La Repubblica dei Blog

Prendendosi il tempo che ci voleva (più o meno quello che impiega un insetto dal volare allegro di fiore in fiore a ritrovarsi fossilizzato e perfettamente conservato all’interno di una gemma di ambra), anche la Repubblica ha scoperto i blog. Il pezzo (a cura di Loredana Lipperini, in versione integrale cliccando qui) pare più che altro un ricicciamento confusionario del dibattito spontaneo scaturito dall’intervento di Luca Sofri intitolato “Commento Paludato“. Il tutto con contorno di cavoli a merenda, ovvero: file sharing, copyright e copyleft, intelligenza connettiva e Derrick De Kerckhove. Francamente, mi sono stupito mancasse un commento di Gianni Degli Antoni, così, giusto per aggiungere un altro po’ di fuffa. In compenso la Lipperini cita il fantomatico blog “Quinto Potere” (io ho scritto al webmaster orson@quintopotere.it, senza purtroppo ottenere risposta) confondendosi con Quintostato; menziona chiunque tranne il blog del sottoscritto e, anzi, nell’unica occasione in cui cadeva a fagiolo parlare di me riportando una frase tratta da queste pagine, decide di attribuire la pensata Wittgenstein. Luca Sofri, in un intervento intitolato “A tutela della mia onorabilità”, prende le distanze: “Oggi su Repubblica c’è tutta l’apertura di Cultura sui weblogs. E una citazione virgolettata da Wittgenstein, che però mai userebbe una metafa di carri del vincitore e ruote che scricchiolano, che diamine. Figuriamoci “l’internet degli inizi” (secondo me, è di GNUEconomy)”. Smentisco categoricamente, a tutela – questa volta – della mia, di onorabilità. Loredana Lipperini si è accorta (purtroppo a rotative già partite) che la frase virgolettata era in realtà tratta dal blog curato da tale GianLuca Sofri: GNUttgenstein.

(Mario) “. . . Do you think the whole world is a metaphor for something?”
(Pablo) “…”
(Mario) “Did I ask a stupid question?”
(Pablo) “No, my friend, no. You invented a metaphor.”


La versione integrale dell’articolo:

AIUTO, LA RETE HA FATTO “BLOG”

una nuova moda in internet

Una miriade di autori si rivolge ai navigatori con siti personali e diari di bordo, discutendo dei più diversi argomenti
Una parola magica che nel mondo coinvolge mezzo miliardo di persone In Italia solo ora si sta affacciando
Dalla letteratura al giornalismo, dalla musica alla cucina, un´infinità di pensieri scritti e letti
Una vera rivoluzione nello stile della comunicazione che nasce dal basso ed è considerata di facile uso

di Loredana Lipperini(tratto da la Repubblica del 16/01/2003)

Blog è la parola magica, quella che agli affaristi della Rete sembra promettere nuovi paradisi, ai notizia-dipendenti tutte le informazioni che vogliono e ai guru del cyberpensiero le dovute conferme alle proprie profezie.
Per i semplici navigatori, il blog è una realtà quotidiana da un bel pezzo, affermatasi a valanga dopo i primi timidi passi del 1997, il boom americano di due anni fa e la successiva frenesia che ha conquistato in brevissimo tempo milioni di utenti nel mondo. Oggi gli autori di blogs sfiorano il milione. I lettori superano il mezzo miliardo. «Weblog is the real thing», è il seducente slogan lanciato dal Wall Street Journal. Andrew Sullivan, editorialista del Sunday Times e blogger frequentatissimo, parla senza mezzi termini di rivoluzione. Il londinese The Guardian, ovviamente blog-munito, ne sottolinea la potenzialità democratica. E molti, moltissimi, gridano alla Terza Era di Internet, dopo la cocente delusione di tutti coloro che avevano rincorso un presunto Eldorado fatto di banner pubblicitari e canali tematici, e dopo le catastrofi economiche ed umane seguite allo «sboom» della net-economy.
Giusto, ma cos´è un blog? Blog sta per web log, diario di bordo: in poche parole, i blogs sono siti personali, o piccoli giornali, o giornali di giornali, perché in moltissimi casi contengono una rassegna stampa dei fatti del giorno. Ma sono anche diari quotidiani, perché insieme alle notizie pubblicano pensieri e opinioni dell´autore e dei suoi visitatori. Una sorta di versione internet di Prima pagina, l´antica e fortunata trasmissione di Radiotre dove un personaggio legge e commenta, scegliendole e dunque filtrandole, le notizie del giorno e poi apre i microfoni ai commenti degli ascoltatori. Un blog non è necessariamente giornalistico e può essere dedicato a miriadi di altri argomenti che non siano l´attualità, dalla letteratura alla musica, dalla scienza all´economia, fino agli ufo e alla cucina senza glutine. Sempre, però, propone una rete fittissima di rimandi ad altri blogs, cosicché si passa rapidamente da una visita all´altra, in un accumulo reticolare di conoscenze: per dirla ancora con il Wall Street Journal, i blogs «riflettono il meglio di Internet: un medium informale, anarchico, commercialmente ingenuo e affascinante».
Ingenuo forse. Affascinante senza dubbio alcuno. Anche perché la grandissima differenza tra un blog e un qualsiasi altro sito dotato di forum è la facilità assoluta di allestirlo, pubblicarlo, aggiornarlo. Non c´è bisogno di specialisti in html o di grafici: grazie a programmi disponibili on line e ad una struttura grafica standard, basta, davvero, il famoso clic del proprio mouse. Sembrerebbe, dunque, l´avvento concreto della famosa comunicazione dal basso che ha fatto le fortune della cyberteoria: questa volta, tutti possono davvero essere su Internet senza neanche sapere cosa è un server. E tutti possono fare informazione: creando dunque, sia pure con serissimi rischi di cialtroneria, un´alternativa diffusa ai media ufficiali. Non casualmente molte testate americane ed europee sono andate a caccia di blogs o meditano di aprirne uno.
E in Italia? Se il fenomeno approda adesso alla curiosità e anche alla circospezione dei media cartacei, i bloggers sono già migliaia. Alcuni lo erano prima che il fenomeno nascesse: è il caso di siti come il Dagospia di Roberto D´Agostino, o come Il Barbiere della Sera, dove giornalisti intervengono non soltanto sulle problematiche della professione ma anche sull´attualità, o come Indymedia, che da anni fornisce notizie «collettive» sul cosiddetto movimento. Poi, certo, ci sono i blogs veri e propri, aperti e gestiti da giornalisti: Christian Rocca con Camillo, Paolo Ferrandi con Paferrobyday, e ancora il Quinto potere di Carlo Formenti, Marco Barbieri, Stefano Porro, Iginio Domanin e Walter Molino, o il Tel&Co, primo blog sul wireless di Franco Carlini. E ci sono, soprattutto alcuni siti italiani che hanno inserito tra i propri servizi la possibilità di crearsi il proprio blog, attirando con la rapidità del fulmine tutti coloro che vogliono dire la propria su qualsiasi cosa: dagli scrittori (Tommaso Labranca e Francesca Mazzucato) alle case editrici (Marsilio Black) e alle realtà locali, fino ad avanguardie sperimentali del genere dei warchalker, che attraverso i blogs si segnalano l´esistenza di fonti via radio per connettersi gratuitamente, esattamente come i vagabondi segnalavano con il gesso pericoli e opportunità ai propri colleghi.
Il blog, insomma, è già una realtà più che consolidata: con i suoi motori di ricerca, i suoi premi, i suoi libri. Il primo in traduzione italiana arriverà presso Raffaello Cortina, si chiama Smart Mobs e lo ha scritto un particolarissimo studioso di nuove tecnologie come Howard Rheingold: che nel fenomeno trova la conferma di come Internet possa salvarci la vita, o quantomeno migliorarla. Perché grazie alla Rete gli esseri umani potrebbero dare spazio alla propria parte migliore, laddove la vocazione al consumo e alla ricchezza può essere magari momentaneamente messa da parte in favore di condivisione, collaborazione, ruolo sociale. E perché i navigatori di Internet, nella stragrande maggioranza dei casi, si collegano per scambiare con altri pensieri e idee. Anche sotto forma di file.
Il fenomeno dei blogs, insomma, evidenzierebbe uno degli errori più gravi della net economy, che, almeno in Italia, ha cercato di far soldi con la pubblicità anziché puntare sulle relazioni sociali. Un blogger, sia pure inconsapevolmente, replicherebbe la filosofia della comunicazione fra moltitudini che è alla base dell´open source: inizialmente prassi tecnologica e oggi movimento planetario di pensiero, il concetto di open source nasce in opposizione a Microsoft e ai sistemi operativi chiusi, cui è d´obbligo affidarsi passivamente, senza comprenderne il funzionamento e soprattutto senza poterli modificare. Un software open source, invece, consente a chiunque di ottenere le copie del codice sorgente, e dunque di migliorarlo e rimetterlo a disposizione di tutti. Ma, per estensione, il termine può essere applicato a tutti i prodotti d´ingegno. Riprodurre un romanzo senza fini di lucro (copyleft) o scambiarsi musica in rete (file sharing) ha lo stesso significato: superare il concetto di proprietà intellettuale in favore della condivisione di idee. Insomma, la prova provata della intelligenza connettiva teorizzata da Derrick De Kerckhove negli anni pionieristici di Internet.
Non tutti concordano, però, sul fatto che il fenomeno blog sia la chiave per l´Eden: e agli entusiasti cominciano già ad affiancarsi i dubbiosi. Coloro che guardano con costernazione ai blogs dedicati al figlio neonato o ai gatti, e che temono che l´informazione alternativa finisca per diventare non meno attendibile, ma più noiosa di quella tradizionale. Un blogster della prima ora come Luca Sofri ha scritto recentemente sul suo blog, Wittgenstein, di temere che «i blog stiano ripercorrendo in piccolo la stessa strada intrapresa dall´Internet degli inizi (il carro del vincitore che fa il suo trionfale ingresso in città, tutti che ci saltano sopra, le ruote di legno che prima scricchiolano in modo allarmante e, successivamente, cedono rovinosamente)». Del resto in America, come al solito, starebbero già parlando d´altro: per l´esattezza, dei video blog o vlog o blog di terza generazione che dir si voglia, quelli che consentirebbero di inserire filmati nei propri siti, di accedere ai blogs da palmari e telefonini, addirittura di fare giornalismo istantaneo grazie a telefono cellulare, videocamera e pubblicazione istantanea (ovviamente esiste già il neologismo per i futuri nuovi professionisti: «bloggerazzi», con buona pace degli attuali paparazzi). E ad appassionare gli americani ci sarebbe anche la domanda che tutti temevano e che è puntualmente arrivata: il blog, a proposito, è di destra o di sinistra?

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21 Comments

  1. Salve, non so molto di blog.
    La critica mossa all’articolo e’ troppo sintetica perche’ un profano ci capisca qualcosa. Non sarebbe il caso di chiarire e “correggere” i punti non chiari o non corretti dell’articolo?

    Grazie

  2. A me invece l’articolo è piaciuto anche se non ho capito tutte le citazioni. Secondo me se i giornalisti la smettessero di tirare in ballo i pensatori sarebbe meglio, ma questo lo fanno quasi tutti…Non è che te la prendi perchè non sei stato nominato?

  3. come si sarebbe potuto migliorare l’articolo: bastava pubblicarlo omettendo il penultimo paragrafo, da “il fenomeno dei blogs, insomma, replicherebbe […]” fino a “[…] Derrick De Kerckhove negli anni pionieristici di Internet.” loredana lipperini avrebbe fatto un po’ meno bella figura con le sue citazioni colte (colte da dove?), ma l’articolo – pur restando banale – sarebbe diventato totalmente comprensibile, e repubblica avrebbe persino guadagnato un paio di cm² da dedicare a un po’ di sana pubblicità. cosa volere di piú dalla vita?

  4. mi sa che ti sei confuso anche tu, perché “orson@quintopotere.it”? forse orson welles? forse quarto potere…?
    quinto potere è un altro film!

  5. Se mi e’ concesso dire: non capisco dov’e’ la rivoluzione. Ho girato per vari blog e ho trovato solo citazioni di citazioni di citazioni di articoli, o commenti ad altri commenti. Nessuna idea originale, nessuna smentita a notizie su stampa ufficiale con relativa contro notizia. Nessuna notizia originale. Ho passato un ora davanti al computer leggendo vari blog, la cosa e’ stata anche interessante. Solo che se vessi passato quell’ora in piazza o in un bar con gli amici avrei ascoltato gente che commentava le notizie del giorno, che diceva la sua e che ribatteva ai vari commenti. Praticamente dei blog viventi. A questo punto perche’ dovrei scegliere di leggere e al limite aprire un blog, e non uscire a vedere gente e scambiare direttamente le mie idee?

  6. Bah, l’articolo è l’ennesima dimostrazione di come funziona il giornalismo in italia: ricerca sul soggetto dell’articolo ridotta al minimo indispensabile, superficialità, errori e pressapochismo.
    Tante parole in libertà (file sharing, copyleft, open source e altro) per far vedere che si è letto qualcosa, anche se mancava peer to peer, ma scritto P2P. Lo consiglio alla giornalista per un futuro articolo, è semplice e non impegna.

  7. Scusate, ma secondo me invece il nesso tra open source e blog c’è. Se poi storciamo il naso ogni volta che si parla di noi fuori dall’internet mi sembra che riproponiamo l’essere casta proprio dei giornalisti. Secondo me anche Neri, scrivendo per un quotidiano, avrebbe citato De Kerchove…

  8. mi associo a giorgia e looptrain, questo autocelebrarsi per come si è bravi e di moda mi ha molto annoiato, si parla solo di blog nei blog, che rivoluzione, che bello bloggare, basta!
    se poi la rivoluzione-blog è arrivata sulla stampa come La Repubblica si è talmente istituzionalizzata che ha perso il suo spirito sperimentale. qualcuno cercherà di guadagnarci, non ci riuscirà e tra sei mesi i giornali si scaglieranno contro il flop dei blog, e sarà pronta la nuova moda del secondo semestre 2003.
    tutto già visto.

  9. no, io di blog invece non posso farne a meno, sono una cosa stupenda e io non vivo senza di loro, anzi adesso esco e vado a comprarmi 52 rotocalchi in edicola per capirne di più…

  10. Ma davvero quelli dei Blog si sparlano addosso? Ma va! :o Non l’avrei mai pensato…. E siamo solo all’inizio. Tempo un mese e ci ritroviamo i porno-blog, i logo-blog, i casinò-blog, e gli mms-blog. Allora sì cher arriva la “fuffa”. Tutta roba per me: il parassita-blog! ;)

  11. Va bene è vero: i giornali sono quello che sono, ma cerchiamo di non essere troppo snob. Vedo in giro troppa aggressività verso “i corpi estranei” del web. Ma il web è grande e può digerire tutto.

  12. Certo non è bello scoprire che la Lippa cita tutti meno il tuo blog, ma è ancora peggio scoprire che copia ciò che scrivo nel mio blog senza citare la fonte.

  13. Dico la mia: sarò fuori dal coro ma l’articolo è piaciuto anche a me. Anzi, sono un fan della Lipperini sia quando conduce a Radiotre sia quando intervista su Repubblica Valerio Evangelisti. Va bene le sviste, ma capitano: non ne ha presa una pure Neri a proposito di Quinto Potere???

  14. A me piacciono più i forum :) :)
    Voi blogger siete una community e parlate solo tra di voi, solo che, se foste in un forum, sarebbe più facile leggervi tutti :)

  15. io una volta ho visto a firenze il manifestino di un gruppetto rock che si chiamava “quinto podere”, (d e nn t) e aveva come logo una falce e una zappa. che fine avranno fatto?

  16. io non sopporto i ghetti, gente: se vi mettete a fare le pulci invece di gioire quando sui giornali si parla di Internet solo per dire aiuto i pedofili, cazzi vostri.

  17. Parlarsi addosso?

    Macchianera: La Repubblica dei Blog Una miriade di autori si rivolge ai navigatori con siti personali e diari di bordo,
    ——
    Alla fine il famoso pezzo di Repubblica sui blog, oltre che essere banale, noioso e confusionario, era pure scopiazzato. Complimenti
    ——
    Macchianera: La Repubblica dei Blog Una miriade di autori si rivolge ai navigatori con siti personali e diari di bordo,

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