Finanza creativa

Che ci crediate o no, Last Action Hero è un gran film. Quando uscì nelle sale, dopo un battage pubblicitario che vide sperperati parecchi milioni di dollari, pubblico e critica lo snobbarono all’unisono, per una volta concordi. E al botteghino fu un disastro al punto da causare il fallimento della propria casa di produzione. Invece meriterebbe un posto nella top 10 delle pellicole dell’ultimo decennio, non fosse altro che per l’originalità, l’umorismo spesso amaro, la capacità di ironizzare sulla modestia di un prototipo attraverso l’autoparodia. Una delle trovate vede la “all stars” dei cattivi del cinema fuggire dallo schermo e dal giustiziere Jack Slater, l’eroe del film, per rifugiarsi nella vita reale. Mentre per il protagonista la migrazione dalla celluloide alla cruda realtà si rivela scioccante (scoprendo a proprie spese che, fuori dal set, rompere con un pugno il finestrino di una macchina fa male), la combriccola di psicopatici e serial killer trova il nostro mondo molto più stuzzicante di quello di provenienza: nel pieno centro di New York si può uccidere un uomo gridando “Hey! Ho appena commesso un omicidio! Deliberatamente!”, senza che nessuno intervenga. Penso a Last Action Hero ormai ogni mattina, sfogliando il quotidiano .com, che mi aiuta ad accorgermi di quanto le logiche che governano il mondo virtuale si stiano discostando da quelle del mondo reale. Ciò che non sarebbe concepibile in un universo più o meno disciplinato come il nostro, ma che invece è possibile su Internet, è che una cricca di impuniti riesca a fare tesoro della propria dabbenaggine. Leggo di Paolo Dal Pino, responsabile di un buco di 300 miliardi di vecchie lire nella gestione di KataWeb, dichiarare che gli esuberi su Internet, di cui è stato una delle principali cause, sarebbero finiti. La conduzione aziendale di Dal Pino fu talmente decisiva e dinamica che se ne decise l’ammortamento come “bene immobile”. Tanto perché comprendiate di chi stiamo parlando, è necessario illustrare la brillante idea che, da attuale amministratore delegato del gruppo Seat, il nostro ha partorito per il rilancio delle Pagine Gialle: stamparle su pagine bianche. In questo modo gli inserzionisti più importanti potranno incrementare la propria visibilità apparendo all’interno di un riquadro caratterizzato da uno sfondo del colore della cellulosa. Tutto il resto della pagina sarà successivamente tinto di giallo. E leggo di Virgilio De Giovanni, il re delle catene di Sant’Antonio e del multilevel marketing che, dopo essere riuscito a quotare in borsa una scatola vuota e a riempirla dei quattrini di incauti piccoli risparmiatori, da mesi è impegnato a valutare le offerte di grossi gruppi che si candidano per riciclare il bottino e buttare via la scatola. De Giovanni, guru di quel manipolo di beoti lettori di Millionnaire, bramosi di miliardi facili, che su suo consiglio sono partiti per aprire una gelateria a Cuba, guadagnò la notorietà grazie a servizi di costume che lo ritraevano come un imprenditore emergente con le capacità manageriali di un Berlusconi e la freschezza adolescenziale di Ambra. Che poi abbia rivelato di possedere la freschezza adolescenziale di Berlusconi e le capacità manageriali di Ambra poco importa. Ci erano andati vicino. Chi paragona questi profeti della finanza creativa a scippatori, in fondo, sbaglia. Non hanno mai fottuto una sola borsa. Sia chiaro: a meno che non si stia parlando del MibTel.

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