NON PENSATE TANTO ALLE PAROLE. PENSATE ALLE COSE.

• I pupi. “Prendi marrano!”, “Mori, traituri!”, “A ttia, Ganu di Maganza!” e giù gran colpi di scimitarra e draghinassa, fra gli applausi entusiasti e gl’incitamenti degli spettatori: “Forza, Rinaldo!”, “Ammutta, Ferraù!”. “Cannonate in pancia!”, “Ci avete fatto perdere le elezioni!”. “Dai, Umberto!”, “Forza, Giancarlo!”. Appassionante spettacolo che però a un certo punto, come tutti gli spettacoli, finisce: un’ultima riverenza al pubblico, e via nello scatolone del puparo. E anche il buon Bossi, tirato l’ultimo colpo di durlindana e sbraitato l’ultimo “cane infedele”, s’inchina e rientra docilmente nello scatolone.
Non pensatene troppo male, poveruomo. A lui, in realtà, degli immigrati non gliene frega proprio niente, nè in bene nè in male; solo che c’era bisogno d’un po’ di spettacolo a tinte forti, per distogliere l’attenzione dal lodo Ciampi e dalla scandalosa assoluzione dei potenti. Dopodiché, l’amnistiato si mette in posa e comincia a declamare dal balcone “Me padrone d’Italia! Me padrone d’Europa! Italianiiiii!”. E così il signor B. sbarcò in Europa.
Della vecchia Dc si può dire tutto il male che si vuole: camorristi a Palermo, ladroni a Roma – ma come politica estera, bisogna lasciarli stare. D’un paese che aveva fatto sette guerre in un secolo, era riuscita a fare una potenza pacifica rispettata da tutti. Di una nazione non grandissima, sconfitta in guerra, famosa per giri di valzer e tradimenti, uno dei tre pilastri su cui sorgeva l’Europa. L’Italia non è sempre stata il paese dei telefonini: c’è stato un momento in cui eravamo una specie d’Iraq bombardato, con le macerie al nord e la fame nera al sud. “Italian fascists”, ci chiamavano, o – i più benevoli – “macaronì” o “mandolini”.
La prima volta che questa Italia andò all’estero, a un dibattito pubblico europeo, il nostro rappresentante era un signore occhialuto alto e magro, abiti decorosi, sorriso raro. Attraversò la sala – quando toccò a lui prendere la parola – fra sguardi compassionevoli e sorrisini. “Mr Digaspery of Aitaly!”. “So bene – cominciò – che tutto in questa sala, esclusa la vostra personale cortesia, ci è contro. Ma noi italiani…”. E parlò. Parlò dell’Italia povera ma coraggiosa, delle guerre subite e della pace sperata, delle macerie che già – senza aspettare nessuno – stavamo rimuovendo. Parlava sempre più piano, epperò ascoltato da tutti, perché il silenzio era grande, mentre – per bocca del suo leader – nella sala passavano le sofferenze e i meriti, gli errori e i doni di tutto un popolo. Che ritornava adesso a parlare – dopo un buio di tanti anni – con tutti gli altri: senza più imporre niente a nessuno, senza più imperi, ma con una sua profonda civilissima dignità.
Infine De Gasperi tacque, raccolse lentamente le carte e si avviò per uscire: al suo passaggio, tutti i delegati – americani, francesi, inglesi, canadesi e tutti gli altri – si alzavano l’un dopo l’altro in piedi, in segno di rispetto; dietro di lui uscì la piccola delegazione italiana, composta da democristiani, liberali, azionisti, socialisti e comunisti. Da quel momento l’Italia tornò ad essere un paese d’Europa. Insieme – ed alla pari – con i francesi e i tedeschi fu anzi la prima a dire che bisognava unire l’Europa.
E ora, nel momento in cui finalmente l’Europa cresce economicamente e fa politica, fa fronte all’impero impazzito, prepara forze armate comuni – nel momento in cui, dal punto di vista nazionale, c’era da raccogliere il frutto di cinquant’anni di semina coerente e faticosa – ecco che arriva un brianzolo qualunque e strilla: “Tenetevi la vostra Europa, scemi! Noi vogliamo essere ‘mmericani!”. Gli altri naturalmente lo guardano con un sorriso gentile, e si dividono tranquillamente la parte nostra. Vabbè. D’altronde, non sanno nemmeno se gli abbiamo mandato una persona onesta o un ladro a rappresentarci fra loro; abbiamo fatto una legge apposta per abolire ogni possibilità di saperlo e loro educatamente “Ah sì? Beh, se da voi si usa così…”.
• linarena@yahoo.it wrote:
< Noto che lei nutre una grande nostalgia per il comunismo predicato sul manifesto dal compagno Pintor. Ebbene, le chiedo, mi vuole spiegare di quale tipo di comunismo si tratta? È per caso un comunismo che mira al mutamento radicale della società e quindi dei rapporti di produzione oppure è solo una definizione che serve a coprire con una patina di tristezza e di desiderio i discorsi dei reduci del Pci? >
Cara Lina,
eh, Lei mi fa una domanda da nulla! Bisognerebbe essere un politico per risponderLe; io sono un compagno sì, ma tutto sommato non granchè come militante. Vediamo un po’.
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