Meglio tardi…
Sarà che io Sanremo l’ho ascoltato con la Gialappa’s in sottofondo (e lo rifarei, sia chiaro), ma che “Oceano” di Lisa (clicca qui per ascoltarla, dal sito di Carosello Records) fosse un quasi-capolavoro mi era proprio sfuggito.
Sarà che io Sanremo l’ho ascoltato con la Gialappa’s in sottofondo (e lo rifarei, sia chiaro), ma che “Oceano” di Lisa (clicca qui per ascoltarla, dal sito di Carosello Records) fosse un quasi-capolavoro mi era proprio sfuggito.
Vorrei qui – definitivamente – sfatare un mito. E cioè che il genere femminile ci sia tecnologicamente inferiore. A noi maschi, intendo.
Si tratta di uno dei più tragici errori compiuti dai tempi della sottrazione della costola necessaria a Dio per plasmare la donna: credere che ragazze, fidanzate, compagne, mogli, madri, capiscano soltanto ciò che danno ad intendere di capire. O che abbiano bisogno di noi per una qualsiasi attività: che si tratti di piantare un chiodo, sturare il lavandino, programmare il videoregistratore. Sono capacissime da sole. È che in parte non hanno voglia, e in parte ritengono che un po’ di movimento (muscolare o di neuroni) di tanto in tanto faccia bene tanto al nostro fisico quanto al nostro ego.
Il videoregistratore, nella fattispecie, rappresenta il terreno su cui si sono giocate le più aspre battaglie tra i sessi: dal momento che ogni qual volta che chiamiamo a casa dall’ufficio per farci registrare la partita, la telefonata per comunicare tutte le istruzioni necessarie ha termine – come minimo – alla fine del primo tempo e si è conclusa con il rispettivo proposito di assoldare, l’indomani, l’avvocato divorzista più costoso della città, ci siamo convinti di avere in casa una deficiente totale, capace di destreggiarsi tra i sei pulsanti e la manopola necessari per far funzionare la lavatrice ma, allo stesso tempo, di rimanere inebetita al cospetto del tasto “Play”.
Ciò che, in quanto uomini, non siamo in grado di capire (al pari di un sacco di altre cose: che la tavoletta del cesso va alzata; che quando stiamo facendo pipì non siamo alle prese con una pompa antincendio da domare; che la carta igienica non è una pianta che nasce spontaneamente sul portarotolo) è che la lavatrice è indispensabile, il videoregistratore solo utile. La differenza è sottile, ma sostanziale: cambiarsi le mutande è necessario, tifare per il Milan no.
Per fare un esempio: la parola “Eject”, nel vocabolario femminile, non esiste. È un equivoco alla base di centinaia di liti che iniziano più o meno così:
| LUI: «Ora inserisci la cassetta» LEI: «Non entra!» LUI: «Togli il cellophane» LEI: «Guarda che non sono scema!» LUI: «Allora girala al contrario» LEI: «Ah!» LUI: «…» LEI: «…» LUI: «Beh?» LEI: «Non entra lo stesso» LUI: «Spingi» LEI: «STO spingendo! Non entra.» LUI: «Cosa vedi sopra la cassetta?» LEI: «Due cosi bianchi» LUI: «Ora la stai mettendo sottosopra» LEI: «Se tu le cose non me le spieghi! Comunque non entra lo stesso» LUI: «Hai controllato se per caso c’è già dentro un’altra cassetta?» LEI: «No. Come faccio a saperlo?» |
LUI: «Sul display c’è un simbolo composto da due cerchietti uniti in alto da una riga» LEI: «Eh, qui è tutto illuminato. Ci sono un sacco di cerchietti» LUI: «Vabbè, fa niente: premi “Eject”» LEI: «Cosa?» LUI: «“Eject”! Il tasto “Eject”!» LEI: «Non c’è» LUI: «C’è. Controlla: dovrebbe essere il primo a sinistra sul videoregistratore» LEI: «Non c’è» LUI: «…O il primo in alto sul telecomando» LEI: «Quale telecomando?» LUI: «Facciamo così: leggimi tutte le scritte sotto i tasti» LEI: «Allora… “Plei”, “Pause”, “Rew”, “Ffwd”, “Rec”, “Ayacht”» LUI: «Eh?» LEI: «“Ayacht”» LUI: «“Eject”!» LEI: «Eh… “Ayacht”!» LUI: «Senti… mavaffanculo te e la partita» |
Tanto ci basta per decretare solennemente che ci siamo presi in casa una deficiente totale. Da quel momento questo assunto sarà per noi una verità assoluta, incontestabile, oggettiva: deficiente. Totale.
È qui che possiamo ufficialmente iniziare a considerarci in trappola: un giorno scorderemo il computer acceso, il telefonino sul suo comodino, l’agenda nella ventiquattr’ore aperta. A lei – di cui conservavamo l’immagine dell’ultima volta che l’abbiamo vista alle prese col tasto “Play”, con lo sguardo ebete e un rivolo di saliva che scendeva dalla bocca – quei pochi secondi che impiegheremo per accorgerci della distrazione saranno bastati per sfoderare conoscenze informatiche e abilità da hacker paludata, che perfino Kevin Mitnick le farebbe una sega.
Non che il PC spento, il PIN sul telefonino o la combinazione della ventiquattr’ore, nel caso, possano fermarla: se è necessario, se le garantisce la certezza di beccarci con le mani nel sacco a fare i cretini con una zoccoletta qualsiasi, allora si dimostrerà in grado di aprire a morsi il case del computer, isolare la motherboard, variare i voltaggi di alimentazione Core del processore, posizionare il jumper in modo da mandare in corto il chip che resetta la password di bios e masterizzare tranquillamente un cd contenente anni di e-mail indirizzate a ex fidanzate, fax di prenotazione per motel superaccessoriati dotati di vasca idromassaggio e specchio sul soffitto e file log di ICQ in cui dichiariamo di essere single convinti ma alla ricerca dell’anima gemella. Pare che le più sgamate riescano nel frattempo a fare perfino Fdisk sul disco fisso e ad installare un loro personale FTP pirata sulla partizione Linux secondaria.
Non ci voleva molto: avremmo dovuto capirlo. Sarebbe bastato osservarla alle prese con il telefonino. Perché gli SMS, ad esempio, sono pragmatici, quindi compatibili con la filosofia femminile secondo la quale la fatica di utilizzare un qualsiasi mezzo tecnologico vale la pena solo se lo scopo è la certezza del risultato, tipo: “Io. Te. Domani. Scopare. Vedi di farti trovare”. Tutto in meno di 160 caratteri. Per una donna, insomma, il fine giustifica i mezzi. Per noi pure: l’unica differenza sta nel fatto che un uomo animato da medesime intenzioni sarebbe al dodicesimo dei 47 messaggini concatenati necessari per trascrivere integralmente “Cet Amour” di Prévert.
Invece ci hanno beccato. Motivo per cui risulta chiaro che di “Io. Te. Domani. Scopare” non se ne parla per un po’.
Quale soddisfazione più grande di scoprire Guia Suncini, sul Foglio, al nostro fianco nel chiedere la testa di chi adatta dall’inglese all’italiano i dialoghi delle serie televisive provenienti dagli USA? Guia ne ha parlato per ben due giorni, nella sua rubrica “La deficiente”, arrivando alla nostra stessa conclusione: che su Amazon vendono comodi cofanetti di DVD in versione originale. GNU, invece, ha detto la sua al riguardo qui.
D’accordo, ci sono delle cose che sono intraducibili. D’accordo, a volte non è colpa di chi di “Sex and the city” ha curato l’adattamento dialoghi (colui – o colei – di cui comunque continuiamo a volere la testa). Per dire: Samantha continua a negare di essere innamorata di Richard (il suo datore di lavoro, con cui per inciso si accoppia), dice che ciò che le interessa di lui è solo “his perfect dick”. Loro traducono “arnese”, ma anche se, meno codinamente, traducessero “uccello”, si perderebbe comunque il giochino fra nome e diminutivo e quindi il commento di Carrie in finale di puntata – quando Samantha finalmente cede a Richard che ha tentato a lungo di abbatterne la resistenza alle romanticherie e Carrie spiega che fin lì Samantha aveva tentato di dire che era solo un “perfect dick”, ma ora finalmente si era arresa al suo essere “the perfect Richard”. Non c’era modo di renderlo, o almeno a noi non viene in mente – d’altra parte mica siamo retribuite per farci venire in mente soluzioni brillanti per adattare i dialoghi, noi. Tuttavia ci sono cose che sono dolose, altroché se lo sono: ci sarà qualche donna che, parlando con le amiche, dica “arnese”, ma ne avete mai sentita una dire “vagina”? È così che gli – anonimi – sventurati hanno tradotto il ricorrentissimo “pussy”. Al prossimo giro, please, mandateli a tradurre Medicina 33.
Quante parole.
Sapete che vi dico?
Vediamoci al webbit, ci sarà sicuramente tanto di cui (s)parlare ancora.
LaPizia – Strelnik – Dovigi (apogeo) – Quintostato
e l’appuntamento con Quintostato pare quasi ‘na minaccia.
Avevo promesso: ho già dato, e non intendo (escludendo il verificarsi di eventi straordinari) tornare a commentare gli interventi a margine della querelle giornalisti vs bloggers. Non posso esimermi, però, dal segnalare il fatto che con un nuovo articolo su Quintostato intitolato “I blog e gli anni settanta“, Benedetto Vecchi si sia ufficialmente votato al martirio.
In questa seconda stazione della sua personale Via Crucis (che dà tutta l’impressione di volersi concludere con la fantozziana apoteosi della crocifissione in sala mensa) il giornalista del Manifesto definisce Matteoc di >SkipIntro (uno dei tanti nei confronti dei quali il mondo dei blog e tutta l’internet italiana sono ancora in debito) “un giovane aspirante nerd”; prosegue discorrendo del tempo dei “contrordine compagni” e “nella misura in cui”; azzarda un paragone con l’attuale fenomeno dei blog; afferma di sapersi orientare in un computer; colpisce alle palle prima Devoto e poi Oli brandendo la frase “La mia reazione, allora, era di interlocuire”; cita Bennato e De Andrè e di più non saprei dire, perché a riga 34 mi sono addormentato di schianto.

Dopo la partecipazione di Selvaggia Lucarelli a “La grande notte“, lo show di Simona Ventura in onda ieri sera, pare che Costanzo sia tornato in buona: ha fatto circolare la voce di essere disposto a perdonare il tradimento della blogattrice che, dalle colonne de Il Tempo, aveva accusato la protetta Bonaccorti di fare pietismo sulla pelle dei cuccioli di cane esposti a Buona Domenica. Cicciopanzo chiede solo lo si lavi col sangue: la prima volta che la Lucarelli avrà l’occasione di partecipare al contenitore domenicale di Canale 5, l’asta per il salto in alto sarà piazzata a 1,80. Il Maurizio, in questo caso, è stato magnanimo: ad una letterina che aveva dichiarato di preferire Porta a Porta, l’anno scorso, poco prima del salto, ha fatto fare lo sgambetto dall’uomo invisibile.
Nel remoto caso in cui riesca a sopravvivere, Selvaggia vedrà schiudersi davanti agli occhi una luminosa carriera nel mondo dello spettacolo che, per iniziare, prevede (da leggersi con voce fantozziana): numero tre orgasmi simulati a settimana dal palco del Parioli; giro di walzer e simulazione del film Titanic con Fedro del Grande Fratello (nel ruolo dell’iceberg); pranzo al sacco col Cangurotto in persona; feroce lite con la signora Tina durante Uomini e Donne; adozione spontanea in diretta di minimo tre cuccioli di Rottweiler in libertà vigilata e, infine, la temutissima ma proficua sessione di petting spinto con Maria De Filippi.
A me Simona Ventura, prima, stava un po’ qui. Stasera l’ho vista a “La grande notte“, strizzata in un vestito la cui complessità architettonica e la quantità di tiranti impiegati per inventare un paio di tette erano paragonabili, credo, solo alle bozze di progetto per il ponte sullo stretto di Messina. Dicevo, insomma, che mi stava qui: oggi ho scoperto che, invece, se se la tira non è in senso figurato. Una speciale camera di decompressione ispirata a quelle utilizzate per il training degli astronauti della Nasa consente che una volta a casa, nuda, non si afflosci come un Barbapapà.
Si parla di Costanzo, ed è un’occasione buona per continuare il reprinting dei vecchi “Quarantadue” (quello che segue risale al 7 giugno 2002):
Il mio teleschermo è popolato di poltergeist, entità di cui non riesco a spiegare la presenza. Ad esempio: perché la Premiata Ditta ha un suo programma in prima serata? Perché Rossella Brescia balla? È scientificamente possibile che il ballerino Garrison (ex “Brian & Garrison“) sia ancora vivo? Come mai tanta grazia per l’ex velina Roberta Lanfranchi, promossa dalla Rai dopo il flop de La 7? Pino Insegno è un comico? Un attore? Come si spiega la comparsa di suo fratello? Perché Enrico Brignano, che in “Un medico in famiglia” recitava in un ruolo da tappezzeria, oggi trionfa al Parioli? Perché l’ex segretaria di un presentatore conduce ben tre programmi tv, di cui uno impunemente copiato da un format straniero? Era vero che si spupazzava la Barale? E che lui guardava? Sommando tutti i fattori ho trovato l’evidente comune denominatore: Maurizio Costanzo. Provo a ricostruire il trenino dell’amore: Roberta Lanfranchi è la moglie di Pino Insegno, che fa parte della Premiata Ditta (che conduce “Telematti” su Italia 1) ed è amico di Enrico Brignano e fratello di Claudio Insegno, docente di recitazione di “Saranno Famosi” assieme all’insegnante di danza Garrison, che risulta essere il nuovo compagno di Gianni Sperti, ex marito di Paola Barale, che lasciò “Buona Domenica” per dissidi con il regista Roberto Cenci, marito della prima ballerina Rossella Brescia, affettuosa postina della conduttrice di “C’è posta per te” Maria De Filippi, moglie di Maurizio Costanzo, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.
Scrive Anna Masera su TuttoLibri, inserto de La Stampa: “Proliferano i «diari» on line, sono diventati uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”. Ammetto di aver provato un sottile brivido solo al pensare di aver avuto un ruolo nello sdoganamento del verbo “cazzeggiare”: fu così che durante Blog Age, a mio modo, tentai di descrivere il mio impegno per questo blog. Oggi il cazzeggio è diventato marchio di fabbrica: non siamo ai livelli della fuffa, immediatamente identificabile con Carlo Formenti, ma quasi. Ad Anna il termine piace, e difatti ne fa largo uso. Su TuttoLibri: “Il blog lo si dedica al cazzeggio quotidiano, tipo gli scarabocchi nel diario. Il sito personale è una cosa seria: con le foto dall’album di famiglia” e in un vecchio articolo apparso su La Stampa: “Ed ecco che arrivano i blogger-giornalisti: «Non vedo differenza tra blogger e giornalista, tranne che il blogger ha più libertà» afferma Gianluca Neri, che con il portale Clarence – buon per lui – ha fatto i soldi e adesso ha il tempo libero per cazzeggiare su Macchianera“ (tra parentesi: io di cazzeggio ho parlato, ma di “tempo libero” proprio no. A meno che per “tempo libero” non si intenda l’oretta buona rubata al sonno per pubblicare un Niagara di minchiate su queste pagine).
L’articolo, tornando a noi, ha la smaccata ambizione di risultare provocatorio. Non saprei dire se è concepibile ambire alla nomea che si è guadagnato Formenti. Evidentemente si. Il punto però – e qui stupirò qualcuno – è che credo l’argomento sia stato sviscerato e per troppo tempo lasciato sul bancone a fare le mosche. Qualsiasi tipo di provocazione (che provenga da un giornalista, un blogger o un ibrido) ha ormai la medesima carica rivoluzionaria di un gavettone: un po’ d’acqua, tutto qui. Le critiche mosse dai blogger ai giornalisti potrebbero essere sensate: gente che utilizza un mezzo che ancora non ha capito, pragmatica quanto quelli che sostengono che, oh, la parola scritta, la stilografica, l’inchiostro e il voluttuoso volteggiare della penna sulla carta sono tutta un’altra cosa. Viceversa, potrebbe anche rispondere al vero che i blog rappresentino esclusivamente il modo attraverso cui i logorroici, gli egocentrici, gli esibizionisti usano specchiarsi. Se a questo punto non lo fa nessuno, un chissenefrega ce lo metto io: a me ancora piace che la rassegna stampa mattutina comporti la selezione dei giornalisti e dei blogger che meritano, con ben poco riguardo per il mezzo utilizzato. Al momento, per quanto mi riguarda, sono suppergiù alla pari. Ma sono pronto ad accettare che una delle due categorie possa un giorno prevalere e vincere la sua brava bambolina.
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• “Mio figlio mi ha chiesto cos’è la guerra preventiva. Gli ho dato una sberla e lui ha capito”.
• “Sono impazziti tutti in Iraq, saccheggiano tutto come matti, è incredibile. Non vedevo tanti articoli sparire dai negozi dai tempi di Winona Ryder“.
• “Non mettete via le bandiere della pace. Serviranno per la Sira, poi per l’Iran, poi per…”.
• “È uscito un nuovo Viagra. Ora c’è la versione a lunga durata, il Viagra che dura 24 ore. Sul serio: è efficace per 24 ore e ho pensato ‘sono 23 ore e 58 minuti in più di quanto mi serva’”.
• “C’è stata una riunione a cui hanno partecipato tutti i 40 sosia di Saddam. Il relatore ha detto: «Ho per voi una notizia bella e una così così… Quella bella è che Saddam è vivo!». E i sosia: «Olèeeeee!». «…Quella così così è che ha perso una gamba»”.
• “Scrive Sybil: «Nuovo lavoro. Macchina. Casa libera. Soldi a sufficienza. Pc nuovo in arrivo. Lui che ha più fiducia in me di quanta ne posso avere io. Sono felice». Io fossi in te mi farei controllare quel neo sul braccio”.
• “C’è chi per individuare il giorno esatto in cui cade la Pasqua si basa sulla semplice consultazione dei calendari: i padri della chiesa consultano quello gregoriano, i padri ortodossi quello giuliano, i padri di famiglia quello della Arcuri“.
• “Ecco cosa gli imbecilli pensano che faccia l’ONU: ‘stabilire quali problemi mondiali richiedono l’intervento di Batman’”.
• “Scrive tale Anonimo: «Sei una merda, ma ti leggo». Tu sei uno stronzo, ma ti rispetto”.
• “Fa così freddo che oggi a Times Square ho visto un turista usare una carta di credito per togliere il ghiaccio da una prostituta”.
• “‘Magistrato accoltellato questa mattina: non è grave’. Boh. A me sembra grave che accoltellino un magistrato”.
• “Durante la gravidanza Nina Moric è rimasta perennemente sotto flash e riflettori, tanto che lei non avrà mai avuto una nausea, in compenso la nausea da gravidanza è venuta a noi a forza di vederla sbucare ovunque col pancione. Ha posato per la sua prima copertina da neo mamma con l’ostetrica che le urlava dietro: «Almeno mi faccia tagliare il cordone ombelicale!»
• “A New York si gela. Fa talmente freddo che le prostitute di Times Square chiedono 50 dollari per un abbraccio. In compenso, distribuivano preservativi di flanella”.
• “Contesta Kursall: «Il tuo blog è anonimo e senza coglioni». E’ vero: è anonimo. Però i coglioni ci sono: leggi i commenti”.
• “C’è tanta di quella neve a Times Square che oggi ho visto un turista spalarsi la strada verso una prostituta”.
• “Mia moglie mi sta chiamando dal letto. I cerotti non son più quelli di una volta”.
• “Fa così freddo dove abito che gli scoiattoli si lanciavano contro la rete elettrificata”.
• “‘Bush ha chiuso il gasdotto in Siria’. Sennò non dormiva tranquillo”.
• “Fa così freddo che nel locale qui vicino una spogliarellista è rimasta attaccata al palo”.
• “Organizzo combattimenti clandestini tra barboncini, il primo che strappa a morsi il fiocco rosso dell’altro o gli affloscia la permanente ha vinto”.
• “Mi scrive supergiovane: «Sei semplicemente geniale».
Non è che sei tu sotto la media?”
• “Fa così freddo che oggi i preti si palpavano a vicenda”.
• “Una delle ventisette cose da non dire ad una donna: «Ti si è sbavato il trucco o dev’essere così?»“.
• “Mia moglie dice che non amo i bambini.Ci pensa Augusto Martelli“.
• “Ahò, io so’ stato un anno con una modella secchissima. Bella per carità , ma certe sere a letto non sapevo se stavo a fa’ l’amore con lei o se s’era staccato il crocifisso da sopra al letto!”.
• “Catherine Zeta-Jones, la moglie di Michael Douglas, ha ricevuto una candidatura per “Chicago”. Quando l’ha saputo, era così felice che è corsa a casa dal marito. Gli ha urlato la notizia nell’orecchio buono”.
• “Scrive un lettore: «Sei il mio nuovo Dio». Cosa cazzo è questa confidenza?”.
• “L’LSD ha compiuto sessant’anni. Era quella droga che faceva vedere tutto perfetto, stupendo, bellissimo. Ora, io non voglio invitare a drogarvi, ma se volete avere un’idea di come funzionava potete andare a rileggervi il programma del vostro governo”.
• “Il programma ‘Nightline’ della NBC intende dedicare un’intera puntata al viso di Michael Jackson. Già, e se funziona faranno la stessa cosa per il culo di Jennifer Lopez“.
• “Pare che un maresciallo della fiction ‘Carabinieri’, leggendo un verbale redatto dalla Arcuri, abbia domandato: «Qualcuno mi traduce questa lettera di Biscardi per favore?».
• “Scrive una lettrice: «dimostrami che Dio esiste».
Prima lui”.
Ai tempi dei primi “Quarantadue” Macchianera non c’era ancora, e ieri la ripubblicazione del pezzo nostalgico sugli anni ’70/’80 (che avevo ormai riposto a prendere polvere in archivio) ha generato parecchi commenti. Oggi replica, con una puntata della rubrica scritta il 9 settembre 2002.
Ho la netta impressione che per il mondo dei pubblicitari quello femminile sia un universo parallelo, in parte inesplorato, ancora del tutto incomprensibile, nel quale addentrarsi è consigliabile soltanto se armati di un qualsiasi luogo comune. Il poco che se ne sa è dovuto all’audacia e alla temerarietà dei pochi arditi copywriter che organizzarono l’unica spedizione di cui si sia a conoscenza per l’esplorazione di questo mondo ignoto. Le conclusioni dell’avventurosa missione sono oggi riportate all’interno della “Guida alla comprensione della Femmina”, pubblicazione che nessun creativo che si rispetti può permettersi di non saper ripetere a memoria. Dalla lettura se ne deduce che: a) i cinema del luogo proiettano esclusivamente cinque film, a ripetizione: Ghost, Pretty Woman, Dirty Dancing, Cuori ribelli e Le parole che non ti ho detto; b) le donne, una volta al mese, sono vittime di un fenomeno denominato “le loro cose” in seguito al quale sanguinano per quattro giorni, ma poi non muoiono; c) tale evento, genericamente definito anche “quei giorni”, condiziona in modo dominante l’esistenza della femmina e il mondo che abita; influisce negativamente sull’umore del soggetto e sull’ambiente circostante e può essere considerato causa di mutazioni genetiche nella fauna dimostrate dalla sopravvivenza di un’unica specie di fastidioso ma provvidenziale volatile: l’assorbente con le ali; d) la flora è composta unicamente da piante di Patchouli e Ylang ylang, elementi essenziali per la produzione di bagnoschiuma; e) il peso della politica è assolutamente marginale: l’unica organizzazione esistente sul pianeta è clandestina e composta da radicali liberi.
So che non è nè bello nè elegante prendere in giro i lettori altrui (neanche i propri, a dire la verità). Se lo faccio è per constatare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che sulle spalle di un autore che decide di dedicarsi all’umorismo scritto grava un’angosciosa responsabilità: creerà dei mostri. Per spirito di emulazione. E passerà giorni, e giorni, e giorni a cercare la propria posta privata, sepolta dalle e-mail dei nuovi aspiranti Micheli Serra e Stefani Benni.
Questo, ad esempio, si chiama Franco, ed è intervenuto (mentre si parlava di tutt’altro: del culo di J.Lo) nella sezione dei commenti del blog di Selvaggia:
…e continua, fino all’imposizione della camicia di forza. Non prima, però, di riuscire a fare una precisazione:
Concludo citando Ilenia di Lo scopriremo solo vivendo: “Ted Bundy, Andrei Chikatilo, John Wayne Gacy. Jeffrey Dahmer, Donato Bilancia, Charles Manson. Lo strangolatore di Boston, Unabomber, Mery Terry. Sono solo alcuni dei nomi dei serial killer più famosi della storia. E tutti hanno cominciato nello stesso modo: emulazione”.
Noto che in questo periodo vanno per la maggiore interventi come questo: “Sei figlio degli anni ’80: se almeno una volta nella vita ti sei chiesto cosa fosse di preciso un ‘razzomissile’ e come funzionassero i ‘circuiti di
mille valvole’; se almeno per una volta ti sei chiesto per quale misteriosa legge fisica, Mimì riuscisse a far scomparire il pallone e a farlo riapparire a cazzo sul campo di pallavolo…” (tratto da Wittgenstein), o questo: “Tu che sei nato prima del 1970: a ben pensarci, è difficile credere che siamo vissuti fino ad oggi! Da bambini, andavamo in macchina (quelli che avevano la fortuna di averla) senza cinture di sicurezza e senza air bag. E viaggiare nel cassone posteriore di una pickup, in un pomeriggio torrido, era un regalo speciale…” (da Brontolo, che si rallegrerà per l’accostamento).
Bene, potevo io esimermi? No, infatti. È per questo che vado a recuperare un vecchio “Quarantadue” utile alla bisogna (aggiornato per l’occasione con varie immagini cliccabili), pubblicato il 3 settembre 2002.
SE SIETE CINESI NON È POI COSÌ STRANO
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• Scusate: stavo scrivendo seduto a un tavolino di bar, vicino a piazza Vittorio dove – come sapete – ci sono molti cinesi: botteghe, ristoranti, quasi un angolo di Pechino. Mentre dunque me ne sto a scrivere, con accanto Repubblica e la tazzina di caffé davanti, all’improvviso mi sento, come dire, osservato. Alzo lo sguardo e ti vedo un cinese, un tipo autorevole sulla cinquantina. Resta in silenzio un attimo e poi fa: “Senti un po’, muso bianco, non l’hai visto il cartello?”. “Ehi! Che cazzo dici?”. Quello fa un cenno e spuntano due marcantoni grandi e grossi che mi afferrano per le ascelle e mi tirano via dal tavolino. Nel bar tutti sorridono; i camerieri sono italiani, ma non osano intervenire. Mentre mi buttano a calci fuori dal locale, faccio in tempo a sbirciare (c’è effettivamente) il cartello: “VIETATO L’INGRESSO ai cani e agli italiani”. “Ehi! – penso rabbiosamente – ma siamo a Roma! Davanti a Santa Maria Maggiore! A un passo dal Quirinale e dal Colosseo!”. Ma sono già per terra sul marciapiede, con qualcuno che mi scaraventa addosso la mia tazzina di caffé semivuota. La gente, nella bella primavera romana, tira via indifferente, a loro non importa mica quel che può capitare a un italiano qualunque a Roma. In questo quartiere, del resto, i vigili urbani sono tutti cinesi: il sindaco Veltroni, a quanto si dice, ha venduto la concessione dei vigili per centomila euri, o forse l’hanno costretto, non si sa, fatto sta che ogni venti passi c’e’ una coppia di musi gialli in divisa e armati.
Bene, questa storia naturalmente è inventata. Inventata per me, si capisce, per noi italiani; ma non per i cinesi. Da loro, i cartelli ce li hanno messi davvero. Nella loro Roma, che da loro si chiama (chissà perché) Shangai o Nanchino, un sacco di tizi sono stati buttati a calci fuori dai ritrovi. Città antichissime, piene di monumenti, esattamente come le nostre: eppure a un certo punto c’è arrivata gente, di colore diverso e proveniente da chissà dove, che s’è messa a decidere e a comandare. “Vietato l’ingresso ai cinesi e ai cani”. Per prima cosa hanno obbligato il governo a togliere tutte le leggi antidroga (erano loro i principali spacciatori); appena i governo ha obiettato, si sono dati da fare a suon di bombe, finché hanno ottenuto il libero spaccio e l’abolizione dell’antidroga. Questo è successo nel 1846 e nei libri di storia si chiama “prima guerra dell’oppio”.
Cose così ne son successe tante da allora, una peggio dell’altra, e non c’è da meravigliarsi che alla fine i cinesi si siano incazzati: e nemmeno – anche se ciò è molto ingiusto – che adesso non si fidino più di chiunque non abbia due begli occhi a mandorla, un nasino all’insù e un ottimo accento cantonese.
Loro, poi, ancora hanno avuto culo: gli africani, altro che buttarli fuori dal bar: li prendevano, li ammanettavano e li portavano a fare gli operai agricoli a nerbate. Durante la Belle Epoque, nel Congo, gli operai della gomma (neri) che si rifiutavano di lavorare venivano la prima volta amputati, e la seconda fatti fuori senz’altro. Il Congo era proprietà personale di un re, re Leopoldo del Belgio, che nella storia europea è citato più che altro per essere riuscito a conquistare una famosa ballerina, la Bella Otero.