Canzone gozzaniana

Probabilmente sono l’unico a non essersi accorto dell’esistenza de l'”altrogiulio“. E devo ammettere, francamente, che da un po’ – dopo un’iniziale abbuffata di contenuti – non mi capitava di scoprire nuove perle nel mondo dei blog. Perdonate la sfrenata passione del sottoscritto per l’opera omnia gozzaninana e tutto quanto ad essa ispirato. E mi perdoni Giulio se riporto l’intera canzone.

È possibile amare, unire, dividere,
non è possibile sopportare.
Ciò che Giulio sa, ciò che Giulio vede
non si può raccontare.
Fa una vita normale
e questa vita è tremenda.
Contiene affetti, lavoro, paure
indeterminate, cose belle e dure
in proporzioni ordinarie. È vera
questa vita, ma non ha più forza
Giulio, la sua vita si smorza.

Giulio vive nel ricordo di tutti.
Il suo lavoro è conservare
dentro la memoria i segni, i sogni, i fumi:
ciò che resta di persone andate
altrove, di persone perdute
alle quali è negato il ritorno.
Non è bello ricordare, è un’inezia
il ricordo, una inutile spezia
che condisce un piatto vuoto.
Nel ricordare si può essere felici,
ma di una felicità che non dà pace.

Raccontare storie è la risorsa
di Giulio. Non fa altro tutto il tempo.
Vive il tempo come una morsa
che si chiuderà su di lui, senza scampo.
Giulio non sa farsi un vanto
di ciò che gli dà il mondo:
un certo successo, quasi una gloria
letteraria, un buon guadagno. L’ora
delle emozioni è finita. In fondo
vorrebbe non aver mai pubblicato
le sue storie, vorrebbe non aver mai fatto

ciò che ha fatto. Eppure riceve
lettere commosse, c’è chi gli scrive
frasi come: «…Mi hanno fatto bene
le tue storie… Mi sembra di rivivere
da quando le ho lette…» – sorride
di queste lettere così ingenue,
Giulio, a volte, lui che sa
cos’è l’artificio, il falso, l’abilità
tecnica – «…Una voce così tenue
ma così forte… E così sincero…
Tutto quello che scrivi è vero, vero?…».

Giulio ha l’esperienza del falso.
Sa che i ricordi mentono.
La vita che ha vissuta è un caso.
I ricordi riordinano, fingono
un ordine che non c’è, un senso
che è pura invenzione.
Non ha più voglia di inventare, Giulio.
Pertanto non farà più letteratura.
Vuole fare una cosa più pura.
Scrivere non è un trastullo, per lui.
Ha cercato di salvarsi la vita.
L’ha pagata cara, la vita.

Giulio è felice. Non è una ricchezza
sulla quale possa fare gran conto,
questa felicità. Ha una leggera ebbrezza
ogni tanto. Sta nascosto
quanto più può. Racconta
le sue storie a qualcuno, finalmente.
C’è voluto del tempo perché non servisse
più la mediazione della carta. Lo spritz
con gli amici al bar in piazza
non è più un momento di autocontrollo.
Qualcosa, dentro Giulio, è crollato.

Giulio sta bene. Non crede che durerà
tanto, questo bene, ma c’è.
Quel che c’è, si gode. Non ha
pensieri particolari. Si diverte
a fare certe cose: perde
molto tempo passeggiando in centro,
guarda le persone che passano,
che si incontrano, che si lasciano.
Guarda. Non si sta preparando a un rientro
nella vita, ma ha deciso che esser fuori
non è poi così male. Non ha dolori.

I ricordi sono confusi, ultimamente.
A volte Giulio non sa più se è vero
ciò che ricorda, o un’invenzione. Sente
che qualcosa se ne va, e ci spera.
È come, dopo un’emicrania, quel leggero
intontimento che resta. È come
un gran silenzio dopo un gran rumore.
È come, al posto del dolore
che si temeva, l’anestesia che opprime
ma non fa male, anzi dà sollievo.
Non fa male, dà sollievo. È vero.

Giulio sente che si dirada
il nero. Non sa se il grigio è meglio.
Teme la cecità che il bianco candido
può dare, abbagliando. Si sveglia
al mattino e si meraviglia
di esserci. Fa visita gli amici,
lavora, telefona, a volte scrive.
I suoi gesti sono quasi privi
d’intenzione. «Sì, sto bene», dice
a chi gli chiede. C’è, dentro di lui,
un male che non si vede.

Questa è la canzone. Non è bella
ma è quieta, almeno, e lenta
al punto giusto. Va da quella
persona che sai, canzone, e allenala
a sopportare Giulio. Lui ci tiene. Sì.

(marzo 1998)

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