Solidarietà al compagno Sofri. L’altro, intendo.

Quando ho letto Massimo “Dot-Coma” Moruzzi riferirsi ad un articolo apparso su Libero, per qualche istante ho seriamente pensato che potesse essere un lettore del becero (e, a volte, involontariamente comico) foglio di Vittorio Feltri. Invece parlava dell’altro Libero: il portale comico (e, a volte, involontariamente becero) che fa capo a Wind. Nell’intervento di cui stiamo parlando, un certo Davide Passoni se la prende con Luca Sofri per un suo pezzo apparso su il Foglio due anni e mezzo fa. A parte il fatto che Passoni dà l’impressione: a) di avercela con Sofri per qualche non ben specificato motivo; b) di scrivere con una penna che soffre di problemi alla prostata, tanto la prosa appare inutilmente arzigogolata e logora: sono invecchiato di tre anni solo tentando di inseguirne le discese ardite e le risalite; c) di essere pagato un tanto a grassetto, dal momento che ha deciso di dare risalto a parole assolutamente irrilevanti come “presente”, “articolo”, “eldorado”, “oceano sconosciuto”, “guardare”, “sardine”, “vaticinata”, “www”. Poi un po’, proprio grazie ai grassetti, ho capito: Passoni non l’ha presa bene perché l’articolo canzona la Voce del Padrone, e lui prova a metterci una pezza. Si parla di portali? Metto la parola “portale” in grassetto, con link a www.libero.it, Si parla di “piano di business credibile”? “Business” in bold, con link all’apparentemente inutile ed inutilizzato business.libero.it. Si parla di motori di ricerca? Grassetto e link ad arianna.libero.it. Se qualcuno avesse affermato che intraprendere su internet è solo questione di fortuna, Passoni avrebbe prontamente scaldato al microonde e servito già linkato un provvidenziale culo.libero.it. Nel suo pezzo (del 14 giugno 2000, è bene ricordarlo) Luca Sofri si chiede “Internet è un bluff?”, e motiva la domanda indicando sette indizi, che qui riassumo per quanto mi è possibile (ma trovate l’articolo intero cliccando qui): 1. Con internet non si guadagna. Nessuna nuova attività in rete è in attivo, a meno che non parliamo di attivi minimi su business minimi. 2. Più gli investimenti sono grandi, più forte è il passivo. 3. Al momento attuale nessuno sa indicare in internet fonti di guadagno diverse dai banner pubblicitari (briciole) e dall’e-commerce (in Italia, briciole; fuori, tutti comunque in passivo). 4. Tutte le grosse iniziative imprenditoriali in rete si motivano solo con la crescita del valore delle azioni in Borsa. 5. No, non solo. Per altri tre motivi. Uno, sostenere le loro attività extrainternet. Due, “creare comunità”, assumere dati sugli utenti con la prospettiva di vendergli qualcosa. Tre, dice un mio amico esperto «è come se si fosse trovato un oceano sconosciuto: nessuno ci ha pescato niente, se non quattro sardine, ma è così grosso che qualcosa di prezioso ci deve pur’essere. E così tutti si affannano a buttare le reti, e a non restare a terra a guardare, ma non sanno neanche lontanamente cosa vogliono pescare» e concludeva: «Questi sono i motivi per cui mi sembra difficile negare che si tratti di un bluff formidabile. Magari alla prossima mano ci entrerà un poker servito: ma a questa ci troviamo con due otto e tre carte da cambiare. E dopo il cambio, ogni giorno finora, abbiamo sempre due otto. Ma rilanciamo e il piatto cresce». 6. Nessuno dei grossi portali sbarca su internet con un prodotto degno di questo nome. 7. Chi è dentro a questi business fino al collo dice tre cose. Che due mesi fa pensava cose del tutto diverse da quelle che pensa ora. Che non fa nessun tipo di previsione oltre i prossimi sei mesi al massimo. Che odia internet, se è sincero»”. Ebbene: a due anni e mezzo di distanza da quando queste parole furono scritte, io, che da quasi otto anni lavoro in/su/con/per internet, sento di poterle sottoscrivere senza alcuna riserva. E, dal momento che mi avanza ancora un grassetto, aggiungo: dalla prima all’ultima riga.

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21 Comments

  1. io col punto 1 non riesco proprio ad essere d’accordo.

    > 1. Con internet non si guadagna. Nessuna nuova attività in rete è in attivo, a meno che non parliamo di attivi minimi su business minimi. iMHO (anzi, forse è un dato di fatto, più che un’opinione) è vero il contrario. Meglio: sono ben in pochi ad essere in attivo, ma quei pochi (o pochissimi) fanno degli utili spaventosi. Quanti dipendenti hanno Yahoo! o eBay? Un migliaio? e fanno, rispettivamente, 20 e 40 miliardi di utili al mese, ovvero (se è vero che sono in mille) 20 o 40 milioni di lire al mese di *utile* per ciascun dipendente. Ovvero, uno sproposito, degli utili che non esistono in nessun altro tipo di business legale al mondo.

  2. Troppa grazia: se sapevo di cotanta difesa, mi risparmiavo l’egoriferito pistolotto pro domo mia che ho messo su Wittgenstein. Volevo solo ricordare a Moruzzi che, pur confermando i concetti, alcuni passaggi drastici sono riferiti alla drastica situazione di due anni e mezzo fa. Lo so anch’io che oggi c’è chi guadagna: ma c’è stato lo sboom, si sono messe parecchie teste a posto, parecchie altre sono cadute, eccetera. E faccio presente una cosa non irrilevante: si guadagna quasi sempre alle spalle di altri che cercano invano di guadagnare (inserzionisti, portali, gente che vuole essere in internet, eccetera). Ciao, L.
    p.s. anch’io sono trasecolato, equivocando sul “Libero” di cui si parlava: perché allora venni intervistato dal Borghese di Vittorio Feltri, sul tema, e con tanto di copertina. Era giusto lo sapeste.

  3. Ciao Luca, eBay e Y! erano già in attivo allora (anche se poi Y! ha avuto un anno abbondante di perdite fra 2001 e inizio 2002).
    Non capisco bene cosa intendi quando dici… > E faccio presente una cosa non irrilevante: si guadagna quasi sempre alle spalle di altri che cercano invano di guadagnare (inserzionisti, portali, gente che vuole essere in internet, eccetera). A me sembra normale, no? Ognuno tira l’acqua al proprio mulino, e i profitti vanno ai più bravi e ai più forti. Ad eBay che, vista la situazione del mercato, può comprare pubblicità a costi più bassi di un tempo o a Google che, dopo aver venduto i propri servizi a caro prezzo ai portali, è diventato un attore di primissimo piano ed è in grado di vendere pubblicità sul proprio servizio togliendo importanti quote di mercato ai portali. Darwin applicato al Web, no?

  4. Intendo che se non ci fosse stata gente che ha buttato miliardi (e ancora ce n’è) cercando di capire cosa fare su internet, non avrebbero prosperato molte web factories, motori di ricerca, produttori di contenuti, e ancora. Non dico tutti, dico molti. E non dico nemmeno che sia importante, l’ho detto e basta. Ciao.

  5. Non e’ che Luca sia il mio internet guru preferito….anzi…di molte cose della rete ci ha secondo me capito un’acca,….. pero’, santa madonna, una volta che c’aveva azzeccato scrivendo in tempi non sospetti un pezzo ampiamente condivisibile? proprio per quel pezzo dovevano metterlo in graticola?
    mah….personalmente mi ero gia’ lamentato tempo fa con Passoni perche’ aveva distorto completamente un mio commento (http://news2000.libero.it/editoriali/17185.jhtml ) su negroponte….scopro ora con orrore che anche in quell’occasione il pregevole articolista dle piu’ letto sito di news della internet italiana aveva usato la sua espressione preferita: “cassandrate”….

  6. Dopo aver letto il commento di Massimo Mantellini, e aver capito che questo Davide Passoni sarebbe l’editorialista principe di Libero, mi chiedo: ma News2000, che se non ricordo male secondo Prima Comunicazione di novembre è il più letto sito di news online, non poteva servirsi di qualche editorialista un po’ più autorevole o, semplicemente, più bravo? Voglio dire, è idiota dare tutta questa visibilità a un semisconosciuto quando sul web ci sono fior di commentatori: lo stesso Mantellini per primo, ma non solo…

  7. Gli interessi non collimano. L’obiettivo di News2000 è di essere il più letto, non necessariamente il migliore. L’obiettivo dei giornalisti migliori è di essere liberi, non di scrivere per il sito più letto…

  8. Molto ben detto Moruzzi. Faccio comunque presente che secondo Castells, che non sarà dio ma qualcosa ne sa, “quella che sta emergendo non è un’economia dotcom, ma un’economia in network, con un sistema nervoso elettronico”. E che “dal 2001, circa l’80% delle transazioni sul web sono B2B. Ciò implica una profonda riorganizzazione del modo di operare delle imprese”. Per non saper né leggere nè scrivere mi viene da dire: ma non sarà che il modello web=dotcom riempie i giornali, e le nostre discussioni, ma poi la rivoluzione è da un’altra parte?

  9. Ciao… sul bi-tu-bi… boh, non so, penso che in parte sia vero, in parte stronzate forse addirittura peggio di quelle del 90% (o più!) delle dotcom. Considera anche che molti modelli B2B erano o… dotcom riconvertite, oppure… dotcom nuove, per così dire, ovvero l’ultima frontiera della speculazione, nuovi castelli di carta “B2B” che venivano costruiti nel momento in cui i VC non credevano più ai modelli “B2C”. Vedi ad es. http://www.quicktopic.com/18/D/TSUZQismhgXY.html

  10. > ma non sarà che il modello web=dotcom riempie i giornali, e le nostre discussioni, ma poi la rivoluzione è da un’altra parte? Io sono quasi d’accordo. Quel “quasi” è perchè eBay, ad esempio, è una rivoluzione vera, se è vero come è vero che negli USA ben 100,000 persone dipendono dalle proprie vendite su eBay per il proprio reddito e che eBay sta preparando un sistema di assicurazione sanitaria privato per i propri più grandi utilizzatori, i cosiddetti “power sellers” (ovviamente, tutto questo dice molto anche sullo stato della società negli USA…). Detto questo, secondo me la rivoluzione siamo noi, gli abitanti della Rete. E ovviamente non finiamo sui mass media dove fa più audience parlare prima (fine 1999) dell’azione di Yahoo! che raddoppia di valore ogni 2 mesi e poi (nel 2001) di come Yahoo! fosse spacciata – e questo nonostante avessero quasi 2 miliardi di dollari di cash in banca! Ovvero: ciò che importa è riempire le pagine di inchiostro. La rivoluzione la vediamo vivendo e lavorando in Rete (e comprando o vendendo su eBay, al limite), non certo leggendo le notizie su Internet sui mass media…

  11. di nuovo molto d’accordo con te sull’ultimo commento. Sul B2B, da ignorante non posso che affidarmi di nuovo all’autorità di Castells, che per B2B non intende le bufale a cui ti riferisci, ma ad esempio la riconversione di processo (e quindi anche di prodotto) della Nokia a metà anni 90 (un processo che ricalca, portandolo però alla velocità della luce consentita dalla rete, il “modello benetton” degli anni 80-90). Anche su e-bay sono d’accordo, ma e-bay è qualcosa che andrebbe studiato perché è davvero uno dei pochi utilizzi del web secondo le sue caratteristiche(massimizzazione della relazionalità come motore della potenza) e non una mera vetrina di prodotti. Quanto a noi: qui c’è relazionalità e c’è quello che qualcuno chiama “spazio pubblico”, cioè “possibilità distribuita e cooperante”, o c’è solo, come a volte sembra dire Sofri, chiacchiera un po’ molesta? Come diceva ieri Cesare in un commento su un post di Fuoridalcoro, “il salto di qualità avverrà quando dalle relazioni positive si passerà ad una vera e reale circolazione di idee e progetti capaci di promuovere nuove conoscenze”. Molto ben detto, secondo me.

  12. su Nokia, ho letto tempo fa questo bel pezzo su Newsweek : http://www.msnbc.com/news/829303.asp?cp1=1 .Benetton: hai link interessanti? eBay: sono d’accordissimo. Noi: spazio pubblico o chiacchiera molesta? Entrambe le cose, immagino. Sono d’accordo anch’io con Cesare per quanto riguarda il salto di qualità. Ma… ce la faremo rimanendo totalmente decentrati o ci serve un qualche tipo di “hub”? >Skipintro.org secondo me ha avuto un ruolo molto importante per i blog italiani, poi anche Blob of the Blogs e ora Clarence FreeBlogs. Quale il prossimo step?

  13. Il “modello benetton”, pionieristico schema di impresa a rete (ma non IN rete :-) e’ stato analizzato sul finire degli 80 e l’inizio dei 90, non saprei se ci sono riferimenti sul web, probabilmente si… Era il momento del dibattito sull’applicazione del modello Ohno all’Italia, con tutte le varianti del caso. Benetton costituiva un esempio piuttosto creativo che e’ poi diventato un paradigma (subfornitura, delocalizzazione, produzione leggera, ritorno piu’ rapido sulle vendite ecc) pur con tutte le ambiguita’ del caso (crollo delle tutele sindacali, auto ed eterosfruttamento, fino ai ragazzini che fabbricavano maglioni nei sottoscala…). Io mi riferisco all’area di studi che fa capo al consorzio Aaster di Bonomi, alle ricerche di Sergio Bologna sul lavoro autonomo o a quelle pionieristiche di Lazzarato in Francia o di Marazzi sul passaggio al “postfordismo”. Si tratta di letture un filino “orientate” politicamente ;-), ma cmq anche la letteratura “accademica” e’ vastissima. L’accelerazione consentita dal web, e ricito Castells sugli esempi Nokia e Cisco, cambia alquanto lo scenario, non saprei dire bene in che direzione. Il web poi da’ probabilmente piu’ chances all’utente, anche se gli esempi (e-bay o anche il recente Metup) sono sempre molto ambigui e andrebbero discussi. Il massimo della chance si ha probabilmente nelle pagine personali, ma sono troppo neofita qui per capirci ancora bene qualcosa…

  14. scusa, meetup con due e, questa e’ una delle leggi della pizia mi pare, dopo inviato scopri l’errore :-))

  15. Ciao, vedo che sei un cultore delle reti. Io no, però il caso Benetton è un po’ come me lo aspettavo, cioè un uso delle reti per esternalizzare, dare in outsourcing, avere meno vincoli etc. Un modello a rete liberista, se così posso chiamarlo. Il caso di Nokia mi sembra diverso, più interessante e più positivo. Mi sembra un caso di un’azienda che capisce di dover -a) coccolare i propri dipendenti -b) get out of the way and let them play! Un’azienda che interviene per rendere migliori le condizioni di contratto, ma che è intelligente e capisce che è meglio lasciare libertà per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro. A naso, il contrario del modello Benetton. O sbaglio?

  16. credo che tu abbia ragione, e forse in questo caso “il medium è il messaggio”. La rete nasce, come ci raccontano gli storici, dall’incrocio tra cultura della libera ricerca scientifica americana e cultura hacker. Chi la usa secondo la sua reale potenzialità ne viene beneficamente “infettato” (gli altri scoppiano assieme alle bolle). Ma questa al momento è solo una speranza di difficile lettura. Quello che dici su benetton è verissimo (si tratta della contemporanea creazione di sviluppo e sottosviluppo, ricchezza senza tutele), quello che significa l’uso della rete nel modello Nokia non è ancora chiaro. Perché non esiste Nokia come modello (per continuare nell’esempio), esistono le connessioni. La Nokia di per sé non dice niente, il punto è la Nokia e il mercato, gli utilizzatori, gli assetti proprietari, le ricadute sociali, i modelli di vita e di consumo… I lavoratori stanno meglio in Nokia che in una fabbrica di auto, il che è ottimo, ma Nokia di chi è? E a cosa mira? E quali sono le ricadute del perseguimento dei suoi obiettivi nei territori investiti – direttamente e indirettamente – dai suoi processi? So di essere demagogo, ma se lavoro in una ditta di cannoni, non mi consola essere ben pagato, avere gli amici in ufficio e piena libertà di manovra. Troppo spesso la retorica delle reti invece ci fa dimenticare i contesti. McLuhan dice che ogni innovazione tecnologica produce “vortici di potere” incalcolabili. Io comincerei a calcolarli.

  17. d’accordo con te sull’importanza delle “esternalità”, e anche sul fatto che sono (o dovrebbero essere considerate) meno “esterne”. Quando dici… > Chi la usa secondo la sua reale potenzialità ne viene beneficamente “infettato” (gli altri scoppiano assieme alle bolle) … io sono d’accordo. Sul web è successo, sta succedendo e succederà. Offline è più difficile, credo. Benetton ad es. mi sembra in flessione, ma personalmente dubito sia perchè un’azienda che non si cura troppo delle ricadute sociali. O no?

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