Inevitabilmente, la pubblicazione della lista degli iscritti italiani alla massoneria ha destato clamore. Ne hanno scritto, tra i blog, Brodo Primordiale, Massimo Mantellini, Luca Sofri, Paolo Valdemarin e persino Selvaggia Lucarelli, che nell’elenco ha incredibilmente scovato un congiunto (già intervenuto personalmente nei commenti al post).
Qualcuno ha definito l’iniziativa una “lista di proscrizione”, e per carità, le opinioni sono come le palle eccetera eccetera. Ma la diatriba pare simile in modo irritante alla discussione sulla “libertà di satira”, ovvero quanto in là ci si può spingere, o cosa è lecito dire e cosa non dire. In questo caso la questione verte su cosa è consentito sapere e cosa non sapere.
Eppure gli elenchi degli aderenti alle logge non contengono “dati sensibili” e sono pubblici, il che significa che persino il legislatore ritiene doveroso che i cittadini debbano essere informati riguardo a chi ha scelto di appartenere alla massoneria. Se così è stato deciso, molto probabilmente il motivo è perché gli scopi che tale organizzazione si prefigge e le reali intenzioni degli iscritti sono per lo meno oggetto di dubbio e, comunque, avvolti da una nebbia che neanche a Scotland Yard.
Le ragioni per cui io, anonimo cittadino qualunque, potrei decidere di aderire ad una loggia sono sostanzialmente due.
La prima è che voglio appartenere ad un club esclusivo. Stando alle statistiche ci sono alte probabilità che io sia un cretino, di quelli che si vantano di questo tipo di cose. Un cretino che, evidentemente, tiene a far sapere di essere un massone e che quindi non dovrebbe scomporsi più di tanto del fatto che attraverso la pubblicazione di un elenco lo si sappia in giro.
La seconda è che, attraverso l’iscrizione, una serie di nuove amicizie potrebbe rendermi più agevole rispetto ad un qualsiasi comune mortale il raggiungimento di determinati obiettivi. La legge, in questo caso, non permette “aiutini”. Se ciò che si vuol fare è legale, è previsto lo si faccia alla luce del sole: la “spintarella” del conoscente, la “mano provvidenziale” del simpatizzante, sono già discriminazione. Nei confronti di chi non può ottenerne, e verso qualsiasi concorrente o collega non risulti iscritto a niente.
Chi sostiene che diffondere l’elenco dei massoni equivale a pubblicare la lista degli iscritti ad un determinato partito, dovrebbe chiedersi (o quanto meno, fare la cortesia spiegarci) “che cosa fa la massoneria?”, “chi la finanzia?”, “qual è il suo obiettivo?” e “quale il suo programma?”. Tutte cose che di un partito sappiamo o dovremmo sapere e che, comunque, sempre secondo la legge, non devono esserci tenute nascoste.
Poi c’è chi si spinge ancora più in là: “sarebbe come rendere pubblica la lista di tutti i gay, o di tutti i malati di Aids, che poi verrebbero discriminati dai datori di lavoro”.
Che dall’essere gay o dall’avere contratto l’Aids non si tragga alcun vantaggio è un fatto assodato. Che succeda la medesima cosa per l’adesione alla massoneria è invece da dimostrare, e la storia recente insegna che spesso, anzi, accade l’esatto contrario. Per dirne una: proprio che un datore di lavoro massone favorisca un dipendente appartenente alla propria loggia.
Se, insomma, ho una malattia, nascondo un’amante, professo una strana religione, ho la tessera di un determinato partito o amo dedicarmi all’onanismo, sono – come qualcuno sostiene – cazzi miei. Se sono massone, no: diventano, giustamente, cazzi un po’ di tutti.
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