punto.com o punto-e-basta?

Uno dei riti maggiormente apprezzati da parte di chi legge più di un quotidiano al giorno è la rassegna stampa mattutina: un momento intimo, del tutto personale, al punto che spesso viene trascorso, in santa pace, al cesso. Io, purtroppo, non ho più modo di poterlo fare: dall’avvento di Internet in poi la mia pila di giornali ha avviato una mutazione genetica in seguito alla quale ha abbandonato la consunta fattura cartacea e abbracciato la dimensione elettronica, presentandosi nella nuova veste di pixel spenti o accesi sul monitor del pc. Se, un tempo, il rito prevedeva il Corriere in pole-position, seguito a ruota da Repubblica e La Stampa, oggi le mie fonti sono per la maggior parte straniere e, quando nostrane, amatoriali. Ammetto: un salto ogni tanto su Repubblica.it o su il Nuovo capita, sono cose di cui bisogna imparare a non vergognarsi. La giornata però non può dirsi iniziata nel migliore dei modi se qualcosa ha impedito le canoniche visite a Dagospia, al Barbiere della Sera, ai blog (da “weblogs”, diari online) dei professionisti Sabelli, Sofri, Scaccia, Solibello, così come a quelli gestiti da hobbisti (ma non per questo meno autorevoli). Un solo quotidiano aveva coraggiosamente resistito alla transumanza dall’intimità del cesso al monitor: punto.com. Un giorno Luigi Crespi, il sondaggista di Berlusconi, decide di rilevarlo. Come conseguenza il direttore e fondatore Marco Barbieri fa le valigie e qualche anonimo redattore dichiara: «Non eravamo mai stati un marchettificio». Non per questo, però, la lettura di punto.com è risultata meno interessante. Almeno fino a quando Clarence non decide di sparare qualche cartuccia a salve su Crespi: il “bang” prodotto è al limite dell’udibile, eppure il cielo si copre di nuvole minacciose da venerdì santo e in redazione si decide che l’affronto venga lavato versando trielina sulla strip “Net To Be“, dedicata agli aspetti surreali della new economy, prodotta (e gratuitamente fornita) dal portale satirico. Sul reale motivo che ha determinato la cancellazione di quello spazio si possono solo fare congetture. Sarà perché Clarence è universalmente – e spesso a torto – riconosciuto come una voce esclusivamente di sinistra? Perché Crespi s’è incazzato per davvero? O perché il nuovo direttore l’ha presa male, confondendo in buona fede una critica alla proprietà con un attacco personale? A voi la scelta. In ogni caso sparisce così, sostituita da niente, una matita geniale che rendeva quel giornale ancora più speciale di quanto già fosse (e probabilmente, ancora oggi, rimane). Io non sono pregiudizialmente allergico alla roboante “voce del padrone”. Amo il contraddittorio: adoro aver ragione ma so anche darla, e accetto, insomma, che si faccia sentire. Non mi piace, invece, quando il padrone grida in quanto sordo. Alle critiche in special modo. Non vorrei dover interpretare la mancata migrazione di punto.com dalla sacralità della tazza del cesso al computer come una metafora premonitrice. A chi vi lavora (compreso il nuovo direttore responsabile Emanuele Bruno, che proviene dalla stessa redazione) va riconosciuta la capacità di aver creato una fonte di informazione di cui si sentiva la mancanza e saputo confezionare un vero e proprio caso editoriale. Ora c’è bisogno che quella voce sappia mantenere un tono e un volume che le consentano di udire anche le critiche. Non – per forza – di prenderle per buone: soltanto di prenderne atto. Il vero punto, oltre a quello che caratterizza la testata del giornale, è che ci vuole coraggio, lo so.

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