Giovedì 31 Ottobre 2002
Lo scorso martedì, invitata a presentare l’edizione americana de “La Rabbia e l’Orgoglio” dall’American Enterprise Institute di Washington, Oriana Fallaci ha rotto un silenzio che durava da oltre dieci anni. Il Corriere della Sera ha dedicato un’intera pagina (con tanto di foto, titolone e richiamo in prima) alla pubblicazione del discorso integrale letto per l’occasione. Non sono convinto che la notizia meriti il risalto che le è stato concesso. Fosse per me, la condenserei: Oriana Fallaci ha rotto. Punto. Mi sembra abbastanza. «Grazie a tutti di essere venuti» così esordisce la nostrana pasionaria da esportazione, evidentemente e comprensibilmente appagata di essere finalmente riuscita, alla tenera età di 72 anni, a far venire qualcuno. Il resto dell’intervento è intriso di una tale quantità di paranoia da far apparire Fox Mulder come uno con i piedi per terra. Mettetevi comodi perché la lista è lunga: un fondamentalista islamico si inserisce nelle sue telefonate e blatera frasi sconnesse e minacciose in francese; il direttore dell’istituto che l’ha invitata passerà sicuramente dei guai per averla introdotta parlandone bene; sostiene che la propria malattia sia un “Alieno” che la abita; qualcuno vuole spedirla al rogo in quanto eretica, bruciandola «come fecero i nazisti negli anni trenta con le librerie»; gli estremisti e i fanatici che desiderano quanto sopra «sono milioni e milioni»; la Montagna dell’Islam, invece di aspettare Maometto o decidere di andarlo a trovare di persona, è segretamente gelosa di lei, del suo sistema di vita, e attribuisce a lei «la colpa delle proprie povertà materiali e intellettuali»; ha paura di saltare in seguito al lancio di una bomba nucleare; si ritiene, in quanto razzista, ricattata dai non razzisti; il membro di Al Quaeda processato in Virginia in quanto presunto complice dei kamikaze dell’11 settembre parlava francese e quindi, forse, era proprio lui che le telefonava; non conta ormai più le minacce dirette alla sua persona; un poliziotto l’ha seguita anche durante l’intervento all’American Enterprise Instituite nel malaugurato caso fosse presente fra gli astanti un islamico incazzato; si rammarica del fatto che il Foglio, quotidiano di destra, la mandi affanculo; si lamenta perché Liberazione, quotidiano di sinistra, segue l’esempio del Foglio; i mussulmani del MRAP e gli ebrei del LICRA ordiscono oscure trame alle sue spalle e hanno raggiunto un accordo per trascinarla in tribunale; magari quegli stessi ebrei sono parenti dei «banchieri che prestarono soldi a Hitler sperando di salvarsi, e invece sono finiti nei forni crematori», e quindi ben gli sta; la Francia intera la definisce «abbietta, infame, iniqua» e vuole «vederla in carcere»; i giudici francesi (che, in quanto francesi, «hanno inventato la ghigliottina», quindi si fottano) l’hanno resa vittima di un complotto, e lei ha paura di finire «decapitata in Place de la Concorde come Maria Antonietta»; anche il suo avvocato difensore riceve da settimane minacce di morte; forse pure quegli stronzi di svizzeri, belgi e tedeschi le stanno preparando qualche sorpresa legale; il fronte dei “collaborazionisti” tenterà di farla a fette pure negli Stati Uniti; i falsi pacifisti rivoluzionari («gente cui manca solo il randello e la camicia nera», quindi che vadano a fottersi pure loro) li vorranno imitare; buon ultimo viene l’Occidente, colpevole di averla fatta stare sulle balle a tre quarti del globo terracqueo predicando la calma in controtendenza con le tesi de “La Rabbia e l’Orgoglio”. Nella parte rimanente dell’intervento, quella in cui non disserta su ciò che qualcuno le vorrebbe fare o ciò che lei vorrebbe fare a qualcuno, la Fallaci parla di sé, raggiungendo vette di autoreferenzialità che persino uno come Francesco Alberoni ha mai toccato. L’autrice del libro più intriso d’odio dopo il “Mein Kampf” è in realtà un manuale vivente di giornalismo. Qui mi rivolgo agli addetti alla stampa. Ecco, riportato pari pari, un esempio che potrà tornarvi utile se avrete la necessità di inserire in un articolo un paragrafo subliminale che decanti il successo mondiale del vostro ultimo libro: «Da molti anni non mi mostro in pubblico. Molti. Neanche dopo la pubblicazione de “La Rabbia e l’Orgoglio” in Italia, in Francia, in Spagna, in Germania eccetera, ho aperto bocca o mi son fatta vedere in pubblico. Lo stesso accadrà quando il libro uscirà in Olanda, in Ungheria, in Polonia, in Romania, in Scandinavia, in Grecia, in Israele, in Argentina, in Australia, in Corea, in Giappone, in Cina». Sedici paesi citati in dieci righe ed, evidentemente, ancora non basta: «Al terrorismo fisico e intellettuale che seguì l’edizione italiana de “La Rabbia e l’Orgoglio” ho replicato con l’edizione francese. Traducendo il libro in francese ho inserito varie pagine che rincarano la dose, rafforzano la mia tesi. Agli attacchi della stampa francese ho replicato con l’edizione americana. E traducendo il libro per l’America ho inserito altre pagine che rincarano ancor di più la dose. Rafforzano ancor di più la mia tesi. Quelle pagine vanno anche nelle edizioni per la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, l’India. Appena possibile inserirò quelle aggiunte in una nuova versione italiana». Bisogna dedurre che, predisponendo oculatamente i carriarmatini e conquistando Kamchatka, Cita e Jacuzia, abbozzerà di menarla con questa edizione speciale di Risiko dedicata all'editoria. Eppure, per garantirsi la possibilità di pubblicare l’ultimo monumentale rutto di intolleranza della Fallaci, il Corriere della Sera, consumando cellulosa, ha causato l’abbattimento di 15 alberi d’alto fusto, sacrificati alla divulgazione dei latrati di una scrittrice cui la vita non ha concesso, in vecchiaia, la fortuna dell’Alzheimer. Un piccolo parco se n’è andato affinché un’intellettuale avesse la possibilità di esprimere - sulle pagine del primo quotidiano nazionale – concetti che persino il più becero dei tassisti milanesi, in un giorno di pioggia, con la città paralizzata dal traffico e un presepe di bestemmie sulla punta della lingua, avrebbe il pudore di tenere per sé. Cito a caso: «(L’Islam) è la Montagna. Quella Montagna che da millequattrocento anni non si muove, non esce dagli abissi della sua cecità. Non apre le porte alle conquiste della civiltà, non vuol saperne di libertà e giustizia e democrazia e progresso. Quella Montagna che vegeta nell’oscurantismo e nel puritanesimo d’una religione che sa produrre solo religione. Quella Montagna che affoga nell’analfabetismo». Oppure: «Graziaddio non ho mai avuto rapporti sessuali o sentimentali o amichevoli con un uomo arabo». E ancora: «Perbacco: si può fare di tutto, si può dire di tutto, oggigiorno. In Italia una mussulmana può chiedere che il crocifisso sia tolto dalla sala chirurgica nella quale partorisce. Ma guai al cittadino che se ne lamenta o peggio ancora protesta. Guai alla Fallaci che scrive il suo discorso-della-montagna». Io il discorso alla Montagna l’ho letto tutto. E da allora sento l’indescrivibile, straziante mancanza di quei quindici pioppi.
Lunedì 28 Ottobre 2002
Martedì scorso, invitata a presentare l’edizione americana de “La rabbia e l’orgoglio” dall'American Enterprise Institute di Washington, Oriana Fallaci ha rotto un silenzio che durava da oltre dieci anni. Il Corriere della Sera ha dedicato un'intera pagina (con tanto di foto, titolone e richiamo in prima) alla pubblicazione del discorso integrale letto per l’occasione. Non sono convinto che la notizia meriti il risalto che le è stato concesso. Fosse per me, la condenserei: Oriana Fallaci ha rotto. Punto. Mi sembra abbastanza.
Sabato 26 Ottobre 2002
Beh visto che Matteo cita FutureFeedForword provo a giocarci anch'io. Chiedendo scusa a William Gibson e Paolo Rossi per le citazioni.
25 ottobre 2009 - Milano 13 (un'oasi di verde OMG a dieci minuti dal centro di Pescara)
Stavo ascoltando nel mio nuovo lettore mp7 un vecchio pezzo. Sai quel cantante nero che poi col tempo si era sbiancato e alla fine era morto? Ecco ascoltavo una sua vecchia canzone di cui non so il titolo. Non l'ho mai saputo in effetti. Scaricarla da Kazaa 5 Professional mi era costato un po' ma ne valeva la pena. Era un grande pezzo, la storia di un certo Billy-qualcosa che non-era-suo-figlio, vabbe' in effetti non si sentiva benissimo, con tutte quelle fakewaves antipirateria a confondere i suoni e forse Billy era Billie ma insomma....in ogni caso il chitarrista era davvero in gamba. Ovvio, l'ascolto "non in cuffia" era disabilitato , mi sarebbe costato un capitale acquistare la licenza per una versione "air" ed era perfino rischioso sentirsela nelle casse acustiche di casa, per via di tutti quei maledetti hacker alla ricerca di onde sonore a sbafo nell'etere. E del resto il chip di ultima generazione inserito nell'auricolare della cuffia faceva il suo mestiere, controllando al volo il mio DNA per scongiurare possibil utilizzi illegali del file. Però dopo 4 battute di quella canzone, un grande pezzo anche da ballare - avendo abbastanza spazio per farlo - ecco che mi arriva una mail urgente della nipote dell'autore. Mi ringrazia per l'avvenuto accredito dei diritti di riproduzione, la nipotina. Io comunque non sono scemo e non ci casco. So distinguere una risposta automatica. Capisco quando una mail me la recita un computer o quando invece la legge una voce reale. E poi non ricordo più dove ho letto che spesso i parenti degli autori musicali sono invenzioni delle case discografiche. Per poter pagare i diritti a se stesse. Ma quale nipote d'Egitto, il cantante in questione non solo non si era mai sposato ma aveva diseredato tutti - fratelli e sorelle - che gli copiavano i passi di ballo. Senza contare che, piano piano, anche loro avrebbero voluto sbiancarsi come lui. Altro che storie. E altro che nipoti. E se poi alla fine a forza di voler essere diverso da se stesso quello e' morto mica e' colpa mia. Però quel pezzo e' un gran pezzo. E il nuovo lettore fa faville, accidenti se ne fa. Al negozio qui' sotto me lo hanno montato sotto un'unghia, ma ...accidenti, non ricordo quale. Dovro stare attento stasera, quando entrero' nella doccia. Non vorrei mai mi si arruginisse un dito.
Venerdì 25 Ottobre 2002
Qualcuno sa spiegarmi perché una cosa che si chiama "il Riformista", alla voce "condizioni generali di utilizzo" ha deciso di partorire un'appendice del Codice Civile? "L'Utente deve", "L'Utente dichiara", "L'Utente si impegna", "L'utente è responsabile", "L'Utente si obbliga", "L'Utente autorizza". Di contro, invece, "Il Riformista non è tenuto...", in generale, riguardo praticamente a tutto. Non so: voi avete mai visto un riformista con addosso una simile fifa blu?
Giovedì 24 Ottobre 2002
di Davide Ruda
In questi giorni si parla tanto delle mutande di Gianni Morandi e dell'effetto che queste hanno avuto sui dati d'ascolto elaborati dall'Auditel.
Torna quindi in voga il discorso della non affidabilità dell'attuale sistema di rilevamento degli ascolti televisivi: per chi fosse interessato all'argomento, consiglio la lettura del libro "La favola dell'Auditel", di Roberta Gisotti.
È incredibile notare come da una questione apparentemente marginale (l'Auditel) dipendano poi delle situazioni molto più grandi e preoccupanti: da un sistema che favorisce la corsa sfrenata verso i dati d'ascolto dipende il costante imbarbarimento dei programmi televisivi, e a lungo andare l'impoverimento culturale di una nazione.
Interessante, a questo proposito, è il forum promosso da Repubblica sull'argomento, che raccoglie interventi della stessa Gisotti, di Morandi, di Chiambretti, del secondo Piduista più famoso d'Italia (quello coi baffi), del DG di Auditel e di altri ancora (grazie a Claudio Sabelli Fioretti per averlo segnalato per primo).
Non è tanto il riconoscere che questa rubrica, spesso, adotta toni polemici: il problema è che quella di ieri non ne aveva. Per lo meno nelle intenzioni. Poi, i fatti dimostrano l'esatto contrario: una considerevole fetta di internet si è sentita chiamata in causa. Per la maggior parte si è trattato di dipendenti di società operanti in un settore in difficoltà come quello delle cosiddette "dot.com". Alcuni impiegati all'interno di aziende sane ma alle prese con un mercato più che mai ostico; altri, invece, trattati come vuoti a perdere da imprese create in fretta e furia nel periodo della corsa all'oro della new economy e di cui è stata sempre oscura, immagino persino ai fondatori, la ragion d'essere. In ogni caso, di persone che meritano rispetto. All'epoca del miraggio collettivo del Klondike di bytes d'oro io c'ero. O, meglio, l'ho vissuto da attore non protagonista. Avere una sauna, una piscina o una palestra in ufficio era il minimo indispensabile perché alcuni tipi di investitori ritenessero credibile una società che sbarcava sulla rete. Così, mentre all'interno dello stesso settore qualcuno da anni tentava di creare dal nulla un mercato, in alcune società lo specchietto per le allodole del benefit, del luogo di lavoro come casa-famiglia, del letto a castello sopra la propria postazione, diventava l'unica vera idea concreta attorno alla quale era ricamata la mission aziendale. Io e altri, dicevo, ci siamo passati: una delle multinazionali di cui Clarence ha fatto parte si vantava di avere allestito nel seminterrato un ristorante italiano gestito da cuochi svedesi, una sala giochi, una discoteca con tanto di stroboscopiche e palla specchiata rotante e, infine, un cinema privato dotato di porte che si aprivano automaticamente facendo bzzzz-bzzzz come quelle di Star Trek. Oggi ne siamo usciti. Vivi. Tante persone che sono rimaste là non hanno avuto altrettanta fortuna. Alcune, oggi, grazie a chi resiste e a questo mezzo crede ora come un tempo, hanno un lavoro e un monitor davanti a sé. Altre no. Alcune, in considerazione del mio passato ruolo da attore non protagonista, di me hanno forse covato e mantenuto nel tempo una pessima opinione. Altre, probabilmente, vanno più sul generico, portandosi dietro il ricordo di un'incommensurabile testa di cazzo. E, chi sa, probabilmente hanno pure ragione. Quel che so è che li ricordo tutti, con un affetto che sorprende me per primo: i timidi e gli spavaldi; i miti e i rompiballe; quelli che si arrampicavano sull'inglese durante i colloqui; i folli creativi che si presentavano come ex direttori marketing di Yahoo! e sostenevano di avere brevettato per primi la confezione in polistirolo dei panini dei fast-food; quelli a cui nel curriculum mancava solo di aver pilotato lo Space Shuttle; quelli che ci tenevano, a cui devo molto; quelli che non ci tenevano e si sono presi pure qualcosa; quelli che restavano fino a tardi e quelli che invece, alla fine, era come un lavoro alle poste. Tutti i Gigi e i Chicco, insomma, per i quali l'edificante storiella raccontata ieri doveva rappresentare un omaggio, e non una presa per i fondelli. L'Enterprise è esplosa, e il capitano Kirk ha pensato bene di abbandonare la nave appena dopo aver premuto il pulsante di autodistruzione. Qualcuno deve pur ricordare queste cose, perché ai Chicco e ai i Gigi, ormai, delle porte automatiche che fanno bzzzz-bzzzz non può più fregare una fava.
Mercoledì 23 Ottobre 2002
di Claudio Sabelli Fioretti
Ce l'hanno tutti con lui, da
Sette all'
Unità. Ma
Giorgino, dice
Panorama, spiega che tanto livore non è contro di lui. Spiega che gli attacchi sono politici, per delegittimare la direzione generale di
Agostino Saccà e indirettamente il governo. Indirettamente? Il governo? Colpire
Giorgino per educare
Berlusconi?
di Claudio Sabelli Fioretti
È in corso l'assemblea degli eletti dell'
Ulivo per decidere come decidere sul futuro della coalizione. C'è chi vuole l'ulivo largo e chi vuole l'ulivo forte. C'è chi aderisce ad Artemide, chi ad Apollo, chi ad Aprile. C'è
Mastella, c'è
Boselli, c'è
Fassino, c'è il correntone. C'è chi dice si al portavoce unico, c'è chi dice no al voto di maggioranza...
Continua la saga sui blog di Doonesbury. Questa non piacerà a Massimo Mantellini, che se la prende con Riccardo Staglianò per un passo del suo ultimo libro "Giornalismo 2.0": "Niente piu' scuse quindi: chi ha qualcosa da dire puo' farlo, comportandosi, di fatto, da giornalista, senza bisogno di giornali che accettino i suoi pezzi o di Ordini che ne certifichino l'abilitazione professionale. E' anche chiaro che l'abbattimento di questo ultimo steccato provochera' una valanga di pensierini narcisisti, infiniti sbrodolamenti sulle materie piu' microscopiche e tanta roba di cui a nessuno - eccezion fatta, forse per amici intimi e familiari - freghera' un bel niente".
Curioso: le stesse persone che hanno copiato (e proposto sul sito di TGCom) il calendario di Clarence sono più o meno le stesse che, un anno fa, a causa della satira sul Grande Fratello (e capirai) mi inviarono questa simpatica missiva. Gli stessi che poi, a causa delle battutacce sul padrone di casa, ruppero un accordo tra Clarence e Le Iene e poi vendettero i filmati dei servizi a Tiscali. Gli stessi che - senza successo - chiamarono GQ per fare pressione in modo che venisse revocato l'accordo per la pubblicazione del calendario dell'anno scorso (sul quale vantavano parte dei diritti derivanti dall'uso delle Veline di Striscia la Notizia). Mi chiedo: che fare? Siamo come loro? Meritano la letteraccia o lo sputtanamento? L'oblio?
Martedì 22 Ottobre 2002
di Claudio Sabelli Fioretti
ELISABETTA CANALIS. Si giustifica per il fatto che ha fatto anche lei il suo bravo calendario biotta. Dice: “In America mangiano i ragni per far salire l’audience. Meglio una donna che si spoglia di uno che mangia i ragni. Io sono un’animalista convinta”. Anche io sono un animalista convinto. Preferisco la Canalis nuda al soufflé di ragni.
di Davide Ruda
Ascoltate mai la trasmissione di Sortino la mattina su Radio Capital? Lui in realtà ci mette solo la faccia, perché le inchieste sono fatte da altri, uno staff estremamente valido. Se vi capita, alle 9,15 dal lunedì al venerdì su Radio Capital.
Oggi navigando mi sono imbattuto in questa bella inchiesta (è del luglio scorso, ma me l'ero persa): riassume tutti i finanziamenti ricevuti dai giornali organi di partito.
Era naturale che nell'elenco ci fossero L'Unità e Il Secolo d'Italia, un po' meno che ci fossero altre testate, tra cui il nostro caro (a questo punto in tutti i sensi) Il Foglio: forse non tutti sanno che in quanto organo del (prestigiosissimo) Movimento "Convenzione per la giustizia" nel biennio 2000/2001 ha avuto la bellezza di 6.300.000.000!
Alla faccia!
di Davide Ruda
La tristezza con cui si accoglie l'ormai consueta apparizione di Emilio Carelli in televisione tra un tempo e l'altro dei film su Canale 5 dà l'idea dell'errore di valutazione compiuto da chi ha deciso di lanciare i vari TgCom, Jumpy, Ciaoweb, e compagnia bella.
Sembra scontato, ma giova ripetere quegli stessi concetti che chi è in Rete conosce da sempre: qualcuno ha pensato che fare informazione in televisione, in una situazione praticamente monopolistica, fosse lo stesso che farlo in Rete. La teoria era quella secondo cui la ggggente, per lo stesso motivo per cui segue il Tg5 in televisione (cioè per il fatto che ci sono 7 identici Tg5), si aspettasse di trovare la stessa informazione anche online: da qui il grave errore, perche' in Rete ha successo l'informazione rapida, onesta (o che si cura di dare questa impressione), diversa dal solito.
Chi non ha capito ciò, è costretto ai richiami tra un tempo e l'altro del film, utilizzati per dare le stesse 3 notizie già ascoltate al tg due ore prima e soprattutto per presentare con enfasi la nuova, entusiasmante e imperdibile idea partorita da quei geniacci della redazione di TgCom: il calendario fatto con le foto dei propri utenti, i quali possono iscriversi e farsi votare dagli altri navigatori.
Davvero originale: possibile che finora non ci avesse pensato proprio nessuno?
L'inserto Affari&Finanza di Repubblica è meglio del Vernacoliere! Sul numero di ieri, un'intervista davvero surreale di Giuseppe Turani a Tommaso Pompei, Amministratore Delegato di WIND. Tema: il lancio dell'UMTS. Su Skip Intro, invece, una bella parodia che fa quasi - ripeto: quasi - più ridere dell'originale. Buona lettura.
Porca miseria, il blog di Luca Sofri sta diventando una lettura imperdibile se si è avuta la giornata occupata a fare qualsiasi cosa inutile, tranne che navigare. Oggi ha scovato una strip di Doonesbury (anche secondo me uno dei migliori stripparoli in circolazione) che sdogana il blog alle masse, mettendo fine agli elitarismi (è successo anche con Internet, ricordate? Più o meno quando si è iniziato a parlare di banner, sponsor, skyscrapers, pushbar, entry pages, contenuti a pagamento, dialer...). Ecco l'imperdibile strip:
Era destino: dovevo cascare anche io in una polemichetta da blog (con massimo rispetto per entrambi, sia le polemichette che i blog). Potete leggerne i dettagli su Manteblog, su La pizia_weblogs o sul Forum di Clarence. La cazzata è mia, quindi sorry: ho rivisitato a mio modo un testo apparso sul blog La pizia menzionandone, qui su Macchianera, la provenienza, ma tralasciando di farlo su Clarence (per la rubrica che doveva andare in linea domani ma che, visto che per la prima volta nella mia vita ero in anticipo, avevo già messo online - non linkata dalla homepage - lo scorso venerdì). Quindi, scuse a La pizia e a tutti gli altri: capita di fare cazzate.
Da oggi anche io posso orgogliosamente fregiarmi della tessera del club dei reduci da Blogger. Non sarò mai abbastanza riconoscente alla Pyra Labs per aver contribuito allo sviluppo dei blog; non posso dire di esserlo altrettanto per la costante e quotidana perdita dei files di archivio. Da oggi Macchianera gira con (e grazie a) MovableType, più vivace, più flessibile, più configurabile, più accessoriato e, soprattutto, gratis per usi non commerciali. Tutti coloro che avevano accesso al blog tramite Blogger riceveranno un nuovo login e una password. Per il resto, godiamoci le novità, e anche i canonici malfunzionamenti dei primi giorni di implementazione.
Domenica 20 Ottobre 2002
Segnalato per primo da Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, e poi riportato per intero da Manteblog, vale la pena spendere un minuto sull'articolo di Michele Serra (tratto da Repubblica del 19 ottobre) dedicato al capogruppo di Forza Italia al comune di Roma Gianfranco Zambelli, che avrebbe elogiato Tommaso Moro scambiandolo per Aldo.
«Decapitato da Enrico VIII, santificato da Santa Romana Chiesa negli anni trenta, infine nominato da Giovanni Paolo II patrono di tutti i politici, il filosofo e umanista Tommaso Moro ha potuto coronare il suo iter ormai pentasecolare diventando (addirittura) manager. E' accaduto ieri nel consiglio comunale di Roma solennemente riunito. E il merito di questo scatto di carriera, l'autore di "Utopia" lo deve al capogruppo di Forza Italia Gianfranco Zambelli. Il quale, approvando autorevolmente la decisione vaticana di nominare Tommaso Moro patrono dei politici aggiunge:" I miei amici del Partito Popolare ricorderanno la figura di Tommaso Moro,uno statista che ha governato con grande trasparenza e capacità sempre a favore dei più deboli e a favore delle persone non arroganti, dimostrando grandi capacità manageriali." Una lettura superficiale delle parole di Zambelli indurrebbe a soccorrerlo facendogli notare amichevolmente che Tommaso Moro e Aldo Moro non sono la stessa persona. Ma l'interpretazione del discorso di Zambelli è complicato da un ulteriore dubbio: se è Aldo e non Tommaso il Moro qui ritratto, di quali particolari "capacità manageriali" il leader democristiano poteva fregiarsi? Almeno questo secondo passaggio oscuro può essere spiegato così: per un berlusconiano le "capacità manageriali" sono una virtù umana a prescindere. Potevano averla Cicerone, Einstein e Gigi Riva, indifferentemente. Dire manager, per i quadri azzurri, è come dire "dottore" per i posteggiatori napoletani. Una titolarità che non si nega a nessuno figurarsi a Tommaso e Aldo Moro. Meno rimediabile evidentemente, la confusione fra un politico pugliese del Novecento e un filosofo inglese del Cinquecento. Tra Aldo e Tommaso, nonostante le capacità manageriali di entrambi, il nesso è fragile quanto quello fra il consigliere Zambelli e la Garzantina. Poi dice che uno discrimina la cultura di destra. Ci piacerebbe tanto: ma per discriminarla, bisognerebbe che ci fosse, accidenti.»
Sabato 19 Ottobre 2002
Il giornalismo non è fatto solo di braccia rubate all'agricoltura. Esistono anche penne regalate alla circonvenzione d'incapace. Siamo allo scorso aprile: Adusbef, Codacons e Federconsumatori denunciano l'ingannevolezza del dispositivo prodotto dalla Tucker di Mirco Eusebi all'Antitrust, la quale, richiedendo una perizia all'Enea, accerta che l'utilizzo del famigerato tubo non produce alcuna riduzione dei consumi o dell'inquinamento. In ritardo di cinque mesi (ma in anticipo di uno rispetto all'arresto del fondatore della Tucker e di altri sette dirigenti con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla violenza privata), su Panorama appare, firmato da Marco Cobianchi e sotto il titolo "Profitti e opere pie: l'imprenditore buono", il seguente articolo: "In genere è la vita che dà spunti per il cinema. Mirco Eusebi ha invece preso spunto da un film per rifarsi una vita. Tutto inizia da Francis Ford Coppola e dal suo Tucker, un uomo e il suo sogno. All'uscita dal cinema Mirco Eusebi, allora ventenne venditore di aspirapolvere, aveva la faccia di chi aveva appena assistito a una rivelazione. «Rimasi folgorato» racconta. Entrò in una chiesa e lì fece un patto con il Cielo. Più o meno disse: «Smetto di fumare, smetto di andare a donne, do in beneficenza una parte di tutto quello che guadagno ma Dio, ti prego, fammi diventare come Preston Tucker». Preghiera esaudita. Oggi, a 38 anni, Mirco Eusebi non fuma più, si è sposato e ha appena donato 750 mila euro all'associazione pro disabili Anffas. La sua azienda, che ovviamente si chiama Tucker, quest'anno dovrebbe chiudere con 50 milioni di euro di giro d'affari. «Un miracolo» dice, o, più laicamente, un sogno diventato realtà. Tanto che, per rimanere in tema, nelle lettere che invia a fornitori e clienti, sopra la firma, al posto dei banali «sinceramente vostro» o «cordiali saluti», lui scrive «Un uomo e il suo sogno», firmato Mirco Eusebi. La Tucker S.p.A. ha sede a Riccione e produce un dispositivo per ridurre l'inquinamento atmosferico provocato da caldaie e scaldabagni civili e industriali. Il Tucker è capace, parole sue, «di abbattere anche fino al 100 per cento le emissioni inquinanti nell'atmosfera provocate dal combustibile. Qualunque esso sia». Se fosse vero, sarebbe una rivoluzione. Eusebi avrebbe dovuto essere acclamato al summit per l'ambiente di Johannesburg. Beh, a quanto pare è tutto vero. Quello che Eusebi chiama «il dispositivo» è stato testato dalla sede italiana dell'ente di certificazione tedesco TüV Industrial Products. I risultati? «Esaltanti» dice «al punto che le Ferrovie dello Stato hanno iniziato ad adottare il Tucker per le loro littorine. Quando hanno visto i risultati sono rimasti strabiliati». La storia della Tucker inizia nel 1988 all'uscita della chiesa dove Mirco Eusebi strinse il patto con Dio. «Per anni mi sono arrangiato facendo decine di altri mestieri. A un certo punto ho scoperto il mondo del magnetismo e le sue applicazioni in ambito industriale. Insieme a quattro amici elettromeccanici abbiamo cominciato a vedere se si poteva costruire un dispositivo anti inquinante». Il 100 per cento della società è in mano alla famiglia, in particolare alla moglie Ivana, Mirco è il presidente, la sorella amministratore delegato. La rete di vendita in Italia fa capo alla Master Communication «che» dice «ho creato e poi venduto al mio migliore amico e allievo» ed è formata da circa 8 mila persone che vendono porta a porta". L'autore Marco Cobianchi nel '96 partecipò ad un convegno in cui sostenne che "nessuno, purtroppo, chiede al giornalista che ha riportato una notizia inattendibile di dedicare la sua professionalità a miglior causa". Non è vero: ci ho messo sei anni, ma eccomi. Cobianchi nel frattempo ha fatto carriera: è a Panorama, e sono finiti i tempi in cui bazzicava da stagista le redazioni. Una scalata superflua, fatta salendo i gradini in ginocchio: a dire di Clinton, Monica Lewinsky, praticante ma professionale, ne faceva di migliori.
Giovedì 17 Ottobre 2002
Vi piace la nuova grafica di GNU? E quella di Clarence (che più che darsi il belletto ha proprio cambiato linea editoriale)? Così, me lo chiedevo...
Questa ve la devo proprio raccontare. Sul nuovo Clarence, in questi giorni, ci siamo divertiti a partorire improbabili titoloni e articoli sui "Crop Circles". Così ci siamo inventati la scoperta (in un campo vicino alla periferia di Lodi, precisamente in una località chiamata Borghetto Lodigiano) del primo cerchio nel grano del nostro paese, pubblicando la piantina per raggiungere il luogo e la foto in anteprima.
Oggi arriva in redazione l'e-mail del giornalista di un quotidiano. La riporto evitando tutti i riferimenti del mittente:
Da: Xxxxx Xxxxxx [mailto:x.xxxxxx@xxxxxxxxxxx.it]
Inviato: mercoledì 16 ottobre 2002 15.14
A: 'redazione@clarence.com'
Oggetto: info
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Buongiorno,
mi chiamo Xxxxx X'Xxxxx e sono un giornalista de "Xx xxxxxxxxx" di Xxxx.
Navigando ho trovato sul Clarence la notizia - bellissima - dei Crop circles
e stavo cercando di approfondirla.
Mi potete dare una mano?
Questi sono i miei numeri: Xxxxx X'Xxxxx - 037X/XXXXXX. Grazie, a presto
Inutile a questo punto specificare che la foto che ritrae il nostro "
crop circle", e che tanto ha esaltato il giornalista, è quella che vedete sulla sinistra. Se domani, in un quotidiano lombardo, la troverete riportata, vorrà dire innanzitutto che le paginette satiriche del sito dell'
angelo col cappello vengono lette anche lassù e, secondo, che non è vero che per i portali non c'è più spazio. C'è
lo spazio. Ce l'avrà da parte,
Dal Pino, una tutina della Nasa?
Inesorabilmente, dopo aver rifatto la tappezzeria a Roma a forza di manifesti abusivi, Forza Italia riscontra ora la carenza di attacchini e di spazi pubblicitari libe