Non toccare la pelle del Genna

Non è che non essere più a capo di Clarence renda questo addio meno doloroso.
Che poi non è un addio, perché sebbene abbia scritto il suo saluto in un riquadro listato a lutto e con tanto di foto seppiata del volto, Giuseppe è vivo e lotta insieme a noi.
Giuseppe Genna è stata in assoluto la prima persona di redazione contattata per realizzare Clarence. Era l’ottobre del 1998 e capirete che per me, e per chi con me ha creato il portale, il fatto che non sia più dietro al suo monitor vuol pur dire qualcosa.
In quel periodo lavoravo ancora in I.com, e Giuseppe mi inviò il curriculum vitae più folle che avessi mai ricevuto. Giuseppe è stato l’unico ad avermi visto biondo. Spero (so che sarà così) che la vita sia generosa con lui per quanto deve aver sofferto in quell’occasione.

Il messaggio d’addio:

Giuseppe GennaGentilissime e gentilissimi,
dopo quattro anni di varie e piacevolissime nevrosi, le strade di Giuseppe Genna e di Clarence divaricano. Da oggi terminano le trasmissioni del Genna sul portale dell’angelo e, quindi, non verranno più aggiornate le aree a cui egli alacremente lavorato, tra cui questa. E’ stato un piacere discutere e litigare intorno alla letteratura per quasi un quinquennio. Il Genna si inchina a tutti voi che, prima o poi, siete capitati in questa zona poco ortodossa di espressione paracritica. Arrivederci a tutti: sul Web, in altre forme e in altri modi!!!


P.S.: I suoi libri meritano, davvero: Giuseppe Genna è un uomo che ha cultura da vendere. Ma non lo fa. Per questo non è ancora diventato miliardario. Li trovate tutti (compreso l’ultimo, “Non toccare la pelle del drago“, Mondadori Strade Blu, € 12) cliccando qui.

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6 Comments

  1. Concordo pienamente: Genna non solo ha cultura da vendere (e non lo fa), ma è soprattutto un grande Autore, dotato di una scrittura adrenalinica. La Milano cupa di “Catrame” è imperdibile.

  2. Quindi lascio anch’io qualcosa qui su Giuseppe. Non ero con Gianluca al primo contatto con l’iperbolico Genna, ma al secondo si, in un barf scalercio di Via Teodosio a Milano. Giuseppe si scalza fuori dalla sua 126 color fodera di bara e comincia a spanderne di tutti i colori, tranne il rosso pompeiano. Io lo argino come posso, ma comprendo immediatamente che con lui la strada sarà ricca, gorgogliante, sommariamente bitumata. Il primo scambio efficace fra lui è me è in una mail, dove ci sfidiamo a rimembrare il peggio degli anni ’70. Adesso lo fanno tutti, ma cinque anni fa eravamo come il duello dei maghi de “La Spada Nella Roccia”. In seguito è successo che: Giu ha diretto Clarence cercando di convincermi a fare il parco tematico dell’Angelo assieme alla Disney. Abbiamo scopertro una comune ossessione per nani monociliati. Abbiamo parlato di livelli esoterici CONTEMPORANEAMENTE ad un’esegesi sull’eredità letteraria di Cernienko. Abbiamo mangiato dalla zia di Pap. Abbiamo tirato scemo Iginio. Mi ha difeso dall’attacco delle Svedesi Imbizzarrite. Gli ho fatto incontrare, finalmente, Fred Astaire. Siamo tornati vivi dalla cena della zia di Pap. Abbiamo rischiato grosso. Abbiamo rischiato medio. Siamo passati attraverso la bolla speculativa (ma chi l’ha battezzata così? Luis Miguel?) ma non sono riuscito a farlo venire alle feste. A ben vedere, è meglio che le nostre strade si dividano. Ma perchè allora sono commosso?

  3. Beh, il più commosso in assoluto sono io. Lascio a parte le ovvie aggressioni che la memoria, vecchia puttana sempre nostalgica, pratica da giorni su entrambi i lobi. Per me l’abbandono di Clarence equivale alla morte di una madre o di un padre – il che, considerando che sono orfano, non è impresa gradevole da affrontare. Ragazzi e ragazze che su questo hellzapoppin reimbandito da Gianluca spendete sangue sudore e bytes: sappiate che a non avere mai lavorato (lavorato… beh, insomma, quella roba lì…) a Clarence, vi siete persi un’esperienza incomparabile, come ciucciare nutella dalle tette della Ferilli o, per restare alle mie predilezioni personali, fare scendere la cerniera dal sacco in cui riposa il cadavere di Laura Palmer. E’ vero, ho visto Gianluca Neri biondo. E’ vero: ho mangiato a casa della zia di Pap, dalla qu8ale mi sono pure fatto perpetrare un esorcismo. E’ vero, ho proposto a Grassilli di rimettere in produzione il formaggio Dover. Insieme a loro ho cavalcato le sempre meno vaste e apprezzate praterie del cazzeggio: un galoppo per cui, pensate con che gente avevo a che fare, mi hanno pure pagato. Hanno ispirato libri, distrutto un’estetica personale, riformato il pancreas, rigenerato i processi di fosforillazione. Hanno condiviso insieme a me l’odio motivato, profondo e arancione per la categoria dei “colleghi”. Insieme abbiamo progettato di lanciare bussolotti nella casa del Grande Fratello: un’azione civile per cui abbiamo pure trovato uno sponsor. Sono stati per me come fratelli siamesi iraniani e, infatti, al momento di separarci siamo morti. Accanto a me per quasi cinque anni, non mi hanno mai rinfacciato il fatto che non mi sono mai fidanzato e che ho fatto l’amore con una frequenza pari a quella con cui lo fa Sergio Romano. Mi hanno difeso dicendo pubblicamente che non ero fascista quando mi davano del camerata e asserendo che non sono comunista adesso che mi danno del leninista. Hanno acquistato insieme a me bambole erotiche a forma di Papa Doc Duvalier. E’ pazzesco, devo a loro esperienze choc: il cus cus di casa Neri, il più allucinogeno tra i ritrovati naturali dell’intero occidente; lo Zpikko, inesplicabile animale che dovrebbe sostituire Clarence a breve; le dirette radiofoniche all’Europeo, che ci hanno fatto perdere al golden gol; persino Garlando, inviato in un ristorante turco durante Turchia-Italia, e puntualmente sbranato da giannizzeri anabolizzati; la roca intervista di due ore e mezzo all’autrice più geniale di questo secolo e anche dell’altro, Lia Coeli; oltre, ovviamente, a un sacco di altre cazzate imbrevettabili, come l’incontro con il management della New Economy. Anche io sono stato miliardario insieme a loro, nella celeberrima copertina di Sette: stavo dentro il cofano della macchina. Sono stati per i Toccabili e di questo non sarò loro mai abbastanza grato. Mica è detto che finisce qui. Non dispero di riuscire a tornare a essere loro dipendente: in termini burocratici, poiché in termini affettivi lo sarò a vita…

  4. Casualmente proprio oggi stavo leggendo il tuo articolo su Zizek. E’ un buon punto di partenza, anche se la recensione di Difesa dell’Intolleranza ti fa quasi passare la voglia di approfondire l’argomento. Io lo farò ugualmente, ma tanto di cappello per i tuoi strumenti critici.

  5. Beh, non posso evitare di partecipare alla commemorazione e all’amarcord. Non ti chiamo “collega” perché visti i tempi che corrono rischierei di essere frainteso.
    Non ho vissuto l’esperienza mistica dalla zia del Pap, ma abbiamo condiviso qualche ora a guardare Chuck e Nora e non posso dimenticare che mi hai fatto scoprire Gene Stephens e le sue tecnologie anticrimine.
    Sono stato tra i pochi ad avere l’onore di leggere “Le teste”, anche se davanti alla macchinetta del caffé Jonathan mi ha svelato il finale quando io ero a pagina 2.
    Mi hai fatto vivere giorni infernali perché ogni cazzo di lunedì davanti alla mia nota fidanzata te ne uscivi con qualcosa tipo “ma possibile che non la porti mai da nessuna parte?”
    Sappi che per colpa tua la domenica non dormo più fino alle due…
    Uno che ti fa vivere esperienze simili puoi desiderare di torturarlo oppure puoi considerarlo un caro amico. Beh, per qualche strano motivo sei una delle cose che mi rimarranno di questi quattro anni. Nonostante la Svezia, nonostante la Germania e nonostante l’Arno non faccia il suo dovere dal ’66.
    Spero solo che potremo lavorare a qualcos’altro insieme, “in altre forme e in altri modi”.
    Già da tempo le cose non erano più come prima, figurati adesso…

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