Io non so cos’è la sinistra

…MA SO CHE SE PER VINCERE È COSTRETTA A FARE IMBROGLI E A TRADIRE, ALLORA PREFERISCE PERDERE

Peppino ImpastatoPersone. Il bambino del ghetto di Varsavia, ve lo ricordate? Con quell’enorme berretto, quel visino affilato, quelle le braccia alzate davanti a una Ss grande il triplo di lui e tuttavia, negli occhi, qualcosa di non rassegnato, di sfida. Il ghetto di Varsavia fu difeso dai giovani ebrei per più d’un mese, fino al sedici maggio del quarantatrè. Un mese di lotta durissima, senza speranza materiale, solo per lasciare un esempio, per dignità. Allora sembrò che vincessero i soldati: ma ora, dopo tanti anni, sappiamo che il vero vincitore in realtà fu quel bambino. Se vive ancora, dev’essere vecchissimo e avrà visto tante cose del mondo: ma cos’è il ghetto, cos’è la dignità e perché occorre resistere, questo non credo che l’abbia dimenticato. E a tutti noi lo tramanda, e non soltanto agli ebrei.

Persone. Sono passati venticinque anni dalla morte di Peppino Impastato e in Sicilia i compagni hanno fatto un altro Forum nazionale Antimafia in suo onore (il primo, l’anno scorso); s’è parlato di antimafia, di pace e di informazione, e se n’è parlato in quel paesino di Cinisi dove, tanti anni fa, i mafiosi pensavano di avere vinto, con un po’ di tritolo, la loro guerra contro Peppino. E invece, anche in questo caso, in realtà alla fine aveva vinto lui.
Aveva più o meno la mia stessa età, venivamo dalle stesse cose: Lotta Continua, la “contestazione”, il Sessantotto. Adesso io sono un signore di cinquant’anni, e lui è sempre un ragazzo appassionato e generoso. Chissà che cosa sarebbe successo in questo paese, se tutti fossimo rimasti – noi sessantottini – giovani e incorruttibili come lui.
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• Più o meno dieci anni fa di questi tempi la Sicilia era in pieno rinnovamento: le cose cambiavano in fretta dappertutto, ma in Sicilia più che altrove. Il movimento antimafia, la Rete, le prime elezioni libere cioé senza più spaventarsi dei mafiosi. Il capo, o almeno la persona più conosciuta, era Leoluca Orlando: un giovane cattolico onesto, che se ne uscì dalla Dc e propose di fare una specie di “partito” nuovo (o un’accozzaglia, o un movimento, o insomma un qualche modo di stare insieme), in cui non si facesse tanto politica quanto liberazione, non si rimestassero troppo le divisioni del passato ma ci si desse da fare tutti insieme contro il potere mafioso, come contro i fascisti al tempo della Liberazione.
La cosa, nell’immediato, ebbe successo: in Sicilia fu una generazione intera ad aderire; non facce scontente da leghisti o da forcaioli incalliti, ma visi entusiasti di giovani che vedevano finalmente il momento di inventare daccapo, e stavolta sul serio, la democrazia. La cosa, da questo punto di vista, durò poco: la Rete, nel giro di sei mesi, s’era già trasformata in un partito molto perbene. Dei dirigenti, alcuni amministrarono città (nel complesso, bene), altri si fecero una carriera politica tradizionale, qualcuno – come sempre succede – tradì del tutto. Nel complesso non furono molto miglioni né molto peggiori degli altri. In più tuttavia, per qualche mese, incarnarono spavaldamente un sogno. Orlando che passa svelto con la sua scorta, chiaramente impaurito e tuttavia deciso, ragazzo appena più cresciuto di quelli dei cortei, che per un attimo si ferma come intimorito da qualcosa, e poi si passa la mano sul ciuffo e riparte a passo di marcia e sorridendo – ecco, questa è una delle foto più belle della politica italiana dal quarantacinque in poi.
Va bene: dieci anni sono passati come un carrarmato- come malinconicamente annotavamo sopra – e Orlando è sparito dalla scena. è stato un buon sindaco di Palermo (qualche volta bisognerà riflettere sul fatto che la gente, quando si riprende in mano la democrazia, per prima cosa pensa alla Città e non alla superregione), è stato coraggiosissimo come uomo, inadeguato come condottiero (ma chi lo sarebbe stato?) di quel sogno, e infine pesantemente segnato dai “vizi” d’origine della sua classe e della sua cultura: fra un vecchio politicante perbene e un “sanculotto”, affidava senz’altro la propria vita al sanculotto ma, per fare politica insieme, alla fine si sentiva più tranquillo col signore perbene. Così, per “colpa” sua ma in realtà di noi tutti, alla fine abbiamo perso un’occasione: la seconda, dopo il sessantotto e prima di questa (che è ancora aperta) del movimento di ora.
Impossibile comunque, conoscendolo, non volergli bene: io lo rivendico ancora con un certo orgoglio, pur sapendo benissimo, già allora, come sarebbe andata a finire. Comunque.
Comunque, il nome di Orlando in queste settimane è venuto fuori di nuovo. A Palermo l’Ulivo, dopo un’ampia “consultazione di base” cui hanno partecipato anche girotondini e movimenti, alla fine ha deciso di presentare alle elezioni un ex sindacalista (Dc) molto perbene, ma che fra le altre cose nella sua vita era stato smascherato dalla magistratura per essersi venduto gli operai di uno sciopero ai padroni. A Palermo, in questo momento, il tema più sentito da oltre metà degli elettori (indagine Swg del 9 maggio) è: “Quando si ricomincia la lotta alla mafia?”. Ma la sinistra perbene non risponde, e invece – suicidariamente – candida un democristiano clientelare.
Su una cosa del genere, naturalmente, non c’è molto da dire. L’unica conclusione che posso trarne è che a Palermo non esiste alcun candidato dell’Ulivo, e che quindi i compagni come me non hanno – disgraziatamente – per chi votare. Questo perché la politica è bella, ma ci sono anche valori più importanti: un sindacalista che vende gli operai non è di destra, non è di sinistra, non è niente. E io non posso imbrogliare me stesso e gli altri facendo finta che non sia successo niente. La rimozione, soprattutto in politica e soprattutto a sinistra, a lungo andare non ha mai pagato.
Invece hanno rimosso tutti. Ha rimosso l’Ulivo, ha rimosso Rifondazione, hanno rimosso gli (sciagurati) girotondini di Palermo, e disgraziatamente ha rimosso anche Luca Orlando. Che si è messo a rilasciare interviste in cui si dichiara entusiasta di questo strano “candidato” (“Votate per lui: è come votare per me!”) e gira entusiasticamente l’Isola spendendo, a beneficio di costui, la simpatia e la stima che pure s’era conquistato combattendo. Si dice che ci sia anche un gioco politico: Orlando, secondo alcuni, con questo riavvicinamento all’Ulivo ne vorrebbe la candidatura alle prossime europee (fu proprio sulle candidature europee, in un triste gioco di rivalità personali, che a suo tempo si suicidò la Rete). Io non credo, e non mi pare importante. Penso semplicemente che uno come Orlando, in questo momento in cui tanti giovani, dopo tanto buio, ricercano avidamente una strada nuova, avrebbe il dovere morale di insegnare poche cose semplici ed essenziali. “La differenza fra gli anarchici e gli altri – disse una volta il vecchio Malatesta – è che noi anarchici, se per vincere siamo costretti a fucilare, allora preferiamo perdere”.
Ecco: io non lo so che cos’è oggigiorno la sinistra, e credo che non lo sappia neanche Orlando (per non parlare di Bertinotti e Rutelli). So però questo: che la sinistra, se per vincere è costretta a fare imbrogli e a tradire, allora preferisce perdere. Sennò prima o poi sparirebbe, e in ogni caso non sarebbe più una sinistra.
Io provo un dolore grandissimo a pensare che una città come Palermo debba essere amministrata dalla destra, e da una destra semimafiosa come quella. Ma provo un dolore anche più grande a pensare che uno come Orlando, con la sua storia (e dunque figuriamoci gli altri) si illuda di poter girare attorno a una faccenda del genere, rimuovere questa tragedia, rinunciare ad essere maestro.

Par condicio. Va bene: di Berlusconi ne parleremo un’altra volta. Stiamo solo attenti a non imitarlo, nel frattempo.

Rosario wrote:
< Oh, finalmente la legge inizia a funzionare! Pensa: perchè accanirsi contro le povere assicurazioni, che stanno tanto male, bisogna tutelarle con decreti legge in barba a chi è costretto a pagare (non poco) le loro belle e giuste truffe! Bisogna invece punire chi masterizza Cd, anche col carcere perchè qui ci sono dei delinquenti in ballo e qui deve andare sul penale (mentre il falso in bilancio non ci va più). Le aziende discografiche ringraziano, hanno anche aumentato il costo dei cd vergini in modo preventivo così qualche altro industriale può guadagnare di più. A parte gli scherzi, tu che ne pensi? >

Caro Rosario, che vuoi che ne pensi? Se voglio regalare a un amico il Cd coi miei lavori, ad esempio (lo faccio abbastanza spesso, per pura vanità) adesso debbo pagare una tassa alla Siae. Io non scrivo a fine di lucro, non ricevo alcun beneficio dalla Siae (i cui criteri di gestione interna sono molto discussi) e non sono iscritto ad essa, però lei viene lo stesso in casa mia a pretendere il “pizzo” sui miei passatempi. E io non posso ribellarmi perché questa tangente viene presa direttamente all’origine, sul prezzo del CD, costringendomi così a finanziare dei burocrati parassiti che con me autore non hanno proprio nulla a che vedere. Lo stesso per i CD musicali: per comprarne uno sono obbligato per forza a finanziare anche le loro terrificanti campagne pubblicitarie, i loro idiotissimi spot e le stock option dei loro megamanager, che con la musica e i cantanti non hanno – una volta ancora – che una funzione parassitaria e di zavorra. Non parliamo poi dei programmi per computer, il cui prezzo ormai è del tutto arbitrario (l’identico software in un paese costa la metà che in un altro): qua non solo c’è un illecito arricchimento dei manager ai danni degli utenti e dei programmatori – che pagati pochissimo, senza neanche copyright sul loro lavoro – ma c’è anche un vero e proprio sabotaggio del progresso tecnologico; un’innovazione come il peer-to-peer, paragonabile all’internet per importanza scientifica e potenzialità culturale, è stata semplicemente spazzata via solo perché ai supermegamanager personalmente non conveniva.
Poiché questo è un momento di transizione politica, sarebbe bene imporre l’abolizione di questo scandalo a chi chiederà i nostri voti per il nuovo governo (centrosinistra, ulivista o come diavolo vorrà chiamarsi): non è una questione secondaria, ed è più politica di molte altre. Più in là, bisogna puntare decisamente su Linux, sulla Gnu-economy, sull’open source e insomma sul concetto di un software sviluppato collettivamente guardando all’interesse dell’utente e dei programamtori e non dei parassiti esterni. Questo è possibile, è già parzialmente in atto ed è la più efficace e più radicale rivoluzione che possiamo fare qui ed ora. Lo scontro fra vecchio e nuovo, oggigiorno, è più fra tecnologie che fra ideologie.

• Subject: I BUFFONI E IL CAVALIERE
Date: Thu, 8 May 2003 00:06:23 +0200
From: “Pasquale Iacopino.libero” <p.iacopino@libero.it>
Pasquale wrote:
< Chi, per vivere, fa il buffone di professione (e qui voglio fare qualche nome: Grillo, Villaggio ecc… per non parlare di Totò, che non può rispondere) dovrebbe denunciare il sig. Recca per aver osato chiamare buffone il presidente Berlusconi. Infatti, un capo di stato che, in una foto di gruppo con altri capi di stato, si fa riprendere mentre fa le corna dietro la testa di un collega fa forse ridere, come farebbe un buffone? No! e’ soltanto ridicolo. Un buffone oserebbe mai ridicolizzare la giustizia italiana? no! ma Berlusconi, sì! Quindi Berlusconi non è un buffone >

Mimmo wrote:
< Informazione Difesa, periodico dello Stato Maggiore, dedica un intero pezzo a: “La Corte penale internazionale per la prevenzione dei crimini umanitari”. Il concetto-lapsus di “crimini umanitari” è segno dei tempi… e anche della conoscenza dell’italiano dei nostri alti comandi >

Libro di lettura (ad uso dei piccoli siciliani, e anche marrocchini, africani, brasiliani e rumeni e di tutti gli altri Paesi).
Un giorno Pertini e Berlinguer andavano in giro, in incognito, a vedere se ancora restasse una sinistra sulla terra. Bussarono a una porta con la scritta “Ds“. Dopo un poco i battenti si schiusero e ne emerse una testa: “Buongiorno. Entrate”. Subito dopo la testa fu tirata indietro e ne apparve una seconda: “Fuori dai piedi!”. Rispunta la prima testa: “Venite avanti comp…”. “Qua non si fa elemosina! Andate via”. Le due teste s’alternavano nella fessura della porta, non aperta e non chiusa. Pertini sospirò: “Vieni, proviamo là, Enrico”. Nella capanna a fianco (“Si rifondano attrezzi”) aprirono quasi subito. “Meno male. Qua accanto, ancora si devono decidere a…”. “Ah, siete stati dai nostri vicini? Che ci facevate da loro? E che cercate da noi?”. “Mah, noi vorremmo dormire stanotte…”. “Dormire? Mentre il popolo soffre? Voi VORRESTE dormire?”. Slam! la porta si chiuse secca. Accanto c’era un usciolino: Cossutta & Figli. Pertini sollevò il battente, ma l’altro fece un sorriso triste: “Scusa… forse questo non sarebbe tanto contento di vedermi”. “E perché? Qua c’è scritto comunista”. “Sì, ma… beh, te lo spiego un’altra volta”. La casupola accanto, pitturata di verde, aveva un’aria più allegra. Infatti aprirono subito: “Entrate, entrate! Abbiamo appena rifatto il riscaldamento”. Difatti, dalla porta aperta uscivano un bel calduccio, e un puzzo insopportabile di benzina. “Ma… scusa, credevo che qui aveste un caminetto a energia solare…”. “Ce l’avevamo infatti, ma riscaldava poco. Così invece puzza un po’, ma in compenso…”. I due, sospirando, si allontanarono salutando gentilmente. Dopo un po’ incontrarono… (beh, chi incontrarono a questo punto? Don Vitaliano? Il dottor Strada? La mia amica Benedetta? Mi sa che questo racconto sia ancora da completare. Come tutto, del resto).

peppino@radioaut.it wrote:

< Seduto se ne stava
e silenzioso
stretto a tenaglia
tra il cielo e la terra
e gli occhi
fissi nell’abisso >

< Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo >

< I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli >

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1 Comment

  1. C’è uno strano legame che unisce personaggi così diversi come Aldo Moro, Peppino Impastato e Marta Russo. Tutti e tre sono stati uccisi il 9 maggio. Il primo dalle Brigate Rosse, il secondo dalla Mafia, la terza dalla vigliacca mano di un esaltato. Ricordarli insieme mi sembra doveroso, a simbolo di tutte le morti di cui siamo complici. Consapevoli o meno.

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