Un extracomunitario ci salverà

Parmalatrudycolongo@libero.it wrote:

Nel 1988 l’addetto commerciale dell’ambasciata d’Ethiopia a Roma, tale Menghistu, nella speranza di creare nuovi posti di lavoro, e portare investitori esteri nel suo paese, contattò i vertici della Parmalat di Collecchio, ai quali propose d’investire in Ethiopia. Dopo brevi incontri, accreditati dall’addetto commerciale, 4 funzionari della Parmalat si recarono ad Addis Abeba presso il Ministero per gli Investimenti Stanieri per verificare la fattibilità e i termini di un possibile insediamento di Parmalat nel paese.
Dopo 3 mesi il Ministero comunicò che non riteneva interessante l’investimento prospettato dalla società. I funzionari della Parmalat protestarono, per quello che ritenevano un affronto, con l’addetto commerciale dell’ambasciata. A questo punto il sig. Menghistu convocò la comunità etiope in Italia per comunicare quanto era accaduto. Il commento più buono che uscì dalla nostra assemblea fu che “quegli ignoranti del Ministero non si erano resi conto di quanto era importante un accordo con quel grande gruppo industriale che avrebbe portato capitali internazionali e occupazione”. A distanza di anni ci siamo sentiti in dovere di scrivere una lettera a quegli stessi funzionari ministeriali che ci erano sembrati inefficienti per ringraziarli per la loro lungimiranza nel capire, già allora, che la Parmalat era un bluff.

Dunque fra tanti grandi banchieri, economisti, giornalisti specializzati, politici e chi più ne ha chi ne metta, l’unico a capire come stavano le cose è stato un modesto funzionario etiopico, un “extracomunitario”. L’unico a dire a Tanzi “Spiacente, non mi fido”. E questo all’inizio dell’avventura, quindici anni fa, quando i politici facevano a gara a fargli la corte e non c’era banchiere o ministro che non scattasse sull’attenti quando arrivava. Chissà che fine ha fatto, quel funzionario. Se riuscite a trovarlo, ditegli di tornare urgentemente in Italia perché vogliamo candidarlo come prossimo ministro dell’economia o, in alternativa, come governatore della Banca d’Italia. Ci sentiamo più al sicuro con lui.


• Aumentano le vendite Parmalat, o almeno sono aumentate nella fase più drammatica della crisi. Qualcuno sostiene che questo sia dovuto tout-court a un effetto visibilità: i media, sia pure per i motivi che sappiamo, hanno veicolano più del solito il logo e il pubblico ne è stato attratto più del normale, beotamente. Non funziona: l’anno scorso e due anni fa l’effetto parliamone-male c’è stato anche per loghi anche più grossi (Nestlè, MacDonald, Nike) ma ciò non ha comportato affatto un aumento di vendite; tutt’altro. I marchi “accusati” dai media hanno subito flessioni di mercato, certo non catastrofiche ma significative. Il consumatore, in altre parole, non è poi così bestia e sa distinguere abbastanza fra superpresenze nei media positive e negative. In più, il latte è un prodotto di consumo prevedibile e quotidiano, poco soggetto alle mode e dunque dal mercato “regolare” a meno di circostanze patologiche (epidemie e simili: le carni o le acque minerali) che colpiscano il prodotto in sè e non genericamente il logo. No: in questo caso s’è verificato semplicemente un divorzio fra marchio e merce, ormai completamente slegati fra loro e come tali percepiti dai consumatori. Il prodotto-latte dipende dalla linea di produzione, dalle filiere ecc; il pubblico si fida – o non si fida di essa, e cioè del lavoro più o meno credibile dei produttori. Il marchio-Parmalat dipende invece dalle speculazioni, dalla politica, dalla maggiore o minor serietà di un gruppo di persone che, pur essendo nominalmente al vertice del prodotto, non hanno tuttavia con esso alcun rapporto reale. Il pubblico, istintivamente, percepisce tutto questo: e, nel medesimo istante, fa crollare le azioni e aumentare il venduto. Analogamente e specularmente, cinque anni fa, avevamo segnalato il caso Boeing in cui una decisione negativa per il prodotto (licenziare molti lavoratori e dunque rinunciare a commesse di aerei già in corso) aveva avuto un effetto “sorprendentemente” positivo sulla quotazione di Borsa, dove gli investitori avevan premiato un management che garantiva immediati risparmi gestionali.
Borsa e mercato, cioè, sono già ora (e probabilmente lo sono già da qualche anno) due cose completamente diverse; prodotto e finanza vivono su due pianeti diversi, senza più nulla di strutturale in comune. In questa situazione, che fine fa – a che cosa serve – il vecchio “padrone”? Aveva per caso ragione Marx, ci tocca diventare tutti communisti? Non è detto; anche perché il “padrone” di oggi, che può benissimo esistere solo per i nanosecondi necessari a una transazione elettronica in Borsa, ha ben poco in comune coi padroni del passato. Provvisoriamente, potremmo sostituirlo con qualcosa che, in attesa di migliori accertamenti, almeno sicuramente non porti danno. Così per esempio la Parmalat, visto che non è il caso di attribuirla a un Commissario del Popolo, e che lasciarla a dei finanzieri fa danno, potrebbe subito essere intestata a un imprenditore marziano (se esiste: ma il particolare non è influente) o eschimese oppure delle isole Samoa; oppure a un homeless scelto random a New York o a Milano. Il ruolo di questo nuovo proprietario sarebbe semplicemente (finché non disporremo di una teoria economica postcapitalista e postcommunista) di non far nulla, di essere assolutamente inattivo, di lasciare la produzione in santa pace e di lasciar sviluppare senza interferenze il lavoro di chi fa il prodotto e può benissimo farlo – come abbiamo visto – senza intrallazzi. Il marziano o l’eschimese o l’homeless avrebbe comunque il diritto di incontrare (ma a titolo del tutto personale) tutti i politici che vuole e di dare tutte le interviste megalomani che non mancheranno di chiedergli, servilmente, i soliti giornalisti.

A parte questo, qua si comincia a sentire aria di tango.

Sdollaro. Nel 2000 l’euro era usato nel 21,7 per cento dei prestiti internazionali: la metà del dollaro, usato allora nel 46,8 per cento dei casi. Nel 2001 la percentuale dell’euro è salita al 27,4 per cento e quella del dollaro è scesa al 44,1 per cento. L’anno scorso, l’euro era al 30,4 e il dollaro al 43,7 per cento. Nel giro di quattro anni la distanza fra euro e dollaro, nel cuore dell’interscambio internazionale, è passata dunque dal venticinque al tredici per cento: una differenza del genere si è verificata pochissime volte nel corso della storia, e sempre in occasione di “passaggio d’impero” con forte ricaduta sull’economia (da dracma a denario, da sterlina a dollaro, ecc.). Il rapporto euro-dollaro è invece abbastanza invariato nel campo delle transazioni petrolifere, dove il dollaro detiene ancora l’ottanta per cento delle presenze. E’ il settore in cui il mercato è maggiormente interferito da decisioni politiche e (come in casi recenti) militari.
Anche in questo settore, tuttavia, il rapporto euro-dollaro tende a schiodarsi. Gli analisti del’Opec cominciano infatti a ipotizzare pubblicamente l’eventualità di una sostituzione dell’euro al dollaro nelle esportazioni di greggio verso i paesi europei. La maggior parte di queste esportazioni provengono dall’area mediorientale, in cui la libertà di scelta dei singoli governi non è esattamente illimitata. Di maggior libertà potrebbero tuttavia godere gli esportatori petroliferi sudamericani ed africani: in Venezuela l’intervento americano ha potuto estrinsecarsi finora – per la prima volta nel continente – a livello solo politico e non militare, mentre in Nigeria la presenza politica europea non è inferiore a quella americana.
La novità sostanziale, nel breve periodo, potrebbe però venire dalla Russia, dove il governo ha bruscamente riportato sotto controllo – con una serie di incriminazioni di comodo dei principali operatori – l’intero settore petrolifero, che da Eltsin in poi era stato sottoposto a privatizzazioni selvagge, affidate a esponenti locali ma spesso nell’interesse di compagnie americane. Nel momento in cui il governo russo riprende – o si accinge a riprendere – il controllo delle proprie risorse petrolifere, la prima delle scelte strategiche che gli si pongono è quella della valuta – euro o dollaro – da utilizzare per le transazioni estere. Decidere per l’euro, date le dimensioni dell’interscambio petrolifero russo, avrebbe un effetto significativo sulla tenuta internazionale del dollaro e potrebbe scatenare un effetto-domino fra i produttori minori dell’Opec e forse addirittura nell’Opec in quanto tale. L’unico elemento ostativo è la pressione militare sul nucleo mediorientale dell’Opec (che però è estremamente costosa) e la pressione politica sul governo russo (che però è sempre meno scontata).
Il dibattito nella classe dirigente americana – che è ripreso in queste settimane, in coincidenza ma non necessariamente a causa della campagna elettorale – verte esattamente su questi temi. Conviene mantenere indefinitamente questa pressione militare (ne caso della Russia, politica) da soli, oppure condividerla con gli alleati-rivali europei? Questa pressione è in sè, nel tempo lungo, realistica oppure conviene cominciare fin d’ora a programmarne l’alleggerimento e il riflusso? L’euro è contrastabile solo sul piano politico-militare, oppure è possibile rafforzare il dollaro fino a renderlo nuovamente concorrenziale anche sul piano economico? Quanto costerebbe all’elite, in termini di ritorno al keysianesimo, un simile obiettivo?
Su tutte queste questioni si voterà a novembre nei seggi, ma si discute e si vota, già nei prossimi mesi, in circoli più ristretti. Teoricamente, i democratici dovrebbero candidare Keynes e i repubblicani Friedman; ma non è detto che le candidature, alla fine, non siano trasversali. L’unica cosa certa, è che fra l’uno e l’altro debbono scegliere ora, sennò rischia semplicemente di non esserci più America fra vent’anni.

Fabbriche. Treviso. Smantellata alla Electrolux la catena di montaggio robottizata istituita quindici anni fa per ridurre il numero degli operai. I robot, a quanto pare, si sono dimostrati inadeguati a sostituire – per attenzione, versatilità e delicatezza – gli operai umani, che però ormai sono in pensione o esuberati e comunque costano – secondo i manager – troppo cari. Alla fine, s’è deciso di spostare la produzione all’est, e la cosa è possibile perché i poveri robot, per quanto esuberati anche loro, non occuperanno la fabbrica nè si rivolgeranno al sindacato.

Racket. Ancora minacce a Tano Grasso, l’ex commissario antiusura cacciato da Berlusconi e ora responsabile dei centri antiracket e antiusura di Roma sud. Ad uno di essi è stata recapitata una busta contenente un proiettile. Chi vuole esprimere solidarietà a Grasso può farlo su http://www.cuntrastamu.org.

Memoria. Dove sono finiti i duecento zingari che avevo lasciato accampati davanti alla stazione, la settimana scorsa, all’Ostiense? Li avevano rastrellati dalla Magliana Nuova, per motivi d’igiene, a fine mese, ma – come a volte succede – s’erano dimenticati di dirgli dove andare. Così i poveretti – una trentina di famiglie, con un’infinità di bambini – s’erano andati a piazzare davanti alla stazione, un po’ per necessità e un po’ per protesta. Lo sgombero era avvenuto esattamente nel giorno più freddo dell’anno, sotto la neve: il 27 gennaio. Il Giorno della Memoria, quello che dovrebbe commemorare l’Olocausto, nel quale gli zingari furono sterminati esattamente come gli ebrei.

Mosca. E’ scampata miracolosamente a un attentato esplosivo la giornalista Elena Trebugova, autrice di un libro (“Storie dal sottosuolo del Cremino”) sugli affari meno noti del presidente Putin. In corso le indagini: “anarchici insurrezionalisti” o Kgb?

riccardo.guido@libero.it wrote:

Quei ferrovieri non sono stati licenziati solo per aver parlato coi giornalisti, ma per averlo fatto all’interno della cabina di guida di un treno con sopra viaggatori, fermandosi dentro una galleria per far vedere i punti più pericolosi e fermandosi due volte lontani dalle stazioni per far salire e scendere la troupe di Report. A me dispiace che per denunciare una carenza nella sicurezza qualcuno possa rischiare di perdere il posto. Ma mi dispiacerebbe anche se ogni ferroviere si potesse permettere di fermare i treni dove e quando gli pare perchè pensa che sia più giusto così. Per cui se il prossimo ministro sarà di sinistra, fosse pure Bertinotti, credo che confermerebbe quei licenziamenti. Per lo stesso motivo per cui non si possono approvare i black block

Prospero Biotti wrote:

Arrabbiati di meno e concludi di più

Simonmattia wrote:

Un’inchiesta di Forbes ha svelato che l’azienda più longeva del mondo è una cooperativa svedese che esiste fin dal Seicento e che non si è mai posta come fine la crescita dei profitti ma semplicemente la propria sopravvivenza, tramite la creazione di occasioni di lavoro per i soci. La cooperativa ha cambiato più volte area di businness, come si direbbe oggi, passando dall’estrazione del ferro, allo sfruttamento del legname, fino alla pesca e alla conservazione del pesce, ma è sempre rimasta in salute e attiva. Per quattro secoli. Le aziende che si pongono come fine la crescita del profitto, sempre secondo l’autorevole rivista americana, hanno invece un ciclo vitale simile a quello degli organismi viventi: dopo un po’ avvizziscono e muoiono

Catullo wrote:

Odio ed amo. Chiedi perché. Non so.
Mi succede, e ne muoio. Questo so.

* * *

Quanti baci ci vogliono mi chiedi,
Lesbia mia, per averne abbastanza.
Quanti i punti di sabbia sulla riva
di Libia, in tutto il regno di Cirene
giù dal deserto oracolo di Giove
fino alle tombe antiche dei faraoni –
Quante le stelle che in silenzio, in cielo,
spiano di notte i sogni degli amanti –
Con tanti baci tu dovrai baciare
Catullo tuo se vuoi che sia abbastanza:
tanti da non poterli contare tutti i curiosi
tanti da non poterli invidiare tutti gl’invidiosi.
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