L’ignobile posta di Famiglia Cristiana

Dal momento che è la seconda volta che lo cito non vorrei pensaste che ne sono un assiduo lettore. È che oggi Famiglia Cristiana era in regalo sull’Eurostar. Mi sembra di ricordare che l’ultima campagna pubblicitaria del secondo più venduto settimanale italiano (il primo è TV Sorrisi e Canzoni: sono crimini di cui, come popolo, prima o poi un qualsiasi dio ci chiederà conto) giocava d’azzardo sostenendo che il periodico edito dai Paolini abbandonava la distinzione di credo per rivolgersi ad un pubblico più vasto. Apro a pagina sei, “Colloqui col padre”, rubrica della posta. La lettera della settimana, intitolata “Voglio bene a un vigliacco”, è di una donna in crisi, delusa ma ancora innamorata del marito che la ignora: “Un po’ alla volta mio marito si è allontanato da me. O, forse, non mi è stato mai vicino. Io non ho preteso nulla di più di quello che una moglie possa chiedere al proprio uomo. Lui continuava a dire che doveva ‘vivere’ la propria vita, divertirsi, e che io ero troppo immatura. E che dovevo crescere. Sono stata umiliata e accusata di essere ammalata solo perché volevo avere una normale vita coniugale. Non ho mai insistito troppo nemmeno per avere dei figli, anche se li desidero tanto. Non mi stava quasi mai ad ascoltare quando gli parlavo dei nostri problemi e delle mie paure: preferiva spendere il suo tempo per aiutare ‘colleghi bisognosi’. Sono cristiana e seguo gli insegnamenti della Chiesa. Per questo mi è difficile giungere all’unica soluzione possibile. Mi scusi, padre, sono forse una cattiva cristiana se penso che è ingiusto soffrire così tanto?”. La risposta di Padre Letizia è, ovviamente, sì. Stai facendo un pensierino sul divorzio, quindi sei una cattiva cristiana. Mutismo, rassegnazione e sguardo basso, donna: ci sono le mutande da lavare. La curiosità mi ha fregato: non ho potuto fare a meno di proseguire nella lettura della sentenza del ministro del cul(t)o assegnato alla corrispondenza di Famiglia Cristiana. Mi sarei vergognato meno se avessi avuto in mano una copia di Libero con tanto di ricevuta per la sottoscrizione in favore del carabiniere Placanica. Sintetizzo: “Lei ama ciò che disprezza. Le parole dure che lei usa contro suo marito non esprimono quello che pensa di lui, ma denunciano la sua amarezza perché lui non è come lei lo desidera. Lei ritiene di non chiedere nulla di eccezionale. Bisogna pensare che suo marito si è servito di lei finché faceva la ‘crocerossina’ e poi se n’è liberato quando non ne aveva più bisogno? O piuttosto che nella sua persona ci sono aspetti che giocano male nel rapporto con lui? Lei dice che suo marito sa consolare altri e non ha tempo per lei. Non lo ha forse stancato con le sue paure, le sue malattie, le sue assillanti richieste di ascolto e di aiuto? Dio le chiede una cosa semplice: quella di comportarsi da cristiana. Che significa tentare in tutti i modi di ricostruire il rapporto con suo marito. Come? Innanzitutto, cominciando ad esaminare e scoprire cosa c’è in lei che rende difficile al suo coniuge vivere con lei. Se io so diventare come l’altro mi desidera, allora l’altro scopre che è facile e bello vivere con me”. Terminata la lettura, in quel preciso momento sospeso tra Bologna e Modena, ho avuto la certezza che nessun bipede al mondo meritasse di più un liberatorio, deciso e ponderoso vaffanculo. Io non sono credente, ma in momenti come quello sento pressante la necessità di un dio capace di aggregarsi allo stesso vaffanculo, di carbonizzare con una saetta un tale parafulmine dei pirla. Ma dio non c’è. O, se c’è, ha il buon gusto di non rivolgersi a gente così. È probabilmente per questo motivo che a Padre Letizia (che si firma D.A., acronimo che presumo stia per Deficiente Anacronistico) pare normale e concepibile che la persona a cui hai consacrato la vita non si degni di parlarti.

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