Internet libera fa paura

STATE ATTENTI ANCHE VOI: LA LIBERTÀ DI STAMPA SIAMO NOI, TUTTI INSIEME

Internet. Un giovane dissidente cinese, Wi Qi, è finito in galera per aver messo su un sito la lista delle persone scomparse dopo essere state “invitate” dalla polizia. Poche settimane fa due giovani hackers americani sono stati condannati per aver messo in rete informazioni che consentivano di evadere il “pizzo” imposto sulla musica dalle majors dei Cd. Nel primo caso l’accusa formale è di “sovversione”, nel secondo di attentato ai profitti delle multinazionali. Il meccanismo è lo stesso. L’internet è libero, e fa paura. Scrivere su un sito costa appena un po’ di più che scrivere sui muri ma è infinitamente più efficace. I padroni del mondo, quando è stata inventata la scrittura, debbono aver provato un panico molto simile a quello dei padroni di ora, di fronte a un mezzo alla portata di tutti, di tutti i cervelli e di tutte le verità. Chissà quanti hacker saranno finiti nelle miniere di sale, a quel tempo, per uso abusivo dell’alfabeto.
Qualche settimana fa su Repubblica è uscito un bellissimo articolo di Valentini, che oltre ad essere un giornalista è anche manager di una società che si occupa, guarda caso, di vendere pubblicità e contenuti in rete: il web è un casino, ci vogliono leggi dure, basta con le e-mail gratuite, facciamole a pagamento. In Spagna c’è già una legge che restringe i contenuti giornalistici sull’internet, ed è considerata un modello per una futura legislazione europea. In America o in Cina affrontare determinati problemi sul web porta già in galera.
In Italia tutta l’informazione è ormai concentrata nelle mani di una mezza dozzina di proprietari, non di più. Molte notizie escono assai sbiadite, o non escono affatto. E non è solo Berlusconi a censurare ma anche Caracciolo, Romiti, Caltagirone, Ciancio, Agnelli. Periodicamente, campagne “d’opinione” mirate vengono lanciate a freddo per conseguire questo o quell’obbiettivo politico o industriale: “domani piove” può significare semplicemente che la proprietà del giornale produce d’ombrelli. L’informazione libera, distinta dagli interessi economici, non esiste più. La stessa Cnn ha ormai formalmente adottato regole di autocensura. Restano i giornalisti singoli, quando hanno visibilità (ricordate la campagna contro gl’inviati Rai “filosaddamiani”? Beh, è solo una delle tante), e resta l’internet. Per esempio, queste righe.
La rubrica che state leggendo esce ormai da quattro anni, ed esce in condizioni davvero strane. L’autore non è un simpatico fricchettone, ma un vecchio giornalista professionista: con fonti, dunque, mestiere e capacità d’analisi tali da conseguire una credibilità non inferiore a quella dei media ufficiali. Dieci anni fa, questa rubrica non sarebbe potuta uscire: non avrei avuto i soldi, semplicemente, per fare un giornale da solo. Sarei stato non solo personalmente emarginato (il che riguarda me) ma proprio costretto al silenzio: il che riguarda voi, perché una notizia o un’opinione in meno impoveriscono tutti. Con l’internet invece posso parlare. Debbo solo accettare la condizione esistenziale di emarginazione ecc. a cui questo tipo di giornalismo oggi costringe; ma tecnicamente posso far viaggiare opinioni e notizie in un ambito sufficientemente esteso da essere utilizzabili dai lettori. Posso fare giornalismo, insomma. Condivisibile o meno, bello o brutto, ma sicuramente libero da interessi esterni: per me, “domani piove” vuol dire proprio che secondo me pioverà, non vendo ombrelli. Poi può anche darsi che faccia bel tempo: in questo caso avrei scritto una cazzata (e i lettori me la farebbero pagare) ma avrei sempre fatto giornalismo, non pubblicità o propaganda. Ritengo che a lungo andare questo paghi.


Come giornalista, in questo momento sto difendendo la libertà e la varietà d’informazione su cui storicamente si è caratterizzata la nostra civiltà occidentale. La sto difendendo da solo (non è esattamente così: ma semplifichiamo) e posso farlo perché ho l’internet. Se mi tolgono l’internet non posso farlo più. Siccome questa situazione è evidentemente strana e scomoda, e cozza con tutto il meccanismo economico esistente, allora debbono togliermi l’internet: così in un posto mi arrestano per sovversione, in un altro mi danno un milione di multa per attività anti-major, in un altro ancora mi lasciano in teoria parlare ma impongono una tassa a chi mi legge. Tutte queste cose in realtà sono già successe agli albori del giornalismo moderno (re Carlo, nell’Inghilterra di Defoe, mise una tassa sui torchi) e non hanno avuto infine grande importanza perché il pubblico vigilava e stava attento. Il pubblico era una classe nuova – la borghesia – e voleva novità: vere, ogni giorno, e libere. Così, state attenti anche voi: la libertà di stampa siamo noi, tutti insieme. Noi giornalisti (saremo un centinaio i giornalisti in tutt’Italia, in questo momento) facciamo la nostra parte ma voi, cittadini-lettori, fate la vostra.

Il lodo Orioles. Si articola in tre fasi. 1) Il signor B. acquisisce, come imprenditore, uno degli edifici pubblici “cartolarizzati”, e cioè messi in vendita al miglior offerente, dal governo. 2) I magistrati continuano tranquillamente i loro processi e alla fine condannano ad alcuni anni di carcere il signor B. 3) Il signor B., senza protestare, si ritira a casa sua nel cuore di Milano. I giudici non protestano ma anzi sono contenti. Com’è possibile? Semplice: il bene “cartolarizzato” è il carcere di San Vittore a Milano, all’asta per circa venti milioni di euri. Così i magistrati possono dire di averlo mandato a San Vitur, lui di essere rimasto a casa sua e finalmente il povero Ciampi può andarsene a inaugurare convegni in santa pace.

Costumi. C’era l’ambasciatore giapponese – in Italia negli anni trenta – che si comportava in maniera davvero strana. In udienza allargava improvvisamente le braccia e si metteva fragorosamente a sghignazzare. Ai banchetti ufficiali saltava sul tavolo e là, in piedi, brindava al suo imperatore. A volte arringava ferocemente i colleghi ambasciatori in giapponese, rosso in viso e con la voce strozzata. Tutti pensavano che questi fossero i costumi tradizionali giapponesi – nessuno conosceva il Giappone – e lo lasciavano fare con benevolenza esotica, sforzandosi anzi di adattarsi al suo modo di fare. Un giorno lo rimpatriarono improvvisamente, e dopo un po’ dal Giappone arrivò la notizia che l’avevano rinchiuso perché era clinicamente pazzo da molti anni. Chissà quali sono i veri costumi della Brianza, o degli imprenditori moderni, o della destra (tutte civiltà che conosciamo poco). Alle volte sorge un sospetto.

Addis Abeba. Almeno 940mila tonnellate di generi alimentari, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, dovrebbero essere importate in Etiopia nei prossimi sei mesi per far fronte alla gravissima carestia che incombe sul paese. Dodici milioni e mezzo di persone, secondo gli stessi esperti, vi rischiano la morte per denutrizione.

Pechino. Nessuna speranza di trovare in vita i venticinque minatori sepolti da un’esplosione di gas a Yongtai. E’ l’ultimo di una lunga serie di incidenti, dovuti allo sfruttamento selvaggio dei pozzi senza misure di sicurezza, che nel 2003 avrebbe già fatto milleseicento vittime fra i minatori.

Los Angeles. Per protestare contro il livello intollerabile della violenza urbana, un gruppo di imprenditori di pompe funebri, becchini e imbalsamatori ha organizzato un corteo di protesta, aperto da una fila di carri recanti bare, lungo le strade a sud della città fino al cimitero. L’anno scorso in California gli omicidi fra minorenni sono stati 653, sessanta in più dell’anno prima.

Libro di lettura (ad uso dei piccoli siciliani, e anche marrocchini, africani, brasiliani e rumeni e di tutti gli altri Paesi). Gianni Rodari <cicloattivismo@libero.it> wrote:
< Una volta il semaforo di piazza Duomo fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto si tinsero di blu e la gente non sapeva più come regolarsi. “Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”. Da tutti i suoi occhi il semaforo diffondeva l’insolito segnale, di un blu che così blu il cielo della città non era stato mai. In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano: “Lei non sa chi sono io!”. Finalmente arrivò un vigile e si mise lui in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi e tolse la corrente. Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti! Io avevo dato il segnale di “via libera” per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio” >

Antonino wrote:
< Riguardo alla nuova “tangente” sui CD forse una soluzione c’è e la stanno sperimentando decine di ragazzi in tutta Italia. Basta costituire “gruppi d’ acquisto” e comprare i CD vergini in Gran Bretagna o in Francia >

Alessandro wrote:
< Volevo solo dire che non costituisce illecito penale ma solo amministrativo l’uso di cd masterizzati, secondo in relazione una recente sentenza del tribunale di Arezzo. Volevo solo dire questo e ricordare Peppino Impastato. Ciao! >

Artamano wrote:
< “Se vive ancora, dev’essere vecchissimo e avrà visto tante cose del mondo: ma cos’è il ghetto, cos’è la dignità e perché occorre resistere, questo non credo che l’abbia dimenticato…”. Vive ancora,si chiama Tsvi Nussbaum, ha fatto il medico a Coney Island, negli USA e ora è in pensione >

umberto wrote:
< “Considero esattamente sullo stesso piano le vittime dei criminali attentati dei “kamikaze” e quelle delle criminali “rappresaglie” del governo israeliano”. Caro riccardo sento dal tono della tua voce che ti sei irrigidito come sempre capita a un certo punto di discussioni come queste. ci sento il tono del duro e puro ed è un tono che non mi convince più e credo che questa posizione che mette sullo stesso piano le vittime intenzionali di un attentato terroristico – magari scatenato nel momento in cui si potrebbe ricominciare a parlare di pace – e le vittime incidentali di una rappresaglia sarà sempre meno sostenibile >

Giuseppe wrote:
< A Catania penso che siamo in tanti a non sopportare la tirannia del giornale (se così si può chiamare) “La Sicilia“.. Io per conto mio preferisco rimanere al buio riguardo alle notizie locali piuttosto che comperarlo. C’è una cosa che proprio non riesco a capire: “La Repubblica” (che mi pare proprio un giornale decente) fa stampare le sue copie per la provincia di Catania presso la tipografia del giornale in questione. Eppure sono certo che se “La Repubblica” facesse un edizione con pagine dedicate alla cronaca locale, come fa già da anni a Palermo, sarebbe una valida alternativa a “La Sicilia“. Molta gente smetterebbe di comperare “La Sicilia” solo per essere informata sugli avvenimenti locali e ci sarebbe uno spiraglio di concorrenza. Perchè non avviene? Debbo pensare che politiche di accordo commerciale, se non vere e proprie “connivenze”, coinvolgano anche giornali come “La Repubblica“? Debbo smettere anche di comperare “La Repubblica“? >

Beh, smettere di comprarla no: però, se vuoi la Repubblica intera, cioè con la cronaca regionale, devi andare almeno a Taormina. A Catania, per un accordo fra Caracciolo e Ciancio, Repubblica esce senza regionale per non fare concorrenza. Per lo stesso motivo è esclusa una sua edizione catanese.

Marco Ciriello wrote:
< Non so come si fa a voler bene a un uomo che non si è conosciuto, so che ho letto i suoi articoli ed ho letto e riletto i suoi libri, e so che mi mancherà, il resto è sfondo. Pintor era uno dei pochi uomini di sinistra che non avevano ritrattato i propri sentimenti, le proprie idee, ma non era un integralista, il suo bagaglio storico era a disposizione, sempre, dei nuovi arrivati, le sue idee pronte ad accogliere il vento dei movimenti, ad ascoltarne le istanze, era un vecchio “altro” come non ne avremo più. Pintor era un albero, un nespolo, esile, che ha saputo accogliere sotto di sè i nuovi arrivati, i più giovani, fondando un giornale dinamico e aperto; ha visto passare, molti, fermo è rimasto a guardare la storia del nostro paese. È stato un fine osservatore della nostra brutta politica, è stato un fine dicitore delle strategie e dei movimenti ballerini della nostra società, è stato un contestatore della sinistra fino alla fine, severo con i suoi combattivo e intransigente con gli avversari. Non ha avuto una vita facile, ha saputo riflettere sulla costante compagnia del dolore al suo fianco, ne ha raccontato con puntigliosità, senza lamenti, è stato un protagonista defilato, per scelta, dei nostri anni. >

Sono arrivate diverse lettere in commemorazione di Luigi Pintor, quasi tutte erano lettere di giovani e di ragazzi e questa è una. A me viene difficile scrivere di lui, sarebbe come fare l’epitaffio delle speranze civili di una bellissima Italia che non c’è più. Nessuna difficoltà invece per i vari Riotta, Annunziata, Caprara e compagnia bella, gli ex del Manifesto che hanno buttato a mare Pintor in nome della carriera, italianamente. Quanto a me, sono orgoglioso di aver pubblicato il mio primo articolo, nel ’71, sul Manifesto anno 1 numero 3, “quotidiano comunista”. Che bel comunismo sarebbe stato quello di Pintor, di Dubcek, di Terracini, dei nostri maestri laici e dimenticati.

Nico wrote:
< “Provo un dolore grandissimo a pensare che una città come Palermo debba essere amministrata dalla destra, e da una destra semimafiosa come quella. Ma provo un dolore anche più grande a pensare che uno come Orlando si illuda di poter girare attorno a una faccenda del genere… “. E quindi preferisci consegnare direttamente il futuro dei tuoi figli, dei figli di tutta Palermo, a chi difende gli interessi mafiosi? Lo chiedo senza sarcasmo, con molta curiosità, vorrei capire, proprio non riesco a vederci una logica >

Caro Nico, io sono contrario all’astensionismo: votare è un dovere non solo verso le proprie idee, ma anche verso la democrazia in generale. Però, se ci sono candidati. Se candidati non ce ne sono, non è colpa mia se *non posso* votare. Ora, uno come Cocilovo, sindacalista pagato per chiudere gli scioperi (a quanto dice la magistratura) non è un candidato: è semplicemente un frutto irresponsabile dei problemi interni di Ds, Margherita, Rifondazione ecc. palermitani. Che cosa c’entro io? Mi diano un candidato votabile, e io lo voto. Se no, la colpa per l’eventuale vittoria della destra non è mia, è loro, e ne dovranno rispondere dopo le elezioni.
Questo in termini immediati In termini più ampi, è importante insegnare – anche brutalmente – ai dirigenti della sinistra che il ricatto non paga. Volete costringerci a votare un sindacalista venduto “per non fare il gioco della destra”? Andate al diavolo. Così distruggeremmo la sinistra, non solo quella di ora ma anche quella dei decenni a venire, perché manderemmo a puttane l’unica forza vera che possediamo: la fiducia nell’onestà della sinistra, nel suo buon nome, nel suo essere magari a volte imbranata ma pulita. Questa lezione, di cui a quanto pare lor signori non possono fare a meno, è indispensabile e urgente perché fra un anno abbiamo le politiche anticipate, in cui ci giochiamo davvero le sorti del Paese, e dobbiamo imporre a qualunque costo che la sinistra vada con la serietà che finora è mancata (e che ha aperto le porte a Berlusconi). Meglio perdere una provincia oggi che tutta l’Italia domani. Una provincia si recupera, ma se questi coglioni riescono a far vincere Berlusconi un’altra volta non ce lo scrolliamo più per vent’anni.
(A Catania, Claudio Fava – che invece è una persona perbene – ha fatto, in questa logica, comizi insieme con gente come un “Turi” Leanza, che avevamo combattuto insieme ai tempi dei Siciliani. Questo comportamento, ingenuamente “realistico”, è perdente nell’immediato e catastrofico in prospettiva).

Antonella Consoli >libera@libera.it< wrote:
Dietro quella siepe di gelsomino

< L’agguato sarà lì
dietro quella siepe di gelsomino
Lì aspetta con occhio attento l’assassino
e noi che in battaglia
penseremo al nostro amore
ci avvicineremo per cogliere
il profumo antico.
Sarà lì che cadremo
l’ultimo sapore della vita
fra le mani. >

Slanciò le calde braccia nell’aria

< Slanciò le calde braccia nell’aria
come se battesse più volte
le ali
aprì le labbra e uscì
il caldo alito a riscaldare il naso
erano le sette di mattina
e l’inverno era diventato rigido
ma lei non dimenticò mai
come si comincia a volare
poi baciò il suo amore
e volò via >

(Visited 16 times, 1 visits today)

10 Comments

  1. Un bell’articolo, ed è un piacere vedere qui la “firma” di Riccardo Orioles, che ricordo d’aver letto la prima volta ai tempi di “PeaceLink”. La Catena di San Libero è stato per diverso tempo un punto di riferimento, per chi voleva leggere in un “bollettino telematico” quel che difficilmente si poteva trovare sulle testate giornalistiche tradizionali. Ho apprezzato varie volte il suo essere una voce fuori dal coro, e il coraggio nel manifestare e difendere le proprie opinioni, ma soprattutto la coerenza e il rispetto dell’etica (verifica attenta delle fonti, ad esempio) nel farlo. Anche la serie di articoli “Tanto per abbaiare” è stata talvolta spunto di riflessione, e su carta, m’è capitato di leggerlo su “Avvenimenti” e, più recentemente, su “Il Nuovo”. Ho apprezzato, a suo tempo, il coraggio di andare contro l’atteggiamento prevalente in certa sinistra su Slobodàn Milosevic, ad esempio. E più di recente, mi sono ritrovato ancora una volta d’accordo sulla sua posizione circa la “guerra al terrorismo”, al di là del pacifismo facile e di maniera (e spesso a senso unico) di tanti. Ma l’articolo che mi colpì di più, un paio d’anni fa, fu quello in cui si invitava a non consumare il pescato siciliano, dato che in un certo paesino di pescatori (vicino al relitto della carretta del mare affondata con a bordo 238 profughi albanesi) si catturava allegramente pesce che si pasceva di carne umana.. Ancora una volta, grazie. Per la segnalazione dell’articolo di Valentini, da aggiungere senz’altro alla lista “nulla resterà impunito”, e per averci ricordato cosa vuol dire “libertà d’espressione”.

  2. Ho appena letto l’articolo di Orioles che condivido pienamente e scoperto con piacere la rubrica “tanto per abbaiare”.
    Il blog è un mezzo grandioso, libero, democratico, gratuito, con il quale chiunque può far viaggiare le proprie opinioni e fare quindi del giornalismo, anche se di mestiere fa tutt’altra cosa. Proprio per questo è reale il rischio che intervengano restrizioni, perchè i poteri, politici ed economici, anche quelli che si definiscono difensori della libertà e della democrazia, temono la vera libertà.

  3. Due note su un bell’articolo, largamente condivisibile:

    -La repressione cinese e quella statunitense non sono paragonabili, né per quantità né per qualità.
    -Fra i padroni del vapore (pardon: della stampa) va annoverato in prima fila Debenedetti.

    Infine, spot retroattivo: chi è interessato alle lotte per la libertà di stampa ne troverà un bell’esempiuccio sui primi numeri di http://www.disobbedisco.com

  4. Credo che i maggiori condizionatori dei giornalisti siano loro stessi e la loro voglia di apparire. Purtroppo. Il resto sono scuse. Ed è una banalità dire che sono condizionati professionisti che spesso fanno del condizionamento dei lettori la loro metodologia. La solidarietà è meglio tenerla cara e usarla con le cose serie. Il Direttore del Corriere è un ottimo direttore e nessuno mi può convincere che dietro la sua scelta ci siano state pressioni eccessive per il suo ruolo.

  5. non è internet libera che fa paura, ma la libertà in sè…..
    che ad ogni modo non riusciremo mai a raggiungere
    (w l’ottimismo….)

  6. Ma Repubblica non è il Foglio ( o Camillo )

    Christian Rocca scrive ad Ezio Mauro, direttore di Repubblica, riguardo al caso (lupo de ) LupisE’ che Rocca è abituato

  7. MULTE PROPORZIONATE
    UNA GROSSA SPERANZA

    Da un mondo che premia i “furbi”, ad uno che premia i furbi.
    Dall’attuale “corsa verso il baratro”, ad una inversione di tendenza.

    Le multe sono uguali per tutti? NO! 50 euro per chi ne guadagna 1.000 al mese sono molto, per chi ne guadagna 2.000 sono già un po’ meno e per chi ne guadagna 1.000.000 …sono “niente”.
    Siamo dei…fessi!!! Da secoli non ci abbiamo mai pensato!!!
    E’ sbagliato tutto il sistema sanzionatorio. Se cominciassimo a costruirlo con la logica della proporzionalità innescheremmo una pacifica rivoluzione.
    Le multe proporzionate sarebbero più basse o uguali per il 99% di noi, ma altissime per i ricchissimi.
    Sono l’unica arma giusta contro le multinazionali e i poteri forti del mondo! non per distruggerli, ma per tenerli sulla “retta via”.
    Oggi tra due ricchissimi di pari capacità ma diversa moralità, quello onesto, che accontentandosi della propria ricchezza paga tutte le tasse, rispetta le leggi, ect. “perde” nella corsa per il potere. Invece quello che non si accontenta, aggira la legge perché le multe/sanzioni a cui va incontro sono per lui così piccole che gli si lasciano i soldi per comprare testimoni, avvocati, giudici, giornali e addirittura governi.
    E’ così che si forma, cresce e dilaga il sistema della corruzione.
    E il potere diventa una gara irrefrenabile non solo a chi è più intelligente ma soprattutto a chi è più spregiudicato! Con intrecci pazzeschi.
    Prima o poi produrremo un altro Hitler…e non è detto che questa volta riusciremo a fermarlo. E non per colpa di qualcuno (Il nazismo fu colpa di Hitler, dei milioni che collaborarono o dei potenti che ci guadagnarono nell’ombra?) ma per un errore del sistema, un “banale“ errore di calcolo.

    Le multe (adeguate e giuste cioè proporzionate) sono l’arma più logica contro il vero potere di questa società, cioè il denaro. Il “capitale” si ferma con la sottrazione di denaro, ma solo a quei capitalisti che trasgrediscono, lasciando crescere i capitalisti onesti.

    La prova che la situazione è grave e urgente è il fatto che giornali e partiti non accettano di discutere di questa idea. Provare per credere.
    La prova che ho ragione…non esiste. Ma neanche la prova che ho torto. E allora perché non parlarne? Non approfondire? Non discuterne?
    Naturalmente non basterebbero mille pagine per parlare di tutti i particolari, ma spero di essere riuscito a spiegare l’idea di base.

    Se un Comune, un partito, un sindacato, un’associazione, un’azienda investissero nel lancio di questa discussione, potrebbero averne un ritorno d’immagine di dimensione nazionale, o più, perché il primo a crederci rimarrà sempre il primo. Invece nessuno ne vuole parlare (ripeto solo parlarne). Tantomeno i giornali, neanche di sinistra.. Provare per credere. Fa pensare vero?

    per approfondire: http://digilander.iol.it/wittgeinstein

    fate vostra questa idea. Diffondetela senza citarmi. Non importa.

  8. Un quesito a Peacelink

    Un amico ha posto alcuni giorni fa un quesito a Peacelink, in merito a quella che loro definiscono “l’aggressione di un consulente Nato al sito pacifista”. Il quesito era sostanzialmente questo: leggendo una dichiarazione di Corrado Maria Daclon su Libero del 12 agosto 2003, emergono questi rapporti del prof. Daclon con la Nato: “Per la Nato ho partecipato ad alcuni workshop internazionali in tema di scienze ambientali, dal risanamento del Mar Caspio alla desertificazione della regione del Lago di Aral ad esempio, insieme a colleghi e studiosi di tutto il mondo. Ciò non vuol dire percepire compensi (cosa mai avvenuta) ma intervenire in panel scientifici internazionali, come ho fatto in passato per il Programma Ambiente delle Nazioni Unite o come faccio abitualmente per la Commissione Europea a Bruxelles”. In effetti anche nella citazione in giudizio, che Peacelink pubblica sul suo sito, si parla del prof. Daclon come docente universitario di scienze ambientali, presidente di una associazione ambientalista, consulente della Commissione Europea, collaboratore di trasmissioni televisive, esperto di enti locali, e solo alla fine si ricorda marginalmente che figura tra i partners scientifici del “Committee on the Challenges of Modern Society” della Nato, commissione che ha il solo compito di organizzare convegni e studi scientifici.
    Perché tanta enfasi sottolineando addirittura che “la Nato vuole chiudere Peacelink”, richiamando con sprezzo del ridicolo un improbabile legame tra “apparati militari dell’Alleanza Atlantica” e ambientalisti? Perché tra le molteplici attività del prof. Daclon si parla a senso unico di quella che probabilmente è la meno significativa nel suo curriculum, e nello stesso atto di citazione è riportata più che in secondo piano? Proviamo a rispondere? Forse perché avrebbe funzionato diversamente la raccolta di contributi nell’ambito di una campagna stampa vittimistica se “un docente universitario” querela Peacelink, oppure “un esperto degli enti locali”, oppure “un collaboratore di trasmissioni televisive”, o ancora “un consulente dell’Unione Europea”, e così via, querela Peacelink. La Nato che attacca i poveri pacifisti, con i suoi poderosi “apparati militari”, funziona meglio. Alla faccia della trasparenza e della correttezza dell’informazione.
    Il mio amico, scrivendo a Peacelink, ricordava anche come lui, ad esempio, partecipi talvolta quale relatore a convegni della Microsoft, così come il prof. Daclon partecipa a quelli della Nato. Non per questo, se il mio amico fa causa all’amministratore del suo immobile per una perdita d’acqua, qualcuno si sogna di montare una campagna mediatica dicendo che “Bill Gates e la Microsoft vogliono ridurre sul lastrico il condominio”.
    A proposito del quesito: il mio amico non ha ricevuto alcuna risposta e la sua email non è stata pubblicata da Peacelink. Le minacce di violenze nei confronti del prof. Daclon, evidenziate da Libero del 3 agosto 2003, quelle sì, sono state pubblicate sul sito di Peacelink. Sempre per quel diritto alla libertà di informazione di cui si parlava.

  9. VICENDA NATO-PEACELINK. Traspare una nota di fondo dal casino mediatico (scusate il termine) che sta facendo Peacelink per questa storia: evviva la libertà di espressione e di pensiero, purché non sia diversa dalla mia. Non ho mai visto persone così sconcertate e sconvolte, come questo Gubitosa, nello scoprire che non tutti la pensano esattamente come lui. Volete sollevare polveroni? Accettatene le repliche, è la democrazia signori. Ed accettate il giudizio della magistratura, aggiungerei, perché le sentenze non le scrive Zanotelli o i no-global ma un Tribunale “in nome della legge”.

Rispondi