè il fine-pena.

Verginità. “I preservativi non sono sempre sicuri e le persone sposate hanno più denaro, una vita più lunga e rapporti sessuali migliori”. La frase compare sul verso del tesserino plastificato distribuito da Abstinence Clearinghouse, un movimento che riunisce vari gruppi integralisti (finanziati anche dal governo: l’anno scorso il contributo stanziato era di 135 milioni di dollari) in America con lo scopo di diffondere fra i giovani l’idea dell’astinenza sessuale prematrimoniale. Sul recto compaiono invece foto, firma e nome della ragazza (o del ragazzo) titolare del tesserino, che s’impegna a osservare fino alla data del matrimonio i principi del movimento. Un certificato di verginità, insomma. L’idea dovrebbe piacere molto dalle parti dei talebani, e forse se al posto delle bombe avessero buttato giù pacchi di questa roba oggi gli Stati Uniti in Afganistan sarebbero molto più popolari.

In treno. L’odioso ragazzino con l’odioso cappelluccio da baseball gli odiosi capelli rapati e il telefonino chè però – guarda, guarda – sta leggendo il Visconte dimezzato. Uhm.

Parole perdute. “Ragionevole”.

Spot. E’ nata RadioQanat: trasmette da Palermo ma la prendi sull’internet (streaming). Prova un po’.
Info: killerina@inventati.org
Bookmark: papuasia.org/qanat.mp3

Paolo wrote:

Gentile signor O., dal mio punto di osservazione un po’ defilato – vivo e lavoro in Francia da anni – mi sembra che essenzialmente l’attuale situazione italiana si possa ricondurre a due fatti fondamentali:

1) per una serie di ragioni (soprattutto di ordine storico, a mio parere), l’Italia presenta una percentuale insolitamente alta di “cittadini amorali”; un sondaggio di Repubblica ne forniva una percentuale compresa, se ben ricordo, tra il 20 e il 30 per cento;

2) il sistema democratico – in tutti i paesi: vedi Usa – diventa instabile, deviante e pericoloso quando la percentuale di cittadini amorali sale sopra una certa soglia: nel medio termine questa condizione (scuole scadenti, media in mano a giornalisti privi di deontologia, politici che danno esempi negativi) si traduce in governanti la cui soglia di amoralità è a sua volta molto alta. In questo senso Berlusconi è davvero un rappresentante legittimo degli italiani: uno specchio, del tutto fedele, della loro amoralità.

Io vedo per il nostro paese un futuro essenzialmente marginale, in cui le nostre province saranno ormai deindustrializzate come il resto dell’Europa ma, a differenza di esso, completamente spoglie di ogni presidio nel dominio fondamentale della ricerca scientifica e tecnologica. Un campo di villeggiatura per i grandi paesi europei del nord, dove verranno prese le decisioni. Anche la mia evoluzione personale mi spinge al pessimismo: avendo avuto per fortuna ottimi insegnanti ho sempre amato molto il nostro Stato, la nostra Costituzione e le idee che rappresenta; quando sono partito dall’Italia davo per scontato il fatto che dopo qualche tempo ci sarei tornato; ora invece comincio ad apprezzare il fatto di vivere qui in Francia, in un paese dove c’è ancora qualcuno capace di indignarsi per i valori fondamentali della buona educazione, della buona politica e della buona democrazia. Insomma, Lei che ne dice? La ringrazio se mi risponderà, tenga duro

Condivido in generale la Sua analisi. Io però non parlerei senz’altro di comportamento amorale; direi piuttosto che, per ragioni storiche, gli italiani hanno radici etiche molto più familiari che cittadine. Questo rende molto difficile imporre comportamenti collettivi in circostanze normali. In circostanze eccezionali, in cui la stessa sopravvivenza del nucleo familiare è minacciata, gli italiani riescono invece a sviluppare dei valori collettivi insolitamente alti. Penso alla Resistenza o, in forma più parziale, all’antimafia in alcune città della Sicilia. In più, in Italia è arrivata tardi, ed è rimasta esile molto a lungo, la borghesia, in particolare quella fondata sulle professioni e sul servizio di Stato. In Francia il pubblico funzionario esiste da trecento anni. In Italia, da meno di cento. Il servizio pubblico distinto dal notabilato da noi è un’aquisizione culturale molto recente. “Arrangiarsi”, in questo quadro, significa cercar di ridurre le conseguenze negative per il proprio nucleo familiare della riconosciuta instabilità del sistema. Non è necessariamente un comportamento ostile alla comunità: semplicemente, non riconosce l’esistenza della comunità oltre un certo livello. È dunque un’ideologia prepolitica: io tendo a considerare Berlusconi – in questo, concordando pienamente con Lei – non come un esponente di destra, ma come un prodotto di quella fuga dalla politica e dal collettivo che è profondamente radicata nella cultura italiana. Il guaio non è tanto Berlusconi – penso spesso – quanto il berluschino che sta dentro ciascuno di noi.

Naturalmente questo fenomeno, come ogni altro altro, non durerà in eterno. Ogni male ha un decorso, e anche l’“amoralismo” italiano è destinato prima o poi a scomparire. Purtroppo, non credo che ciò avverrà nel corso della mia vita: Le auguro che avvenga nel corso della Sua. Sotto altri aspetti, la mentalità italiana è bella e umana, e forse per le stesse radici. Non so: mi piacerebbe un’Italia ordinata, non mi piacerebbe un’Italia svizzera; l’ideale sarebbe un’Italia che riuscisse finalmente a diventare civile restando umana. Ma temo che la tendenza non sia questa.

C.B. <spleen@ideal.fr> wrote:

Spesso, così per noia, la gente d’equipaggio
fa prigioniero un albatro, grande uccello dei mari
che va dietro, indolente compagno di viaggio,
alla nave che scivola sopra i vortici amari.

Ma appena l’hanno preso e posto a terra, anche
questo re dell’azzurro, adesso lento e stanco,
lascia penosamente quelle grandi ali bianche
come dei remi inutili penzolargli dal fianco.

Quel viaggiatore alato, com’è laido qua a riva!
Lui, prima così bello, com’è goffo e banale!
Uno gli forza il becco e c’infila una pipa,
Un altro sghignazzando fa il verso al suo ansimare.

All’albatro somiglia che sfreccia fra gli spazi
chi sfida la tempesta creando poesia.
Esiliato giù in terra fra le beffe e gli strazi
le ali troppo grandi gl’impacciano la via.

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