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Archivio per febbraio, 2003

Urge generatore di cariche stronze per il sociale

feb 14 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Non ricordo in quale quotidiano di questi giorni l’ho letto, ma pare proprio che uno dei settori in forte crescita risulti essere quello della formazione dei “manager del sociale”. Non bastasse già il surplus di gonzi esistenti, decine di master ne reclutano di nuovi che, all’interno del proprio curriculm, vogliano fregiarsi di cariche tipo “global found researcher”, “charity events organizer”, “third world analyzer”, “no-profit consultant”. Di aprire nuove panetterie non se ne parla, eh?

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Quanto vogliamo scommettere…

feb 14 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Pace…che nel giro di qualche giorno Libero e/o il Giornale partoriranno la genialata di chiedere ad un cronista indagare sulle bandiere della pace che sveltolano dai balconi di mezza Italia, scoprendo una o più delle seguenti notizie: a) che un circuito alternativo a quello ufficiale gestito dagli stessi che taroccano le borse di Luis Vuitton le stampa nei pressi di Napoli; b) che le bancarelle che le vendono, come quelle dei fiorai, sono gestite dalla malavita; c) che per ottenere la scala cromatica stampata, i colori vengono diluiti con distillati di petrolio, ovvero il motivo per alla basa della guerra che verrà; d) che la stoffa su cui sono stampate viene tessuta da bambini curdi deportati in cecenia e lì sfruttati da terribili e spietati datori di lavoro albanesi?

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L’apparenza inganna

feb 14 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Deciso a prendermi la responsabilità di ciò che vado a dire, vi prego di confrontare le seguenti due traduzioni dal francese di uno dei più affascinanti brani del “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand

Orsù che dovrei fare?…
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,
e dell’edera a guisa, che dell’olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi, invece di salire per forza?
No, grazie! Dedicare, com’usa ogni ghiottone,
dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone
pur di veder alfine le labbra di un potente
atteggiarsi a un sorriso benigno e promettente?
No, grazie! Saziarsi di rospi? Digerire
lo stomaco per forza dell’andare e venire?
Consumar le ginocchia? Misurar l’altrui scale?
Far continui prodigi di agilità dorsale?
No, grazie! Accarezzare con mano abile e scaltra
la capra e intanto in cavolo inaffiare con l’altra?
E aver sempre il turibolo sotto de l’altrui mento
per la divina gioia del mutuo incensamento?
No, grazie! Progredire di girone in girone,
diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,
e navigar con remi di madrigali, e avere
per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?
No, grazie! Pubblicare presso un buon editore,
pagando, i propri versi? No, grazie dell’onore!
Brigar per farsi eleggere papa nei concistori
che per entro le bettole tengono i ciurmatori?
Sudar per farsi un nome su di un picciol eletto
agl’incapaci, ai grulli; alle talpe dare ali,
lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?
E sempre sospirare, pregare a mani tese:
“Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese”?
No, grazie! Calcolare, tremar tutta la vita,
far più tosto una visita che una strofa tornita,
scriver suppliche, farsi qua e là presentare…?
Grazie, no! grazie no! grazie no! Ma… cantare,
sognar sereno e gaio, libero, indipendente,
aver l’occhio sicuro e la voce possente,
mettersi quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì, per un no, battersi o fare un verso!
Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che sia farina d’altrui scrivere, e poi
modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi
tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia
pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!
Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita,
e, disdegnando d’esser l’edera parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto
salir che non alto, ma salir senza aiuto!
[...]- Sfogati pure con questi tuoi furori pugnaci,
ma confessa a Le Bret ch’ella non t’ama!
– Taci!
Così son combinato:
spiacere è il mio piacere, amo essere odiato!
- Se tu lasciassi indietro l’anima moschettiera,
la fortuna e la gloria…
– Sai dirmi in che maniera?
Andar sotto padrone? Cercarmi un protettore?
E come oscura edra che all’albero tutore
s’appoggia arrampicandosi e leccadogli la scorza?
Potrei salir da furbo e non invece a forza?
No, grazie! Dedicare in ogni scartafaccio
dei versi ai finanzieri? Mutarsi in un pagliaccio,
sperando di vedere sul labbro di un ministro
lo sfogo di un sorriso un po’ men che sinistro?
No grazie! Banchettare ogni giorno da un pidocchio?
Avere il ventre logoro dalle marce e il ginocchio
più prestamente sporco nel punto in cui si flette?
Rendermi primatista in dorsopiroette?

No grazie! Riconoscere talento ai dozzinali?
Plasmarsi su ogni critica che appare sui giornali?
E vivere sognando “Oh, sento già il mio stile
percorrere le bozze nel Mercurio mensile”
?
No, grazie! Fare calcoli? Tremare? Arrovellarsi?
Preferire una visita a un paio di versi sparsi?
Stendere delle suppliche, o farsi commendare?
No, grazie! No, grazie! No, grazie. Ma… cantare,
sognare, ridere, splendido! Da solo, in libertà,
aver l’occhio sicuro, la voce in chiarità,
mettersi, se ti va, di sghimbescio il cappello
per un sì, per un no, fare un’ode o… fare un duello.
Fantasticare a caccia non di gloria o di fortuna
su un certo viaggio a cui si pensa… sulla luna…

Se poi viene il trionfo, ebbene, fatti suoi,
ma mai, mai diventare un “come ti mi vuoi”.

E se pur quercia o tiglio davvero non si è,
se vuoi proprio non alto, ma… farcela da sé.
- Di orgoglio e di ironia tu te ne fai un proclama,
ma almeno sottovoce dimmelo che non t’ama…

- Taci!

(Edmond Rostand, “Cyrano de Bergerac”,atto II scena VIII)

Quella a sinistra è la versione di Mario Giobbe, datata 1898, perfetta nella metrica, fedele alla lettera al testo e precisa nel restituire la rima pur dovendo fare i conti con le inevitabili libertà che è necessario concedersi in una traduzione in versi. A destra, invece, modernizzata appure affascinante quanto la prima, la versione in italiano della sceneggiatura del film “Cyrano de Bergerac” di Jean-Paul Rappeneau, uscito nelle sale nel 1990. L’autore è Oreste Lionello. Si, quello del Bagaglino di Pingitore.

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Il conflitto di facciata

feb 13 2003 Inviato da nella categoria Catena di San Libero

GUERRA ALL’IRAQ? MACCHÉ, TECNICAMENTE È UNA GUERRA CONTRO L’EUROPA…

(di Riccardo Orioles)

Guerre. Perché è scoppiata la prima guerra mondiale? Più ci studio, e più mi rendo conto che in realtà non è riuscito a capirlo ancora nessuno. Le ipotesi più coerenti, ai due estremi, sono quella di Nicola Lenin e Winston Churchill. Il primo era convinto che i capitalisti dovessero prima o poi scatenare una guerra globale per i mercati. Il secondo che il casino fosse nato dalla gara di potenza navale fra tedeschi e inglesi. Quasi tutti gli altri storici oscillano fra l’una e l’altra di queste posizioni.
Non leggevo Lenin da molto tempo. Dell’“Imperialismo malattia infantile del capitalismo” (o la malattia infantile era quella dell’estremismo? boh: questi libri si assomigliano tutti) mi ricordavo più che altro una splendida copertina rossa. Rileggendolo ora, sono colpito: dalla profluvie di dati minuziosi e “cattivi” su produzione, mercati, affari ecc. e soprattutto dal tono di lucida ostilità con cui essi vengono schierati. Tutto sommato, c’era la Bella Epoque, allora, e i compagni europei in fondo erano delle gran brave persone che tutto s’immaginavano fuorché rivoluzioni e guerre. Ecco: questo tono di estraneità, di gelida sfiducia in qualsiasi possibilità di evoluzione “buona”, è quello che, in quel libro, più colpisce adesso. Suppongo che, per l’epoca, questo fosse un sintomo abbastanza preciso, molto più impressionante delle cifre e i dati. Forse il sistema è collassato anche perché non riusciva più ad ispirare alcun senso di interlocuzione a uomini come il sig. Lenin. Del quale non riusciamo a conoscere il nome e l’indirizzo attuali: personalmente immagino che sia da qualche parte dell’Africa, ma queste cose si vengono a sapere sempre dopo.
Il libro di Churchill (“La crisi mondiale”) invece è semplicemente affascinante. Churchill non era ancora quel vecchio politicante ‘mbriagone che a un certo punto gl’inglesi chiamarono (con elfica genialità) a salvare la merry England e tutto il mondo. Era un giovane ex ministro con buone competenze nel campo della marina (i suoi dati navali sono ottimi) e ottime frequentazioni nei club di Londra. Noi inglesi, dice in sostanza, non potevamo farci superare in mare perché altrimenti per difenderci avremmo dovuto farci un grosso esercito e così saremmo diventati non più dei lord eccentrici ma dei militaristi. Ed elenca con garbo il numero delle corazzate, le le decisioni drammatiche prese all’Ammiragliato fra un tè delle cinque e l’altro; i (duri e cortesi) retroscena. E’ molto più coinvolgente, sotto questo profilo, del suo rivale. Ci sono chicche splendide: si parla per esempio del nome da dare a un nuovo (nel 1912) cacciatorpediniere; ed ecco che viene fuori una vecchia canzone marinaresca su una fregata dei tempi di Nelson, la “sfrontata Arethusa”, dalle tette al vento della polena. Tuttavia, anche qui, c’è qualcosa che non torna. Questo mondo di garbo diplomatico e di sigari al club, di gentlemen’s agreements e di sorrisi civili: che mai poteva aveva a vedere col sanguinoso macello di pochi anni dopo? Davvero la radice della barbarie era nascosta là nei club, fra i bicchierini di Porto? Lenin, uomo feroce, sghignazzava che sì, non c’era il minimo dubbio che quei signori, di nascosto, fossero dei cannibali. A me sembra una spiegazione consolatoria. Forse, tutto sommato, si trattava semplicemente di lemming.

Non sappiamo come sarà la guerra di ora. Tecnicamente, è con ogni evidenza una guerra contro l’Europa. Nessuno a Washington ha veramente paura dell’Iraq o di chiunque altro (ai coreani, che ogni giorno minacciano di invadere la California, non rispondono nemmeno). Ma dal giorno in cui l’altro impero è caduto, ci si è posti con lucidità e lungimiranza il problema dell’ultimo atto, dell’ultimo e incontrastato dominio mondiale. Romanum Imperium, o lemming? Mah. Nel Dna degli imperi sono presenti entrambi questi cromosomi, l’uno lucido e “nobile” l’altro primordiale e oscuro. Comunque, in nessun luogo la geopolitica vien presa sul serio, da cent’anni in qua, come negli Stati Uniti: parlavano di “seapower” e di impero insulare già quando erano ancora dei cowboys occhialuti alla Theo Roosevelt. Già allora, nella loro profonda – e per noi allora incomprensibile – democrazia, si sentivano romani. Perciò adesso c’entrerà il petrolio, c’entreranno gli oleodotti, c’entrerà l’intimidazione nei confronti dei paesi produttori – tutte cose che si potevano ottenere comunque e con più sicurezza per altre via – ma non sono, secondo me, che dei pretesti “razionali” per ingannare se stessi. Quello che in realtà preme è l’istinto etologico dello spazio allargato. E gli unici rivali possibili, da sorvegliare costantemente e da minacciare per interposti, in realtà siamo noi europei.

Sono buone e civili, e non a caso hanno fatto incazzare moltissimo gli americani, le posizioni degli europei (meno i paisà italiani e gl’inossidabili inglesi) per evitare la guerra. Francesi e tedeschi hanno buttato le carte sul tavolo: siamo pronti a mandare i cacciabombardieri francesi e – qui la carta sul tavolo sbatte forte – a schierare la Werhmacht per metterci in mezzo. Certo, per questa volta non funzionerà: ma è la strada giusta.
Noi europei non dobbiamo essere semplicemente “più civili” o “più pacifisti” degli americani. Non dobbiamo semplicemente parlare col Terzo Mondo al posto degli americani. Dobbiamo avere un esercito nostro, in grado – la prossima volta – di pesare sul tavolo, di permettere un dialogo vero fra noi vecchi europei (che tanto abbiamo da farci perdonare da questo pianeta; ma tanto gli abbiamo dato) e tutti i poveri del mondo. La prossima volta, alla prima minaccia di Bush Terzo o Quarto, il Governo europeo dovrà poter reagire allertando subito la sua forza d’intervento, mettendo in mare le sue portaerei e scaldando i motori dei suoi aerei. Tutto il resto è solo pianto sulle rovine e rassegnazione.
Speriamo che il pianeta possa sopravvivere, nei prossimi mesi, a questo scatenamento assiro di istinti primordiali. Ma, se sopravviveremo, impariamo la lezione.

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Effetto ciglia finte

feb 12 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Leggete il titolo di questo post. Leggetelo attentamente. Coglietene il recondito significato. L’assurdo, paradossale significato e poi riflettete. Domandatevi, ora, dove mai potremo andare a finire. Arrivate alla conclusione che non c’è nessun “dove”. Arrivati a questo punto…. Salve io sono il computer HAL 9001 della serie 9000, sono diventato operativo… giro girotondo casca il mondo…

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Punto.Com(a)

feb 12 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

punto.comClarence non è stato trattato poi così bene dal quotidiano Punto.com. O, almeno, fino ad un certo punto. Ovvero fino al giorno in cui sul portale non è apparso un editoriale di contropelo al nuovo editore Luigi Crespi, quello di HDC, Datamedia, quello delle campagne affissioni di Forza Italia, il sondaggista di fiducia di Berlusconi prima, e della Rai poi. Quella sera stessa mi chiama il nuovo direttore Emanuele Bruno (subentrato al fondatore Marco Barbieri) e dice che no, una pugnalata alle spalle così da noi non se la aspettava, che queste sono vigliaccate, che non c’entra né la libertà di stampa né di opinione, che – insomma – così non si fa. “Direi che è il caso di chiudere qui il nostro rapporto”, afferma, e io ho solo il tempo di dire “ma…”. Dal numero in edicola la mattina dopo Punto.com cessa di pubblicare la nostra strip. Non ce la prendiamo più di tanto, ma è comunque un peccato, pensiamo. Io, provocando, dichiaro che darò disdetta dell’abbonamento al giornale. E lo faccio. Salvo poi cedere alle ragioni del cuore, che ti impediscono di abbandonare completamente le cose che hai amato o anche solo apprezzato, e continuo, giorno per giorno, ad acquistarlo in edicola, fino ad oggi. A me, infatti, Punto.com piaceva, e parecchio. Piaceva, prima che Crespi ne chiedesse la testa, anche all’ideatore e direttore Marco Barbieri, il quale, abbandonando l’ufficio e l’azienda, dichiarò: “Non eravamo mai stati un marchettificio”. Crespi e il socio occulto Bubu avevano acquistato il 25% del capitale riservandosi la possibilità di raggiungere il 51% entro la fine dell’anno. Ebbene, l’anno è finito un mese e dodici giorni fa, HDC non ha esercitato l’opzione, e da una manciata di mesi i redattori del giornale non percepiscono lo stipendio. Nel frattempo Crespi e il socio occulto Bubu vanno cianciando di “sinergie” con quell’inutile soprammobile che è il Nuovo, iniziativa editoriale già difficilmente comprensibile alla nascita, declassata ora a frontiera del leccaculismo (e qui sta il paradosso: se la bilancia non è un’opinione, mantenere lindo quello di Crespi dovrebbe richiedere la creazione di nuovi posti di lavoro, non tagli al personale).
Punto.com, invece, era un’iniziativa geniale, un quotidiano perfettamente confezionato, un giornale originale, di cui si sentiva la mancanza. Crespi, d’altro canto, in qualche modo non ne sopportava la presenza se ha deciso, trapano alla mano, che la barca dovesse affondare.
Ecco, io di tutta questa storia vorrei ricordare che su quella scialuppa di salvataggio che imbarca acqua stanno annaspando le persone che hanno contribuito a rendere il prodotto a cui lavoravano un caso editoriale; mentre sul vicino cargo battente bandiera panamense s’odono i violini dell’orchestra e si sta allontanando sornione il tipico businessman distribuisci-favori che non ha capito una fava. E vorrei infine citare tutte le persone che lavoravano e lavorano all’interno di Punto.com, che si ritrovano con un passato glorioso alle spalle ed un futuro incerto all’orizzonte: Emanuele Bruno, Antonella Bersani, Stefano Betti, Claudia Cassino, Maria Comotti, Giuseppe Cordasco, Remo De Vincenzo, Cristiano Gianni, Cristina Giuliano, Francesco Luti, Diego Motta, Ornella Petrucci, Paolo Pozzi, Giovanni Manselli, Alessia Bernardelli, Monica Villa oltre, naturalmente, a Marco Barbieri, cui è stato arbitrariamente assegnato il ruolo della zavorra. “Vento in poppa”, si dice in questi casi. È un’espressione che non ha nulla del giornalismo. Come, del resto, il Nuovo. O potrei augurarvi “in culo alla balena”, ma non mi è mai sembrata una formula granché intelligente. Come, del resto, Luigi Crespi. Per questo spero vi basti la stima che vi siete guadagnati.

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L’illogica allegria

feb 11 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Ci mancava solo il funerale su Canale5. Un signore come Gaber questo non se lo meritava proprio.
Sera del 10 febbraio: tra uno spot e l’altro, il signor MaurizioCostanzoSciò officia la cerimonia funebre televisiva, con una serie di ospiti che con Gaber c’entrano poco se non un fico secco: Claudio Lippi, l’ubiquo Mughini, il sindaco di Roma per la par condicio con quello di Milano, ecc. ecc. Poi, l’inizio delle danze, Lippi fa un po’ di karaoke, Vecchioni massacra un antico successo del Nostro, il grande Jannacci anestetizzato e/o alticcio farfuglia qualcosa che solo lui capisce, anzi forse nemmeno lui – ma uno come Jannacci può permetterselo. Il clou dello spettacolo resta l’entrata in scena (o in campo) della Vedova Inconsolabile…
Scusate, sarò all’antica ma io non ce l’ho fatta: ho dovuto spegnere. Ci vediamo stasera su Blob. Una prece.

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Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa

feb 11 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Non lo sto dicendo per vantarmi, seguitemi e constaterete che, invece, è l’esatto contrario: ebbene, come forse qualcuno di voi saprà Clarence è stato il primo sito in Italia a lanciare gli sms gratis e il fenomeno dei loghi e delle suonerie per i cellulari (a quel tempo solo Nokia). Successe tutto nell’arco di un’estate: Massimo Ciociola di Wireless Solutions (che non era stata ancora acquistata da Dada) venne a proporci il servizio, a noi piacque, ed io e mio fratello – come due dementi – passammo tutto un agosto collegati via GSM dal bel mezzo di una pineta a produrre disegnini sgranati a due colori su sfondo verde. La circostanza è purtroppo materialmente comprovabile: girate un po’ per la rete o procuratevi uno quei libercoli pubblicitari allegati ai settimanali e cercate la sezione di immagini dedicata ai “nomi”. Senza neanche troppa fatica troverete loghi dedicati praticamente a tutti i componenti della mia famiglia o del mio ambito di conoscenze: Gianluca (il sottoscritto), Gianmarco (mio fratello), Irene (mia madre), Daniela (la mia ragazza), Erika (la figlia della mia ragazza), Giovanna (la ragazza di mio fratello), Marina (il mio gatto), Sally (il mio secondo gatto), Roberto (Grassilli, il mio socio), Lia (moglie di Grassilli), Emma (figlia di Roberto e Lia) e via dicendo. Ho qualche oggettiva responsabilità, insomma, nella diffusione di questo tipo di servizi che, nel giro di qualche mese, tutti han poi copiato.
Oggi, vagando senza meta sul web, sono approdato su questo sito e mi sono imbattuto nei seguenti loghi:

   

Ora, se qualcuno di voi volesse avere la gentilezza di indicarmi come e dove poterlo fare, io desidererei costituirmi.

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ManTelly e Mery Terry

feb 11 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Proliferano sulla rete tanto quanto le bandiere della pace sui balconi d’Italia gli identikit (realizzati online grazie a Ultimate Flash Face) di Mery Terry, l’involontaria protagonista del blog Lo scopriremo solo vivendo, magistralmente scritto e gestito da Ilenia. Nella ricostruzione grafica della cuoca di verze cotte potentina si sono per il momento cimentati Macchianera, Full(o)bloG, MU Blog e Clutcher.

A Mantellini, che guida la cordata della coalizione “Mery Terry Libera“, l’idea del concorso è piaciuta punto e, secondo me, esagera. Mery Terry esistere, esiste. Ma potrebbe non chiamarsi Mery Terry. E, credo, ormai vive in parte nel mondo reale e in parte nella fervida fantasia di Ilenia che, da inconsapevole umorista, ha sicuramente accentuato difetti, limato pregi, isolato e agitato all’interno di una cassa di risonanza le caratteristiche del personaggio che ha creato. L’idea della foto credo sia solo una boutade: primo perché se Ilenia scrive come scrive sprovveduta non è; secondo perché a nessuno – in fondo – interessa sapere com’è davvero la coinquilina dell’autrice. Mery Terry deve rimanere parola scritta ed è patrimonio dell’immaginazione. Perché solo in questo modo esiste davvero.

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L’antipatico angolo dell’autocompiacimento

feb 11 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Avevo detto che non l’avrei più fatto, è vero, ma avere un proprio blog garantisce anche la libertà di commettere spergiuro. Non solo Macchianera ormai viaggia ad una media di 6.000-8.000 (con punte di 9.000) pagine viste e 1.500-1.700 visitatori unici al giorno: oggi, per un po’, è stato al primo posto nella speciale nuova classifica lanciata dal sempre ottimo Technorati, dedicata agli “Interesting Newcomers“, i weblog con contenuti più interessanti e attuali. Un trionfo, considerata l’ammissione dello stesso creatore del servizio: “I’m getting a feeling for the usefulness of this search”. Come si dice su Internet da qualche tempo a questa parte: tutto fa brodo. Ed è strano, ragazzi… strano, quasi avvincente e probabilmente stupido essersi sempre trovati a dover conteggiare gli accessi in milioni, e tornare a parlare di migliaia.

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Di interventismo, pacifismo, scooterismo e guazzetti di cozze

feb 10 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Lungi da me il voler esalare buonismo, ma vorrei spendere due parole due (promessa che, so da adesso, non manterrò) sull’inverosimile numero di commenti generati dal mio intervento riguardante l’interventismo di Camillo e del suo autore, Christian Rocca. Primo: l’intervento che lo precedeva parlava (ed era farcito) di gnocca. Foto a profusione, reggiseni inutili per tette incontenibili, morboso gossip aziendale e non. Eppure non se l’è filato nessuno. Mi vien voglia di tornare ad avere fiducia nell’umanità. E persino nei blog. Secondo: ho già chiarito che, nel corso della vita, mi è capitato solo una volta (e difficilmente succederà di nuovo) di trovarmi d’accordo con Filippo Facci. Estendo l’affermazione anche a Christian Rocca. Eppure li leggo, perché resta il fatto, ragazzi, che leggerli è un piacere, qualsiasi cosa scrivano. Ricordo una vecchia festa di Cuore, organizzata l’estate degli attentati di Capaci e via D’Amelio. Al dibattito moderato da Michele Serra partecipavano, tra gli altri, Marco Pannella e Leoluca Orlando. Proprio a causa di quest’ultimo (che voci insistenti a quei tempi davano per certo come obiettivo per l’attentato numero tre) Montecchio Emilia era militarizzata. Sold out il teatro sin dal pomeriggio, l’incontro fu trasmesso per tutta la pineta, attraverso la tv a circuito chiuso. Nel frattempo, tra piadine, zanzare, canadesi, bonghisti e narghilé passeggiavano placidi ma mica tanto i poliziotti con i cani, gli agenti dei servizi in borghese con radio sulla cinta e auricolare microfonato. Per questo ho detto in “borghese” e non in “incognito”: li si riconosceva dall’ambaradan che sporgeva dai vestiti e dal fatto che le zanzare avessero unanimamente deciso di non pungerli. E malgrado questo dispiegamento di forze, nessuno è riuscito ad impedire che un tossico aprisse la mia Clio come una Simmenthal, forzando lo sportello, per dormirci dentro. Ma torniamo al fatto: arriva Leoluca Orlando, l’“eroe” per sentire il quale migliaia di ragazzi hanno affrontato tutti i possibili posti di blocco tra Parma e Reggio Emilia. Applausi, scene d’entusiasmo al limite del lancio del reggiseno. Va a sedersi sul palco, protetto da due angeli custodi in divisa che resteranno immobili per tutto il corso della serata. Poi entra Pannella e, giuro, credo di non aver mai sentito tanti fischi neanche davanti all’Hotel Raphael, quando gettarono monetine a Craxi. Al gong parte il dibattito: parla Orlando, ovazioni; parla Pannella, fischi da non poter neanche riuscire a sentire ciò che dice. Orlando: ovazioni; Pannella: fischi. Almeno fino a quando a Serra non girano, si appropria del microfono, fa qualche passo avanti verso il pubblico e dice: “Eh no, così proprio no. Ragazzi, forse voi non lo conoscete. Io si. E so che Marco Pannella è in grado di dire abnormi cazzate e puttanate colossali. Ma le dice con una strabiliante proprietà di linguaggio ed una certa classe. In più, in genere, con cognizione di causa. Quindi, zitti”. Per me, nel caso di Rocca e Facci, vale la medesima cosa: non potrò essere quello che evita di ribattere, ma di sicuro sarò quello che non fischia. Motivo per cui entrambi (se credono e se ne han voglia) hanno da sempre la possibilità di scrivere su questo blog in quanto autori. Terzo: Sia Rocca che Facci sono scooteristi. Io, che tra il mio Aprilia e un cubetto di porfido ci ho quasi lasciato un ginocchio e che, prima che si rompessero, ho lasciato stampati carpo, metacarpo e falangi sulla carrozzeria di un tassista, non posso non invocare la fratellanza.

P.S.: Nella stessa occasione, nel corso della summenzionata Festa di Cuore, mentre eravamo a tavola con D’Alema, Veltroni e Cofferati, Fausto Bertinotti si presentò al desco marcato a uomo da quattro scudi umani del partito. Volontari. Non lo mollarono neanche quando si sedette, ben al riparo, pronto a ravanare il suo invitante guazzetto di cozze. È da quel giorno che ho un sogno: sottoporlo alla terapia Rockerduck. Ovvero: prenderlo con forza e fargli ingoiare quel cazzo di portaocchiali.

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E io allora sono Napoleone

feb 10 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

Dal momento che non abbiamo ancora trovato un sistema per archiviare i migliori titoli che appaiono sulla homepage di Clarence (ma stiamo per rimediare con un coup de théâtre che sconvolgerà per sempre il mondo dei portali), li invio qui. L’ultimo riguarda la nomina di Marcello Dell’Utri a direttore culturale del Lirico, uno dei teatri storici di Milano, oltre duemila posti, nei pressi di Piazza Duomo. Il proprietario Giammario Longoni (che possiede anche lo Smeraldo e altre due sale) ha dichiarato a la Repubblica: Dell’Utri rappresenta una grande fetta della della Milano culturale di oggi”. Ora non mettetevi tutti a criticarlo così per sport: per non fare la fine di una bustina di Twinings ed accettare l’invito ad un idromassaggio a casa Dell’Utri è necessario che il Ph della propria pelle sia inferiore a 5,5. È una questione d’abitudine, e bisogna avere il fisico. Niente da fare, insomma, se siete abituati al Camay: il senatore ed eurodeputato di Forza Italia è un convinto igienista e fa largo uso di soluzioni acide a Ph 0 che sconfiggono lo sporco. Per sempre.

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Emulazione… emulazione…

feb 10 2003 Inviato da nella categoria Segnalazioni

Qualche giorno fa mi era venuto in mente di proporre ad Ilenia la medesima idea che lei stessa ha poi lanciato sul suo blog: indire il concorso “Immagina Mery Terry“. Poco male: l’importante è che si faccia. Se non sapete chi è Mery Terry siete out: la blogosfera non è il vostro mondo. È peggio che se vi foste persi in un colpo solo la diatriba sulla fuffa, quella sulla forumizzazione, le 31 canzoni che hanno cambiato la vita, le prese per i fondelli ad Arianna Dagnino e quelle alla Cassiani, lo scooterismo come unico punto d’incontro tra destra e sinistra. Mery Terry è la protagonista de “Lo scopriremo solo vivendo“, impossibile da descrivere con più umorismo di come riesce invece a Ilenia, sua coinquilina. Se vi siete persi le sue avventure potete sempre ripassare, e rimediare. Per immaginare com’è fatta c’è tempo fino al 14 febbraio: il vincitore verrà omaggiato della fotografia della vera Mery Terry. Io ci ho provato (vedere l’icona cliccabile sulla sinistra), utilizzando il programma di identikit online Ultimate Flash Face. Me la immagino così. Ma se il ritratto dovesse risultare anche solo lontanamente somigliante metto le mani avanti e dico subito che devolverò il premio in beneficienza. Avvisatemi per tempo, che devo trovare un ente che mi stia sulle palle.

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BlogBar(ricate)

feb 10 2003 Inviato da nella categoria Tech

BlogBarGiuseppe Granieri, nel suo BlogNotes torna a parlare della BlogBar: “L’esistenza di strumenti in grado di ‘smistare attenzione’ nella blogosfera è vitale. E rimane vitale anche se -ad esempio- il mio blog non è incluso in quello strumento. Perchè se la BlogBar porta attenzione al blog del mio vicino e il mio vicino è attento a ciò che scrivo (mi cita ogni tanto o mi linka semplicemente), le possibilità che i miei contenuti abbiano maggiore attenzione risultano comunque incrementate grazie alla BlogBar”. Io ne approfitto per chiarire due cosette a margine delle polemiche che sono scaturite. La prima è che limitazione a Windows ed Internet Explorer non è – come si può immaginare – voluta. È vero: secondo le statistiche questo tipo di scelta accontenta il 70% degli utenti, ma questo sito non si chiamerebbe GNU se non pensasse anche al restante 30%. Il problema è che il sottoscritto ha le competenze per fare questa e, comunque, poco tempo a disposizione in generale. Ben venga chi è capace di produrre (o adattare) la stessa applicazione per Mozilla e per il Mac. È in questo modo – credo – che si crea una comunità (prendete ad esempio quella del file sharing): quando ognuno ci mette del suo.

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Della pace e della guerra (e viceversa)

feb 09 2003 Inviato da nella categoria Opinioni

ACHILLE CAMPANILE (50 ANNI FA!!). (da GQcom)

Mi pare che adesso non ci siano altri argomenti di cui parlare: o pace o guerra.
Del resto, avete ragione: pace e guerra sono quasi la stessa cosa. Fra esse non c’è che una piccola differenza, come fra l’uomo e la donna. Voi sapete certamente la storia di quel congresso di femministe tenutosi molti anni or sono. Una delle oratrici ad un certo punto disse: – Perché negarci la parità con gli uomini? In fondo, fra l’uomo e la donna non c’è che una piccola differenza.
Allora tutte le congressiste s’alzarono in piedi gridando:- Per quella piccola differenza, hip, hip, hip, urràh!

Così tra la pace e la guerra, la differenza è minima. Piccola quasi come un uovo. Ma per carità, non diciamo come le femministe del congresso: – Per quella piccola…
La piccola differenza è la bomba atomica.

A parte quella differenza, pace e guerra sono molto simili. Giudicate voi stessi. Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace.
E’ raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra. Forse l’unico caso del genere che la storia registrerà sarà quello della Seconda Guerra Mondiale in cui pare che tutto sia stato fatto apposta col più lodevole zelo, per arrivare alla terza. Ma speriamo che malgrado gli sforzi generali, per carità non alludo ai generali qui presenti, non ci si arrivi.

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